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giovedì 24 maggio 2018

«Guai a voi che sfruttate la gente, che sfruttate il lavoro, che pagate in nero, che non pagate il contributo per la pensione, che non date le vacanze. Guai a voi!... questa ingiustizia è peccato mortale» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
24 maggio 2018
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Peccato mortale”

L’«ingiustizia di sfruttare il lavoro è peccato mortale e questo non lo dico io, lo dice Gesù!». Con parole forti Papa Francesco ha denunciato che «anche oggi per salvare i grandi capitali si lascia la gente senza lavoro». E si è rivolto direttamente a quanti sono attaccati alle ricchezze: «Guai a voi che sfruttate la gente, che sfruttate il lavoro, che pagate in nero, che non pagate il contributo per la pensione, che non date le vacanze», perché non siete «in grazia di Dio» ha affermato il Pontefice, giovedì 24 maggio, nella messa a Santa Marta. Invitando a «pregare e fare penitenza» non per i poveri ma proprio per i ricchi schiavi di questa idolatria.

Una celebrazione che il Papa ha voluto offrire in particolare «per il nobile popolo cinese» ricordando, all’inizio del rito, che «oggi la Chiesa fa memoria di Maria Ausiliatrice e a Shanghai si celebra la festa della Madonna di Sheshan, di Maria Ausiliatrice».

Per la sua riflessione sulla questione dell’ingiustizia sociale — non si tratta di essere comunisti o sindacalisti ma di seguire il Vangelo ha detto — Francesco ha preso spunto direttamente dalla «lettera di Giacomo (5, 1-6), che abbiamo sentito nella prima lettura: parla delle ricchezze, di come un cristiano deve agire davanti alle ricchezze o con le ricchezze». E l’apostolo «va deciso — ha spiegato Francesco — non usa mezze parole, dice le cose con forza: “Ora a voi ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle terme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni!”».

È un testo, ha fatto presente il Papa, «molto forte, molto forte e pure duro». Del resto «Gesù non aveva detto di meno: “Guai a voi ricchi!”, nella prima invettiva dopo le Beatitudini nella versione di Luca». Dunque «guai a voi ricchi!» ma, ha affermato Francesco, «se uno oggi facesse una predica così sui giornali, il giorno dopo», si leggerebbe che «quel prete è comunista!».

Invece «la povertà è al centro del Vangelo» ha rilanciato il Pontefice, e «la predica sulla povertà è al centro della predica di Gesù». Tanto che «”beati i poveri” è la prima delle Beatitudini». Anzi, ha insistito il Papa, «la carta d’identità, la carta identitaria con la quale si presenta Gesù quando torna al suo villaggio, a Nazareth, nella sinagoga, è “lo Spirito è su di me, sono stato inviato ad annunciare il Vangelo, la Buona Novella, ai poveri, il lieto annunzio ai poveri”».

«Sempre nella storia — ha riconosciuto Francesco — abbiamo avuto questa debolezza di cercare di togliere questa predica sulla povertà credendo che è una cosa sociale, politica. No! È Vangelo puro, è Vangelo puro». È importante chiedersi, ha proseguito, «perché questa predica così dura contro le ricchezze», tanto che Gesù dice «guai a voi ricchi!». Le ricchezze, ha spiegato il Papa, «sono pure un dono di Dio, ma i ricchi, quelli che sono attaccati ai soldi, il Signore castiga come dice oggi Giacomo» nel passo della lettera proposto dalla liturgia.

«Prima di tutto, perché le ricchezze sono un’idolatria» ha spiegato il Pontefice. E «Gesù stesso dice che non si può servire due signori: o tu servi Dio o tu servi le ricchezze». La ricchezza, dunque, ha la categoria di «signore». Così la domanda diretta è: «tu sei fedele a Dio o sei fedele a quest’altro signore?». Ma «questo non si può — ha spiegato Francesco — perché la ricchezza è “signorile” nel senso che ti prende e non ti lascia e va contro il primo comandamento. È un’idolatria». Tanto che «una volta, ho sentito un missionario che, quando parlava di queste cose, diceva nella predica: “Tutti gli idoli sono di oro”». Sì, ha aggiunto il Papa, «è un’esagerazione ma vedeva giusto: è la seduzione delle ricchezze, l’idolatria». E riguardo all’«idolatria, quando Mosè era nel Sinai per ricevere la Legge di Dio, cosa ha fatto il popolo? Ha fatto un vitello d’oro per adorarla».

«Le ricchezze danno sicurezze» ha riconosciuto il Pontefice. Così qualcuno potrebbe dire di preferirle rispetto a «questo Dio che non si sa cosa farà domani. Oggi parla, domani è zitto, sta zitto e non sappiamo come è Dio con noi». Insomma «le ricchezze sono il “dio” che noi abbiamo alla mano per vivere tranquilli». Ecco che, primo punto, «Gesù, e anche Giacomo, castiga le ricchezze perché sono un’idolatria e si capisce che indica le persone che sono attaccate alle ricchezze, che si lasciano dominare da loro».

Secondo punto: le ricchezze «sono un’idolatria ma anche vanno contro il secondo comandamento perché distruggono il rapporto armonioso fra noi uomini» ha affermato il Papa. E nella sua lettera «Giacomo parla di questo e dice ai ricchi: “Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre”». Ascoltando queste parole, ha proseguito Francesco, «qualcuno potrà dirmi “ma padre questo non è l’apostolo Giacomo, questo è un sindacalista!”. No, è l’apostolo Giacomo che parla sotto l’ispirazione dello Spirito Santo».

Il Papa ha riletto le parole della lettera: «Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida — questo salario grida — e le proteste dei mietitori sono giunti all’orecchio del Signore onnipotente”». Tutto questo, ha chiarito, «distrugge l’armonia, il rapporto fra noi fratelli, va contro il secondo comandamento: per questo le ricchezze rovinano la vita, rovinano l’anima».

«Essere attaccato alle ricchezze» è sbagliato, ha rilanciato il Pontefice. Invitando a pensare a «quella parabola di Gesù» che racconta la storia del ricco e del povero Lazzaro: «Quel ricco si dava alla buona vita, feste, buona vita, vesti lussuose, e lì c’era uno che non aveva nulla; erano i cani a leccare le ferite di quel pover’uomo». Ma «al ricco non interessava; sapeva chi era lui, si vede nella parabola del Vangelo, ma era lì con i suoi amici, festeggiava, attaccato alle feste, alle ricchezze». perché, ha ribadito Francesco, «le ricchezze ci portano via dall’armonia con i fratelli, dall’amore al prossimo, ci fanno egoisti». Oltretutto, quello «che dice oggi Giacomo lo aveva detto il profeta Isaia quando parlava dei sacrifici che voleva Dio: “Giustizia, questo è il sacrificio che io voglio, giustizia con i vostri servi”». E Giacomo gli fa eco: «Il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre».

«Sembra una cosa di oggi, questo» argomento, ha proseguito il Pontefice. «Anche qui, in Italia, per salvare i grandi capitali si lascia la gente senza lavoro». Un modo di fare che «va contro il secondo comandamento» e a «chi fa questo» va detto «guai a voi!». Ma a dirlo, ha insistito il Papa, «non sono io, è Gesù». Sì, «guai a voi che sfruttate la gente, che sfruttate il lavoro, che pagate in nero, che non pagate il contributo per la pensione, che non date le vacanze. Guai a voi!». Perché «fare “sconti”, fare truffe su quello che si deve pagare, sullo stipendio, è peccato, è peccato». E serve a poco dire «padre, io vado a messa tutte le domeniche e vado a quell’associazione cattolica e sono molto cattolico e faccio la novena di questo» se «non paghi» il giusto ai lavoratori. E «questa ingiustizia è peccato mortale, non sei in grazia di Dio: non lo dico io — ha ripetuto Francesco — lo dice Gesù, lo dice l’apostolo Giacomo». E «per questo le ricchezze ti allontanano dal secondo comandamento, dall’amore al prossimo».

Dunque «le ricchezze ci allontanano dal primo comandamento, come quell’uomo ricco che soltanto pensava ad allargare i suoi magazzini perché aveva tante cose e non sapeva dove metterle». Ma pure «ci allontanano dal secondo comandamento, come il ricco: feste tutti i giorni, ma non si interessava di quelli che erano fuori o come quelli che non pagano il giusto». Però, ha aggiunto, c’è anche una «terza cosa che voglio dire: le ricchezze hanno una capacità di sedurre tale che ci convertono in schiavi». Così «tu non sei libero davanti alle ricchezze; tu per essere libero davanti alle ricchezze devi prendere distanza e pregare il Signore». Consapevole che «se il Signore ti ha dato ricchezza è per darla agli altri, per fare a nome suo tante cose di bene per gli altri». Ma «le ricchezze hanno questa capacità di sedurre noi e in questa seduzione noi cadiamo, siamo schiavi delle ricchezze».

«Oggi credo che a tutti noi, a cui il Signore ha dato la grazia di celebrare l’Eucaristia insieme, farà bene fare un po’ più di preghiera e un po’ più di penitenza ma non per i poveri, per i ricchi» ha concluso Francesco. Sì, «per i ricchi che non sono liberi, per i ricchi schiavi, perché il ricco libero è generoso, sa che le ricchezze le ha date Dio per dare agli altri e questo è un grande». Ma «i ricchi schiavi, quelli che hanno fino a qui e domani vogliono più e più e più e pagano il prezzo anche di sfruttare il prossimo e pagano il prezzo anche di adorare un idolo, sono schiavi». Dunque «pregare e fare penitenza per i ricchi ci farà tanto bene».
(fonte: L'Osservatore Romano)


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Il “corpo santo” di Giovanni XXIII, il “Papa buono”, torna per 18 giorni nella sua terra natale - "La nostra vita è pellegrinaggio" - Papa Francesco: "San Giovanni XXIII un uomo e un Santo che non conosceva la parola nemico e cercava sempre ciò che unisce”


La vita è pellegrinaggio
· A Bergamo le spoglie di Giovanni XXIII ·

Da giovedì 24 maggio fino a domenica 10 giugno il “corpo santo” di Giovanni XXIII lascia il Vaticano e torna nella sua terra natale per essere esposto alla venerazione dei fedeli. Una peregrinatio di diciotto giorni con un calendario ricco di appuntamenti. Ogni giornata sarà caratterizzata da un tema spirituale. Un modo, ha spiegato il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, per ripercorrere i tratti salienti della vita del “Papa buono”, così da far risuonare nuovamente le sue parole. E trarne insegnamento per l’oggi. 

Dopo l’accoglienza delle istituzioni e dei fedeli nel centro di Bergamo, le spoglie del Pontefice nel pomeriggio di giovedì 24 raggiungeranno il carcere di via Gleno. Successivamente l’urna farà tappa in cattedrale, poi il seminario, l’ospedale cittadino, il santuario della Cornabusa in valle Imagna, il convento di Baccanello, infine, Sotto il Monte, il paese natio di Papa Roncalli divenuto in pochi anni un “santuario a cielo aperto”, come mette in evidenza il libro scritto dal parroco, don Claudio Dolcini, insieme a Marco Roncalli (Un paese, un santo. Sotto il Monte Giovanni XXIII, Brescia, Morcelliana, 2018, pagine 104, euro 10). 
Proprio a Sotto il Monte domenica 3 giugno, cinquantacinquesimo anniversario della morte del Pontefice, l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, presiederà una messa con tutti i vescovi della Lombardia. Sabato 9 giugno, sarà il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, a presiedere la celebrazione conclusiva. 

Anticipiamo la presentazione al volume, impreziosito da un ricco corredo iconografico, che il direttore della Fondazione Papa Giovanni XXIII firma insieme a Valter Dadda («La nostra vita è pellegrinaggio». San Giovanni XXIII, Gorle, Velar, 2018, pagine 127).

Spesso i titoli dei libri raccolti nella biblioteca di una persona lasciano intuire i suoi interessi, rivelano particolari preziosi della sua anima. Nello stesso modo, i luoghi che hanno visto nascere, crescere e maturare Papa Giovanni, sono indizi sicuri per cogliere la sua santità, semplice e straordinaria. Questi luoghi hanno segnato in profondità la sua fisionomia umana e cristiana. Egli vi si recava spesso e quando non gli era possibile raggiungerli fisicamente, li richiamava alla memoria. Da quei ricordi fiorivano sentimenti di dolcezza, desideri di bontà, pensieri di pace. Ne troviamo frequenti attestazioni nelle sue note personali: «Mi godo in questi giorni la mia solitudine nella camera che ho fatto preparare per me all’ultimo piano... La poesia di quei luoghi e di quei ricordi mi avvolge e mi intenerisce» (14 agosto 1952); «mi è grandemente piacevole poter tornare in quei luoghi della mia fanciullezza» (29 luglio 1955); «la visione di luoghi che mi furono cari e famigliari si dilunga dai miei occhi, volgendoli alle consolazioni superne!» (4 agosto 1956); «tutto ho in mente come fosse di ieri: luoghi, persone, cose. E dal pio ricordo traggo motivo di insegnamento e di incoraggiamento. Deus meus misericordia mea» (10 agosto 1948).

Illustrando le tappe principali della sua “geografia spirituale”, questo libro vuol essere d’aiuto a pellegrini devoti, ammiratori curiosi, famiglie in difficoltà, anziani e ammalati, giovani in ricerca, uomini e donne di buona volontà perché possano fissare le date importanti della vita di Angelo Giuseppe Roncalli, posare lo sguardo sul suo volto, avere tra mano le parole più significative del suo insegnamento, e soprattutto percepire la sua calda umanità, per calpestarne le orme e imitarne la santità.

Nella tradizione cristiana è proprio questo il senso del pellegrinaggio, eminente espressione della pietà popolare: facilitare l’incontro con l’umanità concreta di un santo attraverso il linguaggio dei sensi. Vedere le povere stanze di Sotto il Monte dove il futuro Papa è venuto alla luce; gustare il sapore della polenta che ogni giorno rallegrava la tavola della sua numerosa famiglia; udire il dolce suono delle campane che di prima mattina o sul fare della sera chiamavano alla preghiera; sentire il profumo dei fiori lungo il sentiero che si inerpica fino alla torre di San Giovanni; toccare i quaderni che Angelo, giovane seminarista, vergava fitti fitti con il pennino; sfogliare lentamente le pagine di libri antichi che consultava nella biblioteca civica di Bergamo, immaginare i lontani villaggi bulgari che egli raggiungeva a cavallo; rivederlo benedicente, mentre attraversava in gondola i canali di Venezia; contemplare in silenzio il suo corpo ormai glorificato.

«La nostra vita è pellegrinaggio». Così Papa Giovanni XXIII si espresse il 4 ottobre 1962, parlando alla folla assiepata nella piazza del Santuario di Loreto, dove si era recato per invocare la Vergine Maria affinché proteggesse il concilio Vaticano II che doveva aprirsi la settimana seguente. Egli amava sentirsi un pellegrino, viandante sulle strade del mondo e in cammino verso il Cielo. In un appunto del 1955 annotava che la pratica del pellegrinaggio accomuna l’esperienza religiosa di tutti i popoli, favorisce l’incontro tra le persone e stimola la ricerca di Dio: «L’uomo cerca l’uomo, più spesso Dio in mezzo agli uomini». Certo, il pellegrinaggio da solo non dice ancora la fede; qualcuno — ricorda Roncalli — ha perfino affermato che «di rado si santificano quelli che vanno in giro a fare pellegrinaggi», come ammonisce il libro dell’Imitazione di Cristo. Eppure «fare pellegrinaggi è esercizio di umana convivenza intesa al vicendevole incoraggiamento verso le cose celesti» (10 marzo 1955).

Auguriamo a chi sfoglierà e leggerà queste pagine di incontrare non un Papa Giovanni “di carta”, ma vivo, “in carne e ossa”; non un Papa nostalgico del passato, ma capace di aprire prospettive per il futuro; non soltanto un Papa buono, ma anche guida sapiente nel discernere i segni dei tempi. Chissà che da questo incontro sorga poi il desiderio di conoscerlo meglio, di pregarlo con fede e di amarlo ancora di più.
di Ezio Bolis

Vedi la scheda del libro La nostra vita è pellegrinaggio


 
L’urna di Papa Giovanni XXIII davanti all’altare
della Gloria prima della partenza per Bergamo
Il furgone che trasporta la salma e che sta
risalendo l’Italia per arrivare a Bergamo














#GiovanniXXIII: l’attenzione agli ultimi e la tappa al carcere di Bergamo

A poche settimane dalla sua elezione, il 26 dicembre 1958, Papa Giovanni XXIII si recò al carcere romano di Regina Coeli. Quella storica visita viene rievocata a Bergamo con la tappa delle sue spoglie presso il carcere di via Gleno

Il pellegrinaggio di Papa Roncalli a Bergamo entra nel vivo. Uno dei luoghi simbolo della giornata d’apertura è il carcere di via Gleno, dove l’urna contenente le spoglie del Santo sosterà per alcune ore. Ed è proprio l’attesa all’interno della struttura il tema centrale della puntata odierna del nostro docuweb. In compagnia della direttrice, Cosima Buccoliero, e del cappellano, don Fausto Resmini, abbiamo varcato la soglia dell’istituto per documentare i preparativi intervistando alcune persone detenute.

L’attualità del messaggio

Ciò che appare evidente è l’attualità del messaggio di Giovanni XXIII e in particolare di quelle parole pronunciate a braccio nel 1958 all’interno del carcere romano di Regina Coeli il giorno di Santo Stefano. Parole custodite sotto forma di file digitali negli archivi di Vatican Media e che oggi aiutano a ricostruire una sorta di dialogo a distanza tra il Papa e i detenuti. Questi ultimi dicono di sentirsi perdonati e di essere pronti a ripartire dagli errori commessi. 

La preparazione

Don Fausto racconta che a tutti è bastato ascoltare e leggere alcuni discorsi di Papa Roncalli per rendersi conto della sua semplicità. Ad attendere l’evento anche gli operatori impiegati nella struttura. Ciascuno ripete che Papa Giovanni è un Papa che non si dimentica. Lo stesso Roncalli quando entrò nella cosiddetta rotonda del carcere di Regina Coeli, trasformata per l’occasione in cappella, disse: “questo incontro, state pur sicuri, resterà profondo nella mia anima”.

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Papa a Eco di Bergamo: Giovanni XXIII, esempio del profumo di pulito del Vangelo

In un’intervista all’Eco di Bergamo, Francesco ricorda la figura di Giovanni XXIII, i motivi della peregrinatio dell’urna col corpo del Santo nella diocesi di Bergamo, la missione della Chiesa nel mondo contemporaneo

Un uomo e un Santo “che non conosceva la parola nemico”, che “cercava sempre ciò che unisce”, consapevole che “la Chiesa è chiamata a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere anzitutto e dovunque i diritti della persona umana e non solamente quelli della Chiesa cattolica”. È San Giovanni XXIII nella parole di Papa Francesco, in un’intervista rilasciata all'Eco di Bergamo, in occasione del ritorno “provvisorio” delle spoglie di Angelo Giuseppe Roncalli nella sua terra natìa, a Sotto il Monte e nella diocesi di Bergamo, da oggi al 10 giugno.

I motivi della peregrinatio dell’urna

“Un dono e un’occasione” per un nuovo cammino di fede, sottolinea il Pontefice, e con una gioia che Francesco vuole condividere “specialmente” con tutti coloro che “non sono mai potuti venire a Roma a pregare sulla sua tomba che si trova nella Basilica di San Pietro”, anziani, poveri, malati, affinché si sentano interrogati da Papa Roncalli che “ci invita a guardare ciò che conta davvero”: “quel Crocifisso che aveva messo davanti al suo letto, con cui lui parlava e che ascoltava, che appunto guardava e dal quale si sentiva guardato”, esattamente come - racconta Francesco - anch’egli fa.

L’incontro con Gesù Cristo

In fondo, spiega, “il cristianesimo non è un ideale da seguire, una filosofia cui aderire o una morale da applicare”, bensì “un incontro con Gesù Cristo che ci fa riconoscere nella carne dei fratelli e delle sorelle la sua stessa presenza”, un andare al “cuore” del Vangelo, a sentire “il profumo di pulito del Vangelo”. Francesco esorta quindi a “dividere il pane con l’affamato, a curare gli ammalati, gli anziani, quelli che non possono darci niente, proprio niente in contraccambio”. E la storia di Angelo Giuseppe Roncalli, sottolinea, è “costellata di questi gesti di vicinanza” con chi soffriva, chi era nel bisogno, fossero cattolici, ortodossi o ebrei.

La missione della Chiesa

D’altra parte, aggiunge, “la Chiesa è per sua natura missionaria” e deve “uscire” per testimoniare il “fascino” del Vangelo “se non vuole ammalarsi di autoreferenzialità”, con una missione che non è “diffusione di una ideologia religiosa” né “la proposta di un’etica sublime”, proponendo “verità fredde” o “indottrinamento con metodi discutibili”: “le periferie - osserva il Papa - sono sempre di meno un concetto geografico e sempre di più un concetto esistenziale”. Mediante la missione della Chiesa, “è Gesù Cristo che continua ad evangelizzare”, diventando “sempre nuovamente nostro contemporaneo”. Ecco perché, evidenzia, “tutti siamo invitati a uscire, a raggiungere le periferie del disagio, della sofferenza, dell'ignoranza, del peccato”, lavorando “con la testimonianza”. Il Pontefice richiama quindi un lavoro pastorale che, “se è il caso”, abbandoni “il comodo criterio pastorale del ‘si è fatto sempre così’ ripensando insieme gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi dell'evangelizzazione, il coordinamento fra gli istituti missionari”.

Accoglienza disinteressata ai migranti

In un’epoca in cui, di fronte all’emergenza migranti, si costruiscono muri che altro non fanno che “chiudere” i cuori, Francesco sottolinea come la vera accoglienza debba essere “totalmente disinteressata” e ci sia oggi “tanto lavoro da fare” per “creare una nuova cultura, una nuova mentalità, educare le nuove generazioni a pensare, a pensarsi come una unica famiglia umana, una comunità senza confini”.

No alla logica delle corporazioni, anche nella Chiesa

Di fronte all’“imbarbarimento della società”, l’esortazione è a guardare alle persone e alla verità, perché “è sempre l'uomo con la sua libera responsabilità che può fare delle parole, della comunicazione, il luogo della comprensione e dell’incontro oppure dell’opposizione e della guerra fratricida”. Anche nella Chiesa, nota il Papa, “quando non si vive la logica della comunione ma delle corporazioni, può avvenire che si intraprendano vere e proprie strategie di guerra contro qualcuno per il potere, che a volte si esprime in termini economici, altre in termini di ruoli”. Quindi “sono proprio le persone ad essere l'antidoto contro le falsità, non le strategie”.

Logica del Vangelo guidi i governanti

Nel cinquantacinquesimo dell’Enciclica di Giovanni XXIII Pacem in terris (11 aprile 1963), il Pontefice ricorda quella “proposta di pace come impegno permanente”. “E' vero - aggiunge - che oggi si combattono più guerre di allora, anche perché i media ce ne mostrano le immagini in diretta che provengono da tante parti del mondo; ed è vero che si combattono con le armi, ma anche in modi meno visibili sempre guidati da meccanismi di sopraffazione; eppure le parole di Papa Roncalli restano valide”. Rispondendo alle domande del quotidiano, Francesco si riconosce preoccupato per “i disequilibri, che sono sempre legati” ad uno “sconsiderato sfruttamento: degli uomini e delle risorse della natura”, però - mette in luce - “il vero compito della Chiesa non è far cambiare i governi, ma far entrare la logica del Vangelo nel pensiero e nei gesti dei governanti”. Perché la pace “non va legata all’assenza di guerra” bensì “allo sviluppo integrale delle persone e dei popoli”: bisogna comprendere che “l'impegno per i gruppi sociali e gli stati è vivere rapporti di giustizia e solidarietà che non possono essere solo parole”, ma il superamento concreto “da parte di tutti di ogni forma di egoismo, individualismo, interesse di gruppo, a qualunque livello”.

Società e Chiesa hanno bisogno dei giovani

Ciò implica una nuova prospettiva sui giovani, a cui il Papa ha voluto dedicare il Sinodo del prossimo ottobre: “la società ha bisogno dei giovani, come la Chiesa”, ribadisce Francesco. E’ loro, con le storie che portano dentro, che “la Chiesa desidera avvicinare” per restituire “l’entusiasmo per il Vangelo”. Il Pontefice guarda alla disoccupazione giovanile e dice che “è un peccato sociale e la società è responsabile di questo”. “Una vera cultura del lavoro - afferma - non vuole dire solo saper produrre, ma relazionarci ai modelli di consumo sostenibile”: se si svende “il lavoro al consumo” si svendono, prosegue, anche tutte le “sue parole sorelle: dignità, rispetto, onore, libertà”.

È menzogna l’equazione tra terrorismo e islamismo

Nella prospettiva della cultura dell’incontro, Francesco pone pure il ruolo delle religioni, soprattutto di fronte a quell’equazione che è “una menzogna e una sciocchezza” tra terrorismo e islamismo. L’invito è a promuovere una “vera educazione a comportamenti di responsabilità”, anche rispetto alla cura del Creato. Sollecitato poi ad una riflessione sull’avvenire del cristianesimo in Occidente, il Pontefice nota come ciò porti “a vedere più motivi di inquietudine che ragioni di speranza, ma anche capire che questa identificazione assoluta del cristianesimo con la cultura occidentale non ha più senso”. Il cristianesimo ha “dentro di sé la forza per rigenerarsi nella sua natura evangelica”: “credo - riferisce - non abbiano torto pensatori e teologi che dicono che il cristianesimo futuro o sarà più concretamente cattolico, universale, pienamente ecclesiale, rispettoso delle culture, l'Africa, l'Asia, l'America Latina... o rischierà l'irrilevanza quanto alla proposta del Vangelo e alla salvezza del mondo”: dunque il richiamo conclusivo è al “primato di carità, impegno per la giustizia, per la pace”.


Intelligenza artificiale: le domande a cui non saprà rispondere di José Tolentino Mendonça

Intelligenza artificiale: 
le domande a cui non saprà rispondere 
di José Tolentino Mendonça 










Sono sempre maggiori le aspettative, anche affettive, riposte nelle macchine. Ma i computer potranno davvero sostituire la presenza umana? Quale risposta daranno al male e alla morte?

Dovremo fare una riflessione più approfondita circa l’impatto della tecnologia sulla forma della nostra umanità, andando al di là di un ingenuo stupore promosso dalla grande macchina del marketing. Anche in questo attraversiamo in un periodo di transizione. Una prima tappa che finora ha funzionato è quella della coesistenza, in cui le macchine sostituiscono alcune attività umane ma in un regime di subordinazione. Lo scopo della tecnologia è ancora valutato, in questa fase, come strumentale.
Ma stiamo per entrare in una nuova era, in cui i dispositivi tecnologici diverranno tendenzialmente “oggetti di compagnia”, allo stesso modo in cui dominiamo gli animali domestici, “di compagnia”, sottintendendo con questo un determinato grado affettivo di relazione e una pratica abituale di convivenza e di cura. Oggi, per esempio, siamo affezionati agli animali domestici. Ma cani e gatti sono anche compagni esigenti: hanno le espressioni e le necessità organiche degli esseri viventi, sono, come noi, soggetti all’imprevedibilità di un’esistenza contingente, non si può lasciarli andare, abbandonarli o dimenticarli. Oggi si comincia a guardare ai robot come compagni più facili, che offrono tutti i vantaggi degli “animali di compagnia” e altri ancora, ma senza il costo vitale che è loro associato.
La propaganda della prossima pandemia tecnologica sostiene che le macchine sono un antidoto all’isolamento e alla solitudine, dall’efficacia garantita. In un altro campo, ci sono scuole di medicina in cui si propone, con frequenza crescente, di sostituire le diagnosi fatte da specialisti con quelle effettuate da macchine, dato che il margine di errore di queste risulta essere più basso. Finora abbiamo creduto che la relazione tra medico e malato facesse parte del processo di cura. Il medico che parla con noi è mortale come noi e ciò contribuisce a generare un’empatia del tutto singolare. Ma… se le macchine fossero migliori?
L’opinione predominante vuole che molte delle resistenze attuali verranno superate e che saremo sempre più disposti a sostituire le relazioni tradizionali con le nuove interfacce tecnologiche. La dimensione affettiva stessa cesserà di costituire un ostacolo, poiché i vincoli emotivi, gli affetti, i sentimenti, si rafforzeranno. Se oggi un adolescente può dire «io amo il mio computer perché mi fa entrare in contatto con i miei amici», fra non molto dirà: «Amo il mio computer perché è il mio migliore amico».
A quanti assicurano che i computer potranno avere una centralità accentuata nei processi tipicamente umani, è tuttavia necessario ricordare quello che un pc non può fare. Al posto del medico potrà esserci una macchina? Un giudice arriverà a essere sostituito da un computer? Per comprendere la miscela di fattori e di ragioni di un essere umano si richiede un discernimento umano. Se fosse meramente automatico, non sarebbe umano. E un pc può essere artista? Saprà imitare i grandi maestri, senza dubbio, ma non riuscirà ad anticipare quello che nella storia della musica è stato Beethoven o che Picasso ha rappresentato nella storia dell’arte.
Potrà mai, un computer, sostituire l’incontro con un altro essere umano? Che cos’avrà da insegnare sulle scelte libere, la gratuità, la prudenza o il perdono? Come potremo fare una domanda ed essere ascoltati, anche in quel dolore sommerso che nemmeno arriva a esprimersi con parole? Possiamo confidare che il pc sarà sensibile alla forza della nostra fragilità? Si potranno programmare, grazie a esso, le virtù, o un itinerario di ricerca spirituale? Quale risposta daranno al male, questi dispositivi, e alla morte? Se la nostra escatologia sarà solo un futuro migliorato dai computer, non ci sarà più niente che ci possa mancare? 

(Traduzione di Pier Maria Mazzola - pubblicato su  "AVVENIRE" del  20 maggio 2018)

mercoledì 23 maggio 2018

Le nuove schiavitù dell’Italia moderna

L'Italia dei braccianti schiavi: 3 euro l'ora
di Daniela Fassini 
La mappa dal Piemonte alla Puglia. «Stanno zitti perché hanno paura»


Non solo al Sud. La piaga del caporalato e dei lavoratori ridotti in schiavitù colpisce anche il Nord, anche le province più industrializzate. Dalla Lombardia al Piemonte, dalla Toscana all’Emilia Romagna. Contadini braccianti, stranieri ma anche italiani, sfruttati nella raccolta di mele, pesche, albicocche e olive. Sottopagati, con la schiena ricurva per ore, al caldo e sotto il sole. Senza dignità e nessun tipo di tutela. Succede nel Cuneese, nel Bresciano, nel Chianti e nel Mantovano.

A Saluzzo, nel Cuneese, è attivo il progetto 'Presidio' di Caritas italiana, uno sportello – fra i dieci disseminati in tutta Italia, da Nord a Sud – che offre supporto, accoglienza e integrazione per i lavoratori stagionali, in particolare i migranti, che ogni estate raggiungono il territorio per la raccolta di mele, pesche ed albicocche. Centinaia di uomini, provenienti per oltre la metà da Mali, Costa D’Avorio e Senegal, che vengono a vivere da maggio a novembre nella zona di Saluzzo in cerca di lavoro. Arrivano dalle grandi città. D’inverno vivono a Torino, se la cavano con pochi e saltuari lavoretti, in attesa della stagione più calda. La maggior parte di loro trova lavoro nella raccolta della frutta in un raggio di venti chilometri da Saluzzo, spostandosi quotidianamente con la bicicletta. Con l’apertura della stagione di raccolta, in collaborazione con l’amministrazione comunale si sta allestendo un dormitorio, presso l’ex caserma Filippi che potrà accogliere fino a 500 migranti raccoglitori.

A Guidizzolo, nel Mantovano, pochi giorni fa è stato arrestato un imprenditore agricolo, un 37enne di nazionalità del Bangladesh che pagava i suoi braccianti 3 euro all’ora. Le forze dell’ordine sono riuscite, con un blitz, a fermare l’uomo che stava impiegando nei suoi campi otto braccianti, tutti con regolare permesso di soggiorno. Interrogati, hanno rivelato di essere costretti a turni massacranti. Costretti a lavorare da mattina a sera, col caldo, la pioggia e il freddo, a una paga di appena tre euro all’ora. Fra i 'moderni schiavi' ci sono anche gli italiani. Ma le vulnerabilità maggiori riguardano gli stranieri. Rispetto ai primi, infatti, sono pagati meno e spesso e volentieri vivono in condizioni degradate, in baracche e luoghi di fortuna, senza servizi e acqua corrente.

«Fra gli stranieri il problema è più acuto – spiega Manuela De Marco, di Caritas italiana – perché vivono in condizioni abitative al limite della dignità». Al Sud, in Puglia, i volontari del progetto 'Presidio' dell’ente caritatevole, che gira intercettando i lavoratori sfruttati nei campi e nelle serre, ha trovato braccianti stranieri che vivevano nei piloni dell’elettricità. Purtroppo, però, il problema è che spesso queste persone preferiscono non denunciare. Hanno paura delle ritorsioni. Hanno paura di perdere quei pochi soldi che danno loro l’unico modo per guadagnarsi da vivere.

Le nuove schiavitù, ovviamente, non riguardano solo l’agricoltura. In Campania, ad esempio, il fenomeno colpisce l’edilizia piccola e privata. Nei lavori di ristrutturazione di piccole imprese, soprattutto a carattere familiare, che cercano profughi a basso costo per reperire manodopera. E alla vigilia dell’estate si guarda anche all’ambulantato stagionale sulle spiagge. «Dallo sportello di Nardò e Gallipoli ci segnalano di venditori ambulanti costretti a fare chilometri sotto il sole, sulle spiagge dei turisti». Sono i cosiddetti vu cumprà, da decenni ormai presenti nel nostro Paese. Anche loro 'schiavi' di un’Italia moderna.
(fonte: Avvenire)

Il magistrato Bruno Giordano
«Caporalato, poche denunce ma processi in aumento»
di Antonio Maria Mira

«Centinaia di procedimenti, prima erano solo una trentina. È in corso un vero accerchiamento, anche in altri settori»


«La legge sul caporalato approvata nell’ottobre 2016 sta funzionando. Prima i processi per questo reato erano stati solo una trentina in tutta Italia. Oggi invece sono centinaia in varie procure dal Nord al Sud. Inoltre questa legge sta permettendo di attaccare tutte quelle condizioni che ledono la dignità del lavoratore, i diritti sociali, sindacali e della sicurezza». Ne è convinto Bruno Giordano, magistrato di Cassazione, professore alla Statale di Milano ed ex consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sicurezza del lavoro. E tra gli esperti ascoltati nella stesura della legge.

«L’applicazione in questo anno e mezzo – ci spiega – ha dimostrato che lo sfruttamento del lavoro va da Nord al Sud e non solo in agricoltura. È un reato presente in edilizia, nel settore metalmeccanico, nei cantieri navali, nei servizi, come gli appalti di pulizia, di trasporto, spesso attraverso cooperative. Si scarica verso il basso il risparmio dei costi facendolo pagare a chi deve lavorare per pochi euro e con pochi diritti». La sua è un’analisi molto dura. «Il caporalato è un profilo criminale. Non possiamo parlare di un fenomeno perché fenomeno è ciò che non si può spiegare mentre qui si può spiegare tutto benissimo». Ora, insiste il magistrato, «la legge permette di punire non solo il caporale ma anche il datore di lavoro. E non incrimina soltanto le persone fisiche, ma anche le imprese perché stabilisce la loro responsabilità penale diretta».

È «un vero e proprio accerchiamento», lo definisce Giordano, «non solo con l’incriminazione penale, ma anche col sequestro e la confisca delle aziende e di tutto il patrimonio dell’imprenditore». Per evitare poi «il ricatto occupazionale», è prevista «la nomina da parte del giudice di un controllore giudiziario per consentire il mantenimento del patrimonio dell’azienda e il livello occupazionale». E questo è molto importante perché «il lavoratore è il primo 'complice' del suo sfruttamento per non perdere il lavoro. Sono rarissimi i casi in cui ci si ribella. Così le denunce sono molto rare».

Anche perché gli imprenditori disonesti in questi mesi hanno preso le contromisure, trucchi per aggirare la norma. «Oggi è diffusissimo, anzi ormai è la regola, non avere dei lavoratori in nero ma in grigio, cioè formalmente assunti, che hanno una busta paga regolare ma per un numero di ore di gran lunga inferiore a quelle effettive. Il resto viene pagato a nero oppure regolarmente ma il lavoratore deve restituirne una parte. E così si creano dei fondi neri. In caso di controllo il lavoratore, purtroppo, non ha nessun interesse a dichiarare agli ispettori che risulta lavorare due ore al giorno mentre in realtà ne fa dieci. E l’ispettore guarda caso l’ha trovato proprio nelle due ore in cui lavora...».

Non basta, dunque, la pur ottima legge. «Non servono più controlli, quanto più coordinamento. Sono stati affidati all’Ispettorato nazionale del lavoro che avrebbe dovuto riunire gli ispettori dell’Inps, dell’Inail e del Ministero del Lavoro, facendo controlli incrociati, ma non sta decollando». Piuttosto, sottolinea il magistrato, «è dimostrato che solo un’attività massiccia di polizia può scoprire questi reati. Quando devi entrare in un cantiere edile non bastano due ispettori e così in un’azienda agricola di decine di ettari. I lavoratori scappano dall’altra parte. Ho coordinato un blitz per conto della Commissione in un’azienda agricola pontina, ma siamo andati con 40 carabinieri».

Giordano è originario di Vittoria, proprio la zona che Avvenire ha raccontato nei giorni scorsi. «Lo sfruttamento dei lavoratori extracomunitari e comunitari, come i romeni, ha favorito anche quello degli italiani. Il bracciante siciliano si deve adeguare a quel tipo di paga, totalmente illecita, frutto anche di un mercato agricolo che subisce la forte concorrenza dal nord Africa e dalla Cina, con un crollo del prezzo che spinge il datore di lavoro ad abbattere in primo luogo i costi dei salari ». La mafia «ha altri interessi economici, non si basa sullo sfruttamento del migrante. Sono invece interessati al mercato ortofrutticolo, soprattutto all’indotto, trasporti e imballaggi. Non è un caso che gli attentati incendiari degli ultimi mesi hanno colpito queste aziende». Ma il caporalato è utile per altri fini, perché «lo sfruttamento del lavoro comporta non solo la conoscenza e il controllo delle persone, ma anche del territorio. E controllare le persone e il territorio è il Dna della mafia».

(fonte: Avvenire)

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23 maggio 1992, strage di Capaci: i mafiosi si lascino scuotere e convincere dalle parole di Rosaria

23 maggio 1992, strage di Capaci:
i mafiosi si lascino scuotere e convincere dalle parole di Rosaria




Il 23 maggio 1992, lungo l’autostrada che porta dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, all’altezza dello svincolo per Capaci, il tritolo faceva innalzare e – subito dopo – sprofondare una lunghissima lingua d’asfalto, come quando un terremoto tremendo spacca la terra e ingurgita ogni cosa che gli si para davanti. Con l’asfalto volarono anche le automobili blindate in cui viaggiavano Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e la sua scorta. Una strage: morti sul colpo Francesca, anche lei magistrato, e gli agenti Antonio Montinaro, Rocco Dicilio, Vito Schifani. L’ultimo a spirare il giudice, nelle braccia dei soccorritori. Tra le lamiere incandescenti rimasero feriti gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo e Gaspare Cervello, assieme all’autista Giuseppe Costanza.

Una sorta di litania del dolore, scandita con timbro orante dal cardinale Salvatore Pappalardo, sull’altare di San Domenico, il giorno del funerale. Ad essa fa da sinistro controcanto la lista nera dei mafiosi, esecutori e mandanti (anche quelli che sinora forse non sono stati ancora raggiunti da una giusta punizione), che ordirono quell’attentato. Troppo onore sarebbe rievocare qui anche i loro nomi, molti dei quali sono del resto sottolineati nelle carte processuali e risuonano nella conta che i secondini fanno ogni mattina nelle carceri di mezz’Italia.

Falcone non è esplicitamente citato nella lettera che i vescovi siciliani hanno distribuito con le loro stesse mani, scendendo in mezzo alla folla dei fedeli radunati per la messa, all’ombra del Tempio della Concordia, lo scorso 9 maggio, a venticinque anni dal “grido agrigentino” di san Giovanni Paolo II. Ma la sua fotografia, che lo ritrae sorridente accanto a Paolo Borsellino, spicca tra le pagine della lettera, insieme alle foto di altre vittime della mafia, come Peppino Impastato, Piersanti Mattarella e don Pino Puglisi. Di certo, dunque, anche a lui e ai suoi assassini hanno pensato i pastori delle diocesi siciliane nel prolungare l’appello alla conversione che il papa polacco rivolse ai mafiosi dell’Isola nella Valle dei Templi: “È la conversione la meta verso cui tutti dobbiamo puntare e verso cui anche i mafiosi devono avere l’umiltà e il coraggio di muovere i loro passi. Una conversione sincera, sperimentata in prima persona e in intima relazione con il Signore. Ma non intimistica, bensì vissuta secondo le regole penitenziali della Chiesa e i cui frutti di vita nuova siano inequivocabilmente percepibili e pubblicamente visibili”.

Sono parole – queste dei vescovi siciliani – che riecheggiano la straziante preghiera singhiozzata dalla moglie di uno dei poliziotti morti con Falcone ventisei anni fa: “Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani (mio), battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato (lo Stato…), chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia. Adesso, rivolgendomi agli uomini della mafia (perché ci sono qua dentro e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono (io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio), se avete il coraggio di cambiare (ma loro non vogliono cambiare loro, loro non cambiano), di cambiare radicalmente i vostri progetti, progetti mortali che avete. Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: ‘Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno’. Pertanto vi chiediamo, per la nostra città di Palermo (o Signore, non ce la faccio), che avete reso città di sangue (troppo sangue), di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti (ma non c’è amore, non ce n’è amore qui, non c’è amore per niente!)”.

Parole che già allora annunciavano la possibilità del perdono e la necessità della conversione. I vescovi siciliani di certo se le sono ricordate, mentre redigevano la loro lettera, lasciandosi interpellare anche dalle aggiunte (le espressioni tra parentesi) fatte da Rosaria al testo scritto della preghiera che, sorretta da un suo amico sacerdote, lesse durante la liturgia esequiale. La speranza è che, una buona volta, se ne lascino scuotere e convincere pure i mafiosi.

Guarda al preghiera dell vedova Schifani




IL SOGNO DI UNA CHIESA di Raniero La Valle

IL SOGNO DI UNA CHIESA 
di Raniero La Valle




Mentre molte cose accadono, quella che ci sembra più rilevante e ricca di futuro è la lettera del papa ai vescovi del Cile che non solo da ragione degli eventi inauditi che hanno investito la Chiesa cilena, ma è uno straordinario testo di ecclesiologia, che apre uno squarcio su quello che può essere la Chiesa, e anzi la religione di domani.
È una lettera di dieci pagine, che doveva rimanere segreta, per cui non è uscita sul sito del Vaticano; ma nella Chiesa di Francesco non c'è più nulla di segreto: certo la "Segreteria di Stato" continua a chiamarsi così, ma ormai tutto è gridato sui tetti, la fiaccola è sopra il moggio, e anche il lucignolo che rischia di spegnersi ora si vede. Sicché abbiamo assistito con enorme stupore a un papa che si è messo in gioco riconoscendo l'errore compiuto nel giudizio che aveva dato sullo scandalo della pedofilia in Cile, e poi all'intero collegio di quei vescovi che viene a Roma e per tre giorni ripensa col papa a tutto ciò che era accaduto, e infine si pente e chiede perdono, prima di tutto alle vittime, e poi rinunzia al potere, ciascun vescovo rimettendo nelle mani del papa il proprio mandato, senza nessuno a giustificare se stesso, tutti dal primo all'ultimo, trentaquattro.
È la prima volta che una Chiesa chiede perdono così: finora, anche per le sue colpe più gravi, la formula era che la Chiesa era santa e che semmai chiedeva perdono per il male commesso da qualche suo membro.
Per questo bisogna leggere la lettera del papa. Noi ve la mettiamo sul nostro sito in spagnolo, come è stata scritta  (CHE DIMINUISCA LA CHIESA PERCHÉ CRESCA LA FEDE) e come l'ha pubblicata la Televisione cilena, e cercheremo di darvene poi la traduzione italiana. Ma intanto la si può raccontare.
Per prima cosa bisogna dire che essa parte non da un problema di Chiesa, o di dottrina, ma da una ferita "aperta, dolorosa, complessa e sanguinante", nella vita di tante persone, non necessariamente credenti, è "perciò" nella vita del Popolo di Dio. Tutte le vittime, tutte le persone sono Popolo di Dio. Ferita non curata come si doveva, e perciò bisogna subito voltare pagina, senza dare la colpa agli altri, perché tutti siamo implicati, dice il papa, "e io per primo".
Ma come intervenire? Prima di tutto bisogna trovare la strada. E la strada è quella della conversione, perché bisogna cambiare, e non c'è cambiamento senza conversione, e bisogna farlo non separati, ma nella "collegialità" e "sinodalità".
E qui c'è la chiave teologica della vera conversione richiesta alla Chiesa: "è necessario che lui cresca e io diminuisca", secondo la parola di Giovanni Battista. La Chiesa del Cile (ma non solo lei) patisce infatti la tentazione di "soppiantare" il suo Signore. Di mettersi lei al posto di Dio. Di crescere tanto, che di Dio non c'è più bisogno, perché c'è lei. È avvenuto così lungo i secoli. Ma se la Chiesa basta a se stessa, non ha più altro da annunciare, viene meno la sua stessa missione, la sua forza profetica si perde. E se la Chiesa mette se stessa al centro dell'attenzione, invece di mettere il Signore che è "la via, la verità e la vita" e perde così "la memoria della sua origine e della sua missione", anche il peccato della Chiesa viene al centro della scena, non si vede altro e non si parla d'altro; e così è successo proprio in questa crisi.
Il prezzo che si paga è allora molto alto, e mentre infuria lo scandalo, la cosa più urgente è "ristabilire la giustizia e la comunione", non solo nell'immediato, ma a medio e lungo termine, perché il problema non è solo di affrontare i casi concreti, magari semplicemente rimuovendo i colpevoli (cosa necessaria ma non sufficiente), il problema è di andare alla radice e alle strutture che sono all'origine del male, il problema è di "recuperare la profezia".
Sembra di capire che cosa cerca di dire il papa: nessun silenzio e nessuna debolezza di fronte allo scandalo, ma la conclusione di tutto non sta nella "tolleranza zero", com'è per le cose del mondo, la conclusione sta nel recupero della profezia, in una Chiesa che torni ad essere Chiesa.
E qui si vede tutta la tenerezza e la profondità con cui papa Francesco pensa a questa Chiesa, la riconosce e le parla, come si parla all'amata.
Riconosce, proprio alla Chiesa cilena, di aver generato molti alla fede, di aver lottato per difenderla, e aver dato battaglia quando la dignità dei suoi figli non era rispettata o era semplicemente negata. Una Chiesa che ha saputo non mettersi al centro, ma "nei momenti oscuri della vita del suo popolo ha avuto il vigore profetico non solo di levare la sua voce ma anche di chiamare a raccolta per creare spazi di difesa di uomini e donne su cui il Signore l'aveva incaricata di vegliare", ben sapendo che "non si poteva proclamare il comandamento nuovo dell'amore senza promuovere mediante la giustizia e la pace la vera crescita di ogni persona". Il periodo cui il papa si riferisce è qui quello della dittatura, e perciò la citazione è di Paolo VI.
Ma, ad abbracciare tutta la sua storia, la vera forza della Chiesa cilena, è stata la pietà popolare, che "è una delle ricchezze più grandi che il popolo di Dio ha saputo coltivare", con le sue feste, i suoi balli, la sua musica, i suoi vestiti, trasformando tante località del Paese "in santuari della pietà popolare, perché non sono feste che restino chiuse all'interno del tempio, ma riescono a rivestire a festa tutto il villaggio". E perciò è una Chiesa che ha imparato come la fede si trasmette solo in dialetto, celebrando così, cantando e danzando, "la paternità, la provvidenza, la presenza costante e amorosa di Dio". Una Chiesa che si fa prossima dei poveri, dei malati, dei senzatetto, degli orfani ... Una Chiesa fatta di molti popoli, capace di promuovere le ricchezze e la buona vita di ciascuno, come negli anni Sessanta i vescovi del Sud fecero per la crescita del popolo Mapuche, dal quale c'è tanto da apprendere; una Chiesa profetica, capace di confessare (e qui Francesco cita il cardinale Silva Enriquez di Santiago, che fu uno dei fari del Concilio) "che nella nostra storia personale e nella storia del nostro Cile ci sono stati ingiustizia, bugie, odio, colpa, indifferenza"; per cui lo stesso arcivescovo invitava gli altri pastori e fedeli a essere "sinceri, umili, e a dire al Signore: abbiamo peccato contro di te! Peccare contro il nostro fratello, l'uomo e la donna, è peccare contro Cristo, che è morto e resuscitato per tutti gli uomini. Siamo sinceri, umili! Ho peccato, Signore contro di te! Non ho obbedito al tuo Vangelo!". E aggiunge Francesco; "la coscienza cosciente dei suoi limiti e peccati la fa vivere in guardia dinanzi alla tentazione di soppiantare il suo Signore". 
E qual è l'antidoto? Il santo popolo fedele di Dio, che dal suo silenzio quotidiano in molte forme testimonia che il Signore non abbandona, sostiene e soffre con i suoi figli. Il santo paziente popolo di Dio, vivificato dallo Spirito, che è il volto più bello della Chiesa profetica che sa mettere al centro il suo Signore nella fatica quotidiana. "In questo popolo fedele e silenzioso sta il sistema immunitario della Chiesa".
Così immunizzata, la Chiesa potrà ritrovare se stessa. Potrà affermare senza ambiguità che il discepolo non sarà mai il Messia. Guardarsi perciò da ogni forma di messianismo che pretenda ergersi come unico interprete della volontà di Dio. Non cadere, come tante volte è possibile, nella tentazione di un esercizio ecclesiale dell'autorità che pretenda sostituirsi alle diverse istanze di comunione e partecipazione e, ciò che è peggio, sostituirsi alla coscienza dei fedeli, dimenticando l'insegnamento conciliare secondo cui "la coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nel suo recesso più intimo" (GS n. 16, che cita un discorso radiofonico di Pio XII). I falsi messianismi, dice il papa, pretendono cancellare l'eloquente verità che la totalità dei fedeli ha l'unzione dello Spirito. Mai un individuo o un gruppo privilegiato può pretendere di essere la totalità del Popolo di Dio e meno ancora credersi la voce autentica della sua interpretazione. Bisogna stare attenti alla "psicologia da élite" che può insinuarsi nella nostra maniera di abbordare le questioni. Essa produce dinamiche di divisione, separazione, circoli chiusi che sboccano in spiritualità narcisiste e autoritarie in cui, invece di evangelizzare, l'importare è sentirsi speciali, differenti dagli altri, mettendo così in evidenza che né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente. Messianismo, elitismo e clericalismo sono tutti sinonimi di perversione nell'essere ecclesiale e anche sinonimo di perversione - scrive il papa - è la perdita della sana coscienza di sapersi appartenere al santo popolo di Dio che ci precede e che, grazie a Dio, ci succederà.
La coscienza del limite ci salva dalla tentazione e pretesa di occupare tutti gli spazi, e specialmente un luogo che non ci appartiene, quello del Signore. Solo Dio è capace della totalità. "La nostra missione sarà sempre condivisa. La consapevolezza di avere delle piaghe ci libera; ci libera dal diventare autoreferenziali, di crederci superiori. Ci libera da quella tendenza prometeica di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri".
E la conclusione folgorante della lettera è: "Fratelli le idee si discutono, le situazioni si discernono, noi siamo qui riuniti per discernere, non per discutere".
Discernere, ci sembra vuol dire smettere gli abiti vecchi, avanzare lo sguardo verso quello che sarà il futuro della Chiesa e della stessa religione nel mondo
(Fonte: ChiesadituttiChiesadeipoveri)

Leggi anche il post già pubblicato sulla vicenda Pedofilia - Cile: 
Lo scandalo pedofilia - LA RESA DEI VESCOVI CILENI di Alberto Melloni e Servizi TV2000

martedì 22 maggio 2018

Papa Francesco alla Cei: “Vocazioni, povertà e accorpamento”


Il Papa è arrivato alle 16.35 nell’Aula del Sinodo, per aprire la 71ª Assemnblea della Cei, in corso in Vaticano fino al 24 maggio sul tema: “Quale presenza ecclesiale nell’attuale contesto comunicativo”. 

Al suo arrivo, tutti i cardinali e vescovi italiani che partecipano ai lavori di questi giorni si sono alzati in piedi e hanno salutato il Santo Padre con un applauso. Poi è iniziata la preghiera, con il canto del “Veni, creator Spiritus” accompagnato dal suono dell’organo.
Dopo un momento di preghiera, il Card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, ha salutato il Santo Padre ringraziandolo per il recente dono dei tre nuovi cardinali italiani.

“Le vogliamo dire che lei stasera è a casa sua. Non solo perché siamo in Vaticano – ha spiegato il cardinale – ma soprattuto perché noi la sentiamo padre, la sentiamo fratello, la sentiamo amico, e quindi questa sua presenza ci riempie di gioia e gratitudine”. Bassetti ha cominciato il suo saluto “con un piccolo aneddoto” riguardante la sua vita. “Nel 1979 – ha raccontato – il card. Benelli mi chiamò per affidarmi il Seminario maggiore di Firenze, una cosa molto più grande delle mie poche possibilità. Mi sembrò di sprofondare, e gli ho chiesto: cosa devo fare?”. “A me basta una cosa”, la risposta di Benelli: “Fa in modo che tutte le volte che vengo io mi senta a casa mia”. Infine il presidente della Cei ha ringraziato Papa Francesco “per il dono dei cardinali che lei ha fatto alla Chiesa”. “Ci sentiamo particolarmente fieri dei nostri cardinali”, ha detto Bassetti nominandoli uno ad uno: mons. Angelo De Donatis, vicario generale del Papa per la diocesi di Roma; mons. Giuseppe Petrocchi, arcivescovo di L’Aquila; mons. Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato. “Grazie davvero, Padre Santo!”, il saluto prima del discorso a braccio del Papa.




L’intervento di Papa Francesco ha aperto i lavori della 71ª Assemblea Generale della CEI, in Vaticano. Il Papa ha voluto condividere tre preoccupazioni con l’Episcopato italiano, prima di dar loro la parola.

Prima preoccupazione: la crisi delle vocazioni. “È in gioco la nostra paternità – ha detto Francesco -. È il frutto avvelenato della cultura del provvisorio e del relativismo, legata anche al calo delle nascite e agli scandali”. “È triste – ha aggiunto – vedere questa terra fertile e generosa di vocazioni entrare in una sterilità vocazionale senza trovare rimedi efficaci”.

Perché non pensare – ha suggerito – ad una più concreta e generosa condivisione fidei donum anche tra le diocesi italiane? Siete capaci di fare questo?”.

Seconda preoccupazione: povertà evangelica e trasparenza. “La povertà è madre della vita apostolica e muro che la protegge. Senza povertà non c’è servizio. Chi crede non può parlare di povertà e vivere come un faraone, conducendo una vita di lusso o gestendo i beni della Chiesa come fossero i propri”.

“Abbiamo il dovere – ha affermato Francesco – di gestire i beni con esemplarità, attraverso regole chiare e comuni. Nella CEI si è fatto molto in questi anni, ma si può fare ancora di più”.

Terza preoccupazione: riduzione e accorpamento delle diocesi. Papa Francesco ha ricordato di averne parlato già a maggio del 2013. “Si tratta – ha detto – di una esigenza pastorale studiata ed esaminata più volte. Già Paolo VI nel ‘64 e nel ‘66 aveva parlato di numero eccessivo delle diocesi. Un argomento datato e attuale, trascinato per troppo tempo. È ora di fare quello che è possibile fare”.

“Ora lascio a voi la parola – ha concluso il Pontefice – e vi ringrazio per la vostra parresia”.


*******

Cari fratelli, buonasera!

Benvenuti in Vaticano. Ma credo che quest’aula [quella del Sinodo] è in Vaticano soltanto quando c’è il Papa, perché è sul territorio italiano. Anche l’Aula Paolo VI… Dicono che è così, non è vero?

Grazie tante della vostra presenza per inaugurare questa giornata di Maria Madre della Chiesa. Noi diciamo dal nostro cuore, tutti insieme: “Monstra te esse matrem”. Sempre: “Monstra te esse matrem”. E’ la preghiera: “Facci sentire che sei la madre”, che non siamo soli, che Tu ci accompagni come madre. E’ la maternità della Chiesa, della Santa Madre Chiesa Gerarchica, che è qui radunata… Ma che sia madre. “Santa Madre Chiesa Gerarchica”, così piaceva dire a Sant’Ignazio [di Loyola]. Che Maria, Madre nostra, ci aiuti affinché la Chiesa sia madre. E – seguendo l’ispirazione dei padri – che anche la nostra anima sia madre. Le tre donne: Maria, la Chiesa e l’anima nostra. Tutte e tre madri. Che la Chiesa sia Madre, che la nostra anima sia Madre.

Vi ringrazio per questo incontro che vorrei fosse un momento di dialogo e di riflessione. Ho pensato, dopo avervi ringraziato per tutto il lavoro che fate – è abbastanza! –, di condividere con voi tre mie preoccupazioni, ma non per “bastonarvi”, no, ma per dire che mi preoccupano queste cose, e voi vedete… E per dare a voi la parola così che mi rivolgiate tutte le domande, le ansie, le critiche – non è peccato criticare il Papa qui! Non è peccato, si può fare – e le ispirazioni che portate nel cuore. 
... 

Leggi il testo integrale del discorso

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Al termine del discorso di Papa Francesco è cominciato subito il dibattito a porte chiuse.




«A Pentecoste ha avuto inizio la storia della santità cristiana, perché lo Spirito Santo è la fonte della santità, che non è privilegio di pochi, ma vocazione di tutti...» Papa Francesco Regina Coeli 20/05/2018 e Annuncio del Concistoro per la nomina di nuovi Cardinali - (testo, video e cenni biografici dei nuovi Cardinali)

SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

REGINA COELI

Piazza San Pietro
Domenica, 20 maggio 2018



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nell’odierna festa di Pentecoste culmina il tempo pasquale, centrato sulla morte e risurrezione di Gesù. Questa solennità ci fa ricordare e rivivere l’effusione dello Spirito Santo sugli Apostoli e gli altri discepoli, riuniti in preghiera con la Vergine Maria nel Cenacolo (cfr At 2,1-11). In quel giorno ha avuto inizio la storia della santità cristiana, perché lo Spirito Santo è la fonte della santità, che non è privilegio di pochi, ma vocazione di tutti.

Per il Battesimo, infatti, siamo tutti chiamati a partecipare alla stessa vita divina di Cristo e, con la Confermazione, a diventare suoi testimoni nel mondo. «Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6). «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità» (Cost. dogm. Lumen gentium, 9).

Già per mezzo degli antichi profeti il Signore aveva annunciato al popolo questo suo disegno. Ezechiele: «Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme. […] Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (36,27-28). Il profeta Gioele: «Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie. […] Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito. […] Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (3,1-2.5). E tutte queste profezie si realizzano in Gesù Cristo, «mediatore e garante della perenne effusione dello Spirito» (Messale Romano, Prefazio dopo l’Ascensione). E oggi è la festa dell’effusione dello Spirito.

Da quel giorno di Pentecoste, e sino alla fine dei tempi, questa santità, la cui pienezza è Cristo, viene donata a tutti coloro che si aprono all’azione dello Spirito Santo e si sforzano di esserle docili. E’ lo Spirito che fa sperimentare una gioia piena. Lo Spirito Santo, venendo in noi, sconfigge l’aridità, apre i cuori alla speranza e stimola e favorisce la maturazione interiore nel rapporto con Dio e con il prossimo. È quanto ci dice San Paolo: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Tutto questo fa lo Spirito in noi. Per questo oggi festeggiamo questa ricchezza che il Padre ci dona.

Chiediamo alla Vergine Maria di ottenere anche oggi alla Chiesa una rinnovata Pentecoste, una rinnovata giovinezza che ci doni la gioia di vivere e testimoniare il Vangelo e «infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio» (Gaudete et exsultate, 177). 


Dopo il Regina Coeli:

Cari fratelli e sorelle,

la Pentecoste ci porta col cuore a Gerusalemme. Ieri sera sono stato spiritualmente unito alla veglia di preghiera per la pace che ha avuto luogo in quella Città, santa per ebrei, cristiani e musulmani. E oggi continuiamo a invocare lo Spirito Santo perché susciti volontà e gesti di dialogo e di riconciliazione in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente.

Desidero dedicare un particolare ricordo all’amato Venezuela. Chiedo che lo Spirito Santo dia a tutto il popolo venezuelano – tutto, governanti, popolo – la saggezza per incontrare la strada della pace e dell’unità. Anche prego per i detenuti che sono morti ieri.

L’evento di Pentecoste segna l’origine della missione universale della Chiesa. Per questo oggi viene pubblicato il Messaggio per la prossima Giornata Missionaria Mondiale. E mi piace anche ricordare che ieri si sono compiuti 175 anni dalla nascita dell’Opera dell’Infanzia Missionaria, che vede i bambini protagonisti della missione, con la preghiera e i piccoli gesti quotidiani d’amore e di servizio. Ringrazio e incoraggio tutti i bambini che partecipano a diffondere il Vangelo nel mondo. Grazie!

Rivolgo il mio cordiale saluto a voi, pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi. In particolare, agli alunni del Colegio Irabia-Izaga di Pamplona, al gruppo del Colégio São Tomás di Lisbona e ai fedeli di Neuss (Germania).

Saluto la Schola cantorum di Vallo della Lucania, i fedeli di Agnone e quelli di San Valentino in Abruzzo Citeriore, i ragazzi della Cresima di San Cataldo, la Cooperativa sociale “Giovani Amici” di Terrassa Padovana e l’Istituto Scolastico “Caterina di Santa Rosa” di Roma, che festeggia i suoi 150 anni. 


ANNUNCIO DEL CONCISTORO PER LA NOMINA DI NUOVI CARDINALI


Cari fratelli e sorelle,

Sono lieto di annunciare che il 29 giugno, terrò un Concistoro per la nomina di 14 nuovi Cardinali. La loro provenienza esprime l’universalità della Chiesa che continua ad annunciare l’amore misericordioso di Dio a tutti gli uomini della terra. L’inserimento dei nuovi Cardinali nella diocesi di Roma, inoltre, manifesta l’inscindibile legame tra la sede di Pietro e le Chiese particolari diffuse nel mondo.


Ecco i nomi dei nuovi Cardinali:

1. Sua Beatitudine Louis Raphaël I Sako – Patriarca di Babilonia dei Caldei.

2. S.E. Mons. Luis Ladaria – Prefetto de la Congregazione per la Dottrina della Fede.

3. S.E. Mons. Angelo De Donatis – Vicario Generale di Roma.

4. S.E. Mons. Giovanni Angelo Becciu – Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato e Delegato Speciale presso il Sovrano Militare Ordine di Malta.

5. S.E. Mons. Konrad Krajewski – Elemosiniere Apostolico.

6. S.E. Mons. Joseph Coutts – Arcivescovo di Karachi.

7. S.E. Mons. António dos Santos Marto – Vescovo Leiria-Fátima.

8. S.E. Mons. Pedro Barreto – Arcivescovo di Huancayo.

9. S.E. Mons. Desiré Tsarahazana – Arcivescovo di Toamasina.

10. S.E. Mons. Giuseppe Petrocchi – Arcivescovo de L’Aquila.

11. S.E. Mons. Thomas Aquinas Manyo – Arcivescovo di Osaka.

Insieme ad essi unirò ai membri del Collegio Cardinalizio: un Arcivescovo, un Vescovo ed un Religioso che si sono distinti per il loro servizio a la Chiesa:

12. S.E. Mons. Sergio Obeso Rivera – Arcivescovo Emerito di Xalapa.

13. S.E. Mons. Toribio Ticona Porco – Prelato Emerito di Corocoro.

14. R.P. Aquilino Bocos Merino – Claretiano.

Preghiamo per i nuovi Cardinali, affinché, confermando la loro adesione a Cristo, Sommo Sacerdote misericordioso e fedele (cfr Eb 2,17), mi aiutino nel mio ministero di Vescovo di Roma per il bene di tutto il Santo Popolo fedele di Dio.

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