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giovedì 30 marzo 2017

#stopbullismo #noalbullismo Anche noi diciamo Stop al bullismo

Papa Francesco agli 80 mila ragazzi riuniti allo Stadio “Giuseppe Meazza” di San Siro a Milano sabato 25 marzo:

C’è un fenomeno brutto in questi tempi, che mi preoccupa, nell’educazione: il bullying. Per favore, state attenti. [grande applauso] E adesso domando a voi, cresimandi. In silenzio, ascoltatemi. In silenzio. Nella vostra scuola, nel vostro quartiere, c’è qualcuno o qualcuna del quale o della quale voi vi fate beffa, che voi prendete in giro perché ha quel difetto, perché è grosso, perché è magro, per questo, per quest’altro? Pensateci. E a voi piace fargli provare vergogna e anche picchiarli per questo? Pensateci. Questo si chiama bullying. Per favore… [accenno di applauso] No, no! Ancora non ho finito. 
Per favore, per il sacramento della Santa Cresima, fate la promessa al Signore di non fare mai questo e mai permettere che si faccia nel vostro collegio, nella vostra scuola, nel vostro quartiere. Capito?
[Ragazzi: Sì!]
Mi promettete: mai, mai prendere in giro, fare beffa, un compagno di scuola, di quartiere… Promettete questo, oggi?
[Ragazzi: Sì!]
Bene. Questo “sì” lo avete detto al Papa. Ora, in silenzio, pensate che cosa brutta è questa, e pensate se siete capaci di prometterlo a Gesù. Promettete a Gesù di non fare mai questo bullying?
 [Ragazzi: Sì!]


Stop al bullismo. “Ma Basta”: 
l’appello del Papa è importante, ora serve una mobilitazione dal basso

Dopo le parole di Francesco contro il bullismo, pronunciate di fronte agli ottantamila cresimandi che gremivano lo stadio milanese di San Siro, il movimento “MaBasta” ricorda che "se c'è una speranza di fermare questa piaga, sta nella mobilitazione dal basso degli stessi ragazzi". Oltre ai “bulliziotti”, studenti punti di riferimento contro il bullismo, un'altra idea che si sta diffondendo è quella della “bullibox”, una scatola in ogni scuola a cui poter affidare anche in forma anonima segnalazioni di casi o episodi da approfondire

Le parole del Papa contro il bullismo sono destinate a lasciare il segno. Agli ottantamila cresimandi che gremivano lo stadio milanese di San Siro, sabato scorso, Francesco ha chiesto un minuto di silenzio per riflettere su questo fenomeno, divenuto una vera e propria piaga nel mondo dei giovanissimi e persino dei bambini. Ma ha anche chiesto loro di promettere di non compiere mai atti di bullismo e di “mai permettere” che siano compiuti nei loro contesti di vita, cominciando dalla scuola. E’ su quest’ultimo aspetto – l’invito forte a un impegno attivo contro il bullismo – che vuole soffermarsi Daniele Manni, il docente di informatica che è l’ispiratore di “MaBasta”, l’iniziativa nata oltre un anno fa tra gli studenti dell’istituto Galilei-Costa di Lecce. “E’ particolarmente importante – spiega – perché nel fenomeno del bullismo una parte molto rilevante è quella degli spettatori, di coloro che non solo guardano e non intervengono, ma diventano anche amplificatori. Ed è importante soprattutto perché, se c’è una speranza di fermare questa piaga, essa sta nella mobilitazione dal basso degli stessi ragazzi. Vedendo quel che sta accadendo con MaBasta le confesso che sto cominciando a sperare in un cambiamento”.

MaBasta è un acronimo che sta per Movimento Anti Bullismo Animato da STudenti Adolescenti ma che rappresenta anche un grido di ribellione contro le violenze e i soprusi. Nel loro sito (mabasta.org) gli studenti raccontano con molta semplicità ed efficacia la nascita del movimento. “L’idea – scrivono – ci è venuta quando a gennaio 2016 abbiamo parlato in classe del caso della ragazza di Pordenone che ha tentato di farla finita perché non ce la faceva più a sopportare le azioni di bullismo da parte dei compagni. Siccome il nostro prof di informatica ci diceva sempre che è molto meglio ‘fare’ qualcosa anziché semplicemente parlarne, allora ci siamo chiesti cosa potessimo fare di concreto per almeno tentare di frenare questo bruttissimo fenomeno”. Di qui la decisione di creare “una specie di associazione di giovani e giovanissimi che, come noi, vogliono fermare il bullismo, per dimostrare alle bulle e ai bulli che quelli contrari sono molto più numerosi”. Pordenone e Lecce sono proprio ai due capi della penisola, ma gli studenti del Galilei-Costa si sono riconosciuti in in una situazione che non conosce confini e da cui nessuno può sentirsi immune. La loro mobilitazione ha trovato spazi larghi in cui diffondersi.

“Sono state nel complesso circa 500 le scuole che si sono messe in contatto con MaBasta, ma il dato che a me pare più significativo – sottolinea Manni – è quello dei 200 istituti in cui sono stati gli studenti a cercare i loro coetanei di Lecce”.

La pagina Facebook ha raccolto 34mila “mi piace”, il video che supporta la campagna per le “classi debullizzate” ha superato ampiamente il milione di visualizzazioni. La mobilitazione si diffonde così, dal basso, gradualmente, anche se un ruolo importante lo hanno avuto i media. Chi ha visto in tv il festival di Sanremo si ricorderà i ragazzi di MaBasta con le loro felpe rosse sul palco dell’Ariston.

Contro il bullismo i verbi-chiave sono “responsabilizzarsi” e “unirsi”. “Quando i ragazzi di MaBasta vanno a parlare ai loro coetanei delle scuole – racconta il docente – quello che propongono è di organizzarsi in un ‘contro-branco’. Se ci si espone da soli, si rischia di diventare l’ennesima vittima dei bulli, ma quando tutta una classe si muove e li isola, allora le cose possono cambiare”. I ragazzi stanno portando avanti una sperimentazione (in seguito a un bando del dipartimento per le pari opportunità) in tre classi delle scuole del circondario. “I primi segnali sono positivi – riferisce Manni – il fatto stesso che ci siano degli alunni che alzano la mano per chiedere di diventare ‘bulliziotti’ o ‘bulliziotte’ è un elemento forte”.

Oltre ai “bulliziotti”, studenti punti di riferimento contro il bullismo, un’altra idea che sta piacendo è quella della “bullibox”, una scatola in ogni scuola a cui poter affidare anche in forma anonima segnalazioni di casi o episodi da approfondire.

Se gli studenti si mobilitano, Manni parla con amarezza del bullismo anche come conseguenza del “fallimento degli adulti”. Se il fenomeno “è molto forte nelle elementari e nelle medie – osserva – proprio non riesco a dare la colpa ai ragazzi”. Nelle famiglie il terreno di coltura del bullismo è la mancanza di dialogo. “Ai genitori ripeto sempre di investire ogni energia nel cercare di dialogare con i figli. Non si tratta di fare gli amici, il rapporto è genitoriale – puntualizza il docente, con trent’anni di esperienza di educatore sulle spalle – ma i nostri figli hanno bisogno di sentire al loro fianco un adulto con cui confidarsi”.
(fonte: Sir)

L’alleato più prezioso dei bulli e il peggior nemico delle vittime di bullismo è il silenzio. La scuola è tra i primi luoghi in cui si verificano atti di bullismo. Eppure nessuno parla, nessuno denuncia ai docenti, nessuno si confida con i genitori; nei corridoi, tra i banchi di scuola e nei cortili, il silenzio regna sovrano. E’ ora di parlare, è ora di dire basta con questi bulli, fermiamo il bullismo. Una parola, una frase o uno slogan a volte possono essere la fine del silenzio e l’inizio di un qualcosa di positivo.

Ecco perché per combattere il bullismo è importante sensibilizzare la campagna contro i bulli, noi nel nostro piccolo cerchiamo di farlo e voi siete pronti a dire No al bullismo?



mercoledì 29 marzo 2017

«Che cosa significa avere la vera luce, camminare nella luce?» Papa Francesco Angelus 26/03/2017 (testo e video)

 26 marzo 2017 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Al centro del Vangelo di questa quarta domenica di Quaresima si trovano Gesù e un uomo cieco dalla nascita (cfr Gv 9,1-41). Cristo gli restituisce la vista e opera questo miracolo con una specie di rito simbolico: prima mescola la terra alla saliva e la spalma sugli occhi del cieco; poi gli ordina di andare a lavarsi nella piscina di Siloe. Quell’uomo va, si lava, e riacquista la vista. Era un cieco dalla nascita. Con questo miracolo Gesù si manifesta e si manifesta a noi come luce del mondo; e il cieco dalla nascita rappresenta ognuno di noi, che siamo stati creati per conoscere Dio, ma a causa del peccato siamo come ciechi, abbiamo bisogno di una luce nuova; tutti abbiamo bisogno di una luce nuova: quella della fede, che Gesù ci ha donato. Infatti quel cieco del Vangelo riacquistando la vista si apre al mistero di Cristo. Gesù gli domanda: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?» (v. 35). «E chi è, Signore, perché io creda in lui?», risponde il cieco guarito (v. 36). «Lo hai visto: è colui che parla con te» (v. 37). «Credo, Signore!» e si prostra dinanzi a Gesù.

Questo episodio ci induce a riflettere sulla nostra fede, la nostra fede in Cristo, il Figlio di Dio, e al tempo stesso si riferisce anche al Battesimo, che è il primo Sacramento della fede: il Sacramento che ci fa “venire alla luce”, mediante la rinascita dall’acqua e dallo Spirito Santo; così come avvenne al cieco nato, al quale si aprirono gli occhi dopo essersi lavato nell’acqua della piscina di Siloe. Il cieco nato e guarito ci rappresenta quando non ci accorgiamo che Gesù è la luce, è «la luce del mondo», quando guardiamo altrove, quando preferiamo affidarci a piccole luci, quando brancoliamo nel buio. Il fatto che quel cieco non abbia un nome ci aiuta a rispecchiarci con il nostro volto e il nostro nome nella sua storia. Anche noi siamo stati “illuminati” da Cristo nel Battesimo, e quindi siamo chiamati a comportarci come figli della luce. E comportarsi come figli della luce esige un cambiamento radicale di mentalità, una capacità di giudicare uomini e cose secondo un’altra scala di valori, che viene da Dio. Il sacramento del Battesimo, infatti, esige la scelta di vivere come figli della luce e camminare nella luce. Se adesso vi chiedessi: “Credete che Gesù è il Figlio di Dio? Credete che può cambiarvi il cuore? Credete che può far vedere la realtà come la vede Lui, non come la vediamo noi? Credete che Lui è luce, ci dà la vera luce?” Cosa rispondereste? Ognuno risponda nel suo cuore.

Che cosa significa avere la vera luce, camminare nella luce? Significa innanzitutto abbandonare le luci false: la luce fredda e fatua del pregiudizio contro gli altri, perché il pregiudizio distorce la realtà e ci carica di avversione contro coloro che giudichiamo senza misericordia e condanniamo senza appello. Questo è pane tutti i giorni! Quando si chiacchiera degli altri, non si cammina nella luce, si cammina nelle ombre. Un’altra luce falsa, perché seducente e ambigua, è quella dell’interesse personale: se valutiamo uomini e cose in base al criterio del nostro utile, del nostro piacere, del nostro prestigio, non facciamo la verità nelle relazioni e nelle situazioni. Se andiamo su questa strada del cercare solo l’interesse personale, camminiamo nelle ombre.

La Vergine Santa, che per prima accolse Gesù, luce del mondo, ci ottenga la grazia di accogliere nuovamente in questa Quaresima la luce della fede, riscoprendo il dono inestimabile del Battesimo, che tutti noi abbiamo ricevuto. E questa nuova illuminazione ci trasformi negli atteggiamenti e nelle azioni, per essere anche noi, a partire dalla nostra povertà, dalle nostre pochezze, portatori di un raggio della luce di Cristo.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

ieri ad Almería (Spagna) sono stati proclamati beati José álvarez-Benavides y de la Torre e centoquattordici compagni martiri. Questi sacerdoti, religiosi e laici sono stati testimoni eroici di Cristo e del suo Vangelo di pace e di riconciliazione fraterna. Il loro esempio e la loro intercessione sostengano l’impegno della Chiesa nell’edificare la civiltà dell’amore.

Saluto tutti voi, provenienti da Roma, dall’Italia e da diversi Paesi, in particolare i pellegrini di Córdoba (Spagna), i giovani del collegio Saint-Jean de Passy di Parigi, i fedeli di Loreto, i fedeli di Quartu Sant’Elena, Rende, Maiori, Poggiomarino e gli adolescenti del decanato “Romana-Vittoria” di Milano. 
E a proposito di Milano vorrei ringraziare il Cardinale Arcivescovo e tutto il popolo milanese per la calorosa accoglienza di ieri. Veramente mi sono sentito a casa, e questo con tutti, credenti e non credenti. Vi ringrazio tanto, cari milanesi, e vi dirò una cosa: ho constatato che è vero quello si dice: “A Milan si riceve col coeur in man!”.

Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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Donne musulmane sul ponte di Westminster, mano nella mano per dire NO al terrorismo

Donne musulmane sul ponte di Westminster, 
mano nella mano per dire NO al terrorismo

Il ponte delle musulmane, centinaia di donne velate mettono il loro corpo contro il terrorismo

Adesso ci hanno messo la faccia loro. Con una lunga catena umana sul ponte di Westminster un centinaio di mamme, figlie, sorelle, mogli, nonne, le tante età dell’altra metà del cielo islamico hanno voluto dire un no corale al terrorismo ma anche agli uomini che seminano morte nel nome della fede in cui queste donne credono. A lanciare l’idea è stata la Women’s March London, a raccoglierla tante londinesi qualsiasi. 

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Non è la prima volta che le musulmane alzano la voce. Anzi. Le abbiamo viste in prima linea durante le primavere arabe al punto che Olso assegnò il Nobel per la pace di quell’anno a una di loro, la yemenita Tawakal Karaman. Le abbiamo viste organizzarsi per l’autodifesa contro le molestie in mille modi diversi, dalle Tahrir Bodyguard alla boxeur giordana Lina Khalefieh. Le abbiamo viste sfidare il più delirante tra i divieti sauditi e guidare giacobinamente l’automobile. Le abbiamo viste tra le file dei Peshmerga curdi, fiere di battersi a morte contro l’avanzata dell’Isis. E poi le vediamo ogni giorno intorno a noi, componente importantissima e vitale dell’islam europeo troppo spesso richiusa dentro la griglia manichea del velo. A Westminster portavano quasi tutte il velo, qualcuna era truccata, altre no, c’erano volti giovani e meno giovani, occhiali da sole, piercing, colori e tinte scure. Non c’è stato bisogno che dicessero un granché: il loro stesso corpo moltiplicato sul marciapiede insanguinato dal killer Khalid Masood era già uno slogan, body art. 

Domenica centinaia di musulmani si erano riversati nel centro di Birmingham con i cartelli #NotInMyname, non in mio nome. Anche lì a guidarli c’era un’attivista, Salma Yacoub. Le donne di Westminster hanno fatto di più. Si sono allineate proprio laddove pochi giorni fa i concittadini morivano colpiti dall’auto kamikaze e una di loro immortalata al telefonino veniva accusa di indifferenza. Anche loro sono Londra, anche loro ci dicono che non hanno paura.

(fonte: LA STAMPA)

“Europa metta al centro l’uomo non la moneta” card. Francesco Montenegro



“Europa metta al centro 
l’uomo 
non la moneta” 
card. Francesco Montenegro




Fino a quando ci sarà un’Europa che metterà la moneta al centro ci sarà poco da sperare in un cambiamento. Ma se soltanto l’uomo sarà messo al centro allora insieme riusciremo a fare il cammino dovuto”. Lo ha detto l’arcivescovo di Agrigento e presidente della Caritas italiana, il card. Francesco Montenegro, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, a margine del 39° Convegno nazionale delle Caritas diocesane a Castellaneta (Taranto).
“Il muro oscura ciò che c’è davanti – ha aggiunto il card. Montenegro - e a furia di alzare i muri oscureremo il futuro. Questa è la responsabilità di un’Europa che un po’ cade in contraddizione. Ieri erano tutti contenti per la firma in occasione dei Trattati di Roma ma la storia che vogliono mostrare e aiutarci a vivere è fatta di un passato che non ha retto”.

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Servizio TG2000

«Vuoi guarire? Vuoi essere felice? Vuoi migliorare la tua vita? Vuoi essere pieno dello Spirito Santo?» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
28 marzo 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
Radici secche”

C’è un peccato che «paralizza» il cuore dell’uomo, lo fa «vivere nella tristezza» e gli fa «dimenticare la gioia». Si tratta dell’«accidia», quell’atteggiamento che porta le persone a essere come alberi dalle «radici secche» e a «non avere voglia di andare avanti». Per costoro la parola di Gesù è come una scossa: «alzati!», prendi in mano la tua vita e «vai avanti!». Sono le parole che il Papa ha ripetuto nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta nella mattina di martedì 28 marzo.

Tutta la meditazione del Pontefice, seguendo la liturgia del giorno, è stata accompagnata da uno dei simboli più importanti e ricorrenti nella Bibbia, quello dell’acqua. Nella prima lettura, infatti Ezechiele (47, 1-9.12) «ci parla dell’acqua, di un’acqua che usciva dal tempio di Dio, l’acqua di Dio, un’acqua benedetta». Si tratta, ha specificato il Papa, di «un torrente d’acqua, tanta acqua». Un’acqua «risanatrice». Il profeta descrive «tanti alberi verdi, belli» che crescevano «vicino a quell’acqua»: sono chiaramente un simbolo per significare «la grazia, l’amore, la benedizione di Dio». Questi alberi, infatti «erano verdi, belli, non erano secchi». E se si accostano queste parole a quelle del salmo 1 — «Beato il giusto perché sarà come un albero che cresce lungo i corsi d’acqua — si comprende immediatamente la simbologia applicata alla «persona giusta e buona».

Anche nel Vangelo di Giovanni (5, 1-16), ha fatto notare il Pontefice, si incontra l’acqua. È quella della piscina di Betzàta, una piscina «con cinque portici sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi, paralitici». La tradizione, ha spiegato Francesco, voleva che ogni tanto scendesse dal cielo un angelo a muovere le acque e che le prime persone che in quel momento si fossero gettate lì sarebbero state guarite. Quindi questa gente stava sempre ad aspettare, «chiedendo la guarigione».

Fra di loro c’era un paralitico che era lì da ben trentotto anni. E Gesù, «che conosceva il cuore di quell’uomo» e sapeva che da molto tempo era in quelle condizioni, «gli disse: “Vuoi guarire?”». Innanzitutto, ha osservato il Papa, occorre notare quanto sia «bello» che Gesù dica al paralitico e, attraverso di lui, anche agli uomini del nostro tempo: «Vuoi guarire? Vuoi essere felice? Vuoi migliorare la tua vita? Vuoi essere pieno dello Spirito Santo? Vuoi guarire?».

Di fronte a una domanda del genere, ha continuato Francesco, «tutti gli altri che erano lì, infermi, ciechi, zoppi, paralitici avrebbero detto: “Sì, Signore, sì!”». Invece costui sembra proprio «un uomo strano» e «rispose a Gesù: “Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita; mentre infatti sto per andarvi un altro scende prima di me”». La sua risposta, cioè, «è una lamentela: “Ma guarda, Signore, quanto brutta, quanto ingiusta è stata la vita con me. Tutti gli altri possono andare e guarire e io da 38 anni che cerco ma...”».

Ha spiegato il Pontefice: «Quest’uomo era come l’albero, era vicino all’acqua ma aveva le radici secche, aveva le radici secche e quelle radici non arrivavano all’acqua, non poteva prendere la salute dall’acqua». Una realtà che ben «si capisce dall’atteggiamento, dalle lamentele» e dal suo cercare sempre «di dare la colpa all’altro: “Ma sono gli altri che vanno prima di me, io sono un poveraccio qui da 38 anni...”».

Appare qui ben descritto «il peccato dell’accidia», un «brutto peccato». Quest’uomo, ha detto il Papa, «era malato non tanto dalla paralisi ma dall’accidia, che è peggio di avere il cuore tiepido, peggio ancora». L’accidia, ha continuato, è quel vivere tanto per vivere, è quel «non avere voglia di andare avanti, non avere voglia di fare qualcosa nella vita»: è l’«aver perso la memoria della gioia». Addirittura «quest’uomo neppure di nome conosceva la gioia, l’aveva persa».

Si tratta, ha ribadito il Pontefice, di una «malattia brutta», che porta a nascondersi dietro giustificazioni del tipo: «Ma sono comodo così, mi sono abituato... Ma la vita è stata ingiusta con me...». Così dietro le parole del paralitico, «si vede il risentimento, l’amarezza di quel cuore». Eppure «Gesù non lo rimprovera», lo guarda e gli dice: «Alzati, prendi la barella e vai via». E quell’uomo prende la barella e va via.

Il racconto evangelico continua, specificando che il fatto avvenne di sabato e che l’uomo incontrò i dottori della legge che gli obbiettarono: «Ma no, non ti è lecito, perché il codice dice che il sabato non si può fare questo... E chi ti ha guarito?». Riferendosi a Gesù continuavano: «No, quello no, perché va contro il codice, non è di Dio quell’uomo». Di fronte a questa scena il Papa ha tracciato un breve profilo di quell’uomo, una persona che «non sapeva come arrangiarsi nella vita» e che a Gesù «neppure aveva detto “grazie”». Neanche gli aveva chiesto il nome. L’uomo si è semplicemente «alzato con quell’accidia» che lo contraddistingueva e se ne è andato. Un distacco che fa ancora una volta apparire quanto l’accidia sia «un brutto peccato».

Questo peccato, ha spiegato il Papa, può coinvolgere ogni uomo: è «vivere perché è gratis l’ossigeno, l’aria», è «vivere sempre guardando gli altri che sono più felici di me, vivere nella tristezza, dimenticare la gioia». È, insomma, «un peccato che paralizza, ci fa paralitici. Non ci lascia camminare». E anche a noi Gesù oggi dice: «Alzati, prendi la tua vita come sia, bella, brutta come sia, prendila e vai avanti. Non avere paura, vai avanti con la tua barella — “Ma, Signore, non è l’ultimo modello...” — Ma vai avanti! Con quella barella brutta, forse, ma vai avanti! È la tua vita è la tua gioia».

La prima domanda che il Signore pone a tutti, oggi, è quindi: «Vuoi guarire?». E se la risposta è «Sì, Signore», Gesù esorta: «Alzati!». Perciò, ha concluso il Pontefice richiamando l’antifona della messa («“Voi che avete sete venite alle acque — sono acque gratis, non a pagamento — voi dissetatevi con gioia”»), se «noi diciamo al Signore: “Sì, voglio guarire. Sì, Signore, aiutami che voglio alzarmi”, sapremo com’è la gioia della salvezza».

(fonte: L'Osservatore Romano)

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martedì 28 marzo 2017

25 marzo 2017 Papa Francesco conquista Milano / 5 (foto, testi e video)




 25 marzo 2017 

«Per il sacramento della santa Cresima, fate la promessa al Signore di non fare mai atti di bullismo, né mai di permettere che si faccia nella vostra scuola e nel vostro quartiere. Questo sì l’avete detto al Papa, adesso in silenzio pensate che cosa brutta è questa e se siete capaci di prometterlo a Gesù». È la conclusione perentoria del discorso di papa Francesco ai Cresimandi 2017 e Cresimati 2016 ambrosiani, riuniti in 80 mila con i loro genitori e catechisti, padrini e madrine, come da tradizione ambrosiana dal 1973 allo Stadio “Giuseppe Meazza” di San Siro a Milano, per l’incontro con il Santo Padre. Assieme a loro, oltre quattrocento volontari e mille adolescenti dagli Oratori dell’intera Diocesi impegnati nelle figurazioni coreografiche e nell’assistenza del lungo pomeriggio.

Un pomeriggio intenso concluso da un discorso emozionante di 40 minuti, che ha alternato momenti di tenerezza e allegria ad altri di riflessione e curiosità, strutturato - sull’esempio dell’incontro con Benedetto XVI nel 2012 - a partire dalle risposte a tre domande rivolte da un ragazzo, una coppia di genitori e una catechista.

Dopo l’apertura dei cancelli, già alle ore 14 era iniziata l’animazione con band degli Oratori di Bresso e Lainate, a cui è seguita l’animazione dei ragazzi della Fom (Fondazione Oratori Milanesi) e dell’Acr (Azione Cattolica Ragazzi) con canti, cori e coreografie sugli spalti a ingannare l’attesa. Alle ore 15.30 l’educatore Andrea Ballabio, in arte “Ciccio Pasticcio”, co-fondatore della onlus Pepita, aveva poi raccontato con poche ma efficaci parole il tema del bullismo, seguito dopo mezz’ora dalla giornalista Francesca Fialdini, conduttrice di “UnoMattina” ogni giorno su Rai1, che aspettando l’arrivo del Papa ha presentato la campagna “Cresciuto in Oratorio” (www.cresciutoinoratorio.it), con due volti celebri che l’hanno sostenuta: il cantante Davide Van De Sfroos, che ha intonato due canzoni del suo repertorio, e l’attore Giacomo Poretti, che ha raccontato con la consueta ironia la sua esperienza in Oratorio e di quando ha ricevuto il sacramento della Cresima.

All’evento è stata inoltre collegata una raccolta fondi promossa da Caritas Ambrosiana per contribuire alla costruzione della “Casa del futuro” ad Amatrice (Ri). Si tratta di una casa d’accoglienza e sostegno sociale per adolescenti e giovani in difficoltà, che può anche ospitare gruppi parrocchiali per esperienze di vita comune e campi scuola: a raccogliere simbolicamente l’offerta è stato il Vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, intervistato da Francesca Fialdini sul progetto di Caritas Ambrosiana “Casa del Futuro”.

Poco prima dell’arrivo del Papa - in auto con il tradizionale giro dello stadio a salutare tutti i presenti - è stato fra l’altro annunciato il tema dell’Oratorio estivo 2017: “DettoFatto”, sulla meraviglia della Creazione.

Il Pontefice è quindi salito sul palco e dopo il Vangelo del giorno sull’Annunciazione (Luca 1, 26-38), accompagnato dalle coreografie dei ragazzi della Fom, ha ricevuto e risposto alle domande di un ragazzo, una coppia di genitori e una catechista.








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DOMANDA DI UN RAGAZZO

Ciao, io sono Davide e vengo da Cornaredo. Volevo farti una domanda: Ma a te, quando avevi la nostra età, che cosa ti ha aiutato a far crescere l’amicizia con Gesù?

Papa Francesco:

Buonasera!

Davide ha fatto una domanda molto semplice, alla quale per me è facile rispondere, perché devo soltanto fare un po’ di memoria dei tempi nei quali io avevo l’età vostra. E la sua domanda è: “Quando tu avevi la nostra età, che cosa ti ha aiutato a far crescere l’amicizia con Gesù?”. Sono tre cose, ma con un filo che le unisce tutt’e tre. La prima cosa che mi ha aiutato sono stati i nonni. “Ma come, Padre, i nonni possono aiutare a far crescere l’amicizia con Gesù?”. Cosa pensate voi? Possono o non possono?

Ragazzi:
Sì!

Papa Francesco:
Ma i nonni sono vecchi!

Ragazzi:
No!

Papa Francesco:
No? Non sono vecchi?

Ragazzi:
Sì!

Papa Francesco:
Sono vecchi… I nonni sono di un’altra epoca: i nonni non sanno usare il computer, non hanno il telefonino… Domando un’altra volta: i nonni, possono aiutarti a crescere nell’amicizia con Gesù?

Ragazzi:
Sì!

Papa Francesco:
E questa è stata la mia esperienza: i nonni mi hanno parlato normalmente delle cose della vita. Un nonno era falegname e mi ha insegnato come con il lavoro Gesù ha imparato lo stesso mestiere, e così, quando io guardavo il nonno, pensavo a Gesù. L’altro nonno mi diceva di non andare mai a letto senza dire una parola a Gesù, dirgli “buonanotte”. La nonna mi ha insegnato a pregare, e anche la mamma; l’altra nonna lo stesso… La cosa importante è questa: i nonni hanno la saggezza della vita. Cosa hanno i nonni?

Ragazzi:
La saggezza della vita.

Papa Francesco:
Hanno la saggezza della vita. E loro con quella saggezza ci insegnano come andare più vicini a Gesù. A me lo hanno fatto. Primo, i nonni. Un consiglio: parlate con i nonni. Parlate, fate tutte le domande che volete. Ascoltate i nonni. E’ importante, in questo tempo, parlare con i nonni. Avete capito?

Ragazzi:
Sì!

Papa Francesco:
E voi, quelli che avete i nonni vivi, farete uno sforzo per parlare, fare loro domande, ascoltarli? Farete lo sforzo? Farete questo lavoro?

Ragazzi:
Sì…

Papa Francesco:
Non siete molto convinti. Lo farete?

Ragazzi:
Sì!

Papa Francesco:
I nonni. Poi, mi ha aiutato tanto giocare con gli amici, perché giocare bene, giocare e sentire la gioia del gioco con gli amici, senza insultarci, e pensare che così giocava Gesù… Ma, vi domando, Gesù giocava? O no?

Ragazzi:
Sì!

Papa Francesco:
Ma era Dio! Dio no, non può giocare… Giocava Gesù?

Ragazzi:
Sì!

Papa Francesco:
Siete convinti. Sì, Gesù giocava, e giocava con gli altri. E a noi fa bene giocare con gli amici, perché quando il gioco è pulito, si impara a rispettare gli altri, si impara a fare la squadra, in équipe, a lavorare tutti insieme. E questo ci unisce a Gesù. Giocare con gli amici. Ma - è una cosa che credo qualcuno di voi ha detto - litigare con gli amici, aiuta a conoscere Gesù?

Ragazzi:
No!

Papa Francesco:
Come?

Ragazzi:
No!

Papa Francesco:
Va bene. E se uno litiga, perché è normale litigare, ma poi chieda scusa, e finita è la storia. E’ chiaro?

Ragazzi:
Sì!

Papa Francesco:
A me ha aiutato tanto giocare con gli amici. E una terza cosa che mi ha aiutato a crescere nell’amicizia con Gesù è la parrocchia, l’oratorio, andare in parrocchia, andare all’oratorio e radunarmi con gli altri: questo è importante! A voi piace, andare in parrocchia?

Ragazzi:
Sì!

Papa Francesco:
A voi piace… - ma dite la verità - a voi piace andare a Messa?

Ragazzi:
Sì!

Papa Francesco:
[ride] Non sono sicuro… A voi piace andare all’oratorio?

Ragazzi:
Sì!

Papa Francesco:
Ah, questo sì, vi piace. E queste tre cose faranno – davvero, questo è un consiglio che vi do – queste tre cose vi faranno crescere nell’amicizia con Gesù: parlare con i nonni, giocare con gli amici e andare in parrocchia e in oratorio. Perché, con queste tre cose, tu pregherai di più. [applausi] E la preghiera è quel filo che unisce le tre cose. Grazie. [applausi]
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DOMANDA DI DUE GENITORI

Buona sera. Siamo Monica e Alberto, e siamo genitori di tre ragazzi di cui l’ultima il prossimo ottobre riceverà la Santa Cresima. La domanda che volevamo farLe è questa: come trasmettere ai nostri figli la bellezza della fede? A volte ci sembra così complicato poter parlare di queste cose senza diventare noiosi e banali o, peggio ancora, autoritari. Quali parole usare?

Papa Francesco:

Grazie. Io queste domande le avevo prima… Sì, perché me le avete inviate, e per essere chiaro nella risposta, ho preso qualche appunto, ho scritto qualcosa, e adesso vorrei rispondere a Monica e ad Alberto.

a. Credo che questa è una delle domande-chiave che tocca la nostra vita come genitori: la trasmissione della fede, e tocca anche la nostra vita come pastori e come educatori. La trasmissione della fede. E mi piacerebbe rivolgere a voi questa domanda. E vi invito a ricordare quali sono state le persone che hanno lasciato un’impronta nella vostra fede e che cosa di loro vi è rimasto più impresso. Quello che hanno domandato i bambini a me, io lo domando a voi. Quali sono le persone, le situazioni, le cose che vi hanno aiutato a crescere nella fede, la trasmissione della fede. Invito voi genitori a diventare, con l’immaginazione, per qualche minuto nuovamente figli e a ricordare le persone che vi hanno aiutato a credere. “Chi mi ha aiutato a credere?”. Il padre, la madre, i nonni, una catechista, una zia, il parroco, un vicino, chissà… Tutti portiamo nella memoria, ma specialmente nel cuore qualcuno che ci ha aiutato a credere. Adesso vi faccio una sfida. Un attimino di silenzio… e ognuno pensi: chi mi ha aiutato a credere? E io rispondo da parte mia, e per rispondere la verità devo tornare con il ricordo in Lombardia… [grande applauso] A me ha aiutato a credere, a crescere tanto nella fede, un sacerdote lodigiano, della diocesi di Lodi; un bravo sacerdote che mi ha battezzato e poi durante tutta la mia vita, io andavo da lui; in alcuni momenti più spesso, in altri meno…; e mi ha accompagnato fino all’entrata nel noviziato [dei Gesuiti]. E questo lo devo a voi lombardi, grazie! [applausi] E non mi dimentico mai di quel sacerdote, mai, mai. Era un apostolo del confessionale, un apostolo del confessionale. Misericordioso, buono, lavoratore. E così mi ha aiutato a crescere.

Ognuno ha pensato la persona? Io ho detto chi ha aiutato me.

E vi domanderete il perché di questo piccolo esercizio. I nostri figli ci guardano continuamente; anche se non ce ne rendiamo conto, loro ci osservano tutto il tempo e intanto apprendono. [applauso] «I bambini ci guardano»: questo è il titolo di un film di Vittorio De Sica del ’43. Cercatelo. Cercatelo. “I bambini ci guardano”. E, fra parentesi, a me piacerebbe dire che quei film italiani del dopoguerra e un po’ dopo, sono stati – generalmente – una vera “catechesi” di umanità. Chiudo la parentesi. I bambini ci guardano, e voi non immaginate l’angoscia che sente un bambino quando i genitori litigano. Soffrono! [applauso] E quando i genitori si separano, il conto lo pagano loro. [applauso] Quando si porta un figlio al mondo, dovete avere coscienza di questo: noi prendiamo la responsabilità di far crescere nella fede questo bambino. Vi aiuterà tanto leggere l’Esortazione Amoris laetitia, soprattutto i primi capitoli, sull’amore, il matrimonio, il quarto capitolo che è una davvero una chiave. Ma non dimenticatevi: quando voi litigate, i bambini soffrono e non crescono nella fede. [applauso] I bambini conoscono le nostre gioie, le nostre tristezze e preoccupazioni. Riescono a captare tutto, si accorgono di tutto e, dato che sono molto, molto intuitivi, ricavano le loro conclusioni e i loro insegnamenti. Sanno quando facciamo loro delle trappole e quando no. Lo sanno. Sono furbissimi. Perciò, una delle prime cose che vi direi è: abbiate cura di loro, abbiate cura del loro cuore, della loro gioia, della loro speranza.

Gli “occhietti” dei vostri figli via via memorizzano e leggono con il cuore come la fede è una delle migliori eredità che avete ricevuto dai vostri genitori e dai vostri avi. Se ne accorgono. E se voi date la fede e la vivete bene, c’è la trasmissione.

Mostrare loro come la fede ci aiuta ad andare avanti, ad affrontare tanti drammi che abbiamo, non con un atteggiamento pessimista ma fiducioso, questa è la migliore testimonianza che possiamo dare loro. C’è un modo di dire: “Le parole se le porta il vento”, ma quello che si semina nella memoria, nel cuore, rimane per sempre.

b. Un’altra cosa. In diverse parti, molte famiglie hanno una tradizione molto bella ed è andare insieme a Messa e dopo vanno a un parco, portano i figli a giocare insieme. Così che la fede diventa un’esigenza della famiglia con altre famiglie, con gli amici, famiglie amiche… Questo è bello e aiuta a vivere il comandamento di santificare le feste. Non solo andare in chiesa a pregare o a dormire durante l’omelia – succede! -, non solo, ma poi andare a giocare insieme. Adesso che cominciano le belle giornate, ad esempio, la domenica dopo essere andati a Messa in famiglia, è una buona cosa se potete andare in un parco o in piazza, a giocare, a stare un po’ insieme. Nella mia terra questo si chiama “dominguear”, “passare la domenica insieme”. Ma il nostro tempo è un tempo un po’ brutto per fare questo, perché tanti genitori, per dare da mangiare alla famiglia, devono lavorare anche nei giorni festivi. E questo è brutto. Io sempre domando ai genitori, quando mi dicono che perdono la pazienza con i figli, prima domando: “Ma quanti sono?” – “Tre, quattro”, mi dicono. E faccio loro una seconda domanda: “Tu, giochi con i tuoi figli?... Giochi?” E non sanno cosa rispondere. I genitori in questi tempi non possono, o hanno perso l’abitudine di giocare con i figli, di “perdere tempo” con i figli. Un papà una volta mi ha detto: “Padre, quando io parto per andare al lavoro, ancora stanno a letto, e quando torno la sera tardi già sono a letto. Li vedo soltanto nei giorni festivi”. E’ brutto! E’ questa vita che ci toglie l’umanità! Ma tenete a mente questo: giocare con i figli, “perdere tempo” con i figli è anche trasmettere la fede. E’ la gratuità, la gratuità di Dio.

c. E un’ultima cosa: l’educazione familiare nella solidarietà. Questo è trasmettere la fede con l’educazione nella solidarietà, nelle opere di misericordia. Le opere di misericordia fanno crescere la fede nel cuore. Questo è molto importante. Mi piace mettere l’accento sulla festa, sulla gratuità, sul cercare altre famiglie e vivere la fede come uno spazio di godimento familiare; credo che è necessario anche aggiungere un altro elemento. Non c’è festa senza solidarietà. Come non c’è solidarietà senza festa, perché quando uno è solidale, è gioioso e trasmette la gioia.

Non voglio annoiarvi: vi racconterò una cosa che io ho conosciuto a Buenos Aires. Una mamma, era a pranzo con i tre figli, di sei, quattro e mezzo e tre anni; poi ne ha avuti altri due. Il marito era al lavoro. Erano a pranzo e mangiavano proprio cotolette alla milanese, sì, perché lei me l’ha detto, e ognuno dei bambini ne aveva una nel piatto. Bussano alla porta. Il più grande va, apre la porta, vede, torna e dice: “Mamma, è un povero, chiede da mangiare”. E la mamma, saggia, fa la domanda: “Cosa facciamo? Diamo o non diamo?” – “Sì, mamma, diamo, diamo!”. C’erano altre cotolette, lì. La mamma disse: “Ah, benissimo: facciamo due panini: ognuno taglia a metà la propria e facciamo due panini” – “Mamma, ma ci sono quelle!” – “No, quelle sono per la cena”. E la mamma ha insegnato loro la solidarietà, ma quella che costa, non quella che avanza! Per l’esempio basterebbe questo, ma vi farà ridere sapere come è finita la storia. La settimana dopo, la mamma è dovuta andare a fare la spesa, il pomeriggio, verso le quattro, e ha lasciato tutti e tre i bambini da soli, erano buoni, per un’oretta. E’ andata. Quando torna la mamma, non erano tre, erano quattro! C’erano i tre figli e un barbone [ride] che aveva chiesto l’elemosina e lo hanno fatto entrare, e stavano bevendo insieme caffelatte… Ma questo è un finale per ridere un po’… Educare alla solidarietà, cioè alle opere di misericordia. Grazie.

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DOMANDA DI UNA CATECHISTA

Buona sera, sono Valeria, mamma e catechista di una parrocchia di Milano, a Rogoredo. Lei ci ha insegnato che per educare un giovane occorre un villaggio: anche il nostro Arcivescovo ci ha spronato in questi anni a collaborare, perché ci sia una collaborazione tra le figure educanti. Allora noi volevamo chiederLe un consiglio, perché possiamo aprirci a un dialogo e a un confronto con tutti gli educatori che hanno a che fare con i nostri giovani …

Papa Francesco:

Io consiglierei un’educazione basata sul pensare-sentire-fare, cioè un’educazione con l’intelletto, con il cuore e con le mani, i tre linguaggi. Educare all’armonia dei tre linguaggi, al punto che i giovani, i ragazzi, le ragazze possano pensare quello che sentono e fanno, sentire quello che pensano e fanno e fare quello che pensano e sentono. Non separare le tre cose, ma tutt’e tre insieme. Non educare soltanto l’intelletto: questo è dare nozioni intellettuali, che sono importanti, ma senza il cuore e senza le mani non serve, non serve. Dev’essere armonica, l’educazione. Ma si può dire anche: educare con i contenuti, le idee, con gli atteggiamenti della vita e con i valori. Si può dire anche così. Ma mai educare soltanto, per esempio, con le nozioni, le idee. No. Anche il cuore deve crescere nell’educazione; e anche il “fare”, l’atteggiamento, il modo di comportarsi nella vita.

b. In riferimento al punto precedente, ricordo che una volta in una scuola c’era un alunno che era un fenomeno a giocare a calcio e un disastro nella condotta in classe. Una regola che gli avevano dato era che se non si comportava bene doveva lasciare il calcio, che gli piaceva tanto! Dato che continuò a comportarsi male rimase due mesi senza giocare, e questo peggiorò le cose. Stare attenti quando si punisce: quel ragazzo peggiorò. E’ vero, l’ho conosciuto, questo ragazzo. Un giorno l’allenatore parlò con la direttrice, e spiegò: “La cosa non va! Lasciami provare”, disse alla direttrice, e le chiese che il ragazzo potesse riprendere a giocare. “Proviamo”, disse la signora. E l’allenatore lo mise come capitano della squadra. Allora quel bambino, quel ragazzo si sentì considerato, sentì che poteva dare il meglio di sé e cominciò non solo a comportarsi meglio, ma a migliorare tutto il rendimento. Questo mi sembra molto importante nell’educazione. Molto importante. Tra i nostri studenti ce ne sono alcuni che sono portati per lo sport e non tanto per le scienze e altri riescono meglio nell’arte piuttosto che nella matematica e altri nella filosofia più che nello sport. Un buon maestro, educatore o allenatore sa stimolare le buone qualità dei suoi allievi e non trascurare le altre. E lì si dà quel fenomeno pedagogico che si chiama transfert: facendo bene e piacevolmente una cosa, il beneficio si trasferisce all’altra. Cercare dove do più responsabilità, dove più gli piace, e lui andrà bene. E sempre va bene stimolarli, ma i bambini hanno anche bisogno di divertirsi e di dormire. Educare soltanto, senza lo spazio della gratuità non va bene.

E finisco con questa cosa. C’è un fenomeno brutto in questi tempi, che mi preoccupa, nell’educazione: il bullying. Per favore, state attenti. [grande applauso] E adesso domando a voi, cresimandi. In silenzio, ascoltatemi. In silenzio. Nella vostra scuola, nel vostro quartiere, c’è qualcuno o qualcuna del quale o della quale voi vi fate beffa, che voi prendete in giro perché ha quel difetto, perché è grosso, perché è magro, per questo, per quest’altro? Pensateci. E a voi piace fargli provare vergogna e anche picchiarli per questo? Pensateci. Questo si chiama bullying. Per favore… [accenno di applauso] No, no! Ancora non ho finito. Per favore, per il sacramento della Santa Cresima, fate la promessa al Signore di non fare mai questo e mai permettere che si faccia nel vostro collegio, nella vostra scuola, nel vostro quartiere. Capito?

Ragazzi:

Sì! [applauso grande]

Papa Francesco:

Mi promettete: mai, mai prendere in giro, fare beffa, un compagno di scuola, di quartiere… Promettete questo, oggi?

Ragazzi:
Sì!

Papa Francesco:
Il Papa non è contento della risposta… Promettete questo?

Ragazzi:
[fortissimo] Sì!

Papa Francesco:

Bene. Questo “sì” lo avete detto al Papa. Ora, in silenzio, pensate che cosa brutta è questa, e pensate se siete capaci di prometterlo a Gesù. Promettete a Gesù di non fare mai questo bullying?

Ragazzi:
Sì!

Papa Francesco:
A Gesù…

Ragazzi:
[forte] Sì!!

Papa Francesco:

Grazie. E che il Signore vi benedica!


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Complimenti a voi [i ragazzi che hanno fatto le coreografie nel campo]: siete stati bravi!

Preghiamo insieme: “Padre Nostro…”

[Benedizione]

Papa Francesco:

Per favore, vi chiedo di pregare per me. E prima di andarmene, una domanda: con chi dobbiamo parlare di più, a casa?

Ragazzi:
Con i nonni!

Papa Francesco:
Bravi! E voi, genitori, cosa dovete fare con i vostri figli un po’ di più?

Genitori:
Giocare!

Papa Francesco:
Giocare. E voi educatori, come dovete portare avanti l’educazione, con quale linguaggio? Con quello della testa, con quello del cuore e con quello delle mani!

Grazie e arrivederci!


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Terminato questo momento, il Papa ha infine raggiunto l’aeroporto di Linate per ripartire alla volta di Roma, chiudendo nel migliore dei modi una giornata intensissima, ricca di emozioni e che riverberà la sua eco fra chi l’ha vissuta e in tutta la diocesi ambrosiana ancora a lungo.

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Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - IV Domenica di Quaresima / A - 26/03/2017

Omelia p. Gregorio Battaglia

- IV Domenica di Quaresima - A

26/03/2017

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

... Aver fede non significa imparare una dottrina a memoria, aver fede è davvero crescere in questa fiducia in Dio e per noi cristiani ... la cosa si pone in maniera precisa, perché il nostro Dio è un Dio trascendente, il tre volte Santo, l'invisibile, l'incomprensibile, questo è il nostro Dio, il vero Dio, ma a noi è stato dato quest'annunzio: proprio quel Dio che non si conosce, che è per noi impossibile toccare, vedere, incontrare, proprio Lui si è fatto presente in Gesù di Nazareth... lo possiamo vedere, il Vangelo di Giovanni all'inizio dice: Lui ci ha raccontato di Dio, Lui ce l'ha spiegato, Lui è la spiegazione del Padre. E allora per noi cristiani dire fiducia in Dio è un tutt'uno col dire ecco io credo che Gesù mi apre questa possibilità di incontrare Dio, in Lui Dio mi sta incontrando e in Lui io posso incontrare Dio. 
Questo per noi è il cammino... allora chi è Gesù per me? ...
Domenica scorsa ci veniva detto... una sorgente d'acqua... Dio nella sua intimità è capacità di amore, potenza di amore, quell'acqua che Gesù ci consegna è l'amore che Dio vuole riversare dentro di noi...

Questa domenica siamo posti difronte a quello che Lui stesso ha detto: Io sono la luce. E noi chi siamo? ...
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25 marzo 2017 Papa Francesco conquista Milano / 4 (foto, testi e video)

 25 marzo 2017 

Fin dal primo mattino fiumi di persone hanno raggiunto il Parco di Monza da ogni direzione, come arterie che confluiscono in un grande cuore verde. Comunità parrocchiali guidate dai loro sacerdoti, gruppi di ragazzi accompagnati dai loro educatori, studenti con gli insegnanti, tantissime famiglie con bambini, ma anche disabili, che hanno potuto accedere direttamente davanti al palco. Un palco che idealmente abbraccia tutta la diocesi ambrosiana, amplificando l'abbraccio stesso del Papa.
Francesco celebra la Messa al Parco di Monza davanti a un milione di fedeli.
La partecipazione gioiosa e convinta di questo popolo di Dio, radunatosi attorno al suo Pastore, non è per il gusto di presenziare a un evento, ma per il desiderio di partecipare in prima persona a un incontro che segna la vita.
Canti, cori e preghiere hanno scandito l'attesa per l'arrivo di Francesco. E i canti continuano ora ad accompagnare l'intera celebrazione eucaristica, con ben novemila coristi provenienti da tutta la Diocesi, compresi anche i giovanissimi allievi della Cappella musicale del Duomo di Milano. Uno di loro ha intonato il salmo responsoriale, ed è stato un momento di vibrante commozione.
Come significativa, prima dell'inizio della Messa stessa, è stata la consegna simbolica al Pontefice delle chiavi di 50 appartamenti ristrutturati a Niguarda, quartiere della periferia nord di Milano, destinati a famiglie e a persone in difficoltà: un progetto fortemente voluto dall'Arcivescovo Scola e realizzato dalla Caritas Ambrosiana.
Insieme a papa Francesco concelebrano quattro cardinali di origine ambrosiana: oltre allo stesso Angelo Scola, Gianfranco Ravasi, Francesco Coccopalmerio e Renato Corti. Sono presenti inoltre quaranta vescovi e oltre un migliaio di sacerdoti. Con loro, per distribuire la comunione ai fedeli, anche un centinaio fra diaconi permanenti e seminaristi, e settecento ministri straordinari, uomini, donne, consacrati, sempre provenienti da tutte le parrocchie della Diocesi.
All’associazione Unitalsi è stato affidato il compito di organizzare il servizio di trasporto e assistenza ai fedeli in difficoltà quali disabili, ammalati e anziani. Al Parco di Monza sono arrivate oltre 7 mila persone che hanno occupato i due settori affidati, di questi oltre 3 mila non deambulanti in carrozzella; in un settore erano presenti sette malati gravi in barella. Alla sinistra del Santo Padre, grazie all’intercessione del cardinale Angelo Scola, sono stati portati all’altare anche venti sacerdoti ammalati in carrozzina: «Un motivo di orgoglio per l’Unitalsi, in modo particolare della sezione Lombarda» sottolinea il suo presidente Vittore De Carli. L’assistenza proseguirà fino a stasera nella via del ritorno.
La celebrazione si è conclusa con il saluto commosso dell’Arcivescovo Angelo Scola: «È una giornata densa di grazia. I gesti che Lei ha compiuto ci offrono una significativa prospettiva per l’evangelizzazione di questa nostra metropoli lombarda. In particolare l’abbraccio ai più poveri, agli immigrati, il paziente saluto ad uno ad uno a tutti i carcerati, il pranzo con loro, ci ricordano anche di pregare per le vittime del tragico attentato di Londra, per i loro cari e anche per due detenuti che l’altro ieri si sono tolti la vita proprio qui nel carcere di Monza».
L’Arcivescovo ha annunciato la consegna di 55 appartamenti per altrettante famiglie in difficoltà «come espressione di gratitudine per la sua visita, oltre a un segno per la carità del Papa, consegniamo a partire da oggi»: «Sono state acquisite dalla Diocesi, restaurate e verranno date oggi a queste famiglie. Chiediamo alla Madonnina che, come diceva un po’ esagerando il Manzoni, sotto questo cielo di Lombardia “che è bello quando è bello” si vede da ogni punto della Diocesi, chiediamo a Lei di stendere sempre un lembo del suo manto a protezione del Successore di Pietro».










Il testo dell'omelia di Papa Francesco

Abbiamo appena ascoltato l’annuncio più importante della nostra storia: l’annunciazione a Maria (cfr Lc 1,26-38). Un brano denso, pieno di vita, e che mi piace leggere alla luce di un altro annuncio: quello della nascita di Giovanni Battista (cfr Lc 1,5-20). Due annunci che si susseguono e che sono uniti; due annunci che, comparati tra loro, ci mostrano quello che Dio ci dona nel suo Figlio.

L’annunciazione di Giovanni Battista avviene quando Zaccaria, sacerdote, pronto per dare inizio all’azione liturgica entra nel Santuario del Tempio, mentre tutta l’assemblea sta fuori in attesa. L’annunciazione di Gesù, invece, avviene in un luogo sperduto della Galilea, in una città periferica e con una fama non particolarmente buona (cfr Gv 1,46), nell’anonimato della casa di una giovane chiamata Maria.

Un contrasto non di poco conto, che ci segnala che il nuovo Tempio di Dio, il nuovo incontro di Dio con il suo popolo avrà luogo in posti che normalmente non ci aspettiamo, ai margini, in periferia. Lì si daranno appuntamento, lì si incontreranno; lì Dio si farà carne per camminare insieme a noi fin dal seno di sua Madre. Ormai non sarà più in un luogo riservato a pochi mentre la maggioranza rimane fuori in attesa. Niente e nessuno gli sarà indifferente, nessuna situazione sarà privata della sua presenza: la gioia della salvezza ha inizio nella vita quotidiana della casa di una giovane di Nazareth.

Dio stesso è Colui che prende l’iniziativa e sceglie di inserirsi, come ha fatto con Maria, nelle nostre case, nelle nostre lotte quotidiane, colme di ansie e insieme di desideri. Ed è proprio all’interno delle nostre città, delle nostre scuole e università, delle piazze e degli ospedali che si compie l’annuncio più bello che possiamo ascoltare: «Rallegrati, il Signore è con te!». Una gioia che genera vita, che genera speranza, che si fa carne nel modo in cui guardiamo al domani, nell’atteggiamento con cui guardiamo gli altri. Una gioia che diventa solidarietà, ospitalità, misericordia verso tutti.

Al pari di Maria, anche noi possiamo essere presi dallo smarrimento. «Come avverrà questo» in tempi così pieni di speculazione? Si specula sulla vita, sul lavoro, sulla famiglia. Si specula sui poveri e sui migranti; si specula sui giovani e sul loro futuro. Tutto sembra ridursi a cifre, lasciando, per altro verso, che la vita quotidiana di tante famiglie si tinga di precarietà e di insicurezza. Mentre il dolore bussa a molte porte, mentre in tanti giovani cresce l’insoddisfazione per mancanza di reali opportunità, la speculazione abbonda ovunque.

Certamente, il ritmo vertiginoso a cui siamo sottoposti sembrerebbe rubarci la speranza e la gioia. Le pressioni e l’impotenza di fronte a tante situazioni sembrerebbero inaridirci l’anima e renderci insensibili di fronte alle innumerevoli sfide. E paradossalmente quando tutto si accelera per costruire – in teoria – una società migliore, alla fine non si ha tempo per niente e per nessuno. Perdiamo il tempo per la famiglia, il tempo per la comunità, perdiamo il tempo per l’amicizia, per la solidarietà e per la memoria.

Ci farà bene domandarci: come è possibile vivere la gioia del Vangelo oggi all’interno delle nostre città? E’ possibile la speranza cristiana in questa situazione, qui e ora?

Queste due domande toccano la nostra identità, la vita delle nostre famiglie, dei nostri paesi e delle nostre città. Toccano la vita dei nostri figli, dei nostri giovani ed esigono da parte nostra un nuovo modo di situarci nella storia. Se continuano ad essere possibili la gioia e la speranza cristiana non possiamo, non vogliamo rimanere davanti a tante situazioni dolorose come meri spettatori che guardano il cielo aspettando che “smetta di piovere”. Tutto ciò che accade esige da noi che guardiamo al presente con audacia, con l’audacia di chi sa che la gioia della salvezza prende forma nella vita quotidiana della casa di una giovane di Nazareth.

Di fronte allo smarrimento di Maria, davanti ai nostri smarrimenti, tre sono le chiavi che l’Angelo ci offre per aiutarci ad accettare la missione che ci viene affidata.

1. Evocare la Memoria

La prima cosa che l’Angelo fa è evocare la memoria, aprendo così il presente di Maria a tutta la storia della Salvezza. Evoca la promessa fatta a Davide come frutto dell’alleanza con Giacobbe. Maria è figlia dell’Alleanza. Anche noi oggi siamo invitati a fare memoria, a guardare il nostro passato per non dimenticare da dove veniamo. Per non dimenticarci dei nostri avi, dei nostri nonni e di tutto quello che hanno passato per giungere dove siamo oggi. Questa terra e la sua gente hanno conosciuto il dolore delle due guerre mondiali; e talvolta hanno visto la loro meritata fama di laboriosità e civiltà inquinata da sregolate ambizioni. La memoria ci aiuta a non rimanere prigionieri di discorsi che seminano fratture e divisioni come unico modo di risolvere i conflitti. Evocare la memoria è il migliore antidoto a nostra disposizione di fronte alle soluzioni magiche della divisione e dell’estraniamento.

2. L’appartenenza al Popolo di Dio

La memoria consente a Maria di appropriarsi della sua appartenenza al Popolo di Dio. Ci fa bene ricordare che siamo membri del Popolo di Dio! Milanesi, sì, Ambrosiani, certo, ma parte del grande Popolo di Dio. Un popolo formato da mille volti, storie e provenienze, un popolo multiculturale e multietnico. Questa è una delle nostre ricchezze. E’ un popolo chiamato a ospitare le differenze, a integrarle con rispetto e creatività e a celebrare la novità che proviene dagli altri; è un popolo che non ha paura di abbracciare i confini, le frontiere; è un popolo che non ha paura di dare accoglienza a chi ne ha bisogno perché sa che lì è presente il suo Signore.

3. La possibilità dell’impossibile

«Nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37): così termina la risposta dell’Angelo a Maria. Quando crediamo che tutto dipenda esclusivamente da noi rimaniamo prigionieri delle nostre capacità, delle nostre forze, dei nostri miopi orizzonti. Quando invece ci disponiamo a lasciarci aiutare, a lasciarci consigliare, quando ci apriamo alla grazia, sembra che l’impossibile incominci a diventare realtà. Lo sanno bene queste terre che, nel corso della loro storia, hanno generato tanti carismi, tanti missionari, tanta ricchezza per la vita della Chiesa! Tanti volti che, superando il pessimismo sterile e divisore, si sono aperti all’iniziativa di Dio e sono diventati segno di quanto feconda possa essere una terra che non si lascia chiudere nelle proprie idee, nei propri limiti e nelle proprie capacità e si apre agli altri.

Come ieri, Dio continua a cercare alleati, continua a cercare uomini e donne capaci di credere, capaci di fare memoria, di sentirsi parte del suo popolo per cooperare con la creatività dello Spirito. Dio continua a percorrere i nostri quartieri e le nostre strade, si spinge in ogni luogo in cerca di cuori capaci di ascoltare il suo invito e di farlo diventare carne qui ed ora. Parafrasando sant’Ambrogio nel suo commento a questo brano possiamo dire: Dio continua a cercare cuori come quello di Maria, disposti a credere persino in condizioni del tutto straordinarie (cfr Esposizione del Vangelo sec. Luca II, 17: PL 15, 1559). Il Signore accresca in noi questa fede e questa speranza.

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