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martedì 26 settembre 2017

Per annunciare che la terra è piena della gloria di Dio - Ingresso nella Diocesi di Milano di Sua Eccellenza Mons. Mario Enrico Delpini (Testo e video)

Per annunciare che la terra è piena della gloria di Dio
Ingresso nella  Diocesi di Milano di 
S.E. Mons. Mario Enrico Delpini 
(Testo e video)

«Ecco, il mio messaggio, il mio invito, la mia proposta, l’annuncio che non posso tacere si riassume in poche parole: la gloria del Signore riempie la terra, Dio ama ciascuno e rende ciascuno capace di amare come Gesù. Vi prego: lasciatevi avvolgere dalla gloria di Dio, lasciatevi amare, lasciatevi trasfigurare dalla gloria di Dio per diventare capaci di amare!».


Domenica 24 settembre 2017 - È l'applauso caloroso dei seimila fedeli che gremiscono il Duomo di Milano, ad accogliere l'appello accorato con cui il nuovo arcivescovo, Mario Delpini, chiude la sua omelia, presiedendo la Messa nel giorno in cui fa il suo solenne ingresso nella diocesi ambrosiana (alla presenza delle autorità civili e militari, mille sacerdoti; presenti i cardinali Angelo Scola, Francesco Coccopalmerio, Gianfranco Ravasi, Renato Corti e 34 vescovi provenienti dalle Diocesi lombarde e italiane) e si apre un cammino illuminato dalla «profezia stupefatta di Isaia» che fa da motto al presule: «tutta la terra è piena della sua gloria». Questo annuncio dà al pastore la forza di chiamare «fratelli, sorelle» non solo i fedeli cattolici, ma anche i cristiani delle altre Chiese, gli ebrei, i musulmani, i non credenti, le autorità



Fratelli, sorelle! 

Permettetemi di rivolgermi a tutti così, chiamandovi fratelli, sorelle, “parola tremante nella notte/ Foglia appena nata/ Nell'aria spasimante/ involontaria rivolta/ dell'uomo presente alla sua/ fragilità/ Fratelli (G. Ungaretti). 

Fratelli, sorelle: non è per pretendere una familiarità, piuttosto per offrire una intenzione di frequentazione quotidiana, di disponibilità ordinaria, di premurosa, discreta trepidazione per il destino di tutti. Fratelli, sorelle! 

Riconosco qui convenuti i fedeli del popolo santo di Dio e so che molti seguono questo evento mediante radio e tv: ecco, la gente, la mia gente! Siete le pietre vive della Chiesa cattolica in questa terra benedetta da Dio, in questa diocesi ambrosiana, e in Chiese sorelle di altri paesi e continenti, uomini e donne, laici e consacrati, famiglie che portano le loro gioie e le loro ferite, i Cardinali che la nostra Chiesa ha l’onore di riconoscere come suoi, vescovi e preti. Permettetemi di rivolgermi a voi con questa parola tremante nella notte, fratelli, sorelle. Non che io intenda rinunciare alla mia responsabilità di esercitare in mezzo a voi un magistero, non che io intenda sottrarmi alle fatiche del governo. Piuttosto esprimo il proposito di praticare uno stile di fraternità, che, prima della differenza dei ruoli, considera la comune condizione dell’esser figli dell’unico Padre: “fratelli, sorelle!”. Desidero che si stabilisca tra noi un patto, condividere l’intenzione di essere disponibili all’accoglienza benevola, all’aiuto sollecito, alla comprensione, al perdono alla correzione fraterna, al franco confronto, alla collaborazione generosa, alla corresponsabilità lungimirante. Fratelli, sorelle!
...
Solo vorrei invitarvi ad alzare lo sguardo, ad accogliere l’invito di uno dei sette angeli… “Vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello” (Apc 21,9). Vi invito a guardare la Chiesa e l’umanità in una contemplazione più pura, più penetrante, meno preoccupata di quello che dobbiamo fare e più disponibile a riconoscere l’opera di Dio e la dedizione dell’Agnello a rendere bella la sua sposa, come una sposa adorna per il suo sposo (Apc 21,2) 

Pertanto, in questo momento così solenne ed emozionante io voglio dire solo una parola che ritengo essenziale, necessaria, incoraggiante e benedetta. Voglio confermare la profezia stupefatta di Isaia: tutta la terra è piena della sua gloria. Voglio confermare l’inno di lode che si canta in ogni liturgia eucaristica: Santo, santo, santo, i cieli e la terra sono pieni della tua gloria! Voglio condividere l’inno del Te Deum: pleni sunt caeli et terra maiestatis gloriae tuae. 

La proclamazione può suonare una espressione di euforia stonata nel nostro contesto contemporaneo incline più al lamento che all’esultanza, che ritiene il malumore e il pessimismo più realistici dell’entusiasmo, che ascolta e diffonde con maggior interesse le brutte notizie e condanna come noiosa retorica il racconto delle opere di Dio e del bene che si compie ogni giorno sulla faccia della terra. Ma il pensiero scettico e una specie di insofferenza nei confronti della rivelazione nascono forse da un malinteso. Infatti: che cosa si deve intendere per “gloria di Dio”, secondo la rivelazione cristiana? 

La gloria di Dio non è una sorta di irruzione trionfalistica. Chi si aspetta questa manifestazione della gloria di Dio, volgendo lo sguardo sulla desolazione della terra dichiara impossibile pensare che la terra sia piena della gloria di Dio: la vede piuttosto piena di lacrime e rovine, di ingiustizie e di idiozie. 

Eppure io vi annuncio e testimonio che la terra è piena della gloria di Dio. Che significa gloria di Dio? Significa manifestazione dell’amore, tenacia dell’amore, ostinazione dell’amore di Dio che nel suo Figlio Gesù rivela fin dove giunge la sua intenzione di rendere ogni uomo e ogni donna partecipe della sua vita e della sua gioia. 

Ecco che cos’è la gloria di Dio: è l’amore che si manifesta. Perciò io sono venuto ad annunciare che la terra è piena della gloria di Dio. Non c’è nessun luogo della terra, non c’è nessun tempo della storia, non c’è nessuna casa e nessuna strada dove non ci sia l’amore di Dio. La gloria di Dio riempie la terra perché ogni essere vivente è amato da Dio. 

Forse c’è chi può dire: è impossibile! Io non valgo niente! Ma io ti dico che tu sei prezioso per Dio e Dio ti ama e avvolge la tua vita della sua gloria, del suo amore eterno e infinito. 

Forse c’è chi pensa: io sono troppo triste, troppo desolato, troppo depresso. Non vedo luce, non aspetto niente di buono dalla vita. Ma io ti dico che Dio è vita, che la gioia di Dio è anche per te, che alla festa di Dio sei invitato anche tu e Dio continua ad avvolgere la tua vita della sua gloria, della sua luce! 

Forse c’è chi pensa: è impossibile: io sono cattivo, io ho fatto del male, io non riesco io non voglio rinunciare ai miei vizi, io merito solo castighi e condanne. Ma io ti dico che Dio continua ad amarti e ad avvolgere la tua vita della sua gloria, del suo amore misericordioso. 

Forse c’è chi pensa: è impossibile: io mi sono ribellato a Dio, io sono arrabbiato con Dio, io ho insultato Dio, io mi sono dimenticato di Dio. Ma io ti dico che Dio non è arrabbiato con te, Dio continua ad amarti e ad avvolgerti della sua gloria, del suo amore paziente e discreto. 

Forse c’è chi pensa: io non credo in Dio, io non so che farmene del suo amore. Ma io ti dico che Dio continua ad amarti e ad avvolgere la tua vita della sua gloria, del suo amore tenace, rispettoso e affettuoso e geloso insieme. 

La gloria di Dio riempie la terra perché Dio non è lontano da nessuno e la gloria di Dio avvolge di luce ogni essere vivente, come avvolse di luce i pastori nella notte di Natale (e la gloria del Signore li avvolse di luce: Lc 2,9). 

La gloria di Dio è l’amore che si rivela e che rende possibile l’impresa inaudita, la trasfigurazione impensata, l’evento sorprendente. La gloria di Dio conduce là dove nessuno avrebbe potuto pensare di arrivare, là dove nessuna audacia di pensiero umano ha potuto spingere lo sguardo. 

Infatti la gloria di Dio è l’amore che rende addirittura capaci di amare! 

Ogni uomo, ogni donna avvolti della gloria di Dio diventano capaci di amare, possono praticare il comandamento di Gesù: amatevi! Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (Gv 14,34). 

Ogni uomo, ogni donna è reso capace di amare come Gesù ha amato, è reso partecipe della vita di Dio e della sua gloria. In ogni luogo della terra, in ogni tempo della storia, oggi, dappertutto, in qualsiasi desolazione, in qualsiasi evento tragico, in qualsiasi tribolazione Dio continua ad amare e a rendere ogni uomo e ogni donna capace di amare. 

Non parlate troppo male dell’uomo, di nessun figlio d’uomo: 
la gloria di Dio avvolge la vita di ciascuno e lo rende capace di amare. 

Non disprezzate troppo voi stessi: 
Dio vi rende capaci di amare, di vivere all’altezza della dignità di figli di Dio, vivi della vita di Dio. La gloria del Signore vi avvolge di luce. 

Non disperate dell’umanità, dei giovani di oggi, della società così come è adesso e del suo futuro: 
Dio continua ad attrarre con il suo amore e a seminare in ogni uomo e in ogni donna la vocazione ad amare, a partecipare della gloria di Dio. 

Ecco, il mio messaggio, il mio invito, la mia proposta, l’annuncio che non posso tacere si riassume in poche parole: la gloria del Signore riempie la terra, Dio ama ciascuno e rende ciascuno capace di amare come Gesù. 

Vi prego: 
lasciatevi avvolgere dalla gloria di Dio, lasciatevi amare, lasciatevi trasfigurare dalla gloria di Dio per diventare capaci di amare!

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il testo integrale dell'omelia (doc)


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Omelia integrale

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Cerimonia di ingresso integrale



- La preghiera di monsignor Mario Delpini per la Chiesa di Milano

lunedì 25 settembre 2017

«Quando il Signore ci visita ci dà la gioia» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
25 settembre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
In attesa della visita”

Nessuno è escluso dall’incontro col Signore: Dio «passa» nella vita di ognuno e ogni cristiano è chiamato a essere «in tensione verso questo incontro» per riconoscerlo e accogliere la sua pace. È un messaggio di speranza e di gioia quello lanciato dal Papa nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta lunedì 25 settembre. Ma è anche un invito a togliersi il torpore di dosso, a non essere cristiani «chiusi».

Lo spunto della riflessione è venuto dalla prima lettura del giorno (Esdra, 1, 1-6) che «racconta il momento nel quale il popolo di Israele è liberato dall’esilio». Un popolo che — come è ripetuto anche nel salmo — canta: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi». Vedendo come Dio aveva ispirato «il cuore del re pagano per aiutare il popolo a tornare a Gerusalemme», ripetevano felici: «Ci sembrava di sognare». E ancora: «la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia». Essi, ha detto Francesco, «non capivano, ma erano tanto gioiosi».

Era lo stesso popolo che, sollecitato dai pagani a cantare durante l’esilio, aveva risposto: «Ma no, non possiamo, è lontano». Ha spiegato il Pontefice: «Le chitarre erano lì, sugli alberi, non potevano cantare perché non avevano la gioia: avevano la tristezza dell’esilio».

Quella che viene descritta nella Scrittura è quindi «una visita del Signore: il Signore visitò il suo popolo e lo riportò a Gerusalemme». E proprio sulla parola «visita» si è soffermato il Papa: una parola «importante nella storia della salvezza». La si ritrova, ad esempio, quando «Giuseppe disse ai suoi fratelli in Egitto: “Dio, certo, verrà a visitarvi. Portate le mie ossa con voi”». Ogni volta che si parla di «liberazione, ogni azione di redenzione di Dio, è una visita : il Signore visita il suo popolo». E anche «al tempo di Gesù», quando «la gente che era guarita o liberata dai demoni, diceva: “Il Signore ha visitato il suo popolo”». Lo stesso Gesù, ha ricordato Francesco, «quando guarda Gerusalemme pianse... Pianse su di lei. Perché pianse?». Perchè, afferma, «non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata; non hai capito la visita del Signore».

Ecco allora l’insegnamento per ogni uomo: «Quando il Signore ci visita ci dà la gioia, cioè ci porta in uno stato di consolazione», porta a «mietere nella gioia», dona «consolazione spirituale». Una consolazione, ha aggiunto, che «non solo accade in quel tempo», ma «è uno stato nella vita spirituale di ogni cristiano».

Su di essa il Papa ha articolato, in tre punti, la sua meditazione: «aspettare la consolazione», poi «riconoscere la consolazione, perché ci sono dei falsi profeti che sembrano consolarci e invece ci ingannano», e «conservare la consolazione».

Per prima cosa, ha spiegato Francesco, occorre «essere aperti alla visita di Dio», perché «il Signore visita ognuno di noi; cerca ognuno di noi e lo incontra». Ci possono essere «momenti più deboli, momenti più forti di questo incontro, ma il Signore sempre ci farà sentire la sua presenza, sempre, in un modo o nell’altro». E, ha aggiunto, «quando viene con la consolazione spirituale, il Signore ci riempie di gioia» come è accaduto con gli israeliti. Occorre quindi «aspettare questa gioia, aspettare questa visita», e non, come pensano tanti cristiani, aspettare solo il cielo. Ha chiesto infatti il Pontefice: «In terra, cosa aspetti?. Non vuoi incontrarti con il Signore? Non vuoi che il Signore ti visiti nell’anima e ti dia questa cosa bella della consolazione, della felicità della sua presenza?».

La domanda successiva è allora: «Come si aspetta la consolazione?». La risposta è: «Con quella virtù umile, la più umile di tutte: la speranza. Io spero che il Signore mi visiterà con la sua consolazione». Bisogna «chiedere al Signore che si faccia vedere, si faccia incontrare».

Occorre «prepararsi», ha spiegato il Papa, perché «il cristiano è un uomo, una donna, in tensione verso l’incontro con Dio», verso «la consolazione che dà questo incontro». E se non è così, «è un cristiano chiuso, è un cristiano messo nel magazzino della vita, non sa cosa fare». Perciò, ha ribadito ancora una volta, occorre «prepararsi alla consolazione, chiedere la visita dei Signore», come gli israeliti che «per settant’anni hanno chiesto questa visita. Il Signore li ha visitati». Prepararsi con «speranza», anche se si pensa di avere una speranza «piccola», perché questa «tante volte» questa speranza «è forte quando è nascosta come la brace sotto la cenere».

Il secondo punto è «riconoscere la consolazione». Infatti «la consolazione del Signore non è un’allegria comune, non è una gioia che si può comprare», come quando «andiamo al circo». La consolazione del Signore, ha detto Francesco, «è un’altra cosa». Si riconosce: «tocca dentro e ti muove e ti dà un aumento di carità, di fede, di speranza e anche ti porta a piangere per i tuoi peccati» e a «piangere con Gesù». quando contempliamo la sua passione. La «vera consolazione», ha spiegato il Papa, «eleva l’anima alle cose del cielo, alle cose di Dio e, anche, quieta l’anima nella pace del Signore». Non si può confondere con il «divertimento. Non che, ha precisato, il divertimento sia «una cosa cattiva quando è buono, siamo umani, dobbiamo averne»; ma la consolazione è altro. Essa «ti prende e proprio la presenza di Dio si sente» e fa riconoscere: «questo è il Signore». È la stessa esperienza vissuta dai discepoli sul lago di Tiberiade, la notte in cui non avevano pescato nulla e Giovanni sulla riva disse: «“È il Signore!”. Lo ha riconosciuto subito». Ed è quella vissuta dagli israeliti dopo l’esilio: «La nostra lingua si riempì di gioia. La nostra bocca si riempì di sorriso».

Perciò occorre riconoscere la consolazione «quando viene». E quando viene, «ringraziare il Signore». Ognuno deve essere consapevole che «è proprio il Signore che passa, che passa per visitarmi, per aiutarmi ad andare avanti, per sperare, per portare la croce». A questo, ha detto il Pontefice, occorre anche «prepararsi con la preghiera». Speranza e preghiera: «Vieni Signore, vieni, vieni».

C’è infine un terzo punto: «conservare la consolazione». Perché se è vero che la «consolazione è forte», è anche vero che «non si conserva così forte — è un momento — ma lascia le sue tracce». Entra, così, in gioco il fare «memoria». Come fece il popolo d’Israele quando fu liberato.

E quando poi, si è chiesto Francesco, «passa questo momento forte» dell’incontro e della consolazione, «cosa rimane? La pace», che è proprio «l’ultimo livello di consolazione». Uno stato che si riconosce; si dice, infatti: «Guarda: un uomo in pace, una donna in pace. Ecco allora che «ognuno di noi può domandarsi: io sono in pace? Sono sereno nell’anima?».

L’esortazione finale del Papa è stata quindi quella di chiedere «al Signore che ci insegni questa tensione verso la redenzione, questa strada di tensione» riguardo alla quale il salmo, commentando il ritorno dall’esilio, dice: «Nell’andare se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare viene con gioia, portando i suoi covoni». Da qui l’auspicio conclusivo: «Che il Signore ci dia questa grazia: aspettare la consolazione, riconoscere la consolazione spirituale e conservare la consolazione».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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Lettera aperta di Pax Christi su San Giovanni XXIII Patrono dell'Esercito Italiano




LETTERA APERTA di PAX CHRISTI

Al Card. Robert Sarah
Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti
e
Al Card. Gualtiero Bassetti
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana



Noi, donne e uomini che crediamo nella costruzione della pace con mezzi di pace, intendiamo manifestarvi il nostro profondo disappunto di fronte alla dichiarazione di San Giovanni XXIII, papa, quale “Patrono presso Dio dell’Esercito Italiano”. Siamo infatti convinti che la vita e le opere del Santo papa non possano essere associate alle forze armate.

Come può proprio lui, il Papa della Pacem in Terris, il Papa del Concilio Vaticano II e delle genti, l’uomo del dialogo… proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione?
È stato affermato che papa Roncalli è stato scelto quale patrono dell’esercito perché, giovane prete, era stato cappellano militare durante la Prima guerra mondiale e perché, da nunzio apostolico, visitò spesso gruppi di militari e perché, da pontefice, ricordò come “indimenticabile” il suo servizio pastorale nell’esercito. Ci sembra che una tale giustificazione sia alquanto debole e rischi di tirare il “papa buono” per la talare a scopi impropri, dimenticando l’evoluzione umana e spirituale che ha fatto di questo pastore da oltre mezzo secolo l’emblema della pace e del rifiuto della guerra per credenti e non credenti. Né si può dimenticare che egli contribuì in maniera del tutto singolare a scongiurare il pericolo di un conflitto mondiale, mediando tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica per superare la “crisi dei missili a Cuba”.

In un mondo segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, da un aumento vertiginoso delle spese militari, da nuovi muri che si innalzano tra popoli e frontiere, la nostra Chiesa non ha bisogno di santi che proteggano gli eserciti quanto piuttosto di valorizzare il senso e l’amore per la pace, quella disarmata, fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore, come ci ricorda la Pacem in Terris, i cui insegnamenti risultano di una profetica attualità.
Non si può negare come troppo spesso la parola pace sia usata per mascherare operazioni di guerra.
Noi riteniamo che la pace vada costruita con strumenti di pace e non di guerra, di morte e di distruzione.
Se, come scrisse proprio papa Roncalli nella Pacem in Terris, la guerra è ‘alienum a ratione’, come è possibile al tempo stesso che lo stesso Roncalli sia invocato quale protettore dell’esercito? A noi sembra fin troppo evidente la contraddizione!
E se, come ci invita la Gaudium et spes, siamo obbligati “a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova”, non possiamo che ripetere con papa Francesco che solo la nonviolenza è la strada maestra per la risoluzione dei conflitti.

Per queste ragioni, ci associamo ad una vasta parte del mondo cattolico nel chiedervi di rivedere la decisione di proclamare Papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano.

Vorremmo, piuttosto, vedere la figura e l’esempio di papa Roncalli proposti a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da eserciti (Caschi Bianchi, Corpi Civili di Pace, operatori umanitari…) e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva nel disinnescare e risolvere i conflitti. La proclamazione di san Giovanni XXIII patrono della nonviolenza attiva sarebbe una scelta profetica per quanti si adoperano concretamente per la pace in un mondo minacciato da guerre e dalla corsa al riarmo.

22 settembre 2017

Prime adesioni
(in ordine cronologico di arrivo)
Mons. Giovanni Ricchiuti, Vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, Presidente di Pax Christi Italia
Mons. Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea, già Presidente Nazionale e Internazionale di Pax Christi
Mons. Kevin Dowling, Vescovo di Rustenburg, Sudafrica, co-Presidente di Pax Christi International
Marie Dennis, Usa, co-Presidente di Pax Christi International
Mons. Antonio J. Ledesma, SJ, arcivescovo di Cagayan de Oro, Filippine, Presidente di Pax Christi Filippine
Mons. Tommaso Valentinetti, Arcivescovo di Pescara Penne, già Presidente Nazionale di Pax Christi
Mons. Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo (Tp)
Mons. Calogero Marino, Vescovo di Savona
Mons. Giorgio Biguzzi, Vescovo saveriano emerito di Makeni (Sierra Leone).
Mons. Francesco Alfano, Arcivescovo di Sorrento-Castellammare di Stabia
Mons. Antonio Napolioni, Vescovo di Cremona
Mons. Marco Arnolfo, Arcivescovo di Vercelli.
Mons. Francesco Ravinale, Vescovo di Asti
Mons. Domenico Cornacchia,Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi
Mons. Roberto Filippini, Vescovo di Pescia
Rosalba Poli e Andrea Goller, responsabili del ‘Movimento dei Focolari Italia’
Cristina Simonelli, teologa
Coordinamento Teologhe Italiane
p. Mario Menin, direttore di ‘Missione Oggi’
p. Efrem Tresoldi, direttore di ‘Nigrizia’
p. Alex Zanotelli, missionario comboniano, direttore di ‘Mosaico di pace’
p. Filippo Rota Martir, direttore di ‘Missionari Saveriani’
Suor Paola Moggi, direttrice di ‘Combonifem’
p. Giovanni Munari, Superiore provinciale dei Missionari Comboniani in Italia
d. Tonio Dell’Olio, Presidente ‘Pro Civitate Christiana’ e ‘Libera International’
Comunità monastica di Bose, Biella
Gianni Novello, fraternità di Romena
Prof. Alberto Melloni, storico
Prof. Nicola Colaianni, magistrato, Bari
Prof.ssa Giuliana Martirani, docente di geografia dello sviluppo
d. Giuseppe Ruggeri, Teologo, Catania
d. Salvatore Consoli, preside emerito dello Studio Teologico S. Paolo, Catania
d. Rocco D’Ambrosio, ordinario di Filosofia Politica, Facoltà Scienze Sociali, Pont. Univ. Gregoriana, Roma
d. Luigi Ciotti, fondatore del ‘Gruppo Abele’ e Presidente Nazionale di ‘Libera’
d. Virginio Colmegna, Casa della carità, Milano
d. Giovanni Nicolini. Bologna
d. Pierluigi di Piazza, responsabile ‘Centro di Accoglienza e Promozione Culturale ‘E. Balducci’, Zugliano (Ud)
d. Pino Demasi, parroco a Polistena (RC) e referente di Libera – Piana di Gioia Tauro
d. Giacomo Panizza, Presidente Comunità Progetto sud – Lamezia Terme
d. Bruno Bignami, Presidente della ‘Fondazione don Primo Mazzolari’, Bozzolo (Mn).
Sergio Paronetto, Presidente ‘Centro Studi economico-sociali per la pace’ di Pax Christi
Suor Chiara Ludovica Loconte, osc, Speriora Monastero Clarisse S. Luigi, Bisceglie (Bt)
Suor Alaide Deretti, Consigliera generale per la Missione Ad gentes/ inter gentes Istituto FMA
Suor Runita Borja, Consigliera generale per la Pastorale Giovanile Istituto FMA
Suor Bernarda Santamaría Merens, Direttrice della Casa Generalizia FMA
Madre Antonina Alfaro Minchola, Superiora General, Congr. Dominicas de la Inmaculada Concepción
Suor Marìa E. Coris, Superiora General, Congr. de Hermanas de la Caridad Dominicas de la Presentacion.
Suor Aurora Torres, Superiora general Congregación de María Reparadora.
d. Flavio Luciano, Direttore Ufficio Regionale Piemontese della Pastorale Sociale e del Lavoro, Cuneo.
Associazione “Comunità di Mambre” , Busca, (Cn)
Associazione ‘Cercasi un fine’, Cassano delle Murge (Ba)
d. Paolo Gasperini, parroco e vicario per la pastorale della Diocesi di Senigallia
Consiglio Pastorale Parrocchiale della parrocchia di S. Maria della Neve, Senigallia
d. Pasquale Aceto e comunità parrocchiale Ss. Pietro e Paolo in papanice, Crotone.
fra Giorgio M. Vigna, ofm, Animatore GPIC per la Custodia di Terra Santa.
Mons. Domenico Laddaga, delegato per la gestione dell’Ente Ecclesiastico Ospedale F. Miulli, Acquaviva delle Fonti (Ba)


«Nel Regno di Dio non ci sono disoccupati, tutti sono chiamati a fare la loro parte... Dio non esclude nessuno e vuole che ciascuno raggiunga la sua pienezza» Papa Francesco Angelus 24/09/2017 (testo e video)

ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 24 settembre 2017


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nell’odierna pagina evangelica (cfr Mt 20,1-16) troviamo la parabola dei lavoratori chiamati a giornata, che Gesù racconta per comunicare due aspetti del Regno di Dio: il primo, che Dio vuole chiamare tutti a lavorare per il suo Regno; il secondo, che alla fine vuole dare a tutti la stessa ricompensa, cioè la salvezza, la vita eterna.

Il padrone di una vigna, che rappresenta Dio, esce all’alba e ingaggia un gruppo di lavoratori, concordando con loro il salario di un denaro per la giornata: era un salario giusto. Poi esce anche nelle ore successive – cinque volte, in quel giorno, esce – fino al tardo pomeriggio, per assumere altri operai che vede disoccupati. Al termine della giornata, il padrone ordina che sia dato un denaro a tutti, anche a quelli che avevano lavorato poche ore. Naturalmente, gli operai assunti per primi si lamentano, perché si vedono pagati allo stesso modo di quelli che hanno lavorato di meno. Il padrone, però, ricorda loro che hanno ricevuto quello che era stato pattuito; se poi Lui vuole essere generoso con gli altri, loro non devono essere invidiosi.

In realtà, questa “ingiustizia” del padrone serve a provocare, in chi ascolta la parabola, un salto di livello, perché qui Gesù non vuole parlare del problema del lavoro o del giusto salario, ma del Regno di Dio! E il messaggio è questo: nel Regno di Dio non ci sono disoccupati, tutti sono chiamati a fare la loro parte; e per tutti alla fine ci sarà il compenso che viene dalla giustizia divina – non umana, per nostra fortuna! –, cioè la salvezza che Gesù Cristo ci ha acquistato con la sua morte e risurrezione. Una salvezza che non è meritata, ma donata – la salvezza è gratuita -, per cui «gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20,16).

Con questa parabola, Gesù vuole aprire i nostri cuori alla logica dell’amore del Padre, che è gratuito e generoso. Si tratta di lasciarsi stupire e affascinare dai «pensieri» e dalle «vie» di Dio che, come ricorda il profeta Isaia, non sono i nostri pensieri e non sono le nostre vie (cfr Is 55,8). I pensieri umani sono spesso segnati da egoismi e tornaconti personali, e i nostri angusti e tortuosi sentieri non sono paragonabili alle ampie e rette strade del Signore. Egli usa misericordia – non dimenticare questo: Egli usa misericordia –, perdona largamente, è pieno di generosità e di bontà che riversa su ciascuno di noi, apre a tutti i territori sconfinati del suo amore e della sua grazia, che soli possono dare al cuore umano la pienezza della gioia.

Gesù vuole farci contemplare lo sguardo di quel padrone: lo sguardo con cui vede ognuno degli operai in attesa di lavoro, e li chiama ad andare nella sua vigna. E’ uno sguardo pieno di attenzione, di benevolenza; è uno sguardo che chiama, che invita ad alzarsi, a mettersi in cammino, perché vuole la vita per ognuno di noi, vuole una vita piena, impegnata, salvata dal vuoto e dall’inerzia. Dio che non esclude nessuno e vuole che ciascuno raggiunga la sua pienezza. Questo è l’amore del nostro Dio, del nostro Dio che è Padre.

Maria Santissima ci aiuti ad accogliere nella nostra vita la logica dell’amore, che ci libera dalla presunzione di meritare la ricompensa di Dio e dal giudizio negativo sugli altri.



Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Oklahoma City (Stati Uniti d’America), è stato proclamato Beato Stanley Francis Rother, sacerdote missionario, ucciso in odio alla fede per la sua opera di evangelizzazione e promozione umana in favore dei più poveri in Guatemala. Il suo esempio eroico ci aiuti ad essere coraggiosi testimoni del Vangelo, impegnandoci in favore della dignità dell’uomo.

Saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini provenienti da diversi Paesi. In particolare saluto il coro della Missione Cattolica italiana di Berna, la comunità romana di Comunione e Liberazione, i fedeli di Villadossola, Offanengo e Nola.

A tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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La Summa Familiae di papa Francesco: una “salutare autocritica” di Andrea Grillo



La Summa Familiae di papa Francesco: 
una “salutare autocritica” 
di Andrea Grillo



Il nuovo Motu Proprio “Summa Familiae” (=SF), riformulando la istituzione dell’Istituto Giovanni Paolo II, introduce alcune importanti novità nel panorama teologico e pastorale contemporaneo. Vorrei presentare una breve lettura del documento e considerarlo come uno degli effetti del “lavoro sinodale” culminato con la Esortazione Apostolica Amoris Laetitia. Anzi, come dirò in seguito, questo motu proprio assume proprio da AL il compito di una profonda autocritica della teologia e della pastorale familiare, per come si sono sviluppate negli ultimi 35 anni.

1. La rifondazione dell’Istituto Giovanni Paolo II

Con un parallelismo assai efficace, il testo di SF pone in relazione il sinodo del 1980, di cui furono conseguenza la Esortazione Apostolica Familiaris Consortio e poi la Fondazione dell’Istituto Giovanni Paolo II, con il doppio Sinodo del 2014-2015, cui è seguita la Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, da cui scaturisce oggi la esigenza di una profonda revisione dell’atto istitutivo dell’Istituto, che da allora si era dedicato allo studio della teologia e della pastorale matrimoniale e familiare. Questo sviluppo, secondo il testo di SF, “esige che – anche a livello di formazione accademica – nella riflessione sul matrimonio e sulla famiglia non vengano mai meno la prospettiva pastorale e l’attenzione alle ferite dell’umanità”. Pertanto ne viene la integrazione di una “prospettiva pastorale” e di una nuova attenzione alle “ferite dell’umanità”: una maggiore attenzione alla storia e alla concretezza impone una revisione della impostazione degli studi promossi dall’Istituto. Di qui deriva, per conseguenza, una necessità di approfondimento “metodologico”, perché l’approccio al matrimonio e alla famiglia risponda davvero alla realtà contemporanea: “Il cambiamento antropologico-culturale, che influenza oggi tutti gli aspetti della vita e richiede un approccio analitico e diversificato, non ci consente di limitarci a pratiche della pastorale e della missione che riflettono forme e modelli del passato.” La fedeltà alla tradizione esige un accordo più radicale tra intelletto d’amore e saggio realismo.

Da tutto ciò discende la necessità di dare “un nuovo assetto giuridico” all’Istituto, perché la lungimirante intuizione di 35 anni fa possa aderire meglio alla realtà attuale. Ed ecco la decisione, considerata nel suo centro: “Pertanto, sono venuto alla deliberazione di istituire un Istituto Teologico per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, ampliandone il campo di interesse, sia in ordine alle nuove dimensioni del compito pastorale e della missione ecclesiale, sia in riferimento agli sviluppi delle scienze umane e della cultura antropologica in un campo così fondamentale per la cultura della vita”. Il fronte di riforma è dunque duplice: da un lato il mutamento della prospettiva pastorale ed ecclesiale, dall’altro il riconoscimento del necessario confronto per la teologia con le scienze umane e la cultura antropologica.

A ciò segue una serie di 6 articoli, con cui si compiono alcuni atti giuridici di diversa rilevanza, di cui sottolineo solo i seguenti:

- viene istituito il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia, che sostituisce di nome e di fatto il precedente Istituto. Anche nel titolo si nota l’ampliamento dell’ambito di ricerca.

- le competenze dell’Istituto vengono correlate a quelle di altre istituzioni della Santa Sede come la Congregazione per la Educazione Cattolica, il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, la Pontificia Accademia per la vita.

E’ evidente che il nuovo Istituto, pur collocandosi nella scia della accademia inaugurata 35 anni fa, ne costituisce una significativa riforma almeno per due profili fondamentali:

- da un lato nel modo di intendere la “pastorale familiare”, compresa secondo le direttrici della “conversione pastorale” e della “identità missionaria” potentemente riproposte in Evangelii Gaudium e in Amoris Laetitia;

- dall’altro, sul piano squisitamente accademico, richiede metodologie di ricerca differenziate, più ampie e più aderenti alla realtà attuale: è un intero modo di fare teologia che qui viene ripensato e sottoposto ad accurato riesame.

2. “Ci spetta una salutare reazione di autocritica” (AL 35)

Proprio questo grande disegno di ripensamento trova in Amoris Laetitia la sua base di formulazione e di orientamento più adeguata. Non solo perché esso cerca di superare quella “morale fredda da scrivania” (AL 312) che spesso si era espressa con particolare insistenza proprio dalle cattedre dell’Istituto GP2, ma perché trova, nei numeri 35-37 di AL, la sua base originaria di argomentazione.

Potrebbe essere utile formulare, quasi in forma di “decalogo”, le principali “voci” di quella “salutare autocritica” che non solo ha portato alla riformulazione dell’assetto giuridico dell’Istituto, ma anche ha contribuito efficacemente a delinearne i nuovi contenuti e le nuove istanze metodologiche.

Le “dieci parole” che qui elaboro – sulla base del dettato letterale di AL 35-37 – possono aiutare anche a giustificare la esigenza di riforma che in SF ha trovato lucida realizzazione. Dato che non pochi di questi difetti sono stati il frutto della impostazione largamente condivisa in seno all’Istituto GP2 – e forse da esso addirittura perfezionata – si comprenderà bene perché la esigenza di superamento abbia assunto la forma di una vera e propria “rifondazione” dell’Istituto:

Ecco dunque il Decalogo elaborato da AL per una “salutare autocritica”:

1. La sterile denuncia: “non ha senso fermarsi a una denuncia retorica dei mali attuali, come se con ciò potessimo cambiare qualcosa” (AL 35)

2. La pretesa normativa: “Neppure serve pretendere di imporre norme con la forza dell’autorità” (AL 35)

3. Presentare le ragioni e le motivazioni di una scelta: occorre “presentare le ragioni e le motivazioni per optare in favore del matrimonio e della famiglia, così che le persone siano più disposte a rispondere alla grazia che Dio offre loro” (AL 35)

4. Modi inadeguati di esporre le convinzioni e di trattare le persone: “a volte il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, per cui ci spetta una salutare reazione di autocritica” (AL 36)

5. Squilibrio tra fine unitivo e fine procreativo: “spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l'invito a crescere nell'amore e l'ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere della procreazione” (AL 36)

6. Un accompagnamento inadeguato delle nuove coppie: “Non abbiamo fatto un buon accompagnamento dei nuovi sposi nei loro primi anni, con proposte adatte ai loro orari, ai loro linguaggi, alle loro preoccupazioni più concrete” (AL 36)

7. Astrattezza e idealizzazione teologica: “Abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario” (AL 36)

8. La presunzione di autosufficienza della dottrina: “Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme” (AL 37)

9. Il matrimonio concepito più come atto che come rapporto: “Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita” (AL 37)

10. Non sostituire, ma formare le coscienze: “Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle”(AL 37).

Su ognuno di questi 10 punti il lavoro di ripensamento, nei contenuti e nei metodi – così come lucidamente additato da SF - indica nello stesso tempo lo spazio esigente tanto per il sorgere di un nuovo Istituto quanto per il tramonto di quello precedente. La buona continuità di seri studi sul matrimonio e sulla famiglia aveva proprio bisogno di questa benedetta discontinuità. Per potersi finalmente permettere di tradurre serenamente la tradizione familiare nella lingua degli uomini e delle donne di oggi: che sono più fragili, ma anche più ricchi; che sono più semplici, ma anche più complicati; che vivono famiglie deformate, ma anche informali; che attestano la fede più con la intimità che con le forme; che infine risultano – nello stesso momento – più indifferenti e più appassionati. Di questa realtà complessa, fuori da ogni massimalismo e fondamentalismo, dovrà occuparsi il lavoro accademico e pastorale del nuovo Istituto, al servizio non solo di una Chiesa più serena e dinamica, ma anche di una cultura ancora assetata di parole veramente serie.


domenica 24 settembre 2017

Parola di Francesco: «IO NON FIRMERÒ MAI UNA GRAZIA»

ABUSI, TOLLERANZA ZERO, IL PAPA: «IO NON FIRMERÒ MAI UNA GRAZIA»

La Chiesa è arrivata tardi ad accorgersi dello scandalo al suo interno della pedofilia. Papa Francesco allarga il perimetro della “tolleranza zero” inaugurata da Benedetto XVI anche con un autocritica definitiva. In un discorso alla Commissione per la tutela dei minori presieduta dal cardinale americano Sean O’Malley, pronuncia parole mai pronunciate finora da un Pontefice: «E’ la realtà: siamo arrivati in ritardo. Forse l’antica pratica di spostare la gente ha addormentato un po’ le coscienze e quando la coscienza arriva tardi, anche i mezzi per risolvere i problemi arrivano tardi».

Il Papa ha parlato a braccio consegnando il discorso scritto nel quale ha ribadito che “lo scandalo dell’abuso sessuale è una rovina terribile per tutta l’umanità” e per la Chiesa “un’esperienza molto dolorosa”: “Sentiamo vergogna per gli abusi commessi da ministro consacrati, che dovrebbero essere i più degni di fiducia”. Nel testo scritto ha sottolineato che “l’abuso sessuale è un peccato orribile, completamente opposto e in contraddizione con quanto Cristo e la Chiesa ci insegnano”.Nel discorso a voce ha annunciato che i preti condannati per pedofilia da lui non avranno mai la grazia: “Chi viene condannato può rivolgersi al Papa per chiedere la grazia. Io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Sia chiaro. Potete dirlo”.

Ha annunciato che non ci saranno nemmeno ricorsi al secondo grado di giudizio se in prima istanza viene riconosciuto l’abuso sessuale. Ha poi confermato il rafforzamento della task force che alla Congregazione della dottrina delle fede si occupa dei dossier dei preti accusati di abusi. Ma soprattutto ha confermato che “in questo momento il problema è grave”, anche per il fatto che “alcuni non hanno preso coscienza del problema”. Degli abusi sessuale si occuperà anche il Consiglio permanente della Cei, il primo presieduto dal cardinale Gualtiero Bassetti, da maggio presidente della Cei, convocato per la settimana prossima a Roma.



Papa Francesco visita a sorpresa alla Fondazione Santa Lucia (cronaca. foto e video)

Gabriel, quasi 6 anni, tetraplegico a causa di paralisi cerebrale, con forti difficoltà a comunicare, a maggio, utilizzando una tecnica particolare con i disegni, aveva scritto al Papa: 
«Io non posso camminare né parlare. Mi piacerebbe tanto conoscerti meglio. So che nelle tue preghiere ti ricordi sempre di noi e noi preghiamo sempre per te». 
E Francesco venerdì 22 settembre va nel suo reparto della Fondazione Santa Lucia.






Guarda il servizio del CTV

Il Pontefice ha esaudito il grande sogno del bimbo gravemente malato che gli aveva mandato una lettera disegnata. Gabriel, che non può «camminare» nè «parlare», sperava di incontrare un giorno Francesco. Oggi ce l’ha fatta. Il Papa è andato da lui. Il Vescovo di Roma infatti continua l’esperienza dei «Venerdì della Misericordia»: gesti di vicinanza e di sostegno dedicati ai meno abbienti e ai meno fortunati, che hanno caratterizzato il Giubileo della Misericordia. Oggi bambini affetti da patologie neurologiche, pazienti tra i 15 e 25 anni tetraplegici e paraplegici. Papa Bergoglio è uscito dal Vaticano per una visita a sorpresa alla Fondazione Santa Lucia, un centro di eccellenza molto conosciuto a Roma, specializzato nella neuro-riabilitazione di persone con deficit di movimento e cognitivi, dove vengono trattate patologie derivanti da ictus, lesioni midollari, Parkinson e sclerosi multipla. 

Gabriel, quasi 6 anni, aveva scritto al Papa con i disegni, a maggio: «Io non posso camminare nè parlare. Mi piacerebbe tanto conoscerti meglio. So che nelle tue preghiere ti ricordi sempre di noi e noi preghiamo sempre per te». E Francesco va nel suo reparto della Fondazione Santa Lucia. 

Intorno alle 16, informa la Sala stampa vaticana, Papa Bergoglio ha attraversato i cancelli di via Ardeatina 306 ed è stato accolto con gioia dalle persone che in quel momento si trovavano nel parcheggio del complesso degli edifici ospedalieri. 

Subito dopo, il Pontefice è stato raggiunto dalla presidente dell’Associazione, Maria Adriana Amadio, e dal direttore generale, Edoardo Alesse, oltre che dallo staff che si univa al piccolo gruppo in visita al Centro. 

Particolarmente emozionante è stata la visita del Papa al reparto di riabilitazione dei bambini affetti da patologie neurologiche. Papa Francesco si è fermato ed ha scherzato con loro; ha scambiato poi alcune parole di conforto con i genitori che stavano assistendo alla riabilitazione motoria dei loro bambini, spesso faticosa e dolorosa. 

Il Pontefice ha assistito con grande attenzione agli esercizi che consentono ai bambini di acquisire o recuperare la stabilità motoria. 

Ecco Gabriel, che è tetraplegico a causa di paralisi cerebrale, con forti difficoltà a comunicare. La tecnica utilizzata per comunicare nella lettera è una forma di «Comunicazione Alternativa Aumentativa». Sono tecniche che si insegnano nei percorsi di neuroriabilitazione della Fondazione per permettere di comunicare a bambini che non possono parlare, scrivere o comunicare a gesti. Tutta composta da disegni, piccole immagini che compongono un linguaggio particolare. Gabriel ha fissato le immagini che volevano comporre la sua lettera e il testo è arrivato in Vaticano. 

Grande lo stupore fra i bambini suscitata dalla visita di Bergoglio. «Ma è il Papa vero?», ha chiesto un piccolo ricoverato. Dopo l’applauso di commiato un bambino ha detto: «Ciao Papa!». Un uomo in piedi su un aiuola rialzata, ha chiesto ad alta voce al Papa: «Facciamoci un Selfie». Il Papa, che stava entrando in macchina, ha alzato gli occhi verso la persona e lo ha guardato simpaticamente rassegnato dicendo: «Facciamoci questo selfie». L’uomo è sceso e ha fatto la foto con il Papa facendosi largo tra la folla: «Vi prego, vi prego, lasciatemi passare. Il Papa m’ha detto di sì». 

Francesco si è anche recato nel reparto nel quale sono ospitati pazienti tra i 15 e 25 anni tetraplegici e paraplegici, alcuni dei quali a seguito di incidenti stradali, e la palestra dove le persone anziane svolgono attività per la riabilitazione motoria. 

Il Papa ha voluto così incoraggiare tutti a svolgere gli esercizi fisici e sottolineare quanto sia importante sperare nel futuro e confidare nella ricerca scientifica che permette di fare grandi progressi in questo campo. 

Dopo la visita alla cappellina presente nell’edificio, Francesco rientra a Casa Santa Marta.
(fonte testo: Vatican Insider)

Guarda il servizio di TV2000

Ascolta l'intervista di Amedeo Lomonaco con il direttore sanitario della Fondazione Santa Lucia, dott. Antonino Salvia:
Ascolta

Guarda i nostri post sui "Venerdì della Misericordia" di Papa Francesco:
Le sorprese di Papa Francesco nei "venerdì della Misericordia" (15 gennaio 2016 Centro di degenza per malati neurologici e Casa di riposo per anziani)
Il Giovedì Santo di Papa Francesco: S. Messa in Coena Domini (cronaca, foto, testi e video) (24 marzo Centro di accoglienza per profughi (CARA) di Castelnuovo di Porto. Lavanda dei piedi)
Papa Francesco a Lesbo / 2 (cronaca, foto testi e video) (16 aprile 2016 Visita, insieme al Patriarca Bartolomeo e all'Arcivescovo ortodosso di Atene Ieronimus, ai profughi e migranti nell’Isola di Lesbo)
Un pomeriggio con Papa Francesco e le ragazze accolte dalla Comunità Giovanni XXIII (12 agosto 2016 Visita e incontro con un gruppo di donne ex prostitute)
I Venerdì della Misericordia di Papa Francesco: visita due strutture che sono a servizio della vita (16 settembre Visita al Pronto soccorso ed il Reparto di neonatologia dell’Ospedale San Giovanni di Roma e ai pazienti in fase terminale nell’hospice “Villa Speranza” )
Papa Francesco felice come un bambino tra i piccoli del "Villaggio Sos" di Roma (visita ad una casa famiglia che accoglie bambini su segnalazione dei Servizi Sociali e del Tribunale, in condizioni di disagio personale, familiare e sociale)
Nell'ultimo “Venerdì della Misericordia” Papa Francesco ha incontrato a Roma sette famiglie formate da giovani che hanno lasciato, nel corso di questi ultimi anni, il sacerdozio. (11 novembre 2016 incontro con 7 famiglie, tutte formate da giovani che hanno lasciato, nel corso di questi ultimi anni, il sacerdozio)
L'emozionante foto d'una bimba col Papa. Che cosa sa dire chi vede con le mani (31 marzo 2017 visita al Centro regionale Sant'Alessio-Margherita di Savoia per non vedenti)


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXV domenica Tempo Ordinario / A





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.45/2016-2017 (A) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: 
Mt 20,1-16 


Attraverso questa parabola Gesù ci manifesta come tutto ciò che siamo e abbiamo è dono di grazia che viene elargito a tutti coloro che sono chiamati dal Padre a lavorare per il suo Regno, a quanti faticano dalla prima ora, come a coloro che hanno lavorato un'ora soltanto.
 "La parabola è un Vangelo "in nuce" ed è molto simile al capitolo 15 del Vangelo di Luca" (cit.). Essa è in netto contrasto con l'etica del merito ed accentua la gratuità di Dio che eccede ogni possibile pretesa. La ricompensa è per tutti ed è l'amore gratuito del Padre che è impossibile da guadagnare con la propria fatica perché è pura grazia. Se non riusciamo a comprendere questo, rischiamo di preferire il dono a Colui che ce lo dona, ci serviamo di Dio per ottenere qualcosa che amiamo più di Lui, lo amiamo non di per se stesso, ma soltanto per la ricompensa promessa. Ma l'amore del Padre non è da guadagnare né tanto meno da meritare (l'amore meritato è meretricio), ma da accogliere e da condividere con i fratelli. Se ne facciamo oggetto di merito o di guadagno lo trasformiamo in possesso che ci allontana dal Padre. "Come il fratello maggiore, che non vuole entrare al banchetto di festa, perché preferisce stare coi suoi meriti piuttosto che con il Padre ed il fratello. Non accettiamo che Dio sia Dio! Lo vorremmo a nostra immagine e somiglianza, piedistallo per il nostro orgoglio".
Noi cristiani sappiamo bene che la salvezza non deriva dalle nostre opere, ma che siamo stati salvati per grazia, chiamati ad essere "benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandoci a vicenda come anche Dio, in Cristo, ha perdonato a noi" (Ef 4,32)


sabato 23 settembre 2017

L'economia del Signore: amare in «perdita» di p. Ermes Ronchi - XXV domenica Tempo Ordinario – Anno A

L'economia del Signore: amare in «perdita»


Commento
XXV domenica Tempo Ordinario – Anno A

Letture:  Isaia 55,6-9; Salmo 144; Filippesi 1,20-24.27; Matteo 20,1-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. [...]»

Il Vangelo è pieno di vigne e di viti, come il Cantico dei cantici. La vigna è, tra tutti, il campo più amato, in cui il contadino investe più lavoro e più passione, gioia e fatica, sudore e poesia. Vigna di Dio e suoi operai siamo noi, profezia di grappoli colmi di sole. 
Un padrone esce all'alba in cerca di lavoratori, e lo farà per ben cinque volte, fino quasi al tramonto, pressato da un motivo che non è il lavoro, tantomeno la sua incapacità di calcolare le braccia necessarie. C'è dell'altro: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente? Il padrone si interessa e si prende cura di quegli uomini, più ancora che della sua vigna. Qui seduti, senza far niente: il lavoro è la dignità dell'uomo. Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto!
E poi, il cuore della parabola: il momento della paga. Primo gesto contromano: cominciare dagli ultimi, che hanno lavorato un'ora soltanto. Secondo gesto contro logica: pagare un'ora soltanto di lavoro quanto una giornata di dodici ore. 
Mi commuove il Dio presentato da Gesù: un Dio che con quel denaro, che giunge insperato e benedetto a quattro quinti dei lavoratori, vuole dare ad ognuno quello che è necessario a mantenere la famiglia quel giorno, il pane quotidiano.
Il nostro Dio è differente, non è un padrone che fa di conto e dà a ciascuno il suo, ma un signore che dà a ciascuno il meglio, che estende a tutti il miglior dei contratti. Un Dio la cui prima legge è che l'uomo viva. Non è ingiusto verso i primi, è generoso verso gli ultimi. Dio non paga, dona.
È il Dio della bontà senza perché, che trasgredisce tutte le regole dell'economia, che sa ancora saziarci di sorprese, che ama in perdita. Anzi la nostra più bella speranza è un Dio che non sa far di conto: per lui i due spiccioli della vedova valgono più delle ricche offerte dei ricchi; per quelli come lui c'è più gioia nel dare che nel ricevere.
E crea una vertigine dentro il nostro modo mercantile di concepire la vita: mette l'uomo prima del mercato, il mio bisogno prima dei miei meriti.
Quale vantaggio c'è, allora, a essere operai della prima ora? Solo un supplemento di fatica? Il vantaggio è quello di aver dato di più alla vita, di aver fatto fruttificare di più la terra, di aver reso più bella la vigna del mondo. 
Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace che Tu sia buono, perché sono io l'ultimo bracciante. Non mi dispiace, perché so che verrai a cercarmi ancora, anche quando si sarà fatto molto tardi. 
Io non ho bisogno di una paga, ma di grandi vigne da coltivare, grandi campi da seminare, e della promessa che una goccia di luce è nascosta anche nel cuore vivo del mio ultimo minuto.



La relazione con Dio di Bruno Forte

La relazione con Dio 
(Festival del Creato, Chieti, 
16 Settembre 2017) 

di Bruno Forte 
Arcivescovo di Chieti-Vasto 




Come entrare in relazione con Dio, oggi? Come riconoscerne la nostalgia nella cultura del nostro tempo? Come relazionarsi al creato riconoscendovi il giardino che Dio ha affidato all’uomo perché lo coltivasse e lo custodisse (cf. Gen 2,15)? Per rispondere a queste domande procederò in due tappe: nella prima accosterò gli scenari del tempo e il modo di porsi in essi della questione di Dio, cercando di leggere la parabola della modernità e l’insorgere del post-moderno attraverso alcune metafore. Nella seconda proverò ad evocare i tratti del volto del Dio vivente, che mi sembra possano maggiormente parlare alle donne e agli uomini del nostro tempo, per stabilire con Lui una relazione, che sia sorgente di vita e di speranza, susciti comunione fra gli esseri umani e induca al rispetto e alla custodia del creato. 

1. Gli scenari del tempo e la relazione con Dio: tre metafore 
La parabola del tempo moderno può essere descritta in tre momenti essenziali, cui è possibile far corrispondere tre metafore emblematiche: la nascita e lo sviluppo del progetto emancipatorio della ragione illuminata, ovvero il tempo della luce; la dialettica dell’Illuminismo, ovvero l’affacciarsi della notte; l’emergere del postmoderno, ovvero la stagione di un’aurora, percorsa da segnali tanto d’inquietudine, quanto d’attesa. 
a. Il tempo della luce. Che la modernità sia il tempo della luce sta a dirlo già il nome dato al secolo, in cui si collocano gli inizi del nostro presente: “le siècle des lumières”, la stagione dell’Illuminismo e dei “grandi racconti” da esso prodotti, che sono le ideologie. L’idea che esprime densamente il progetto della ragione moderna di rendere l’uomo finalmente adulto, libero da ipoteche ultramondane, capace di volersi ed essere soggetto della propria storia, è quella di emancipazione. Essa vuol dire il “ricondurre il mondo e tutti i rapporti umani all’uomo stesso” (1) 
In quanto tale, emancipazione sta a dire il processo di autoaffermazione dell’uomo, inteso sia singolarmente, che collettivamente nei dinamismi storici di cambiamento rivoluzionario. Da Hegel a Marx, e prima ancora dagli albori dell’Illuminismo fino ai suoi epigoni borghesi o rivoluzionari, l’emancipazione resta il progetto di fondo, l’ansia e la meta agognata della modernità. È Kant ad affermare che “l’illuminismo è l’uscita dell’uomo dalla sua età minore, che egli deve a se stesso. L’età minore è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. E questa minorità la si deve a se medesimi se la causa di essa risiede nella mancanza non d’intelligenza, bensì della decisione e del coraggio di servirsene senza la guida di un altro” (2) . Riguardo alla relazione con Dio, una tale impresa si è tradotta nel rifiuto di ogni figura del divino che sia percepita come concorrente dell’uomo. Friedrich Nietzsche dà testimonianza della grandezza e della tragicità di quest’impresa nell’aforisma intitolato L’uomo folle: “Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: ‘Cerco Dio! Cerco Dio!’ E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa... Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: ‘Dove se n’è andato Dio? gridò ve lo voglio dire! Siamo stati noi a ucciderlo: voi ed io! Siamo noi tutti i suoi assassini!” (3) . Le ideologie avevano intonato il “requiem aeternam Deo”: esso ha finito col risuonare, però, sulle ceneri prodotte dalla loro stessa violenza. La sete di totalità della ragione ideologica si è convertita nei vari volti del totalitarismo e dei suoi frutti drammatici!
b . Il tempo della notte del mondo. La crisi delle presunzioni della ragione emancipante, la cosiddetta “dialettica dell’Illuminismo”, inaugura il tempo della notte del mondo: vengono smascherate le cadute e le brutalità che l’imporsi delle ideologie ha generato. Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, all’inizio della loro Dialettica dell’Illuminismo, affermano: “L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata risplende all’insegna di trionfale sventura” (4). Di fronte alla violenza prodotta dai vari totalitarismi, la ragione emancipatrice si è creata dei meccanismi di giustificazione, individuando altri soggetti su cui scaricare la responsabilità del fallimento, soggetti trascendentali la natura, lo Spirito, com’è nell’ideologia borghese o soggetti storici i nemici del proletariato, i detentori del capitale, come è nel marxismo. L’ideologia liberale del progresso, come quella marxista della rivoluzione, finiscono col rivelarsi entrambe incapaci di un’autocritica liberatrice: cercando altri soggetti cui imputare la colpa, per riservare a se stesse la storia del successo, esse evidenziano i limiti della ragione emancipante, la sua radicale incapacità a conciliare le contraddizioni del reale. Si profila così nel tramonto delle ideologie, il “tempo della notte del mondo”, “tempo della povertà… diventato tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza” (5) . La povertà, che segue alla crisi dei “grandi racconti” ideologici, non è tanto la percezione dell’assenza di Dio, quanto il fatto che gli uomini non soffrano più di questa mancanza: “L’esilio vero d’Israele in Egitto fu che gli Ebrei avevano imparato a sopportarlo” (6) . Ed ecco che le coscienze più vigili avvertono il bisogno di un ritorno del sacro: ad esempio, nel canto dei poeti. È Martin Heidegger a chiedersi: “Perché i poeti nel tempo della povertà?”. E risponde: “Esser poeta nel tempo della povertà significa: cantando, ispirarsi alla traccia degli Dei fuggiti. Ecco perché nel tempo della notte del mondo il poeta canta il Sacro” (7) . Lì dove la ragione totalizzante ha fallito si cerca una parola che, come quella dei poeti, evochi e non catturi, spezzando il cerchio della presenza dominante dell’io e aprendo al gusto e al valore della ricerca e dell’assenza che attrae. 
c. Segnali d’aurora. Al di là del naufragio delle sicurezze ideologiche, la notte del mondo sembra così aprirsi offrendo segnali d’aurora, frammisti a ombre d’inquietudine. Dalla notte non si esce facilmente: l’insorgere del postmoderno è tempo di “pensiero debole”, di “ontologia del declino”, di “avventure della differenza”... Nel suo rifiuto critico dei mondi ideologici, la post-modernità spesso non è che una forma rovesciata di essi, pensiero di negazione e di rottura, lì dove quelli proponevano affermazione e conciliazione: alla conoscenza solare viene contrapposto l’amore delle tenebre; al senso del possesso e della consistenza “l’insostenibile leggerezza dell’essere” (Milan Kundera). 
La sete di totalità della ragione emancipante rischia così di convertirsi in una nuova visione totalitaria, quella della caduta e del negativo, che abbracci tutte le cose. Viene tuttavia a delinearsi nell’inquietudine postmoderna anche una sorta di ricerca dell’Altro, dell’ospite desiderato e al tempo stesso inquietante. Si percepisce che sfuggire alle presunzioni totalizzanti della ragione moderna esige di confessare un’alterità, che spezzi il dominio del soggetto e si offra come origine e fine, non deducibile da quanto è disponibile e non risolvibile in quanto è noto. Sembra affacciarsi una “nostalgia del Totalmente Altro” (8) , una sorta di bisogno del sacro, rispetto ad ogni rinuncia nichilista. Si risveglia un’inquietudine, che potrebbe definirsi religiosa: ricerca di un orizzonte ultimo, di una patria che non siano quelli manipolanti e violenti dell’ideologia. Se la crisi del moderno è la fine delle presunzioni del soggetto assoluto, i segnali del suo superamento vanno in direzione di una riscoperta dell’Altro, che offra ragioni di vita e di speranza.

2. Il Dio affidabile per le donne e gli uomini del nostro tempo 
Quali potranno essere i tratti del volto di Dio più in grado di parlare alle donne e agli uomini del nostro tempo, un Dio “affidabile” (9) , che risponda alla nostalgia che abbiamo evocato? Provo a ripondere a questa domanda cogliendo alcuni di questi tratti in forma dialettica ed insieme propositiva rispetto alle attese indicate. 
a. Il Dio della libertà. Rispetto alla sete di totalità e al conseguente esercizio della violenza delle ideologie, al Dio dei credenti si chiede tutt’altro che una prova di forza. Una leggenda rabbinica favoleggia “di un fiume in terre lontane, così pio che durante il sabato cessava di scorrere”. Commenta in proposito Martin Buber: “Se in luogo del Meno attraverso Francoforte scorresse quel fiume, senza dubbio tutti quanti gli ebrei di Francoforte osserverebbero scrupolosamente il sabato. Ma Dio non opera tali segni. Egli ha palesemente orrore dell’inevitabile conseguenza: che in tal caso proprio i meno liberi, i timorosi e i meschini diverrebbero i ‘più pii’. E, si sa, Dio vuole per sé soltanto uomini liberi” (10). Il Dio di cui il nostro cuore ha nostalgia e bisogno non ha nulla delle pretese imprigionanti dell’ideologia! D’altra parte, di fronte al pensiero debole e all’assenza di senso e di speranza del nichilismo postmoderno il Dio del Vangelo si offre come approdo affidabile e certo, orizzonte di vita e abbraccio accogliente di misericordia per chiunque voglia confidare in Lui: Dio della libertà che rende liberi e ci chiede di essere liberi per lasciarci amare da Lui e divenire capaci di amare. 
b . Il Dio della vita. Al centro del cuore umano, oggi come sempre, abita la domanda che originariamente ci rende pensosi: l’interrogativo ineludibile della morte e della fine di tutto. “Gettati” verso la morte, sulla vertigine del nulla sentiamo prima o poi affacciarsi la situazione emotiva dell’angoscia: l’uomo diventa domanda a se stesso. Insieme, nel profondo del cuore, si affaccia l’indistruttibile nostalgia del volto di Qualcuno, che accolga il nostro dolore e le nostre lacrime e redima l’infinito dolore del tempo. È quanto esprime Agostino, aprendo le Confessioni: “Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te” - “Ci hai fatto per Te ed è inquieto il nostro cuore finché non riposi in te”(11). 
Nella domanda che ognuno porta nel più profondo di sé va profilandosi l’immagine di un padre-madre nell’amore, qualcuno cui affidarsi senza riserve, quasi un’àncora, un approdo dove far riposare la nostra stanchezza e il nostro dolore, sicuri di non essere rigettati nell’abisso del nulla e di poter vivere un’esistenza degna di essere vissuta. Di qui nasce il movimento di trascendenza che è l’invocazione al Dio vivente, sorgente e meta di ogni esistere: il Dio della vita. 
c . Il Dio che è amore. La scelta decisiva sarà allora quella fra il vivere come pellegrini alla ricerca del volto del Dio nascosto, origine e patria dell’amore che fa esistere, o il chiuderci nelle nostre paure e nelle nostre solitudini. Per essere “mendicanti del cielo” (Jacques Maritain), e non prigionieri della morte che tutto chiude, occorre aprirsi all’ascolto e all’invocazione: è la scelta di cui hanno particolare bisogno le donne e gli uomini dell’epoca postmoderna. La relazione dell’uomo con Dio è possibile perché Dio per primo si è destinato all’uomo nell’amore. Dio ci viene incontro perché noi possiamo incontrarLo e divenire partecipi delle relazioni del Suo amore trinitario. È la via intravista da Agostino: “In verità vedi la Trinità, se vedi l’amore” (12). “Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore”(13). “E non più di tre: uno che ama colui che viene da lui, uno che ama colui da cui viene, e l’amore stesso...”(14). L’essenza del Dio vivo è l’amore nel suo processo eterno, è la Trinità come storia eterna dell’amore, che suscita, assume e pervade la storia del mondo, oggetto del Suo amore. Si comprende come questa visione del Dio che è amore in se stesso e verso di noi possa risuonare quale buona novella nel tempo della crisi delle ideologie e della solitudine del nichilismo. Nel totalitarismo ideologico non c’è spazio per la differenza e quest’assenza produce inesorabilmente violenza, alienazione e morte. Lo stesso avviene nel nichilismo post-moderno, che non tollera l’alterità, tanto da tendere a distruggerla o a ricondurla a pura apparenza del medesimo in un generale trionfo della solitudine. Contro la massificazione ideologica, il vangelo del Dio Trinità Amore richiama l’infinita dignità di ogni singola persona, in Dio come nella sua immagine umana. Contro il nichilismo, esso proclama la possibilità reale dell’incontro con l’altro e la vittoria sulla solitudine, grazie al dialogo e alla comunione resi possibili da quell’amore, che costituisce l’unità essenziale del Dio vivente. In entrambi i casi, è la buona novella dell’amore trinitario a risuonare come risposta vera alle esigenze più profonde emergenti dalla crisi del nostro presente: si diventa capaci di amare quando ci si scopre amati per primi, avvolti e condotti dalla forza di un amore, che non annulla le differenze, valorizzandole anzi nell’unità. Alla luce della relazione col Dio trinitario, il Dio che è Amore (1 Gv 4, 8. 16), è possibile allora cercare il senso della vita e della storia, costruendo relazioni autentiche all’insegna della carità verso gli altri e del rispetto verso la grande casa di tutti, che è il creato: quel senso, appunto, che è l’amore, non fragile e banale, ma sicuro e affidabile, impossibile in quanto superiore alle nostre forze, possibile perché donatoci da Colui, che è in se stesso e verso di ogni Sua creatura amore fedele, ora e per l’eternità.

(1)  K. Marx, Zur Judenfrage, in Die Frühschriften, (hrsg. Landshurt), 199. 
(2)  I. Kant, Zur Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung? (1784). 
(3)  F. Nietzsche La gaia scienza, Milano 1978, Aforisma 125. 
(4) M. Horkheimer - Th. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1966, 11 (“The fully enlightened earth radiates disaster triumphant”: Dialectic of Enlightenment (1944), New York 1969, 3). 
(5)  Perché i poeti?, in Sentieri interrotti, tr. P. Chiodi, Firenze 1984, 247. 249s. 
(6) I racconti dei Chassidim, (a cura di M. Buber), Milano 647. 
(7)  Perché i poeti?, o.c., 249s. 
(8)  M. Horkheimer, La nostalgia del Totalmente Altro, Queriniana, Brescia 20086 . 
(9)  Cf. P. Sequeri, Il Dio affidabile. Saggio di teologia fondamentale, Queriniana, Brescia 20135 . 
(10)  F. Rosenzweig, La stella della redenzione, Piemme, Casale Monferrato 1985, 286. 
(11) Confessiones, I, 1. 
(12)  De Trinitate, 8, 8, 12: PL 42,959. 
(13) Ib., 8, 10, 14: PL 42,960. 
(14)  Ib., 6, 5, 7: PL 42,928.