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lunedì 23 ottobre 2017

«Signore, per favore, tocca il cuore di queste persone che adorano il dio denaro. Tocca anche il mio cuore perché io sappia vedere.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
23 ottobre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
la denuncia dell’idolatria del denaro che uccide”


Duecentomila bambini rohingya, e con loro tutti coloro che oggi nel mondo soffrono la fame, sono vittime dell’«idolatria del denaro, che fa dei “sacrifici umani”» provocando la morte tante persone. E nessuno può restare indifferenti guardando «i bambini affamati che non hanno medicine, che non hanno educazione, che sono abbandonati». Da qui il monito contro «il dio denaro» — che distrugge anche le famiglie che cadono nella cupidigia degli interessi personali — lanciato da Papa Francesco nella messa celebrata lunedì mattina, 23 ottobre, a Santa Marta.

«Questo passo del Vangelo — ha subito fatto notare il Pontefice riferendosi al brano di Luca (12, 13-21) — incomincia con un’eredità e finisce alle porte di un’altra eredità». Gesù «ammonisce chiaramente: “Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”». E poi «racconta questa parabola» di un «uomo ricco che si trova davanti all’abbondanza del raccolto, e non sa cosa fare». Soltanto «gli viene in mente di fare due movimenti: allargare e allungare». Ossia, ha spiegato il Papa, «allargare i magazzini e, nella sua fantasia, allungare la vita: “Così sarò tranquillo” ma il raccolto non si tocca, i soldi non si toccano, tutto dev’essere custodito, perché quei soldi sono il suo dio».

Dunque «lui allarga per avere più posto per il suo dio e allunga la sua vita per adorare quel dio, nella sua fantasia: è uno schiavo di quello, no? Non conosce la sazietà». Perciò, continua la parabola di Gesù, quell’uomo «va avanti, prendendo più beni, più beni, più beni fino alla nausea: non conosce la sazietà». Ma «come ragiona, quest’uomo?». Ce lo dice Gesù nella parabola riportata da Luca: «Egli ragionava tra sé: “Anima mia, hai a disposizione molti beni e per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!”». In poche parole «fai la bella vita, tutto in te, con il tuo dio: mangia, beve e entra in quel movimento del consumismo esasperato, non si ferma, non conosce il limite».

Ma «è Dio a mettere il limite» ha affermato il Pontefice. Prosegue, infatti, la parabola: «Ma Dio gli disse: “Stolto — quante volte questa parola ‘stolto’ viene nel Vangelo — questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”». Quella ricchezza, ha proseguito Francesco, finirà in mano agli eredi di quell’uomo che si metteranno a litigare per quei tesori considerati come un dio.

Ecco che, ha fatto presente il Papa, «questo passo del Vangelo incomincia con una lite per un’eredità e finirà con un’altra lite, quando verranno i nipoti e tutti questi: noi sappiamo cosa succede». Ma «è Dio, a mettere il limite a questo attaccamento ai soldi». Che «l’uomo diviene schiavo dei soldi non è una favola che Gesù inventa: questa è la realtà» anche «di oggi».

Ci sono, ha detto Francesco, «tanti uomini che vivono per adorare il denaro, per fare del denaro il proprio dio: tante persone che vivono soltanto per questo e la vita non ha senso». Il passo del Vangelo si conclude con queste parole: «Così è di chi accumula tesori per sé — dice il Signore — e non si arricchisce presso Dio”». In realtà «non sanno cosa è arricchirsi presso Dio».

A questo proposito il Papa ha voluto condividere una storia personale: «Ricordo alcuni anni fa, nell’altra diocesi, un caso che mi ha colpito tanto. Un grande imprenditore, ricchissimo, aveva un po’ questo atteggiamento. Aveva un cancro. Lui lo sapeva. Gli mancavano pochi giorni di vita. In quell’ultima settimana di vita, si è entusiasmato per una villa e ha comprato una villa: pensava soltanto a questo. Era chiuso in quel pensiero. Questo a me ha colpito, quando l’ho visto. Non pensava alla prossima settimana, che avrebbe dovuto presentarsi davanti a Dio». E «anche oggi» c’è «tanta gente, tanti di questi che hanno tantissimo»: ma «guardiamo soltanto i bambini affamati che non hanno medicine, che non hanno educazione, che sono abbandonati». E «questa è una idolatria, ma è un’idolatria che uccide, fa dei “sacrifici umani”, perché questa idolatria fa morire di fame tanta gente».

«Pensiamo — ha insistito il Papa — soltanto a un caso: a duecentomila bambini rohingya nei campi profughi. Lì ci sono ottocentomila persone, duecentomila sono bambini. Appena hanno da mangiare, malnutriti, senza medicine. Anche oggi succede questo, non è una cosa che il Signore dice di quei tempi: no, oggi!».

Per questa ragione, ha insistito, «la nostra preghiera dev’essere forte: Signore, per favore, tocca il cuore di queste persone che adorano il dio, il dio denaro. Tocca anche il mio cuore perché io non cada in quello, che io sappia vedere. E poi, un’altra conseguenza, c’è la guerra, sempre, qui, la guerra di famiglia. Tutti noi conosciamo cosa succede quando c’è in gioco un’eredità: le famiglie si dividono e finiscono nell’odio l’una per l’altra».

In conclusione, Francesco ha fatto notare come, nel brano evangelico, «il Signore sottolinea con soavità alla fine: “Chi non si arricchisce presso Dio”». Perché «quella è l’unica strada: la ricchezza, ma in Dio». E «non è un disprezzo per il denaro, no, è proprio la cupidigia, come dice lui: la cupidigia», cioè «vivere attaccati al dio denaro». Dunque, ha suggerito il Papa, «la nostra preghiera dev’essere forte, oggi, in questi tempi dove i media ci fanno vedere tante, tante calamità, tante ingiustizie, pensiamo soltanto ai bambini: Signore, converti il cuore di questa gente, che conoscano te e non adorino il dio denaro».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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Il Concilio con diritto di parola: la lettera non risponde solo al Card. Sarah di Andrea Grillo


Il Concilio con diritto di parola:
la lettera non risponde solo al Card. Sarah

di Andrea Grillo


Il valore della lettera che il 15 ottobre papa Francesco ha scritto al card. Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino va al di là della questione specifica su cui interviene (per una sintesi della vicenda rimando al mio post precedente qui): pur con tutta la rilevanza del “caso” – ossia la corretta interpretazione di un testo come “Magnum principium” (= MP)e il suo impatto sulla prassi delle traduzioni liturgiche – la lettera riguarda il modo di interpretare la svolta conciliare e la apertura di una nuova fase del rapporto della Chiesa con la storia e con la cultura. Ecco alcuni punti essenziali di questo ragionamento:

a) Il Concilio in contumacia

Nella ermeneutica liturgica prevalente degli ultimi decenni del magistero spesso si è ricorsi a riferimenti ai testi conciliari che ne contraddicevano il significato. Esempi particolarmente lampanti di questa “prassi interpretativa” sono costituiti da documenti liturgici che si collocano agli inizi del nuovo millennio: Liturgiam authenticam (2001) e Redemptionis sacramentum (2004) sono due casi in cui vengono proposte letture della tradizione post-conciliare che approdano a vere e proprie smentite del concilio. Basti pensare che l’esito dei due documenti citati è, rispettivamente, il sospetto verso la lingua parlata e verso la assemblea celebrante! Il “grande principio” appare in questi documenti dimenticato e sfigurato.

b) Il Concilio con diritto di parola

Anche nel caso del “Commentaire” scritto dal Card. Sarah, con la pretesa di dare una “interpretazione autentica” di MP, si è proceduto con la medesima tecnica: si incarica un canonista di corte vedute e dalla provata fede autoreferenziale di avanzare spudoratamente una lettura del testo papale nel segno di una assoluta continuità con la prassi e la mentalità acquisita negli ultimi 20 anni e si pretende di accreditare l’idea che questa lettura sia “fedele” al testo di MP. E il Prefetto si è prestato a firmare un testo del tutto indifendibile. Normalmente questo si è fatto per testi che non avevano alcuna possibilità di rispondere e che vivevano della fedeltà con cui, nella storia, siamo ancora capaci di intenderne la lettera e lo spirito. In questo caso, però, l’operazione spericolata di ermeneutica tradizionalista non ha tenuto conto del fatto che Francesco è oggi “Concilio con diritto di parola“. Per questo, di fronte alla sfrontatezza con cui si è fatto spregio della lettera e dello spirito di un documento di appena un mese fa, la “intentio auctoris” – ancora ben chiara nella mente di chi lo ha firmato – interviene inequivocabilmente a ristabilire la verità.

c) La questione in causa

Nel merito del MP, la esigenza di ascoltare le ragioni delle diverse culture, da cui scaturiva la intuizione originaria del Concilio, non può essere oscurata da una mera difesa delle competenze centralistiche elaborate negli ultimi 20 anni, sotto la pressione di una certa ossessione verso la “perdita della tradizione”. Attraverso la “netta differenza” tra due forme di “approvazione”, MP salvaguarda finalmente la differenza necessaria delle diverse culture. Pensare la unità come “omologazione” costituisce una aperta smentita della dinamica che il Concilio Vaticano II ha voluto riconoscere come vitale per la tradizione ecclesiale. Su questo punto, che definirei viscerale, una lettura statica e una lettura dinamica della tradizione si confrontano apertamente e non possono essere giocate l’una contro l’altra. In effetti il testo della lettera parla esplicitamente di “abrogazione” dell’approccio imposto da Liturgiam authenticam. Non sono più possibili quegli ostacoli tra fedeltà e traduzione creati ad arte per 20 anni e che hanno sviluppato solo imbarazzo e paralisi. La “fedeltà”, come dice il testo della lettera,” implica una triplice fedeltà: al testo originale in primis; alla particolare lingua in cui viene tradotto e infine alla comprensibilità del testo da parte dei destinatari”: in altri termini essa viene riconosciuta come un atto complesso, che non può essere controllato solo dal centro, ma che deve onorare diverse istanze, generali e particolari.

d) Una lezione che va al di là del Card. Sarah

Tra le prime reazioni che hanno caratterizzato la recezione della lettera una ha rischiato di essere predominante. Forse è quella che anche la stampa è tentata di sottolineare: ossia una sorta di “duello” tra il papa e un suo ufficiale. Non è così. Altro è qui in gioco: si tratta piuttosto di un modo di restituire autorità alla “natura pastorale” del Concilio Vaticano II e agli effetti che questa grande svolta può e deve avere sull’intero corpo ecclesiale, a partire dalle Congregazioni, che non ne restano immuni. La lettera del 15 ottobre è espressione di un Concilio Vaticano II che non si lascia imbavagliare da ermeneutiche negazioniste, che non si fa paralizzare dalla “ossessione della continuità dell’unico soggetto ecclesiale”, che non consente indifferenze o trascuratezze antiche e nuove. Tutti coloro che negli ultimi 40 anni hanno cercato di addomesticare il Vaticano II devono sentirsi i veri destinatari della lettera. Il card. Sarah nella vicenda è stato particolarmente ingenuo. ma la lettera intende parlare soprattutto ai furbi.
(fonte: Cittadella Editrice)
Vedi il post precedente:


Il testo integrale della lettera di “correzioneˮ di Papa Francesco al cardinale Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Pubblichiamo il testo integrale della lettera di “correzioneˮ da parte del Pontefice, con firma autografa, al cardinale Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
L’oggetto della chiarificazione è il recente Motu proprio Magnum Principium sulle traduzioni liturgiche, reso noto lo scorso settembre, con il quale Francesco ha modificato la normativa canonica relativa alla traduzione nelle varie lingue. 
Richiamandosi al Concilio Vaticano II, il Papa stabiliva che la traduzione, approvata dalle conferenze episcopali nazionali, non andasse più sottoposta ad una revisione da parte della Sede apostolica (recognitio), ma alla sua conferma (confirmatio), che non si configurava più come un intervento alternativo di traduzione, ma come un atto con il quale il dicastero liturgico ratificava l’approvazione dei vescovi.
Lo scorso 12 ottobre alcuni siti web pubblicavano un commento restrittivo alla decisione papale che il cardinale Sarah aveva fatto proprio e inviato a Francesco. Non si trattava di un documento ufficiale della Congregazione, ma di una iniziativa personale del Prefetto, un «contributo per la corretta comprensione di Magnum Principium» e veniva presentato da chi lo rilanciava come una messa a punto pubblica per ridurre la portata della decisione pontificia, di fatto mettendo sullo stesso piano recognitio e confirmatio.


Città del Vaticano, 15 ottobre 2017

A Sua Eminenza Reverendissima
il signor Card. Robert SARAH

Prefetto della Congregazione per il Culto Divino
e la Disciplina dei Sacramenti
Città del Vaticano


Eminenza,

ho ricevuto la sua lettera del 30 settembre u.s., con la quale Ella ha voluto benevolmente esprimermi la sua gratitudine per la pubblicazione del Motu Proprio Magnum Principium e trasmettermi una elaborata nota, “Commentaire”, sullo stesso finalizzata a una migliore comprensione del testo.

Nel ringraziarla sentitamente per l’impegno e il contributo, mi permetto di esprimere semplicemente, e spero chiaramente, alcune osservazioni sulla sopramenzionata nota che ritengo importanti soprattutto per l’applicazione e la giusta comprensione del Motu Proprio e per evitare qualsiasi equivoco.

Innanzitutto occorre evidenziare l’importanza della netta differenza che il nuovo MP stabilisce tra recognitio e confirmatio, ben sancita nei §§ 2 e 3 del can. 838, per abrogare la prassi, adottata dal Dicastero a seguito del Liturgia authenticam (LA) e che il nuovo Motu Proprio ha voluto modificare. Non si può dire pertanto che recognitio e confirmatio sono “strettamente sinonimi (o) sono intercambiabili” oppure “sono intercambiabili a livello di responsabilità della Santa Sede”.

In realtà il nuovo can. 838, attraverso la distinzione tra recognitio e confirmatio, asserisce la diversa responsabilità della Sede Apostolica nell’esercizio di queste due azioni, nonché quella delle Conferenze Episcopali. Il Magnum Principium non sostiene più che le traduzioni devono essere conformi in tutti i punti alle norme del Liturgia authenticam, così come veniva effettuato nel passato. Per questo i singoli numeri di LA vanno attentamente ri-compresi, inclusi i nn. 79-84, al fine di distinguere ciò che è chiesto dal codice per la traduzione e ciò che è richiesto per i legittimi adattamenti. Risulta quindi chiaro che alcuni numeri di LA sono stati abrogati o sono decaduti nei termini in cui sono stati ri-formulati dal nuovo canone del MP (ad es. il n. 76 e anche il n. 80).

Sulla responsabilità delle Conferenze Episcopali di tradurre “fideliter”, occorre precisare che il giudizio circa la fedeltà al latino e le eventuali correzioni necessarie, era compito del Dicastero, mentre ora la norma concede alle Conferenze Episcopali la facoltà di giudicare la bontà e la coerenza dell’uno e dell’altro termine nelle traduzione dall’originale, se pure in dialogo con la Santa Sede. La confirmatio non suppone più dunque un esame dettagliato parola per parola, eccetto nei casi evidenti che possono essere fatti presenti ai Vescovi per una loro ulteriore riflessione. Ciò vale in particolare per le formule rilevanti, come per le Preghiere Eucaristiche e in particolare le formule sacramentali approvate dal Santo Padre. La confirmatio tiene inoltre conto dell’integrità del libro, ossia verifica che tutte le parti che compongono l’edizione tipica siano state tradotte [1].

Qui si può aggiungere che, alla luce del MP, il “fideliter” del § 3 del canone, implica una triplice fedeltà: al testo originale in primis; alla particolare lingua in cui viene tradotto e infine alla comprensibilità del testo da parte dei destinatari (cfr. Institutio Generalis Missalis Romani nn. 391-392)

In questo senso la recognitio indica soltanto la verifica e la salvaguardia della conformità al diritto e alla comunione della Chiesa. Il processo di tradurre i testi liturgici rilevanti (ed es. formule sacramentali, il Credo, il Pater Noster) in una lingua - dalla quale vengono considerati traduzioni autentiche -, non dovrebbe portare ad uno spirito di “imposizione” alle Conferenze Episcopali di una data traduzione fatta dal Dicastero, poiché ciò lederebbe il diritto dei Vescovi sancito nel canone e già prima dal SC 36 § 4. Del resto si tenga presente l’analogia con il can. 825 § 1 circa la versione della Sacra Scrittura che non necessita di confirmatio da parte della Sede Apostolica.

Risulta inesatto attribuire alla confirmatio la finalità della recognitio (ossia “verificare e salvaguardare la conformità al diritto”). Certo la confirmatio non è un atto meramente formale, ma necessario alla edizione del libro liturgico “tradotto”: viene concessa dopo che la versione è stata sottoposta alla Sede Apostolica per la ratifica dell’approvazione dei Vescovi, in spirito di dialogo e di aiuto a riflettere se e quando fosse necessario, rispettandone i diritti e i doveri, considerando la legalità del processo seguito e le sue modalità [2].

Infine, Eminenza, ribadisco il mio fraterno ringraziamento per il suo impegno e constatando che la nota “Commentaire” è stata pubblicata su alcuni siti web, ed erroneamente attribuita alla sua persona, Le chiedo cortesemente di provvedere alla divulgazione di questa mia risposta sugli stessi siti nonché l’invio della stessa a tutte le Conferenze Episcopali, ai Membri e ai Consultori di codesto Dicastero.

Fraternamente

Francesco

[1] Magnum Principium: “Fine delle traduzioni dei testi liturgici e dei testi biblici, per la liturgia della Parola, è annunciare ai fedeli la parola di salvezza in obbedienza alla fede ed esprimere la preghiera della Chiesa al Signore. A tale scopo bisogna fedelmente comunicare ad un determinato popolo, tramite la sua propria lingua, ciò che la Chiesa ha inteso comunicare ad un altro per mezzo della lingua latina. Sebbene la fedeltà non sempre possa essere giudicata da parole singole, ma debba esserlo nel contesto di tutto l’atto della comunicazione e secondo il proprio genere letterario, tuttavia alcuni termini peculiari vanno considerati anche nel contesto dell’integra fede cattolica, poiché ogni traduzione dei testi liturgici deve essere congruente con la sana dottrina”. 

[2] Magnum Principium: “Si deve senz’altro prestare attenzione all’utilità e al bene dei fedeli, né bisogna dimenticare il diritto e l’onere delle Conferenze Episcopali che, insieme con le Conferenze Episcopali di regioni aventi la medesima lingua e con la Sede Apostolica, devono far sì e stabilire che, salvaguardata l’indole di ciascuna lingua, sia reso pienamente e fedelmente il senso del testo originale e che i libri liturgici tradotti, anche dopo gli adattamenti, sempre rifulgano per l’unità del Rito Romano”.


(fonte: La Nuova Bussola Quotidiana)

Vedasi anche la nota “Commentaire” pubblicata da siti web a cui si fa cenno al termine della lettera : Traduzioni nella liturgia, istruzioni per l'uso


«A chi appartengo io?» Papa Francesco Angelus 22/10/2016 (testo e video)

«A chi appartengo io?» 
Papa Francesco
ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 22 ottobre 2017




Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di questa domenica (Mt 22,15-21) ci presenta un nuovo faccia a faccia tra Gesù e i suoi oppositori. Il tema affrontato è quello del tributo a Cesare: una questione “spinosa”, circa la liceità o meno di pagare la tassa all’imperatore di Roma, al quale era assoggettata la Palestina al tempo di Gesù. Le posizioni erano diverse. Pertanto, la domanda rivoltagli dai farisei: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (v. 17) costituisce una trappola per il Maestro. Infatti, a seconda di come avesse risposto, sarebbe stato accusabile di stare o pro o contro Roma.

Ma Gesù, anche in questo caso, risponde con calma e approfitta della domanda maliziosa per dare un insegnamento importante, elevandosi al di sopra della polemica e degli opposti schieramenti. Dice ai farisei: «Mostratemi la moneta del tributo». Essi gli presentano un denaro, e Gesù, osservando la moneta, domanda: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». I farisei non possono che rispondere: «Di Cesare». Allora Gesù conclude: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (cfr vv. 19-21). Da una parte, intimando di restituire all’imperatore ciò che gli appartiene, Gesù dichiara che pagare la tassa non è un atto di idolatria, ma un atto dovuto all’autorità terrena; dall’altra – ed è qui che Gesù dà il “colpo d’ala” – richiamando il primato di Dio, chiede di rendergli quello che gli spetta in quanto Signore della vita dell’uomo e della storia.

Il riferimento all’immagine di Cesare, incisa nella moneta, dice che è giusto sentirsi a pieno titolo – con diritti e doveri – cittadini dello Stato; ma simbolicamente fa pensare all’altra immagine che è impressa in ogni uomo: l’immagine di Dio. Egli è il Signore di tutto, e noi, che siamo stati creati “a sua immagine” apparteniamo anzitutto a Lui. Gesù ricava, dalla domanda postagli dai farisei, un interrogativo più radicale e vitale per ognuno di noi, un interrogativo che noi possiamo farci: a chi appartengo io? Alla famiglia, alla città, agli amici, alla scuola, al lavoro, alla politica, allo Stato? Sì, certo. Ma prima di tutto – ci ricorda Gesù – tu appartieni a Dio. Questa è l’appartenenza fondamentale. È Lui che ti ha dato tutto quello che sei e che hai. E dunque la nostra vita, giorno per giorno, possiamo e dobbiamo viverla nel ri-conoscimento di questa nostra appartenenza fondamentale e nella ri-conoscenza del cuore verso il nostro Padre, che crea ognuno di noi singolarmente, irripetibile, ma sempre secondo l’immagine del suo Figlio amato, Gesù. E’ un mistero stupendo.

Il cristiano è chiamato a impegnarsi concretamente nelle realtà umane e sociali senza contrapporre “Dio” e “Cesare”; contrapporre Dio e Cesare sarebbe un atteggiamento fondamentalista. Il cristiano è chiamato a impegnarsi concretamente nelle realtà terrene, ma illuminandole con la luce che viene da Dio. L’affidamento prioritario a Dio e la speranza in Lui non comportano una fuga dalla realtà, ma anzi un rendere operosamente a Dio quello che gli appartiene. È per questo che il credente guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere la vita terrena in pienezza, e rispondere con coraggio alle sue sfide.

La Vergine Maria ci aiuti a vivere sempre in conformità all’immagine di Dio che portiamo in noi, dentro, dando anche il nostro contributo alla costruzione della città terrena.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Barcellona, sono stati beatificati Matteo Casals, Teofilo Casajús, Fernando Saperas e 106 compagni martiri, appartenenti alla Congregazione religiosa dei Claretiani e uccisi in odio alla fede durante la guerra civile spagnola. Il loro eroico esempio e la loro intercessione sostengano i cristiani che anche ai nostri giorni - e tanti -, in diverse parti del mondo, subiscono discriminazioni e persecuzioni.

Oggi si celebra la Giornata Missionaria Mondiale, sul tema “La missione al cuore della Chiesa”. Esorto tutti a vivere la gioia della missione testimoniando il Vangelo negli ambienti in cui ciascuno vive e opera. Al tempo stesso, siamo chiamati a sostenere con l’affetto, l’aiuto concreto e la preghiera i missionari partiti per annunciare Cristo a quanti ancora non lo conoscono. Ricordo anche che è mia intenzione promuovere un Mese Missionario Straordinario nell’ottobre 2019, al fine di alimentare l’ardore dell’attività evangelizzatrice della Chiesa ad gentes. 

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Nel giorno in cui ricorre la memoria liturgica di San Giovanni Paolo II, Papa missionario, affidiamo alla sua intercessione la missione della Chiesa nel mondo.

Vi chiedo di unirvi alla mia preghiera per la pace nel mondo. In questi giorni seguo con particolare attenzione il Kenya, che ho visitato nel 2015, e per il quale prego affinché tutto il Paese sappia affrontare le attuali difficoltà in un clima di dialogo costruttivo, avendo a cuore la ricerca del bene comune.

E ora saluto tutti voi, pellegrini provenienti dall’Italia e da vari Paesi. In particolare, i fedeli del Lussemburgo e quelli di Ibiza, il Movimento Famiglia del Cuore Immacolato di Maria del Brasile, le Suore della Santissima Madre Addolorata. Saluto e benedico con affetto la comunità peruviana di Roma, qui radunata con la sacra Immagine del Señor de los Milagros.

Saluto i gruppi di fedeli di tante parrocchie italiane, e li incoraggio a proseguire con gioia il loro cammino di fede.

E a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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domenica 22 ottobre 2017

Mons. Delpini nella Veglia Missionaria: «La missione è sproporzione... in preghiera, abbiamo la semplicità di dire, con trepidazione e con fiducia, “Eccomi”»

Delpini: «La missione è sproporzione»

Il monito dell’arcivescovo di Milano durante la Veglia Missionaria: «Siamo pochi, siamo vecchi, siamo inadeguati e, dunque, cerchiamo di essere missionari a casa nostra? Quello che sembra buon senso è solo viltà e pretesto per adeguarsi alla logica del mondo»


Ieri nel Duomo di Milano si è tenuta l’annuale Veglia Missionaria durante la quale l’arcivescovo Mario Delpini ha affidato il mandato a 18 missionari della Chiesa di Milano (5 preti, 3 religiose e 10 laici) in partenza per la missione. Durante la sua omelia mons. Delpini – riflettendo sulla frase evangelica “La messe è molta” al centro di questa Giornata missionaria 2017 – ha offerto una serie di riflessioni sferzanti sulla missione alla Chiesa ambrosiana. Proponiamo qui sotto i tre passaggi centrali del suo intervento.

«La logica della missione è la sproporzione. La missione è sproporzionata alla disponibilità degli operai. Forse il calcolo induce a circoscrivere l’orizzonte della missione alle forze disponibili: siamo pochi, siamo vecchi, siamo inadeguati e, dunque, cerchiamo di essere missionari a casa nostra, poi penseremo al resto del mondo. E questo “poi” non arriva mai. Quello che sembra buon senso è viltà, quello che si presenta come saggezza è pretesto per adeguarsi alla logica del mondo. Invece, proprio tale sproporzione è la ragione per andare».

«Pregate e non confondete la preghiera con qualche momento di silenzio, con qualche momento di emozione. Se la preghiera non è una docilità, una passività, un lasciarsi plasmare dallo Spirito, se è solo un dovere, uno sforzo, un adempimento, c’è da dubitare che si tratti di preghiera. Se la preghiera non persuade alla parola che dice: “Andate come agnelli in mezzo ai lupi”, c’è da dubitare che abbiamo pregato. Pregare è il segreto per partire per la missione anche se siamo pochi e ci sentiamo inadeguati perché la preghiera ci fa conformare a Gesù».

«Noi non rifuggiamo dai pensieri grandi, ma siamo anche convinti che il nostro posto è nel gesto minimo. Il gesto minimo è quello del bicchiere d’acqua per l’assetato, del pane condiviso con l’affamato. Il gesto minimo comincia oggi, non aspetta che si risolva il problema della fame nel mondo, ma consegna tutto quello che serve per il fratello che ha fame. Il gesto minimo non è l’azzardo sconsiderato, ma la docilità incondizionata. Noi che abitiamo la sproporzione, raccolti stasera in preghiera, abbiamo la semplicità di dire, con trepidazione e con fiducia, “Eccomi”»
(fonte: Mondo e Missione)

Un Duomo gremito di fedeli, provenienti dall’intera Diocesi, ha pregato e salutato i 18 partenti ̶ preti, laici e religiose ̶ nella Veglia Diocesana Missionaria presieduta in Duomo, per la prima volta, dall’arcivescovo Delpini. Prima del Rito, per tutto il pomeriggio, folla per l’animazione realizzata attraverso i workshop organizzati da oltre 20 realtà missionarie nel cuore di Milano

«Il gesto minimo è quello del bicchiere d’acqua per l’assetato, del pane condiviso con l’affamato. Il gesto minimo comincia oggi, non aspetta che si risolva il problema della fame nel mondo, ma consegna tutto quello che serve per il fratello che ha fame».
È questo il gesto che l’arcivescovo Delpini consegna idealmente a tutti ̶ non solo alle migliaia di fedeli riuniti in Duomo nella Veglia Missionaria 2017 ̶ per vivere e abitare bene la città di Dio e degli uomini. Città che è grande quanto il mondo con i suoi colori, suoni, tradizioni, povertà (troppe) e ricchezze, speranze (spesso tradite) e sogni per il futuro. Tutto quello che, come in una splendida miniatura racchiusa nella Cattedrale in festa, saluta i missionari partenti dalla Diocesi, appunto, per i 4 angoli del mondo, o meglio, per i 5 Continenti, rappresentati simbolicamente, all’inizio della Veglia, da altrettante bandiere stese ai piedi dell’altare maggiore.
In prima fila ci sono i 18 partenti ̶ 5 preti, 3 religiose, 10 laici ̶ e i 12 tra sacerdoti e religiose che, provenienti in maggioranza dall’Africa, sono stati inseriti a servizio della Chiesa ambrosiana per il periodo della loro permanenza in Diocesi. Insomma, davvero uno scambio tra Chiese sorelle che, tra canti in diverse lingue, testimonianze, gesti è il vero filo rosso dei 3 momenti del Rito presieduto per la prima volta dall’Arcivescovo cui sono accanto monsignor Moses Hamungole vescovo di Monze in Zaire (Diocesi nata nel 1962, legata storicamente alla presenza, fin dagli anni ’60, dei preti ambrosiani Fidei Donum e retta per 15 anni da monsignor Emilio Patriarca), alcuni ausiliari di Milano, il vicario episcopale per la Missione, monsignor Luca Bressan, il responsabile del Servizio di Pastorale Missionaria, don Antonio Novazzi e il rettore del Seminario, monsignor Michele Di Tolve.
Dal titolo della Veglia Diocesana 2017 “La Messe è molta” (questo anche lo slogan della Giornata Mondiale che si celebra domenica 22 ottobre), tratta dal Vangelo di Luca al capitolo 10, prende ispirazione l’omelia di monsignor Delpini, a partire da quella «sproporzione» tra gli operai e la messe che è la cifra dell’intero brano...

Guarda il video dell'omelia


Le testimonianze

Arrivano così le testimonianze. Don Maurizio Oriani appena rientrato, dopo 9 anni, dallo Zambia, dice: «La missione insegna a guardare più in là. Questi anni mi hanno cambiato, credo che la cosa più importante sia aiutare a capire che il mondo è più grande della porta di casa, un mondo che soffre per una vita migliore, che spera in una giustizia che non c’è, che piange. La pelle può essere diversa, ma il cuore no».
È la volta di don Marco Pavan uno dei tre Fidei Donum ambrosiani che per la prima volta verranno inviati a Cuba, dopo la richiesta del vescovo di Santiago, Dionisio Guillermo García Ibáñez, giunta all’allora Arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola per due centri di 100.000 abitanti ciascuno nel sud dell’isola caraibica. Don Pavan e don Adriano Valagussa andranno a Palma Soriano; don Ezio Borsani presterà il proprio servizio pastorale a Contramaestre.
«La richiesta del cardinale Scola lo scorso novembre, in questo stesso Duomo, mi ha interrogato. Mi sono preparato attraverso l’arte dell’essenzialità, perché credo che partire sia anzitutto una questione di sguardi. Riconoscendo il bisogno negli occhi degli altri, voglio imparare a mettermi in gioco, passando dal fare all’esserci, stando con la gente, parlando poco e ascoltando tanto».
Poi, ancora ricordi personali e sentimenti vissuti in terra di missione, fino alle parole dette da una mamma e un papà, Mattia e Corinna Longoni missionari laici della Consolata, con la figlia più piccola di pochi mesi in braccio e gli altri due bimbi tra loro: «Siamo partiti da giovani sposi per l’Ecuador, ora sperimentalismo una nuovo modo di esperienza con il progetto “Famiglie Missionarie a km 0”, a Monza. La missione non è cosa da un uomo solo al comando, a Monza come in Ecuador, è questione di squadra. Lo spirito missionario ci dice di entrare negli ambienti e mescolarci con la gente in punta di piedi, da pellegrini, con delicatezza», conclude Mattia che invita tutti a rimanere per 15 secondi, appunto, in punta di piedi.

Il Mandato

E a conclusione, è monsignor Delpini a consegnare il mandato ai partenti con la preghiera e la benedizione dei missionari e dei crocifissi posti al collo (anche di un giovane padre con la moglie e in braccio Zaccaria, 1 anno, in partenza per l’Algeria), sulle note del Canto di Invio “Ed essi si ameranno”.
«Quando sarete a casa a preparare la valigia sappiate che non siete soli, c’è tutta una Chiesa che vi accompagna e prega per voi», raccomanda don Novazzi che richiama l’importanza del piccolo gesto di digiuno serale chiesto ai partecipanti alla Veglia per devolvere il costo della cena alle Missioni.
Non manca un’ultima battuta dell’Arcivescovo che, con un tono scherzoso, dice qualcosa di importante: «Quando mi incontrerete vi chiederò da dove venite, ma soprattutto quale rivista missionaria leggete. Nei giornali italiani ed europei non hai mai trovato informazioni cosi serie, documentate, interessanti e commoventi su molti Paesi come, invece, ci sono nelle Riviste missionarie». Ed è subito applauso.
(fonte: Chiesa di Milano)

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Comunione e comunità. Eucaristia e Chiesa nel pensiero di san Giovanni Paolo II di Robert Cheaib (VIDEO)

Comunione e comunità. 
Eucaristia e Chiesa nel pensiero 
di san Giovanni Paolo II 
di Robert Cheaib
 (VIDEO)


relazione tenuta il 21 ottobre 2017
a Barcellona Pozzo di Gotto
Parrocchia San Giovanni II - Porto Salvo
in occasione del IV Convegno su San Giovanni Paolo II 






L’amore non è assistenzialismo, amare non è soltanto aiutare chi è caduto, amare è creare una relazione, amare è sollevare, e portare l’altro al livello di dignità. L’assistenzialismo a lungo temine umilia.
.. 
Che rapporto c'è tra Eucaristia e Chiesa? 
Giovanni Paolo II risponde così: "La Chiesa vive dell'Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un'esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa".
Cosi inizia la bellissima Lettera Enciclica "Ecclesia De Eucharistia" di Giovanni Paolo II, sull'Eucarestia nel suo rapporto con la Chiesa.
...
Sempre nella lettera di Giovanni Paolo II, al n° 58, troviamo queste splendide parole:
Nell'Eucaristia la Chiesa si unisce pienamente a Cristo e al suo sacrificio, facendo suo lo spirito di Maria. È verità che si può approfondire rileggendo il Magnificat in prospettiva eucaristica. L'Eucaristia, infatti, come il cantico di Maria, è innanzitutto lode e rendimento di grazie. Quando Maria esclama « L'anima mia magnifica il Signore e il mio Spirito esulta in Dio mio salvatore », ella porta in grembo Gesù. Loda il Padre « per » Gesù, ma lo loda anche « in » Gesù e « con » Gesù. È precisamente questo il vero « atteggiamento eucaristico »
....

GUARDA IL VIDEO
Relazione integrale di Robert Cheaib

Grazie fratelli non credenti e anticlericali perché ci avete ricordato la potenza di un'Ave Maria



Grazie fratelli non credenti e anticlericali perché ci avete ricordato la potenza di un'Ave Maria





«Sono centinaia i messaggi di solidarietà che mi sono arrivati da tutte le parti d’Italia. E uno anche dal Belgio». All’indomani della bufera che l’ha travolta, la professoressa Clara Ferranti commenta: «Non mi sono mai pentita. Ciò che ho fatto, l’ho fatto consapevolmente, non ho certo improvvisato, ma meditato e pregato prima di farlo, cosciente di trovarmi in un’aula universitaria. Una scelta un po’ sofferta, ma ragionata».

Venerdì scorso alle 17.30 la professoressa di glottologia ha interrotto la lezione: ha chiesto agli studenti di alzarsi in piedi e ha recitato un’Ave Maria e un Gloria «per la pace nel mondo e contro la violenza, momento di preghiera che si svolge contemporaneamente in tutta Italia», invitando anche chi non crede a rimanere alzato, per rispetto di chi crede. Alcuni si sono uniti alla preghiera, altri sono rimasti in piedi, in silenzio. Poi la lezione è ripresa.

«Saluto il suo coraggio e la sua dignitosa motivazione nel voler coinvolgere gli studenti a riflettere sul bisogno che il nostro mondo ha disperatamente di pace», è il messaggio che le arriva da un pastore protestante belga. «E un gruppo di studenti – prosegue Ferranti – è venuto a portarmi la propria solidarietà durante l’ora di ricevimento (ieri, ndr). Hanno detto che il mio è stato un gesto bellissimo e mi hanno ringraziato perché attraverso il mio gesto hanno avuto il coraggio di mostrarsi per quello che sono, cioè come credenti». «Una preghiera può muovere il mondo, per questo fa paura», recita un altro messaggio.

Il vescovo: "Le proteste ci ricordano che la preghiera è forte"

«Certo – sottolinea –, da un punto di vista umano mi verrebbe da dire che ho combinato un putiferio, però bisogna vedere quali occhiali si indossano, perché attraverso lo sguardo del credente la preghiera che ho fatto è ben poca cosa. Un non credente non lo capisce. Se lo rifarei? Non è che ora, perché ho ricevuto tutta questa solidarietà, comincerò le mie lezioni con un’Ave Maria, sarebbe una prevaricazione, pregare come uno vuole sarebbe anarchia. Però di certo non vedo perché dovrei nascondermi, anche se sono in uno spazio pubblico, e se lo ritengo in coscienza una cosa buona, lo faccio, nella mia libertà. È anche questione di una corretta pedagogia, mi rivelo per quello che sono davanti allo studente. La laicità è anche esprimersi liberamente in uno spazio pubblico, leggo in un messaggio che mi è arrivato da un accademico, mentre un altro scrive “Sono molto dispiaciuto per gli studenti che hanno chiesto provvedimenti, e non hanno capito quanto li ama’’.


"Un credente – precisa Ferranti – sa cosa vuol dire una preghiera tutti insieme alla stessa ora, perché la potenza della preghiera passa anche per il numero. Non esistono gli atei, anche quelli che si dichiarano tali non lo sono, perché ognuno sulla terra vive per qualcosa».

(fonte: Il Resto del Carlino 20/10/2017)

Sulla vicenda è intervenuto il vescovo di Macerata, monsignor Nazareno Marconi, di seguito riportiamo la nota dal tono ironico pubblicata sul sito dell'emittente diocesana in cui chiede scusa, come credente, per «aver destabilizzato la serenità di un'Università».

La storia dei 25 secondi di interruzione di una lezione, per dire un’Ave Maria per la pace, con la reazione che ha scatenato ci interroga profondamente come credenti.

Gli stessi 25 secondi usati per dire una battuta, cosa che molti docenti fanno spesso, non avrebbero creato problemi.

Chiediamo scusa come credenti per aver destabilizzato la serenità di un’Università, ma il problema è la nostra poca fede. Chi dice almeno 50 Avemarie al giorno, cioè un rosario, tanti, molto più di quelli che vanno a Messa la domenica, non capisce tutta questa agitazione.

È che a dirne tante di Avemarie si comincia a pensare che valgano poco, che di fatto siano innocue. Che non creino problemi. Grazie perciò di cuore a chi ha protestato, a chi ci ha ricordato che la preghiera è una forza, una potenza che può mettere paura a qualcuno.

Grazie a chi crede più di noi credenti che quelle poche parole smuovano i monti e i cuori tanto da sconvolgere la loro vita. Grazie a chi ci ricorda che dire Ave Maria è salutare una donna morta 2000 anni fa credendo che è viva, in grado di pregare per noi e di operare per rendere la nostra vita più buona e vicina a Dio, tanto da aiutarci ad affrontare serenamente la morte.

Grazie fratelli non credenti e anticlericali perché ci avete ricordato quali tesori possediamo senza apprezzarne adeguatamente il valore e l’importanza.


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXIX domenica Tempo Ordinario / A





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.49/2016-2017 (A) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo:  
Mt 22,15-21


"Restituite a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio", è la risposta di Gesù alla domanda-trappola che farisei ed erodiani gli hanno teso. Qualsiasi altra risposta avrebbe messo Gesù in cattiva luce agli occhi dell'occupante romano oppure a quelli del popolo di Israele che mal digeriva di dover pagare le tasse ad un re straniero. E' la ragione della richiesta di Gesù di vedere la moneta del "census" dove, oltre all'effige di Tiberio, c'era una scritta che ne attestava la divinità: 
"Tiberius Caesar, Divi Augusti Filius, Augustus Pontifex Maximus". 
 La risposta di Gesù che sembra eludere la domanda, sposta invece il problema ad un altro livello ed appare ora assai più chiara. Se possiedi la moneta di Cesare ne riconosci l'autorità e la divinità. La scena si svolge nel Tempio, dove era fatto assoluto divieto di introdurre monete non ebraiche, particolarmente quelle recanti effigi idolatriche. Chi ha tentato di cogliere in fallo Gesù è caduto nella sua stessa trappola e adesso è lui ad essere accusato, e di idolatria, il peccato più grave secondo la Torah. Ed allora: cosa spetta a Cesare e cosa a Dio?
La risposta data da Gesù non indica certamente la separazione tra la sfera temporale e quella spirituale, quasi una tacita alleanza fra altare e trono, come purtroppo è stato inteso in passato e, ahimè, anche ora. Restituire a Cesare quello che è di Cesare significa restituire all'idolo-Cesare ciò che gli appartiene: l'idolatria del potere, della forza, del danaro, significa disconoscere la sua divinità e la sua signoria e riaffermando quella di Dio. Al Signore bisogna dare ogni altra cosa, ogni bene, la vita dei suoi figli, il suo popolo, poiché tutto appartiene a Dio e nulla a Cesare, soprattutto quando quest'ultimo si impone come un Dio con potere assoluto. "Poiché, dice il Signore, Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo" (Lv 26,12)

sabato 21 ottobre 2017

"A Cesare ciò che è di Cesare. E noi siamo del Signore" di p. Ermes Ronchi - XXIX domenica Tempo Ordinario – Anno A

A Cesare ciò che è di Cesare. E noi siamo del Signore


Commento
XXIX domenica Tempo Ordinario – Anno A

Letture:  Isaia 45,1.4-6; Salmo 95; 1 Tessalonicesi 1,1-5; Matteo 22,15-21

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».


La trappola è ben congegnata: È lecito o no pagare il tributo a Roma? Stai con gli invasori o con la tua gente? Con qualsiasi risposta Gesù avrebbe rischiato la vita, o per la spada dei Romani, come istigatore alla rivolta, o per il pugnale degli Zeloti, come sostenitore degli occupanti.
Erodiani e farisei, due facce note del pantheon del potere, pur essendo nemici giurati tra loro, in questo caso si accordano contro il giovane rabbi di cui temono le parole e vogliono stroncare la carriera.
Ma Gesù non cade nella trappola, anzi: ipocriti, li chiama, cioè commedianti, la vostra esistenza è una recita. Mostratemi la moneta del tributo. Siamo a Gerusalemme, nell'area sacra del tempio, dove era proibito introdurre qualsiasi figura umana, anche se coniata sulle monete. Per questo c'erano i cambiavalute all'ingresso. I farisei, i puri, con la loro religiosità ostentata, portano dentro il luogo più sacro della nazione, la moneta pagana proibita con l'effigie dell'imperatore Tiberio. I commedianti sono smascherati: sono loro, gli osservanti, a violare la norma, mostrando di seguire la legge del denaro e non quella di Mosè. 
Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare. È lecito pagare? avevano chiesto. Gesù risponde impiegando un altro verbo, restituire, come per uno scambio: prima avete avuto, ora restituite. Lungo è l'elenco: ho ricevuto istruzione, sanità, giustizia, coesione sociale, servizi per i più fragili, cultura, assistenza... ora restituisco qualcosa.

Rendete a Cesare, vale a dire pagate tutti le imposte per servizi che raggiungono tutti. Come non applicare questa chiarezza immediata di Gesù ai nostri giorni di faticose riflessioni su manovre finanziarie, tasse, fisco; ai farisei di oggi, per i quali evadere le imposte, cioè non restituire, trattenere, è normale? 
E aggiunge: Restituite a Dio quello che è di Dio. Di Dio è la terra e quanto contiene; l'uomo è cosa di Dio. Di Dio è la mia vita, che «lui ha fatto risplendere per mezzo del Vangelo» (2Tm 1,10). Neppure essa mi appartiene.
Ogni uomo e ogni donna vengono al mondo come vite che risplendono, come talenti d'oro su cui è coniata l'immagine di Dio e l'iscrizione: tu appartieni alle sue cure, sei iscritto al suo Amore. Restituisci a Dio ciò che è di Dio, cioè te stesso.
A Cesare le cose, a Dio le persone. A Cesare oro e argento, a Dio l'uomo.
A me e ad ogni persona, Gesù ripete: tu non appartieni a nessun potere, resta libero da tutti, ribelle ad ogni tentazione di lasciarti asservire.
Ad ogni potere umano il Vangelo dice: non appropriarti dell'uomo. Non violarlo, non umiliarlo: è cosa di Dio, ogni creatura è prodigio grande che ha il Creatore nel sangue e nel respiro.



Lectio pauperum "I disabili ci rendono abili" di Mons. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna

Lectio pauperum 
"I disabili ci rendono abili" 
di Mons. Matteo Zuppi
Arcivescovo di Bologna



23 Settembre 2017

Bologna, Villa Pallavicini



Cerchiamo di "leggere" quella Parola di Dio che è la storia, i segni dei tempi che ci parlano di Gesù, che ci aiutano a capire quello che dobbiamo fare e le scelte. Il Vangelo non è fuori del tempo, anzi ci fa entrare nel tempo, ci fa capire quello che viviamo e la presenza di Dio nascosta in esso.
Ogni incontro e ogni persona sono come "versetti" e "capitoli" da comprendere: in essi si nasconde il mistero di Dio stesso. Quante cose di Dio possiamo apprendere dalla Lectio Pauperum! I poveri diventano i nostri maestri. Vogliamo aiutarci a comprendere le loro domande proprio come se si trattasse della Parola di Dio. Se li conosciamo più profondamente sapremo valutare l'importanza del servizio e, soprattutto, ameremo con più intelligenza e con quel "di più" di amore che Gesù ci chiede. Dobbiamo guardare i poveri e non quello che noi pensiamo di loro! Essi hanno il diritto alla comprensione, ad essere capiti anche nelle tante cose non dette. In verità sono così eloquenti, se ci fermiamo e li ascoltiamo. Dobbiamo andare al di là dei pregiudizi o comprensioni superficiali e comprendere con l'intelligenza dell'amore, con quella capacità di immedesimarsi che è propria della misericordia. Non smettiamo mai di capire il povero. E non basta semplicemente "fare qualcosa" per gli altri. Il povero ha diritto, forse più di tutti proprio perché è il più debole di tutti, alla tenerezza, alla comprensione, all'ascolto, alle risposte migliori al suo bisogno. E' proprio lo sguardo contemplativo, che non ci fa scappare dalla realtà, ma penetrarla. 
Se non ci fermiamo – basti pensare al sacerdote e al levita della parabola evangelica – non capiremo nulla dell'uomo abbandonato lungo la strada; resterà uno sconosciuto, che può farci paura oppure che ci dà fastidio. Noi dobbiamo fermarci. Non basta gettare uno sguardo affrettato. Certe cose si vedono solo piangendo con chi piange! Come Papa Francesco spesso ripete, dobbiamo avvicinarci, guardarlo negli occhi, toccare il suo corpo, farcene carico e portarlo in quella locanda che è la comunità. E poi ancora tornare da lui, non accontentarci di un incontro. E' bene ricordare che il povero non è una categoria astratta e sempre uguale. In ogni povero c'è sempre una domanda da capire e da discernere: scopriremo tanta sofferenza intorno a noi ma anche tante opportunità di aiuto.
Scriveva San Giovanni Crisostomo: "L'amore non guarda ai propri interessi, ma prima che ai propri guarda a quelli del prossimo, per vedere, attraverso quelli, i propri". Questo è il frutto della Lectio Pauperum, incontrando nella nostra vita e nel prossimo la presenza di Cristo, cercando di leggerla con sempre maggiore conoscenza e umanità e lasciandoci cambiare da questa. Scopriremo quanto siamo amati e la gioia di amare, capiremo tanto della vita, troveremo tanti motivi del nostro servizio. Perché i disabili non sono un oggetto, ma fratelli a pieno titolo delle nostre comunità. 
Quante barriere invisibili, oltre alle troppe barriere che ancora impediscono e sconigliao di muoversi come tutti. Dobbiamo scoprire nuovi gesti e linguaggi, forme di comprensione e di identità, nel cammino di accoglienza e cura del mistero della fragilità. Ci sono giudizi scritti, diagnosi senza appello, come i certificati di invalidità. Bisogna scoprire il pensiero inespresso e una vita interiore a molti di quei disabili misconosciuta. L'handicap non è frutto del destino o di una
colpa, non è mai il deficit che manifesta. Occorre distinguere la persona dal
sintomo e ristabilisce l'unità tra "corpo" e "anima". 
Quante volte i disabili, e con loro quindi tutti, sono allontanati o azzittiti, tanto che essi stessi pensano di avere qualche colpa, non disturbano, credono giusto non chiedere! Basta a volte solo uno sguardo di sufficienza o semplicemente insistente per far sentire un peso, poco opportuno, inutile, strano. E' sufficiente il paternalismo, che fa sentire buoni chi lo esercita, ma priva di significato chi lo subisce. E' molto più presente e molto più dannoso di quanto pensiamo! 
Solo con una misericordia eccessiva capiremo le lorodomande nascoste. E anche aiutarle a esprimersi. C'è la comunicazione facilitata: penso che l'amore vicendevole, l fedeltà nell'amicizia, il rispetto profondo, il sapere riconoscere il dono dell'altro aiuterà nella loro e nostra comunicazione, facendoci scoprire l'umanità nascosta, la belelzza dei disabili ed anche in noi, che purtroppo quasi sempre resta sepolta dalle paure, dalla superficialità, dalle difficoltà di comunicazione. Anche la nostra! Solo aiutando gi altri capiamo chi siamo. Solo amando troviamo noi stessi. 
Hanno una richiesta evidente di affetto. Come i bambini del Vangelo, che vengono portati a Gesù perchè li "accarezzasse". Eppure è proprio questa richiesta - che appare eccessiva ai discepoli scrupolosi tanto che credono così di proteggere il maestro, la sua verità, il suo tempo, le cose importanti che deve fare e dire - che ci fa capire la misericordia di Dio! Papa Francesco ha detto che "l'unico eccesso davanti all'eccessiva misericordia di Dio è eccedere nel riceverla e nel desiderio di comunicarla agli altri. Il Vangelo ci mostra tanti begli esempi di persone che esagerano pur di riceverla. Sempre la misericordia esagera, è eccessiva! Le persone più semplici, i peccatori, gli ammalati, gli indemoniati sono immediatamente innalzati dal Signore, che li fa passare dall'esclusione alla piena inclusione, dalla distanza alla festa". E' esattamente quello che ci insegnano i nostri fratelli. Ci insegnano ad esserlo e a diventarlo, perché il Regno dei cieli e per chi è come loro e se non diventeremo come bambini non entreremo nella pienezza della vita. 
Per capirlo noi dobbiamo essere esperti, certamente – nella Lectio Pauperum dobbiamo anche imparare da professionisti che ci aiutino co gli strunmentid ella ricerca e della scienza – ma soprattutto esperti di umanità. Come una mamma che ha un figlio malato e alla fine impara più dei medici, perché sa quello che serve al suo figlio e lo fa con il di più dell'amore!
Nell'Evangelii Gaudium si ricorda che (199) "Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un'attenzione rivolta all'altro "considerandolo come un'unica cosa con se stesso".
I disabili chiedono questo: essere una cosa sola con l'altro. E poi se non si accoglie e non si gareggia a stimarci a vicenda si finisce per allontanare e per disprezzare, tanto che diventano, con o senza eleganza, degli scarti. 
Esse chiedono e vivono una comunità ecclesiale meno anonima, capace di rassicurazione nelle paure, più vicina, più comunicativa, meno "condominio", tenera, più attenta alla fragilità di ognuno, più affettiva. Essi ci chiedono quello sguardo di vicinanza, quell'amicizia sociale, in una generazione così segnata dall'anonimato e allo stesso tempo, come scrive Papa Francesco nell'Evangelii Gaudium (169) "spudoratamente malata di curiosità morbosa". I disabili hanno invece una curiosità affettiva! E cel ricodano, come ci aiutano a non dimenticare, perché ricodano tutto e solo la memoria affettiva può aiutare a dare sicurezza alla loro incertezza. 
I disabili ci chiedono e insegnano "l'arte dell'accompagnamento". Del resto noi tutti abbiamo bisogno di essere accompagnati, generati, guidati, di non essere lasciati soli perché è sempre vero e per tutti che "non è buono che l'uomo sia solo". 
Essi chiedono e vivono il Vangelo, finalmente un Vangelo tutto davvero per tutti! E questo non è affatto scontato! Il dibattito che a partire dagli anni '80 si è sviluppato nella Chiesa cattolica sull'accoglienza dei disabili nella comunità ecclesiale e sulla loro partecipazione ai Sacramenti non è ancora acquisito. Spesso essi sono ancora de factco considerati presenza passiva, secondo alcuni tollerata, tanto che i pareri divergono sull' amministrazione dei Sacramenti. Qualcuno giudica inutile la loro partecipazione, invocando una pretesa comprensione intellettuale e della volontà del soggetto che vive la comunità o riceve il Sacramento. La tentazione di ridurre la fede a cerebralità come se le parole o categorie razionali siano l'unico modo per viverla è in realtà ancora molto pervasiva e diffusa. Nel Vangelo ci accorgiamo, invece, che la fede è un dono, è una fiducia molto concreta nella potenza di Gesù che guarisce e salva. Essa si esprime in modi molto vari, come ad esempio in un gesto che avvicina a Gesù dato come eccessivo da quegli stessi discepoli che amavano piuttosto discutere su chi di loro fosse il più grande e proprio per questo umiliavano i piccoli! Gesù si indigna con loro! La fede si rivela nella semplice richiesta d'aiuto o nel grido di pietà o anche nella stessa intercessione di altri. 
Non è questa la comprensione affettiva che riesce a comprendere quello che i dotti e si sapienti, invece, non riescono proprio a capire, il mistero del regno che è rivelato proprio ai piccoli? Questa si manifesta soprattutto in maniera sorprendente nella domenica. Essi ci chiedono una celebrazione che esprima un diffuso senso di gioia, per la presenza di Gesù "quell'amico che non ci lascia mai". In esistenze segnate spesso dalla sofferenza e dal limite si manifesta un'esperienza di resurrezione di una vita più forte della morte e di una domenica che fa risorgere anche dalle difficoltà della vita quotidiana, l'accettazione del proprio limite e una gioia davvero pasquale. Essi chiedono non un vangelo a metà, ma personale, chiaro, vero, dolcemente esigente, di comunione, perché nessuno è condannato alla solitudine, quella solitudine che pesa su tutti, ma in particolar modo sui deboli. Nei disabili l'adesione al Vangelo è semplice, diretta, sempre molto concreta. Il loro modo di affidarsi, voler bene e credere esprime la fede profonda di chi ha colto quello che veramente conta nella vita: l'amicizia con Gesù e la fiducia nella sua Parola che tutto può, che salva e libera dal male. Loro "immaginano" la presenza e pregano la sua misericordia, in tutte le loro occupazioni. Sotto il velo di quella che ad alcuni può apparire "stranezza" rivelano in realtà una grande sapienza, per noi che facciamo fatica a distinguere il bene e il male. Si esprimono per dire l'essenziale e trovano l'unico necessario nell'amore per il Signore, che dilata non solo le porte del cuore, ma anche la cultura, divenendo così la chiave per capire il mondo complesso.
Nella carezza di Gesù, descritta dal Vangelo di Marco, c'è tutta la tenerezza di Dio, il suo segreto di amore necessario a tutti. Senza una comprensione affettiva non si comprende la realtà e nemmeno il Vangelo! Il modo affettivo è quello del Buon Pastore. Sempre Papa Francesco nell'Evangelii Gaudium (125) afferma che "per capire questa realtà c'è bisogno di avvicinarsi ad essa con lo sguardo del Buon Pastore, che non cerca di giudicare, ma di amare. Solamente a partire dalla connaturalità affettiva che l'amore dà possiamo apprezzare la vita teologale presente nella pietà dei popoli cristiani, specialmente nei poveri". Quanto c'è di presunzione e di sopravalutazione di sé nella nostra idea di razionalità! Il dono dei disabili è quello della parresia. Parlano a tutti di quello che hanno incontrato e della loro gioia. Ma anche "sentono" la tristezza o la gioia negli altri e ne sono condizionati, come deve essere nella fraternità. Abbiamo ragione noi con la nostra freddezza, con le distanze che creiamo e sappiamo giustificare oppure la loro sensibilità? L'amicizia è un messaggio che ciascuno, malgrado si senta privo di valore o di capacità attrattiva- e questo capita anche ai cosiddetti sani ed abili, pensiamo al mondo della depressione- l'amicizia è un messaggio chiaro: "Tu vali per qualcuno". 
La loro fragilità e la loro semplicità smascherano i nostri egoismi, raddrizzano tante tortuosità inutili, liberano da ruoli cui purtroppo diamo tanto valore anche se sono proprio modani, rendono impossibili le chiacchiere che sovente si insinuano nelle nostre comunità e che la purezza di cuore dei disabili non possono tollerare. La debolezza diviene la nostra forza, liberando da pretese di autosufficienza e ci guidano all'esperienza della vicinanza e della tenerezza di Dio, a ricevere nella nostra vita il suo amore, la sua misericordia di Padre che, con discrezione e paziente fiducia, si prende cura di noi, di tutti noi. Le persone disabili ci aiutano ad accompagnare, perché la sola accoglienza non basta e a difendere, cioé a metterci dalla parte di chi è più debole, per cercare i diritti ancora troppo spesso negati. L' amicizia con Gesù è una cosa seria, vera, e viene vissuta con immediatezza e senso di contemporaneità. Tanto che istintivamente si identificano nelle figure evangeliche. Negli handicappati l'adesione al Vangelo è semplice, diretta, sempre molto concreta. Il loro modo di affidarsi, voler bene e credere esprime la fede profonda di chi ha colto quello che veramente conta nella vita: l'amicizia con Gesù e la fiducia nella sua Parola che tutto può, che salva e libera dal male. La fede consiste nell'imitare Gesù, i suoi gesti e i suoi sentimenti e si realizza nel condividere le grandi battaglie per chi soffre, per chi è vittima. Ed essi sentono istintivamente il "piangere con chi è nel pianto". 
"Tu prova ad avere un mondo del cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole", cantava un poeta. 
E' questa la condizione e la condanna di tanti deboli. La Comunità cristiana può scoprire quel mondo che è nel cuore dei disabili e che aiutano tutti a trovarlo, a non perderlo, a liberarlo da tante immagini idolatriche del proprio benessere che lo induriscono e lo rendono disumano. Solo partendo dalla nostra debolezza e smettendo di cercare una forza che non esiste e ci disumanizza scopriremo la grandezza del nostro essere uomini.

«Gesù ci chiede coerenza di vita» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
20 ottobre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
Anime truccate”



Gli ipocriti vivono di «apparenza». E come «bolle di sapone» nascondono la verità a Dio, agli altri e a se stessi, ostentando una «faccia da immaginetta» per «truccare la santità». Da questo rischio Papa Francesco ha messo in guardia nella celebrazione eucaristica di venerdì 20 ottobre a Santa Marta, invitando a smascherare «la giustificazione dell’apparenza» — dire una cosa e farne un’altra — e chiedendo di dare sempre spazio alla «coerenza di vita» e alla «verità»

«Nella prima lettura — ha subito fatto notare il Papa riferendosi al passo della lettera ai Romani (4, 1-8) — l’apostolo Paolo continua a insegnarci quale sia il vero perdono di Dio, quello che è gratuito, quello che viene dalla sua grazia, dalla sua volontà e non quello che noi pensiamo di avere per le nostre opere». Del resto, ha spiegato Francesco, «le nostre opere sono la risposta all’amore gratuito di Dio che ci ha giustificato e che ci perdona sempre». E «la nostra santità è proprio ricevere sempre questo perdono». Per tale ragione il brano della lettera di Paolo «finisce citando il salmo che abbiamo pregato: “Beati quelli le cui iniquità sono state perdonate e i peccati sono stati ricoperti; beato l’uomo al quale il Signore non mette in conto il peccato!”».

«È il Signore — ha rilanciato il Pontefice — che ci ha perdonato il peccato originale e che ci perdona ogni volta che andiamo da lui». Infatti, ha aggiunto, «noi non possiamo perdonarci i nostri peccati con le nostre opere: solo lui perdona». Da parte nostra, ha spiegato, «noi possiamo rispondere con le nostre opere a questo perdono».

Ma «Gesù, nel Vangelo, ci fa capire un’altra maniera, un altro modo di cercare la giustificazione: non per la gratuità del Signore, non per le nostre opere». E così «fa vedere quelli che si credono giusti per le apparenze: appaiono come giusti e a loro piace fare questo e sanno fare proprio la “faccia di immaginetta”, proprio come se fossero santi». Invece «sono ipocriti: “Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia”» si legge infatti nel passo evangelico di Luca (12, 1-7). «Dentro, lui stesso ha detto che è tutto sporco, ma da fuori — ha spiegato Francesco — si fanno vedere come giusti, come buoni: a loro piace passeggiare e farsi vedere ben eleganti, ostentare quando pregano e quando digiunano, quando danno l’elemosina». Però, ha messo in guardia il Papa, «tutto è apparire, apparire, ma dentro al cuore non c’è nulla, non c’è sostanza in quella vita, è una vita ipocrita: cioè, come dice la parola, sotto c’è la verità e la verità è nulla».

Ed ecco perché, ha affermato il Pontefice, «è saggio il consiglio di Gesù davanti a questa gente: fate quello che dicono perché dicono verità, ma non quello che fanno perché fanno il contrario». In effetti, ha insistito Francesco, «questi truccano l’anima, vivono del trucco: la santità è un trucco per loro». Invece «Gesù sempre ci chiede di essere veritieri, ma veritieri dentro al cuore: e se qualcosa appare, che appaia questa verità, quello che è dentro al cuore».

Proprio per questa ragione Gesù dà «quel consiglio: quando tu preghi, vai a farlo di nascosto; quando tu digiuni, lì sì, truccati un po’, perché nessuno veda nella faccia la debolezza del digiuno; e quando tu dai l’elemosina, che la tua mano sinistra non sappia quello che fa la destra, fallo di nascosto». Insomma, Gesù consiglia esattamente «il contrario di quello che fa questa gente: apparire». In loro c’è «la giustificazione dell’apparenza: sono bolle di sapone che oggi ci sono e domani non ci sono più». Invece «Gesù ci chiede coerenza di vita, coerenza fra quello che facciamo e quello che viviamo».

«La falsità fa tanto male, l’ipocrisia fa tanto male: è un modo di vivere» ha fatto presente il Pontefice. «Nel salmo — ha ricordato — abbiamo chiesto la grazia della verità davanti al Signore» ed «è bello quello che abbiamo chiesto: Signore, ti ho fatto conoscere il mio peccato, non l’ho nascosto, non ho coperto la mia colpa, non ho truccato la mia anima». E, ancora, il salmo 31 recita così: «Ho detto: “Confesserò al Signore le mie iniquità” e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato».

«Sempre la verità davanti a Dio, sempre», ha esortato il Papa. «E questa verità davanti a Dio — ha spiegato — è quella che fa spazio perché il Signore ci perdoni; invece l’ipocrisia» è l’esatto contrario. Tanto che «all’inizio questa gente sa» di essere «ipocrita, dice una cosa e non la fa: ma con l’abitudine anche loro credono di essere giusti».

Ad esempio, ha suggerito Francesco, «pensiamo alla preghiera di quel dottore della legge davanti all’altare: “Ti ringrazio, Signore, grazie tante!”». Non aggiunge però «perché mi hai perdonato» ma dice: «perché non sono come gli altri, io faccio tutto quello che si deve fare». E, ha proseguito il Papa, «poi volta la testa: “Neppure sono come quello che ha fatto questo, questo, questo...”». Le persone ipocrite «accusano sempre gli altri ma non hanno imparato la saggezza di accusare se stessi» ha concluso il Pontefice, invitando a chiedere al Signore, con le parole del salmo 31, «la grazia della verità interiore e di poter dire con verità: “Ti ho fatto conoscere il mio peccato, sono io ad accusarmi, non ho coperto la mia colpa”».
(fonte: L'Osservatore Romano)


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