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lunedì 26 settembre 2016

Abuso di illusione immunitaria (Senza compassione) di Luigino Bruni

Rigenerazioni/5 -
Imprese, società, famiglia

sempre meno tempo della compassione



Abuso di illusione immunitaria
(Senza compassione)

di Luigino Bruni




“Per quanto egoista possa essere considerato l’uomo, nella sua natura ci sono chiaramente alcuni principi che lo spingono a interessarsi alle sorti degli altri, e che gli rendono la loro felicità necessaria, sebbene egli non tragga da essa nulla più del piacere di vederla. È la pietà o la compassione, quell’emozione che sentiamo per la miseria degli altri, quando la vediamo o quando riusciamo a sentirla forte e viva con la nostra immaginazione.” 
(Adam Smith, La teoria dei sentimenti morali, 1759)


La gestione delle emozioni nostre e di quelle degli altri sta diventando sempre più faticosa. Abbiamo ridotto drasticamente gli spazi, i luoghi e gli strumenti comunitari e personali per accompagnare, accudire, sublimare le nostre emozioni. La cultura delle grandi imprese, e che da queste sta emigrando nel mondo intero, produce una crescente quantità di emozioni negative (delusione, paura, rabbia, ansia, tristezza, …), che vengono trattate come vere e proprie “scorie”, e quindi rigettate, espulse o prese come marcatori dei lavoratori "perdenti". Guai a mostrarle e renderle visibili negli stessi luoghi che le hanno generate, pena non avanzare nella carriera o, non di rado, perdere il lavoro. Negli ultimi anni questi effetti collaterali emotivi sono cresciuti al punto da spingere le grandi imprese a ricorrere a nuove figure professionali, alle quali viene delegata e appaltata la gestione dei malesseri emotivi prodotti da stili relazionali insostenibili nei luoghi di lavoro. Si innesta così una spirale perversa simile a quella che troveremmo in (più o meno) ipotetiche fabbriche che inquinano l’ambiente di lavoro e poi, invece di eliminare il veleno, donano ai lavoratori cure disintossicanti gratuite in cliniche specializzate, o creano nuovi reparti interni per la disintossicazione dei dipendenti dai fumi tossici. Ma mentre la nostra sensibilità etica non accetta più simili soluzioni in materia di salute e di ambiente, le approviamo serenamente nella gestione delle nostre emozioni, e così non ci ribelliamo di fronte alle nostre aziende che prima ci intristiscono e deprimono dentro relazioni di lavoro insostenibili, e poi ci offrono tecniche ed esperti per curarle; e magari le ringraziamo perché ci offrono queste cure gratis. Come se procurare una malattia e poi (cercare di) curarla fosse uguale a non essersi ammalati. E così continuiamo a moltiplicare le emozioni negative e le loro cure, che non possono far altro che crescere assieme. In realtà, queste nuove autentiche trappole di povertà emotiva dipendono dalla forte diminuzione della compassione, una delle virtù umane più preziose e grandi, e dalla sua sostituzione con tecniche e strumenti. Compassione letteralmente significa “soffrire” (pati) “insieme” (cum), cioè la capacità di saper e voler condividere il dolore altrui. La compassione è l’atteggiamento opposto dell’invidia, perché mentre l’invidioso gioisce per le sofferenze degli altri e soffre per le loro gioie, il compassionevole soffre per il dolore e gioisce per le gioie dei suoi prossimi. L’invidia, sentimento prodotto, incoraggiato e coltivato dalla nostra cultura rivale e competitiva, si può curare limitando i suoi gravi danni, immettendo nell’organismo sociale persone capaci di compassione, che sono gli antibiotici naturali del virus dell’invidia. Nella tradizione occidentale (ma non solo in questa: si pensi al buddismo) la compassione è qualcosa di diverso da quella che oggi chiamiamo empatia, perché nella compassione c’è una partecipazione intenzionale al dolore dell’altro al fine di alleviarlo, che non è richiesta all’empatia. Nella compassione c’è la volontà di fare del bene a chi si trova in uno stato di sofferenza, che nasce dalla consapevolezza o speranza che la condivisione di quella sofferenza la possa in qualche modo alleviare
...
La compassione, infine, ha le sue parole tipiche. La prima è attenzione. Non coltiviamo e pratichiamo la compassione se siamo distratti e non attenti a chi ci passa accanto, a chi lavora nella scrivania vicino alla nostra, a chi abita nell’appartamento di fronte. Ci sono troppe vittime dei briganti che restano abbandonate e ferite lungo la strada delle nostre Gerusalemme e Gerico perché mancano persone capaci di attenzione. Senza questa attenzione interiore che è vigilanza spirituale non riusciamo a esercitare il secondo verbo fondamentale della compassione: guardare. Il compassionevole passa per il mondo guardandolo. Ha sufficiente attenzione e silenzio interiore per guardare la vita che gli scorre accanto. Guarda e vede, e così sente l’infinito grido di compassione che si alza dalle città. E una volta visti e uditi i dolori degli altri, decide liberamente di esercitare la compassione, chinandosi, facendosi prossimo, prendendosi cura del dolore degli altri. La compassione è essenziale per vivere bene, perché ci rende capaci di moltiplicare anche le nostre gioie condividendole. È una sorta di muscolo morale, che se si atrofizza non ci impedisce soltanto di ridurre i dolori degli altri, ma diminuisce anche la nostra capacità di gioia e di vita. La cultura immunitaria del nostro tempo sta atrofizzando questo muscolo, e quindi facciamo sempre più fatica a provare emozioni per il dolore degli altri, e ancor più ad agire mossi da compassione. Abbiamo un bisogno immenso di persone compassionevoli, oggi più di ieri. Siamo sempre più inondati da sofferenza psicologica, morale e spirituale, ma il terreno non riesce ad assorbire quest’acqua perché troppo poche sono le persone capaci di compassione, e ancora meno quelle che la esercitano. Eppure sono queste a cambiare radicalmente la qualità morale dei luoghi del vivere. A volte basta una sola persona compassionevole per salvare un’intera comunità. La vita funziona e fiorisce quando siamo capaci di scoprire la bellezza che ci circonda, lasciandoci amare da essa. Ma non meno importante è cercare e scoprire il dolore attorno a noi, amarlo e lasciarci amare da esso. Il dono più grande che si può fare a un figlio è aiutarlo ad aumentare la sua capacità di compassione. Perché è la compassione per il dolore degli altri che ci fa vedere la bellezza più grande della terra, quella nascosta nel cuore delle persone.


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Abuso di illusione immunitaria (Senza compassione) di Luigino Bruni  (PDF)

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domenica 25 settembre 2016

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXVI Domenica T.O. - / C





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 43/2015-2016 (C) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
"Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: Lc 16,19-31








La parabola che Gesù narra non ha tanto la finalità di terrorizzare o di mettere all'indice i ricchi ed esaltare i poveri, non è l'emissione di un giudizio di condanna, è piuttosto un atto di correzione fraterna compiuto da Gesù nei confronti di coloro che hanno scelto di edificare la loro vita sulla falsa sicurezza della ricchezza. E' un voler mettere in guardia i credenti perché tengano gli occhi bene aperti sull'uso che fanno del"mammona di ingiustizia"(16,9); Gesù stesso infatti aveva già proclamato che per amare Dio non c'è che un solo modo: prenderci cura dei fratelli feriti, quelli che incontriamo lungo il cammino della nostra esistenza (cfr. Lc 10, 25-37). 
"E' il tempo della nostra vita quel ponte gettato sull'abisso tra l'inferno e l'utero di Abramo "(cit.), ponte che possiamo attraversare soltanto accogliendo nella nostra vita i fratelli piagati dall'egoismo degli uomini, avendo verso di loro le stesse "viscere di misericordia" che il Padre Misericordioso ha nei nostri confronti. Ma se noi  rifiutiamo di divenire responsabili dei fratelli, se li lasciamo languire e morire sull'uscio della nostra casa indifferenti al loro grido di dolore, se invece di costruire ponti e intrecciare relazioni d'amore e solidarietà edifichiamo muri invalicabili che isolano, dividono e uccidono, allora diverremo noi stessi gli artefici di quell'abisso, impossibile da attraversare, che ci separa dal 'seno di Abramo'. Stolti e incapaci come siamo di riconoscere il volto del Padre nei volti sfigurati e piagati dei tanti Lazzaro che ogni giorno bussano alla nostra porta, avremo fallito la nostra
esistenza


sabato 24 settembre 2016

"Il peccato del ricco è l'indifferenza verso il povero" di p. Ermes Ronchi - XXVI Domenica Tempo Ordinario - anno C

Il peccato del ricco è l'indifferenza verso il povero

Commento
XXVI Domenica Tempo Ordinario (Anno C)

Letture: Amos 6, 1.4-7; Salmo 145; 1 Timoteo 6,11-16; Luca 16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma” (...)».

La parabola del ricco senza nome e del povero Lazzaro è una di quelle pagine che ci portiamo dentro come sorgente di comportamenti meno disumani. 
Un ricco senza nome, per cui il denaro è diventato l'identità, la seconda pelle. Il povero invece ha il nome dell'amico di Betania. Il Vangelo non usa mai dei nomi propri nelle parabole. Il povero Lazzaro è un'eccezione, una felice anomalia che lascia percepire i battiti del cuore di Gesù.
Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto nell'inferno. Perché il ricco è condannato? Per il lusso, gli abiti firmati, gli eccessi della gola? No. Il suo peccato è l'indifferenza verso il povero: non un gesto, una briciola, una parola. Il contrario dell'amore non è l'odio, ma l'indifferenza, per cui l'altro neppure esiste, e Lazzaro è nient'altro che un'ombra fra i cani. 
Il povero è portato in alto; il ricco è sepolto in basso: ai due estremi della società in questa vita, ai due estremi dopo. Tra noi e voi è posto un grande abisso, dice Abramo, perdura la grande separazione già creata in vita. Perché l'eternità inizia nel tempo, si insinua nell'istante, mostrando che l'inferno è già qui, generato e nutrito in noi dalle nostre scelte senza cuore: il povero sta sulla soglia di casa, il ricco entra ed esce e neppure lo vede, non ha gli occhi del cuore. Tre gesti sono assenti dalla sua storia: vedere, fermarsi, toccare. Tre verbi umanissimi, le prime tre azioni del Buon Samaritano. Mancano, e tra le persone si scavano abissi, si innalzano muri. Ma chi erige muri, isola solo se stesso. 
Ti prego, manda Lazzaro con una goccia d'acqua sul dito... mandalo ad avvisare i miei cinque fratelli... No, neanche se vedono un morto tornare si convertiranno!
Non è la morte che converte, ma la vita. Chi non si è posto il problema di Dio e dei fratelli, la domanda del senso, davanti al mistero magnifico e dolente che è la vita, tra lacrime e sorrisi, non se lo porrà nemmeno davanti al mistero più piccolo e oscuro che è la morte. 
Hanno Mosè e i profeti, hanno il grido dei poveri, che sono la parola e la carne di Dio (ciò che avete fatto a uno di questi piccoli, è a me che l'avete fatto). Nella loro fame è Dio che ha fame, nelle loro piaghe è Dio che è piagato. 
Non c'è apparizione o miracolo o preghiera che conti quanto il loro grido: «Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, corri da lui. Il Dio che lasci è meno sicuro del Dio che trovi» (San Vincenzo de Lellis). 
Nella parabola Dio non è mai nominato, eppure intuiamo che era presente, che era vicino al suo amico Lazzaro, pronto a contare ad una ad una tutte le briciole date al povero, pronto a ricordarle e custodirle per sempre.

Carlo Maria Martini, profeta del Novecento (VIDEO)

Carlo Maria Martini, 
profeta del Novecento
 (VIDEO)
Documentario prodotto dalla RAI 
in collaborazione con la Fondazione Martini




Il documentario a cura di Antonia Pillosio e Giuseppe Sangiorgi attraverso la voce di numerosi testimoni - tra cui Ferruccio De Bortoli, Bartolomeo Sorge, Giovanni Giudici, Carlo Casalone e Maria Cristina Bartolomei - , e grazie ai materiali di Teche Rai, ricostruisce la vita, il messaggio e l'eredità spirituale di Martini, dagli anni degli studi biblici e del Concilio Vaticano II ai suoi 22 anni come arcivescovo di Milano fino a Gerusalemme, dove si ritirò alla fine del ministero pastorale per dedicarsi allo studio della Bibbia.
E' stato trasmesso martedì 6 settembre 2016, su Rai Storia (canale 54 del digitale terrestre), a pochi giorni dal quarto anniversario della sua morte (31 agosto 2012).


" ...prima del Martini pastore, c’è il Martini gesuita e teologo: il racconto della sua vita torna indietro agli anni del Concilio Vaticano II, con le parole di Padre Bartolomeo Sorge, e al periodo del suo rettorato al Pontificio Istituto Biblico, con Padre Pietro Bovati: “Padre Martini veniva considerato nel mondo cattolico il grande esperto della critica testuale del Nuovo Testamento… Aveva nei confronti della Bibbia un rapporto di intimità. Non si tratta semplicemente di un settore delle scienze sacre, che lui ha coltivato in tanti anni della sua vita: la Bibbia era per lui, come diceva il Concilio, l’anima … era necessario per lui che questa parola ispirasse la vita, diventasse davvero un messaggio profetico che mette in cammino gli uomini” ...


GUARDA IL VIDEO



Guarda anche il nostro Speciale Carlo Maria Martini PROFETA DEI NOSTRI TEMPI


La misericordia dono gratuito di Dio di p. Felice Scalia SJ

La misericordia dono gratuito di Dio 
di p. Felice Scalia, SJ


Riflessione tratta da HOREB
tracce di spiritualità a cura dei Carmelitani, 
anno XXV - 2016 - n. 2 
La misericordia, volto di Dio, volto dell’uomo




Gli anziani ricordano di avere iniziato il percorso catechistico con una domanda innocente: «Chi è Dio?». Ricordano pure la risposta ovvia diPio X: «L’Essere perfettissimo, creatore del cielo e della terra». In realtà si affrontava un problema che percorre i millenni e li attraverserà. Per esprimerci in termini biblici, di Dio noi conosciamo solo “le spalle” (cf. Es 33,23). Non lo vedremo mai nella sua misteriosa infinita ricchezza. Potremo intuire qualcosa di chi è Lui, solo contemplando con grato amore quello che fa per noi, che relazioni intesse per noi, che ci chiede, verso cosa ci chiama. Il tetragramma sacro propriamente non è un “nome” di Dio, ma indica solo la via per saperne qualcosa dei suoi tratti: «Ti accorgerai di ciò che io sono man mano che camminiamo insieme, nella storia che insieme tesseremo». In questa prospettiva qualcosa di certo la acquisiamo su Dio: è proteso ad esprimersi ed a donarsi in un moto di amore gratuito alle sue creature. Tutto fa con sapienza ed amore. Tutto modella secondo una sua eterna Parola, e tutto diventa “parola” che lo esprime, lo rende presente. Dio stes- so è dono libero gratuito di sé all’uomo nel suo Verbo. È amore senza ripensamenti e ritorni, unilaterale, per sempre, generatore di vita perennemente nuova, liberata da ogni schiavitù. Questo lo sappiamo. Tuttavia la bella lapidaria espressione di Giovanni nella sua prima lettera: «Dio è amore» (1Gv 4,7), ci induce a non fermarci a queste considerazioni. La creatura che Dio ama è, appunto, una creatura. Immagine limitata di Lui. Questa creatura anzi, più che nascere “immagine di Dio” viene al mondo come vocazione a divenire tale. E diverrà “figlio”, “immagine e somiglianza di Dio” nel corso della sua storia, nel lento evolversi dei giorni, con tutte le incertezze ed i limiti imposti dalle leggi della crescita e dell’inevitabile ritorno “alla polvere”. Questo lento cammino, che porta ...
... “il misericordioso” non è uno dei tanti nomi di Dio, è “il nome”. Papa Francesco lo ribadisce nell’intervista ad Andrea Tornielli: «Il nome di Dio è Misericordia»1 . Misericordia è la chiave per intuire qualcosa di Dio2 . La Misericordia è dono gratuito di Dio perché Dio stesso è dono gratuito di sé a noi. Se “Dio è amore”, per puro amore, cioè per un ovvio moto “allocentrico” e disinteressato, Egli volge i suoi occhi su di noi, ci destina al suo splendore e ad una profonda intimità con Lui, geme per le nostre schiavitù, gioisce per le nostre esultanze, lotta per la nostra liberazione (cf. Is 62,1-5; Es 3,7-8). Ne segue che i doni non si contano più, anche se la Tenerezza amorevole rimane la sorgente infinita. È dono gratuito del Misericordioso l’averci creati, il fatto che esistiamo, mentre il mondo può fare tranquillamente a meno di noi. È dono averci fatto partecipi della sua vita. È dono avere voluto il nostro libero, problematico assenso nel lento divenire di ciò che siamo chiamati ad essere. È dono che Lui cammini con noi, con tutti noi, bianchi e neri, ortodossi ed eretici, gaglioffi o galantuomini. È dono che lui “conti i capelli del nostro capo”, che non si stanchi mai di starci accanto, perfino quando diamo l’impressione di avere man- dato al macero ogni briciolo di umanità. Certamente il dono dei doni è l’averci voluto “figli nel Figlio”, “amici”, ”sposi”, “uno con Lui”, “consumati nell’unità”, “alleati”, partner di un discorso sempre aperto. Questo atteggiamento universale e gratuito di Dio che prescinde dal merito incerto del singolo, ma attiene all’uomo in quanto uomo, rompe d’un colpo la convinzione che è uomo e degno di vivere solo chi se lo merita, e che anche i gesti del Dio-Misericordia (riconciliazione, ri-nascita, risurrezione…), vanno meritati, pena la caduta in un lassismo morale distruttivo di ogni etica.
...
L’anno giubilare che stiamo vivendo, centrato tutto sul “volto della Misericordia”, se non lo si vuole ridurre ad un cedimento a sollecitazioni devozionistiche di alcune sante donne, va inquadrato in questa problematica. Il Vaticano II era stato convocato perché la chiesa chiarisse a se stessa e al mondo la sua identità. Ma la prosecuzione di quel Concilio doveva consistere nel fatto che, ritrovato il suo volto gesuano al di là di incrostazioni storiche, la chiesa fosse pronta a riannunciare il volto di Dio apparso nel Figlio dell’uomo. Per motivi diversi questo non è successo se non in misura insufficiente. L’attuale Anno Santo ha avuto inizio proprio nel 50º anniversario del giorno in cui il Vaticano II licenziava i Padri conciliari . Ciò vuol dire che vuole riprendere le fila un po’ ingarbugliate, un po’ neglette, di quell’evento. Siamo cristiani, siamo popolo di Dio chiamati ad annunziare il Regno di Dio, ed è tempo di dire che prima di essere giustizia, Dio è amore, anzi che la sua giustizia è l’Amore-Misericordia. Prima di essere Verità, Dio è Vita, anzi la sua Verità sta nell’essere origine santa e custode di ogni Vita. Prima di essere onnipotente è Padre. Prima di essere un distributore di ricompense e castighi “nel giorno della sua ira”, è un “folle” donatore di amore a chi se lo merita ed a chi non se lo merita. È un “testardo” vecchio Padre che da lontano vede venire il figlio perduto, gli va incontro, lo abbraccia, poco curandosi del lezzo della porcilaia che quello si porta.
...

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La misericordia dono gratuito di Dio  di p. Felice Scalia SJ  (PDF)




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98051 BARCELLONA P.G. (ME)



venerdì 23 settembre 2016

«Se Dio ha perdonato me, perché non devo perdonare gli altri? Sono più grande di Dio?» Papa Francesco Udienza 21/09/2016 (foto, testo e video)

 Udienza Generale Piazza San Pietro 
 21 Settembre 2016 

Prima dell’udienza ha fatto visita ai malati che a causa del maltempo hanno seguito l’udienza sui maxischermi nell’Aula Paolo VI. Poi all’arrivo in piazza San Pietro è stato accolto dai canti del gruppo “Catholic Women of Indonesia”, del “Mia Patria Choir” di Giakarta, vestite con abiti tradizionali.














Misericordiosi come il Padre (cfr Lc 6,36-38)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Abbiamo ascoltato il brano del Vangelo di Luca (6,36-38) da cui è tratto il motto di questo Anno Santo straordinario: Misericordiosi come il Padre. L’espressione completa è: «Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso» (v. 36). Non si tratta di uno slogan ad effetto, ma di un impegno di vita. Per comprendere bene questa espressione, possiamo confrontarla con quella parallela del Vangelo di Matteo, dove Gesù dice: «Voi dunque siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (5,48). Nel cosiddetto discorso della montagna, che si apre con le Beatitudini, il Signore insegna che la perfezione consiste nell’amore, compimento di tutti i precetti della Legge. In questa stessa prospettiva, san Luca esplicita che la perfezione è l’amore misericordioso: essere perfettisignifica essere misericordiosi. Una persona che non è misericordiosa è perfetta? No! Una persona che non è misericordiosa è buona? No! La bontà e la perfezione si radicano nella misericordia. Certo, Dio è perfetto. Tuttavia, se lo consideriamo così, diventa impossibile per gli uomini tendere a quella assoluta perfezione. Invece, averlo dinanzi agli occhi come misericordioso, ci permette di comprendere meglio in che cosa consiste la sua perfezione e ci sprona ad essere come Lui pieni di amore, di compassione, di misericordia.

Ma mi domando: le parole di Gesù sono realistiche? È davvero possibile amare come ama Dio ed essere misericordiosi come Lui?

Se guardiamo la storia della salvezza, vediamo che tutta la rivelazione di Dio è un incessante e instancabile amore per gli uomini: Dio è come un padre o come una madre che ama di insondabile amore e lo riversa con abbondanza su ogni creatura. La morte di Gesù in croce è il culmine della storia d’amore di Dio con l’uomo. Un amore talmente grande che solo Dio lo può realizzare. È evidente che, rapportato a questo amore che non ha misura, il nostro amore sempre sarà in difetto. Ma quando Gesù ci chiede di essere misericordiosi come il Padre, non pensa alla quantità! Egli chiede ai suoi discepoli di diventare segno, canali, testimoni della sua misericordia.

E la Chiesa non può che essere sacramento della misericordia di Dio nel mondo, in ogni tempo e verso tutta l’umanità. Ogni cristiano, pertanto, è chiamato ad essere testimone della misericordia, e questo avviene in cammino di santità. Pensiamo a quanti santi sono diventati misericordiosi perché si sono lasciati riempire il cuore dalla divina misericordia. Hanno dato corpo all’amore del Signore riversandolo nelle molteplici necessità dell’umanità sofferente. In questo fiorire di tante forme di carità è possibile scorgere i riflessi del volto misericordioso di Cristo.

Ci domandiamo: Che cosa significa per i discepoli essere misericordiosi? Viene spiegato da Gesù con due verbi: «perdonare» (v. 37) e «donare» (v. 38).

La misericordia si esprime, anzitutto, nel perdono: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (v. 37). Gesù non intende sovvertire il corso della giustizia umana, tuttavia ricorda ai discepoli che per avere rapporti fraterni bisogna sospendere i giudizi e le condanne. È il perdono infatti il pilastro che regge la vita della comunità cristiana, perché in esso si mostra la gratuità dell’amore con cui Dio ci ha amati per primo. Il cristiano deve perdonare! Ma perché? Perché è stato perdonato. Tutti noi che stiamo qui, oggi, in piazza, siamo stati perdonati. Nessuno di noi, nella propria vita, non ha avuto bisogno del perdono di Dio. E perché noi siamo stati perdonati, dobbiamo perdonare. Lo recitiamo tutti i giorni nel Padre Nostro: “Perdona i nostri peccati; perdona i nostri debiti come noi li perdoniamo ai nostri debitori”. Cioè perdonare le offese, perdonare tante cose, perché noi siamo stati perdonati da tante offese, da tanti peccati. E così è facile perdonare: se Di ha perdonato me, perché non devo perdonare gli altri? Sono più grande di Dio? Questo pilastro del perdono ci mostra la gratuità dell’amore di Dio, che ci ha amato per primi. Giudicare e condannare il fratello che pecca è sbagliato. Non perché non si voglia riconoscere il peccato, ma perché condannare il peccatore spezza il legame di fraternità con lui e disprezza la misericordia di Dio, che invece non vuole rinunciare a nessuno dei suoi figli. Non abbiamo il potere di condannare il nostro fratello che sbaglia, non siamo al di sopra di lui: abbiamo piuttosto il dovere di recuperarlo alla dignità di figlio del Padre e di accompagnarlo nel suo cammino di conversione.

Alla sua Chiesa, a noi, Gesù indica anche un secondo pilastro: “donare”. Perdonare è il primo pilastro; donare è il secondo pilastro. «Date e vi sarà dato […] con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (v. 38). Dio dona ben al di là dei nostri meriti, ma sarà ancora più generoso con quanti qui in terra saranno stati generosi. Gesù non dice cosa avverrà a coloro che non donano, ma l’immagine della “misura” costituisce un ammonimento: con la misura dell’amore che diamo, siamo noi stessi a decidere come saremo giudicati, come saremo amati. Se guardiamo bene, c’è una logica coerente: nella misura in cui si riceve da Dio, si dona al fratello, e nella misura in cui si dona al fratello, si riceve da Dio!

L’amore misericordioso è perciò l’unica via da percorrere. Quanto bisogno abbiamo tutti di essere un po’ più misericordiosi, di non sparlare degli altri, di non giudicare, di non “spiumare” gli altri con le critiche, con le invidie, con le gelosie. Dobbiamo perdonare, essere misericordiosi, vivere la nostra vita nell’amore. Questo amore permette ai discepoli di Gesù di non perdere l’identità ricevuta da Lui, e di riconoscersi come figli dello stesso Padre. Nell’amore che essi praticano nella vita si riverbera così quella Misericordia che non avrà mai fine (cfr 1 Cor 13,1-12). Ma non dimenticatevi di questo: misericordia e dono; perdono e dono. Così il cuore si allarga, si allarga nell’amore. Invece l’egoismo, la rabbia, fanno il cuore piccolo, che si indurisce come una pietra. Cosa preferite voi? Un cuore di pietra o un cuore pieno di amore? Se preferite un cuore pieno di amore, siate misericordiosi!

Guarda il video della catechesi

Saluti:

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APPELLO

Oggi ricorre la XXIII Giornata mondiale per l’Alzheimer, che ha per tema “Ricordati di me”. Invito tutti i presenti a “ricordarsi”, con la sollecitudine di Maria e con la tenerezza di Gesù Misericordioso, di quanti sono affetti da questo morbo e dei loro familiari per far sentire la nostra vicinanza. Preghiamo anche per le persone che si trovano accanto ai malati sapendo cogliere i loro bisogni, anche quelli più impercettibili, perché visti con occhi pieni di amore.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. 
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Porgo uno speciale saluto ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi ricorre la Festa di San Matteo, Apostolo ed Evangelista. La sua conversione sia di esempio a voi, cari giovani, per vivere la vita con i criteri della fede; la sua mansuetudine sostenga voi, cari ammalati, quando la sofferenza sembra insopportabile; e la sua sequela del Salvatore ricordi a voi, cari sposi novelli, l’importanza della preghiera nella storia matrimoniale che avete intrapreso.

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«Il male ha sempre la stessa radice, qualsiasi male: la cupidigia, la vanità e l’orgoglio» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
22 settembre 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Osteoporosi dell'anima

È la vanità, insieme alla cupidigia e alla superbia, una delle «radici di tutti i mali» nel cuore di ogni persona. La corsa affannosa, così tipica dei nostri tempi, «per fingere, per sembrare, per apparire» non porta a nulla, «non ci dà un vero guadagno» e lascia l’inquietudine nell’anima.
La vanitas vanitatum del Qoèlet (1, 2-11), proposta dalla liturgia del giorno, è stata al centro della meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì 22 settembre. 

Punto di partenza, però, è stata l’inquietudine del re Erode Antipa descritta nel Vangelo di Luca (9, 7-9). Il sovrano infatti «era inquieto» perché quel Gesù di cui tutti parlavano «era per lui come una minaccia». Alcuni pensavano che fosse Giovanni, ma il re si ripeteva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io, chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». Un’inquietudine, ha fatto notare il Pontefice, che ricorda quella del padre, Erode il grande, il quale, quando giunsero i magi per adorare Gesù, «era stato preso da spavento».

Nella nostra anima, ha spiegato il Papa, «c’è la possibilità di avere due inquietudini: quella buona, che è l’inquietudine dello Spirito Santo, che ci dà lo Spirito Santo, e fa che l’anima sia inquieta per fare cose buone, per andare avanti; e c’è anche la cattiva inquietudine, quella che nasce da una coscienza sporca». Proprio quest’ultima caratterizzava i due sovrani contemporanei di Gesù: «avevano la coscienza sporca e per questo erano inquieti, perché avevano fatto cose brutte e non avevano pace, e ogni avvenimento sembrava per loro una minaccia». Del resto, il loro modo di risolvere i problemi era uccidere, e andavano avanti passando «sopra i cadaveri della gente».

Chi come loro, ha spiegato Francesco, «fa del male», ha «la coscienza sporca e non può vivere in pace»: l’inquietudine li tormenta e vivono «in un prurito continuo, in una orticaria che non li lascia in pace». Una realtà interiore sulla quale si è concentrata la riflessione del Papa: «questa gente ha fatto il male, ma il male ha sempre la stessa radice, qualsiasi male: la cupidigia, la vanità e la superbia». Tutte e tre, ha aggiunto, «non ti lasciano la coscienza in pace», tutte impediscono che entri «la sana inquietudine dello Spirito Santo», e «portano a vivere così: inquieti, con paura».

A questo punto, sollecitato dalla prima lettura, il Pontefice si è soffermato sulla vanità: «Vanità delle vanità, vanità delle vanità... Tutto è vanità». L’espressione del Qoèlet, ha notato, può apparire «un po’ pessimista», anche se in realtà «non tutto è così: c’è gente buona». Ma, ha spiegato Francesco, «il testo vuol sottolineare questa tentazione tanto nostrana, che è anche la prima dei nostri padri: essere come Dio». La vanità, infatti, «ci gonfia», ma «non ha lunga vita, perché è come una bolla di sapone» e non porta mai «un vero guadagno». Eppure l’uomo, «si affanna per apparire, per fingere, per sembrare». In parole povere: «La vanità è truccare la propria vita. E questo ammala l’anima, perché uno trucca la propria vita per apparire, per sembrare, e tutte le cose che fa sono per fingere, per vanità, ma alla fine cosa guadagna?».

Per far meglio comprendere questa realtà interiore, il Papa ha usato alcune immagini concrete: «la vanità è come una “osteoporosi” dell’anima: le ossa di fuori sembrano buone, ma dentro sono tutte rovinate». E ancora: «La vanità ci porta alla truffa; come i truffatori segnano le carte per guadagnare. Poi questa vittoria è finta, non è vera. Questa è la vanità: vivere per fingere, vivere per sembrare, vivere per apparire. E questo inquieta l’anima».

A tale riguardo, ha ricordato il Papa, san Bernardo si esprimeva rivolgendosi al vanitoso con una parola «fin troppo forte»: «Ma pensa a quello che tu sarai. Sarai pasto dei vermi». Come a dire: «tutto questo truccarti la vita è una bugia, perché ti mangeranno i vermi e non sarai niente». Ma «dov’è la forza della vanità?», si è chiesto Francesco. «Spinti dalla superbia, verso le cattiverie» non si vuole «permettere che si veda uno sbaglio», si tende a «coprire tutto». È vero che c’è tanta «gente santa»; ma è altrettanto vero che c’è gente di cui si pensa: «Che buona persona! Va a messa tutte le domeniche. Fa grosse offerte alla Chiesa», senza accorgersi dell’«osteoporosi», della «corruzione che hanno dentro». Del resto, «la vanità è questo: ti fa apparire con una faccia di immaginetta e poi la tua verità dentro è ben altra».

Di fronte a ciò, ha concluso il Papa, «dov’è la nostra forza e la sicurezza, il nostro rifugio?». Anche la risposta giunge dalla liturgia. Nel salmo del giorno, infatti, si legge: «Signore tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione». E nel canto al Vangelo si ricordano le parole di Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita». Questa, ha detto Francesco, «è la verità, non il trucco della vanità».

Perciò è importante pregare «che il Signore ci liberi da queste tre radici di tutti i mali: la cupidigia, la vanità e la superbia. Ma soprattutto dalla vanità, che ci fa tanto male».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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giovedì 22 settembre 2016

Gli italiani, popolo fertile? di Giacomo Costa SJ

Gli italiani, popolo fertile?
 di Giacomo Costa SJ


Anteprima dell'editoriale del numero di ottobre
di Aggiornamenti Sociali






La campagna di lancio del Fertility Day, promosso dal Ministero della Salute nella data del 22 settembre, non sarà certo ricordata come un modello per future iniziative di sensibilizzazione. Fermarsi, però, a considerare solo gli errori comunicativi di questa campagna maldestra e a tratti fuorviante sarebbe riduttivo e rischierebbe di oscurare una questione tutt’altro che secondaria. 
Le numerose e appassionate reazioni, in larga parte critiche e polemiche, confermano che quando si affronta il tema della fertilità si entra nella sfera più intima e profonda delle persone, e dunque in un ambito estremamente delicato e sensibile, dove a volte sono presenti ferite e sofferenze molto vive.

Il tema della fertilità incrocia anche altri ambiti e livelli, a loro modo altrettanto sensibili e su cui troppo facilmente si chiudono gli occhi, come la natalità e la propensione ad avere figli: la demografia ci dice che i valori estremamente bassi che l’Italia registra a questo proposito rappresentano un problema destinato a farsi sempre più acuto con il passare del tempo e con il progressivo invecchiamento della popolazione. Non a caso, il primo punto alla base della elaborazione del Piano nazionale per la fertilità da parte del Ministero della Salute è proprio che «L’attuale denatalità mette a rischio il welfare»
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Fertilità, fecondità e natalità
Uno degli aspetti più delicati, e fonte di non poche confusioni, è stato la sovrapposizione tra due aspetti che, pur contigui, è però bene tenere distinti: la fertilità e la fecondità.

L’iniziativa del Ministero della Salute intende porre la fertilità, cioè la capacità di generare da parte delle donne e degli uomini, «al centro delle politiche sanitarie ed educative del nostro Paese» (Piano nazionale per la fertilità, p. 1), a partire dalla constatazione della scarsa consapevolezza dei fattori e dei comportamenti che possono metterla a rischio: anche la fertilità è un aspetto della salute non scontato e ben si giustifica quindi il lancio di una campagna di informazione sanitaria, analoga a quelle che riguardano la prevenzione di altri rischi, nell’ambito della tutela del diritto alla salute costituzionalmente sancito e di una corretta gestione delle risorse del sistema sanitario. Ovviamente tutto questo ha ben poco a che vedere con la promozione della natalità. In questo senso, il ricorso a un linguaggio e a immagini che sono state interpretate come moralistiche e ricattatorie, se anche raggiunge l’obiettivo di “bucare gli schermi”, mal si concilia con la necessità di fornire informazioni chiare in campo medico e non solo: entrano in gioco, infatti, anche componenti psicologiche. Urtare la sensibilità delle persone non aiuta la comunicazione.

Se parlare di fertilità si colloca sul piano delle condizioni che rendono possibile o che ostacolano la generazione, il termine fecondità fa invece riferimento al fatto di diventare effettivamente genitori. Genericamente le due parole sono considerate sinonimi, ma in ambito scientifico non lo sono. Come ci ricorda l’Enciclopedia Treccani delle scienze sociali, «In demografia col termine fertilità si intende la capacità biofisiologica posseduta da un individuo o da una coppia di produrre figli, indipendentemente dal fatto che tale capacità venga effettivamente esercitata: è l’attitudine a concepire e la sterilità rappresenta il suo contrario», mentre il termine fecondità è riservato «al “risultato” del comportamento prolifico», cioè al fatto di procreare. La fertilità è una condizione necessaria, ma non sufficiente della fecondità; generare è infatti un atto che richiede una scelta, una decisione, e come tale interseca molti altri piani: in primo luogo la libertà e l’autonomia inviolabili delle persone coinvolte, come singoli e come coppia, nonché il piano dei loro desideri e progetti di vita; poi tutti quei fattori economici, sociali e culturali che in vario modo possono incidere sull’autonomia personale, incentivando oppure ostacolando le scelte di fecondità.

Dal punto di vista della chiarezza della comunicazione, ma anche e soprattutto per ciò che concerne la predisposizione di politiche pubbliche, è opportuno mantenere i due piani distinti: «la tutela della fertilità, divulgando le conoscenze scientifiche e costruendo la consapevolezza che la salute riproduttiva è alla base del benessere fisico, psichico e relazionale dei cittadini» (Piano nazionale per la fertilità, p. 3), è infatti di per sé un obiettivo di grande valore politico e sociale, che merita di essere perseguito anche senza inquadrarlo tra le strategie «per favorire la natalità» (ivi, p. 1). Quest’ultimo a sua volta è un obiettivo di grande importanza e delicatezza, il cui raggiungimento richiede il ricorso a un ampio ventaglio di strumenti.
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Proprio perché fertilità e fecondità incrociano le profondità del desiderio, occorre un approccio molto più articolato e integrato, capace di modificare anche la cultura. Per convincere le persone ad aprirsi all’accoglienza del nuovo, implicita nella procreazione e nella generazione, è necessario innanzitutto che sperimentino di essere accolte, che sentano che nella società c’è un posto per loro. Per questo, come sottolinea anche la Risoluzione, hanno grande importanza misure apparentemente lontane dal tema della natalità, ma che puntano a rendere la società più inclusiva e accogliente, in particolare nei confronti di due gruppi che oggi si trovano in condizione di forte emarginazione soprattutto rispetto a un mercato del lavoro in cui non riescono a entrare o a rimanere: le donne e i giovani. Pensandoci, è chiaro che si tratta di due gruppi strategici dal punto di vista della fecondità e che una società che non faccia loro spazio non potrà che condannarsi alla denatalità.

Lo spiegava il demografo Massimo Livi Bacci in un’intervista al Corriere della Sera il 9 gennaio scorso: «Anzitutto bisogna ridare autonomia ai giovani. Ormai raggiungono la piena autonomia molto tardi e per conseguenza rinviano molte delle decisioni familiari riproduttive. Finiscono gli studi tardi, entrano nel mercato del lavoro tardi, escono dalla famiglia tardi, rimandano la scelta di fare un figlio fino a trovarsi a ridosso di un’età in cui riuscirci è molto faticoso se non quasi impossibile». E poi, aggiungeva, «è indispensabile dare più lavoro alle donne. Quarant’anni fa, nei Paesi nei quali le donne erano impegnate prevalentemente in lavori domestici e i tassi di occupazione erano bassi, la natalità era più elevata. Oggi avviene l’inverso: dove c’è un’occupazione femminile alta si fanno più figli e dove c’è un’occupazione bassa se ne fanno meno. Una famiglia ha bisogno di più fonti di reddito, non può più puntare su un solo procacciatore di risorse».

Dal punto di vista politico è necessaria una rivoluzione copernicana: smettere di considerare le spese a sostegno della famiglia – quelle per realizzare il mix di strumenti invocato dalla Risoluzione del Parlamento europeo –, come un costo da comprimerenella generalizzata caccia alla riduzione della spesa pubblica, iniziando invece a guardarle come un investimento che si ripaga nel tempo. Solo promuovendo i diritti e l’inclusione sociale e lavorativa, di donne e giovani in particolare, si tutelano le opportunità di crescita e di sviluppo per la società e per il Paese. Del resto, è abbastanza intuitivo che crescita e sviluppo si pongano sulla linea del generare più che del consumare: in una società poco attenta alla propria fertilità e fecondità, nel senso integrale che abbiamo cercato di tratteggiare, questi piani sono inevitabilmente destinati a una scarsa dinamicità.


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Gli italiani, popolo fertile? di Giacomo Costa SJ

Assisi 20 settembre 2016 Giornata di Preghiera per la pace - Preghiera ecumenica e Cerimonia conclusiva (cronaca, foto e video)


Dopo il pranzo all’interno del convento francescano, con quattrocento persone, al quale hanno partecipato anche alcuni profughi e durante il quale si è festeggiato con una torta il 25° anniversario dell’elezione di Bartolomeo I quale Patriarca ecumenico di Costantinopoli, il Papa ha incontrato singolarmente lo stesso Bartolomeo, il patriarca siro-ortodosso di Antiochia Aphrem II, l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, il filosofo Zygmut Bauman, il presidente degli ulema indonesiani Din Syamsuddin e il gran rabbino David Rosen. Quindi ha raggiunto i cristiani radunati nella basilica inferiore per la preghiera comune.
Guarda il video


“Afghanistan”, “Birmania”, “Burundi”. E poi “Iraq”, “Siria”, “Ucraina”, “Yemen”. Una candela si accende per ogni paese. La litania di 27 nomi è stata accompagnata dal canto e dalla preghiera dei rappresentanti di tutte le confessioni cristiane, riunite attorno a Papa Francesco oggi pomeriggio nella Basilica inferiore del Sacro Convento.
Vengono ricordati così, uno alla volta, i paesi segnati dalla guerra, “contaminati dal virus dell’odio e del conflitto”. Per ognuno di questi paesi alcuni giovani hanno acceso una candela, come una luce di speranza.
È un gesto che è stato osservato con profonda attenzione da Papa Francesco, il patriarca ecumenico Bartolomeo e il primate anglicano Welby, che hanno presieduto la preghiera ecumenica dei cristiani.

 

Invocare il dono della pace e dissipare le tenebre del terrorismo e della violenza. Con questa intenzione è cominciata nella basilica inferiore di San Francesco ad Assisi la preghiera ecumenica dei cristiani per la pace. Con Papa Francesco ci sono i leader delle Chiese cristiana. Tutti attorno alla tomba di San Francesco, amico dei poveri e uomo della pace. 




E mentre i cristiani pregano e meditano sulle parole di Gesù nel Vangelo, i seguaci della diverse religioni stanno pregando in luoghi differenti secondo le rispettive tradizioni. Musulmani, ebrei, oomoto si ritrovano in differenti sale del Sacro Convento mentre i seguaci delle religioni indiane (giainisti, zoroastrani, sick e induisti) pregano dalle suore della Beata Angelina. L’appuntamento per buddisti e scintoisti è al palazzo Monte Frumentario e per taoisti e tenrikyo nel giardino interno del monastero di Sant’Andrea.


Meditazione di Justin Welby Arcivescovo di Canterbury e primate della Chiesa d'Inghilterra

Meditazione di Bartolomeo I Patriarca Ecumenico di Costantinopoli


Guarda il video della meditazione di Papa Francesco

Terminata la preghiera, tutti i partecipanti escono dalla Basilica Inferiore, si incontrano con i Rappresentanti delle altre religioni, che hanno pregato in altri luoghi, e prendono posto sul palco in Piazza

Saluti
Intervento di Domenico Sorrentino Arcivescovo di Assisi
Intervento di Mauro Gambetti Custode del Sacro Convento di Assisi
Introduzione
Intervento di Andrea Riccardi Storico, fondatore della Comunità di Sant’Egidio
Interventi
Intervento di Bartolomeo I Patriarca Ecumenico di Costantinopoli
David Brodman Rabbino, Israele
Tamar Mikalli Testimone, Siria





Guarda i video del discorso di Papa Francesco

Lettura di un Appello di Pace, che viene affidato dai capi delle religioni ai bambini per consegnarlo agli ambasciatori di tutte le Nazioni




Dopo un momento di silenzio per le vittime delle guerre segue la firma dell'Appello di Pace e l'accensione dei due candelabri e la firma

 

Guarda il video integrale


Vedi il nostro post precedente:


Dal Nepal arriva l'offerta più generosa per Amatrice...

Leggendo l'articolo che riportiamo non si può non pensare a questo brano del Vangelo di Luca... 
Alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli e disse: «In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti. Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere». (Luca 21, 1-4)


La piccola-grande generosità dei nepalesi che aiutano Amatrice

Mille euro, ma che valgono molto di più. Una goccia nell’oceano fra le tante donazioni blasonate e milionarie che arrivano in aiuto delle vittime del sisma reatino, ma certamente è una goccia d’oro a 24 carati quella che raggiunge Amatrice da Bodgaun, paese di 2300 anime sperduto sulle pendici dei monti del Nepal centrale, a 70 km da Katmandu, vittima a sua volta del terribile terremoto del 25 aprile dello scorso anno, che ha fatto più di diecimila vittime.

Attraverso la fondazione dell’associazione Jay Nepal, Risorgi Nepal, Alberto Luzzi, imprenditore romano, ha voluto trasformare un paese di majhi, gli intoccabili, in un villaggio modello, per dimostrare che anche i più svantaggiati ce la possono fare. Oggi Bodgaun, che grazie a lui e a centinaia di volontari da lui ispirati, ha la sua scuola, un programma agricolo seguito da studenti universitari, una squadra sportiva e a breve un centro medico, vuole restituire qualcosa all’Italia che le ha ridato speranza e la possibilità di rinascere.

«Ho ricevuto decine di messaggi il 24 agosto. Hanno mandato le loro preghiere e i loro incoraggiamenti all’Italia tramite Facebook: “We know how you feel. Sappiamo come vi sentite. COME ON ITALY, YOU CAN DO IT!!!”. Hanno rivissuto nella loro memoria la devastazione cui sono sopravvissuti e hanno subito voluto fare qualcosa. All’inizio pensavo non fosse giusto, perché in Italia hanno tutta l’eccellenza del soccorso e là non hanno niente, ma poi ho pensato che fosse bellissimo che tra i potenti del mondo, gli USA, la Russia, e gli altri paesi europei che sono vicini all’Italia, potesse affiancarsi anche il Nepal: un paese povero, una popolazione stremata, ma un luogo pieno di dignità umana».

Parte la colletta, tutti danno di più di quello che potrebbero, perché tra i majhi non esiste il superfluo, ma raggiungono l’incredibile cifra di 90,000 rupie, pari allo stipendio medio di un anno. Un’operatrice sociale dona da sola 13,000 rupie, quasi due mensilità mentre la nuova squadra di calcio riceve una donazione di 35,000 rupie e ne devolve la metà. Fanno un totale di mille euro, una cifra altisonante per chi vive con 2 euro al giorno, che gli amici nepalesi desiderano dare per la ricostruzione della scuola amatriciana. Si parla direttamente col Comune e la preside per assicurarsi che tali preziose risorse non vengano perdute e perché questo gesto generoso possa dare inizio a un gemellaggio di anime nella condivisione, quanto mai compresa, di una tragedia da cui ci si vuole solo risollevare.

Mille euro preziosissimi, perché porteranno con loro anche una coscienza solidale, questo spirito d’aiuto che è scevro della logica di quanto si possiede ma pensa per prima cosa al bisogno dell’altro.
(fonte: Corriere della Sera, articolo di Simona Valesi)


I poveri sono la porta santa di Tolentino Mendonça José

I poveri sono la porta santa 
di Tolentino Mendonça José,
teologo e scrittore porteghese


E’ vice rettore dell’Università Cattolica di Lisbona e Consulente del Pontificio Consiglio della Cultura. E’ autore e curatore editoriale di vari saggi e studi teologici. Relazione tenuta ad Assisi il 19 settembre 2016 in occasione del meeting "SETE DI PACE - Religioni e Culture in dialogo" 
organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e dalle Famiglie Francescane ,"Panel 12: Religioni e poveri".





Quando penso al contributo che l’esperienza religiosa dà nel presente e potrà dare, in un futuro prossimo, alla cultura, al tempo e al modo dell’esistenza umana, penso all’immenso patrimonio spirituale che nasce dall’amicizia con i poveri. I poveri spesso si siedono alle porte delle chiese. In realtà, essi non sono seduti davanti alla porta, ma sono loro la porta per arrivare a Dio, questo Dio che ci chiede sempre: "Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9). I poveri ci mostrano Dio. Essi sono testimoni e maestri della fede nella sua forma più concreta, perché sono gli ultimi, i piccoli, gli emarginati, i dimenticati, le vittime, quelli che senza voce gridano per la giustizia, gli affamati, quelli che possono contare solo su Dio. Le religioni non possono dimenticare mai la centralità dei poveri nella sua missione. I poveri sono la porta santa. Sono la più santa delle porte sante. 

I poveri ci insegnano tanto sulla vita spirituale. Ci insegnano l’ascolto. L’ascolto non è soltanto apprendere il discorso verbale. Prima di tutto, è atteggiamento, chinarsi verso l’altro, è dedicargli la nostra attenzione, è disponibilità ad accogliere quello che è stato detto e non detto. Ascoltare significa offrire una spalla dove l’altro possa poggiare la mano, per alzarsi rapidamente. Poter essere ascoltati ci rilancia nel cammino. Uno dei testi che più impressionano sul valore dell’ascolto è il racconto Tristezza di Čechov. Descrive la storia di un vetturino, Iona, che ha perso un figlio e non trova, tra gli umani, nessuno disposto a confortarlo. «Sente il bisogno di raccontare come si è ammalato il figlio, le sue sofferenze, cosa disse prima di morire e come è morto ... Sente il bisogno di descrivere il funerale, di raccontare quando è andato all’ospedale a cercare i vestiti del defunto. Nel villaggio è rimasta la figlia, Anissia... Vuole parlare anche di lei ... » ma nessuno ascolta. Il vetturino si rivolge allora al suo cavallo e, mentre gli dà da mangiare comincia ad esporgli, in un lungo e dolente monologo, tutto quello che ha vissuto. Le ultime parole del racconto di Čechov sono queste: «Il cavallo continuò a masticare, mentre sembrava che ascoltasse, perché soffiava nella mano del suo padrone... Allora Iona, il vetturino, si animò e gli raccontò tutto ». 

I poveri ci insegnano la forza terapeutica della presenza: un semplice tocco aiuta a dissipare i turbamenti, tranquillizza un animo agitato e trasmette un conforto che nessuna macchina o farmaco può dare. Gesù, per esempio, va a toccare l’intoccabile. Tende la mano a coloro che è proibito toccare. Un uomo malato di lebbra spezza il cordone sanitario e si avvicina a Gesù per dire: “Signore, se vuoi, puoi sanarmi” (Lc 5,12). A quell’epoca i lebbrosi avevano l’obbligo di vivere lontano dagli abitati, separati dalla famiglia, in un distacco che serviva a evitare il contagio. Ebbene, Gesù non si limita alle parole: «Lo voglio», ma tende la mano e lo tocca (cfr. Lc 5,13). Preferisce correre il rischio del contagio, nel desiderio di toccare la ferita dell’altro; volendo condividere, come solo attraverso il tocco si condivide, quella sofferenza; aiutando a vincere l’ostracismo, interiorizzato con la separazione forzata. Cos’è che cura l’uomo? Cos’è che cura la donna che, in un altro punto del Vangelo, segue Gesù e lo tocca (cfr. Lc 8,43-48)? A curarli è certamente il potere di Dio che si manifesta in Gesù, ma in un processo dove la forma non è affatto indifferente. Li cura il fatto di sapersi toccati, e toccati nel senso di trovati, assunti, accettati, riconosciuti, riscattati, abbracciati. La mistica non è uno stato di impermeabilità, ma esattamente il suo contrario: una radicale porosità nei confronti della vita e degli altri. Una pelle, una presenza, un battito del cuore, un incontro, un’allegria condivisa con i poveri.

I poveri ci insegnano l’accoglienza di Dio. Ricordo sempre questa storia: C’era una volta un uomo devoto che, nella sua preghiera, chiese a Dio una cosa smisurata, ma che Dio immediatamente soddisfò. L’uomo chiese che Dio venisse a visitarlo nella sua casa. Avendo ottenuto il sì di Dio, l’uomo diede il via a grandi preparativi (pulizia, riparazioni, ornamenti...) per ricevere il suo Ospite. Nel giorno stabilito della visita, l’uomo si mise sulla soglia della porta di casa in attesa di Dio. La mattina presto venne un ragazzino che cercò, dalla finestra, di rubargli una mela sul tavolo, ma lui glielo impedì rimproverandolo duramente. A mezzogiorno un mendicante venne a disturbarlo con le sue richieste, ma lui gli spiegò che stava aspettando una visita illustre, di ritornare un altro giorno. Nel pomeriggio, un viaggiatore stanco gli chiese ospitalità, che lui gli negò, perché aspettava Dio. Soltanto Dio non venne. Per questo, quando scese la notte, anche l’uomo cadde in un grande sconforto. E durante la sua preghiera protestò con Dio che non aveva mantenuto la parola. Ma Dio gli rispose: “Per tre volte ho cercato di entrare in casa tua, ma tu stesso me l’hai impedito”.