Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



giovedì 22 febbraio 2018

Esercizi spirituali del Papa e della Curia - Ottava meditazione: "nella parabola del figliol prodigo famiglie come la nostra"

 22 febbraio 2019 
 ore 8,30 
 Ottava meditazione 

Esercizi spirituali: nella parabola del figliol prodigo famiglie come la nostra

Don José Tolentino Mendonça: la parabola del figliol prodigo è una storia che rispecchia la realtà di famiglie in cui la relazione tra fratelli è corrosa da sentimenti come l'invidia. Il padre è invece l'icona della misericordia.


Uno dei grandi pericoli nel cammino interiore è lo sguardo autocentrato, “nel quale l’io è principio e fine di tutte le cose”. Lo ha detto don José Tolentino Mendonça, vicerettore dell’Università Cattolica di Lisbona, incentrando l’ottava meditazione degli esercizi spirituali per il Papa e i collaboratori della Curia Romana, in corso ad Ariccia, sulla parabola del figliol prodigo.

In questa parabola – ha affermato – “vediamo portata in scena una famiglia umana come quella da cui proviene ciascuno di noi”. E’ uno specchio in cui c’è tutto. E’ “una storia che ci afferra dentro” in cui vediamo problematizzata - ha spiegato il predicatore - la relazione tra fratelli”. E ci rendiamo conto “del delicato significato del vincolo filiale”, della trama “sottile e fragile di affetti che intessiamo gli uni con gli altri”.

Desiderio alla deriva

La parabola - ha spiegato don José Tolentino Mendonça - ci mette in discussione:

“Dentro di noi, in verità, non ci sono solamente cose belle, armoniose, risolte. Dentro di noi ci sono sentimenti soffocati, tante cose da chiarire, patologie, fili da connettere. Ci sono zone di sofferenza, ambiti da riconciliare, memorie e cesure da lasciare a Dio perché le guarisca”.

E il nostro tempo è dominato da “un desiderio alla deriva” che promuove “in noi, figlioli prodighi”, il facile arbitrio, il capriccio, l’edonismo. E tutto questo si sviluppa in “un vortice ingannevole” dettato dalla “società dei consumi” che promette di soddisfare tutto e tutti identificando “la felicità con la sazietà”. Siamo così “satolli, pieni, soddisfatti, addomesticati”. Ma questa sazietà che si ottiene con i consumi - ha detto padre José Tolentino Mendonça – è “la prigione del desiderio”.

Aspettative malate

Al bisogno di libertà del figlio più giovane, sospinto da “passi falsi” e da “fantasie di onnipotenza”, si aggiungono in parallelo le “aspettative malate” del figlio maggiore:

“Le stesse che con grande facilità si infiltrano in noi: la difficoltà di vivere la fraternità, la pretesa di condizionare le decisioni del padre, il rifiuto di gioire del bene dell’altro. Tutto ciò crea in lui un risentimento latente e l’incapacità di cogliere la logica della misericordia”.

Il pericolo dell’invidia

E ai passi falsi del figlio minore, animato in gioventù da un desiderio alla deriva, si sovrappone poi un altro pericolo che logora il figlio maggiore. E’ l’invidia. Anche questa - ha detto il predicatore - è una patologia del desiderio. E’ una mancanza d’amore, una “rivendicazione sterile e infelice”. Il figlio maggiore, che non è riuscito a risolvere la relazione con il fratello, è ancora lacerato da “aggressività, barriere e violenza”. Il contrario dell’invidia, invece, è la gratitudine che “costruisce e ricostruisce il mondo”.

La misericordia è un Vangelo da scoprire

Accanto a queste figure di figli che, a loro modo, ci rispecchiano, emerge quella del padre:

“E l'icona della misericordia è questo padre. Ha due figli e capisce che deve rapportarsi a loro in maniere differenti, riservare a ciascuno uno sguardo unico”.

La misericordia – ha detto infine don José Tolentino Mendonça – “non è dare all’altro quello che si merita”. La misericordia è compassione, bontà, perdono. E’ “dare di più, dare al di là, andare oltre”. E’ un “eccesso di amore” che cura le ferite. La misericordia è uno degli attributi di Dio. Credere in Dio è, dunque, credere nella misericordia. La misericordia – ha concluso il predicatore - è un Vangelo da scoprire.

(fonte: Vatican News)


"L'ostinazione armiera degli USA" di Tonio Dell'Olio e le vignette di GIOBA


L'ostinazione armiera degli USA
 di Tonio Dell'Olio

Per quanto io mi sforzi e cerchi di dare una spiegazione all'ostinazione dei politici statunitensi nel voler permanere nella situazione legislativa che consente l'acquisto e l'uso pressoché indiscriminato di armi da fuoco, non riesco a giustificarla dinanzi alle stragi che continuano a colpire cittadini inermi e, spesso, proprio i più giovani. Il Congresso della Florida, controllato dai repubblicani, ha respinto con 71 voti contrari e 36 favorevoli una mozione per mettere la bando le armi d’assalto e i caricatori ad alta capacità. Decine di studenti sopravvissuti proprio alla sparatoria nel liceo di Parkland avevano chiesto un segnale dopo la strage. I deputati hanno invece scelto di non modificare la legge locale. Non si trattava di una messa al bando della vendita delle armi ma di una leggera modifica che lanciava un segnale nella direzione del ripensamento delle leggi vigenti e, concretamente, poneva almeno un freno. E invece no. Ostinatamente contro la scommessa che una minore circolazione di armi possa rendere la vita sociale più sicura e più serena. Nemmeno il sacrificio delle 59 vittime della sparatoria di Las Vegas nell'ottobre scorso, degli studenti morti nel liceo e di tutte le altre vittime sembra aver scalfito la volontà del presidente USA e dei politici in generale. Inspiegabile. Per me è inspiegabile.

Negli Usa tutte le donazioni per la campagna elettorale di un presidente devono essere dettagliatamente e scrupolosamente documentate e rese pubbliche. Da quel registro sappiamo che la lobby delle armi ha sostenuto l'elezione di Donald Trump con una donazione complessiva di 30 milioni di dollari. Dopo questa affermazione si comprende perché anche a seguito della strage di ieri in una scuola della Florida ad opera di Nikolas Cruz, e che è costato la vita a 17 studenti e ha causato 14 feriti, il presidente non ha pronunciato una sola parola contro la diffusione indiscriminata di armi nelle case degli statunitensi...


La soluzione di Trump: "Armiamo gli insegnanti..."









23 febbraio 2018 - Papa Francesco chiede una "Giornata di preghiera e digiuno per la pace"

Papa Francesco ha proposto ai fedeli una Giornata di particolare preghiera e digiuno per supplicare Dio perché doni la pace, in particolare alle popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan.

"Dinanzi al tragico protrarsi di situazioni di conflitto in diverse parti del mondo, invito tutti i fedeli ad una speciale Giornata di preghiera e digiuno per la pace il 23 febbraio prossimo, venerdì della Prima Settimana di Quaresima. La offriremo in particolare per le popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan. Come in altre occasioni simili, invito anche i fratelli e le sorelle non cattolici e non cristiani ad associarsi a questa iniziativa nelle modalità che riterranno più opportune, ma tutti insieme.

Il nostro Padre celeste ascolta sempre i suoi figli che gridano a Lui nel dolore e nell’angoscia, «risana i cuori affranti e fascia le loro ferite» (Sal 147,3). Rivolgo un accorato appello perché anche noi ascoltiamo questo grido e, ciascuno nella propria coscienza, davanti a Dio, ci domandiamo: “Che cosa posso fare io per la pace?”. Sicuramente possiamo pregare; ma non solo: ognuno può dire concretamente “no” alla violenza per quanto dipende da lui o da lei. Perché le vittorie ottenute con la violenza sono false vittorie; mentre lavorare per la pace fa bene a tutti!
(Papa Francesco, estratto dal dopo Angelus del 04.02.2018) 


GUARDA IL VIDEO



GUARDA IL VIDEO
L'importanza di partecipare alla Giornata di digiuno e preghiera per il Congo e il Sud Sudan.

PER APPROFONDIRE LA SITUAZIONE IN SUD SUDAN E CONGO 
Puntata della trasmissione di TV2000  "Il  diario di Papa Francesco" trasmessa il 21.02.2018, con ospiti  alcuni membri della comunità cattolica congolese a Roma: Padre Rigobert Kyungu sj, segretario regionale dei Gesuiti per l’Africa e segretario dei Consiglieri ed Assistenti Religiosi Congolesi di diverse congregazioni a Roma; Barthélemy Hemedi Nasibu, Ricercatore e studente in filosofia politica alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e Suor Marie-Pierre OTIBA, segretaria francofona della Sacra Famiglia di Bordeaux

GUARDA IL VIDEO


Esercizi spirituali del Papa e della Curia - Settima meditazione: "imparare a bere dalla propria sete"

 21 febbraio 2019 
 ore 16 
 Settima meditazione 

Esercizi spirituali: imparare a bere dalla propria sete


Quello che più si oppone alla vita di Dio dentro di noi non è la debolezza ma l’orgoglio. Così don José Tolentino Mendonça nella meditazione pomeridiana degli esercizi spirituali al Papa e alla Curia Romana, che si tengono questa settimana ad Ariccia

Nella settima meditazione degli Esercizi spirituali ad Ariccia, don José Tolentino Mendonça ricorda che proprio la nostra povertà è il luogo dove Gesù interviene e che il più grande ostacolo alla vita di Dio dentro di noi non è la fragilità, ma la rigidità e l’autosufficienza. Bisogna quindi imparare a bere dalla propria sete. Il sacerdote portoghese prosegue dunque la sua riflessione sulla sete associandola, oggi pomeriggio, alla Passione di Gesù.

La strada ci insegna più della locanda

La Chiesa non deve isolarsi in una torre d’avorio, non deve riprodurre pratiche e comportamenti, diventando custode del sacro ma essere anche discepola, in qualche modo è un’esperienza di nomadismo. Quindi, anche i non credenti possono guardare con una freschezza sorprendente alla vita di fede. C’è poi il rischio di far fare agli altri, cammini anche esigenti mentre noi rimaniamo seduti. Bisogna stare attenti che la sedentarietà non diventi anche spirituale, un’atrofia interiore. 

Vedere nella sete una forma di cammino

Bisogna, poi, vivere la spiritualità come un’avventura comunitaria, metteva in evidenza Gustavo Gutiérrez nel libro “Bere dal proprio pozzo. L’itinerario spirituale di un popolo”. Il pozzo da cui bere è quindi la vita spirituale concreta, ferita da contingenze e ristrettezze: 

L'umanità che noi fatichiamo ad abbracciare, la nostra stessa e quella degli altri, è l'umanità che Gesù abbraccia veramente, poiché egli si china con amore sulla nostra realtà, non sulla idealizzazione di noi stessi che ci andiamo costruendo. Il mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio, insomma, comporta per noi una visione non ideologica della vita.

Perdere la mania di una vita perfetta

La sete, in certo senso, ci umanizza e costituisce una via di "maturazione spirituale". Quindi facendo un’analisi esistenziale, don José, ricorda che serve tanto tempo per perdere la mania delle cose perfette, per vincere il vizio di sovrapporre alla realtà le false immagini. Come scrive Thomas Merton, Cristo ha voluto identificarsi con ciò che non amiamo di noi stessi poiché prese su di sé la nostra miseria e la nostra sofferenza. San Paolo stesso testimonia la fede come un’ipotesi paradossale: "quando sono debole, allora sono forte".

Il grande ostacolo alla vita di Dio dentro di noi non è la fragilità o la debolezza, ma la durezza e la rigidità. Non è la vulnerabilità e l'umiliazione, ma il suo contrario: l'orgoglio, l'autosufficienza, l'autogiustificazione, l'isolamento, la violenza, il delirio di potere. La forza di cui abbiamo davvero bisogno, la grazia di cui necessitiamo, non è nostra, ma di Cristo.

Le tre tentazioni nel deserto

“Se ci disponiamo all’ascolto, la sete può essere un maestro prezioso della vita interiore”, afferma il predicatore portoghese, soffermandosi poi, sull’episodio delle tre tentazioni di Gesù nel deserto. La prima quella sul pane. Gesù conosce le necessità materiali umane, ma ricorda che non di solo pane vive l’uomo. La sua risposta non è per farci evadere dalla realtà, ma per farcela considerare come un luogo che deve essere investito dallo Spirito. Per far comprendere la seconda tentazione, il sacerdote si rifà invece a quando il popolo di Israele nel deserto esige da Mosè che gli dia da bere: per credere, noi vogliamo vedere la nostra sete soddisfatta, ma Gesù "ci insegna a consegnare il silenzio, l’abbandono e la sete come preghiera". Infine l’ultima tentazione sugli idoli alla quale Gesù risponde: “Il Signore Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”. Un brano da accostare al Vangelo di Matteo quando Gesù risorto ricorda che a lui è stato dato ogni potere in cielo e in terra.

Il “potere” di Gesù è l’offerta estrema di sé

Il diavolo vuole essere adorato, ma il suo potere è apparenza, mentre quello del Risorto fa parte del mistero della croce, dell’offerta estrema di sé. E’ un rischio enorme – nota – quando la tentazione del potere, su scala più o meno grande, ci allontana dal mistero della Croce, quando ci allontana dal servizio dei fratelli. Gesù insegna, invece, a non lasciarsi schiavizzare da nessuno e a non rendere nessuno schiavo ma a rendere culto solo a Dio e a servire: “noi – conclude - non siamo padroni , siamo pastori”.

(fonte: Vatican News)


Esercizi spirituali del Papa e della Curia - Sesta meditazione: "Gesù raccoglie tutte le lacrime del mondo"

 21 febbraio 2019 
 ore 8,30 
 Sesta meditazione 

Esercizi spirituali: Gesù raccoglie tutte le lacrime del mondo

Quarto giorno di Esercizi spirituali ad Ariccia, predicati al Papa e alla Curia Romana da don José Tolentino Mendonça. Al centro della riflessione le lacrime delle donne dei Vangeli, che indicano sete di Gesù


Le lacrime manifestano sete di vita e di relazione. Stamani, nella sesta meditazione di questi Esercizi spirituali al Papa e alla Curia Romana, il sacerdote portoghese José Tolentino Mendonça ripercorre il senso delle lacrime nella vita dell’uomo e in relazione a Dio, con citazioni tratte dal Vangelo e da diversi autori.

Le lacrime delle donne dei Vangeli 

Maria, la vedova di Nain, la peccatrice: non si può ignorare le tante donne presenti nel Vangelo. Diverse per condizione esistenziale, economica, età, con il loro modo di fare, evangelizzano. Il loro stile è il servizio, non fanno mai domande per “intrappolare” Gesù. Ma quello che le unisce sono soprattutto le lacrime, un traboccare di emozioni, conflitti, gioie e ferite.

Ma le lacrime dicono che Dio s'incarna nelle nostre vite, nei nostri fallimenti, nei nostri incontri. Nei Vangeli, anche Cristo piange. Gesù si carica della nostra condizione, si fa uno di noi, e per questo le nostre lacrime sono inglobate nelle sue. Le porta con sé veramente. Quando piange, raccoglie e assume solidalmente tutte le lacrime del mondo.

Il desiderio di vita

Sono proprio le donne dei Vangeli a concedere diritto di cittadinanza alle lacrime, mostrando l’importanza di questo segno, dice il sacerdote, poeta e teologo, facendo riferimento alla psicoanalista Julia Kristeva, non credente, che diceva che quando un paziente depresso arrivava a piangere sul divano, accadeva una cosa molto importante: stava cominciando a prendere le distanze dalla tentazione del suicidio perché le lacrime non narrano il desiderio di morire ma “la nostra sete di vita”.

Dio conosce il dolore del pianto

Fin da bambini, il pianto indica sete di relazione. Molti i santi come Ignazio di Loyola che piangevano copiosamente. E il filosofo Cioran diceva che nel giudizio finale verranno pesate soltanto le lacrime, che danno un senso di eternità al nostro divenire, e che il dono della religione è proprio quello di insegnarci a piangere: le lacrime sono ciò che può renderci santi dopo essere stati umani.

La nostra biografia può essere raccontata anche attraverso le lacrime: di gioia, di festa, di commozione luminosa; e di notte oscura, di lacerazione, di abbandono, di pentimento e di contrizione. Pensiamo alle nostre lacrime versate, e a quelle che sono restate un nodo in gola e la cui mancanza ci è poi pesata, o ci pesa ancora. Il dolore di quelle lacrime che non sono state piante. Dio le conosce tutte e le accoglie come una preghiera. Abbiamo fiducia, dunque. Non nascondiamole a Lui.

Ricerca di relazione

Per Gregorio Nazianzeno le lacrime sono in un certo senso un quinto battesimo. E Nelson Mandela, in prigione, si ritrovò gli occhi così rovinati che perdette la capacità di versare le lacrime ma non la sete di giustizia. In fondo - prosegue il sacerdote - quando si piange anche se ci si sforza di non farlo vedere, la verità è che piangiamo sempre perché l’altro veda. “E’ la sete dell’altro che ci fa piangere”: arriva un amico e sentiamo che possiamo abbandonarci alle nostre emozioni più intime.

La sete di Gesù

Infine, don Tolentino fa riferimento alla donna che piange e lava i piedi di Gesù con le sue lacrime. Molte volte - nota - si prende una distanza critica dalla religiosità popolare, dove ci si esprime con un’abbondanza di lacrime. Ed è talora difficile, per i pastori, percepire la religione dei semplici basata non sulle idee ma sui gesti. Talvolta, invece, la si può vivere in maniera asettica. Ed è proprio l’impressionante qualità di ciò che la donna dona a Gesù che consente di constatare che Simone, il padrone di casa, non ha dato nulla. “È questa inedita ospitalità che Gesù intende esaltare”, conclude don Tolentino, “questa sete, di cui le lacrime sono segno e che tocca a noi apprendere”.

(fonte: Vatican News)


mercoledì 21 febbraio 2018

Omelia p. Alberto Neglia (VIDEO) - I Domenica di Quaresima (B) - 18/02/2018


Omelia p. Alberto Neglia

- I Domenica  di Quaresima (B) -
18/02/2018

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... Il periodo di Quaresima è il periodo che ci viene offerto perché possiamo farci rifare nuovi dalla presenza di Gesù che ci vuole ricreare, ricostruire dall'interno per darci la possibilità di vivere da uomini liberi all'interno di questo nostro mondo... Le tentazioni avvengono anche nella vita nostra e siamo determinati da tanti fatti, da tante circostanze che ci dominano, che sono dentro di noi, nel nostro cuore, per cui la necessità di convertirci continuamente, di cambiare mentalità continuamente lasciandoci determinare unicamente da Gesù.
Allora se vogliamo sapere che cosa ci dice Gesù, credo che questo periodo di Quaresima è un periodo in cui questa "lettera d'amore" la dobbiamo leggere ogni giorno; c'è un innamorato che ci ha scritto una lettera, ed è il Vangelo, allora questa lettera d'amore che l'innamorato ci ha scritto la dobbiamo leggere e rileggere e, a secondo di come è il nostro cuore, avrà sempre un senso nuovo; non dobbiamo credere che il Vangelo lo abbiamo letto una volta e ormai lo sappiamo, no, se lo leggiamo da innamorati nella consapevolezza che c'è un volto che ci ha conquistati, quel Vangelo, quella lieta notizia ci metterà ancora in cammino in modo nuovo e ci aprirà sensi nuovi, comprensione nuova del volto di Dio, della bontà di Dio.

Allora questo è l'invito, che questo periodo di Quaresima sia periodo in cui staremo ad ascoltare quotidianamente impegnandoci a leggere quotidianamente una paginetta, dieci minuti al giorno, non sono persi, ma come l'acqua fresca rende fresco questo rapporto d'amore tra Dio e noi perché Lui ci vuole bene e, se noi lo guardiamo e ci lasciamo abbracciare, la nostra vita cambia e daremo un volto nuovo a questa nostra società, perché ognuno di noi diventerà una goccia d'acqua che dà un senso nuovo a tutta l'umanità...

Guarda il video


Esercizi spirituali del Papa e della Curia - Quinta meditazione: "la sete di Gesù sul Calvario è storia dei nostri giorni"

 20 febbraio 2019 
 ore 16 
 Quinta meditazione 

Esercizi spirituali: la sete di Gesù sul Calvario è storia dei nostri giorni

“La sete di Gesù”, segno della sete esistenziale dell’uomo, al centro della quinta meditazione degli Esercizi spirituali per il Papa e la Curia romana, predicati in questi giorni ad Ariccia dal teologo e poeta portoghese, don Josè Tolentino de Mendonça.


La sete di Gesù, quella corporale nell’ora del Calvario, “prova della sua incarnazione” e “segno del realismo della sua morte” e quella simbolica e spirituale è la “vitale chiave di accesso” – ha sottolineato don Tolentino de Mendonça - per cogliere il senso profondo della sua vita e della sua morte.

L’evangelista Giovanni - ha spiegato - oltre che nel racconto del Calvario, riporta tre volte l’espressione ‘avere sete’. Quando Gesù incontra la samaritana le dice: ‘Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno’. Poi ancora nel discorso del pane della vita, Gesù dichiara: ‘chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!’. Infine durante la festa delle capanne, Gesù annuncia: ‘Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me’.

La sete della samaritana

“Nell’incontro con la samaritana - ha osservato il predicatore – c’è un cambio di ruoli che non deve passare inosservato”: Gesù chiede da bere ma è lui che darà da bere.

La samaritana, comunque, non intende subito le parole di Gesù, le interpreta come riferite a una sete fisica. Ma fin dall'inizio Gesù giocava con un senso spirituale. Il suo desiderio puntava sempre a un'altra sete, come spiegò alla donna: ‘Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere!’, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva

Gesù chiede acqua ma riceve aceto

Così anche sul Calvario, Gesù manifesta subito il suo desiderio di bere, ma non viene compreso ed invece di acqua riceve aceto, e lui dopo averne preso e detto ‘E’ compiuto!’, chinato il capo riconsegna lo Spirito. “La sete è così il sigillo – ha commentato il sacerdote - del compimento della sua opera e, allo stesso tempo, del desiderio ardente di fare dono dello Spirito, vera acqua viva capace di dissetare radicalmente la sete del cuore umano”.

Avere sete è credere in Cristo

E ancora nella festa delle Capanne, si esplicita che avere sete “è credere in Gesù” e che bere “è venire a Cristo”.

In verità, la sete di cui Gesù parla è una sete esistenziale che si placa facendo convergere la nostra vita verso la sua. Aver sete è avere sete di Lui. Siamo così chiamati a vivere di una centralità cristologica: uscire da noi stessi e cercare in Cristo quell'acqua che spegne la nostra sete, vincendo la tentazione di autoreferenzialità che tanto ci fa ammalare e tiranneggia.

La carenza di senso e il desiderio di salvezza

La sete di Gesù permette dunque – ha evidenziato don Tolentino de Mendonça - “di comprendere la sete che alberga nel cuore umano e di disporci a servirla”, rispondendo “alla sete di Dio, alla carenza di senso e di verità, al desiderio che sussiste in ogni essere umano di essere salvato, anche se è un desiderio occulto o sepolto sotto i detriti esistenziali”.

Rompere le catene e liberare le energie per dare speranza

Come insegna Madre Teresa di Calcutta, le parole di Gesù: ‘Ho sete’, che campeggiano in tutte le cappelle delle Missionarie della carità, “non riguardano solo il passato ma sono vive oggi”. Allora – ha ammonito il predicatore – dobbiamo sempre riscoprire lo Spirito Santo, perché a volte siamo una Chiesa in cui manca “la vivacità” “la gioventù” “l'allegria” di questo Spirito “che ci rende una Chiesa in uscita”. Questo il senso della sete di Gesù:

La sua sete è rompere le catene che ci chiudono nella colpevolezza e nell'egoismo, impedendoci di avanzare e di crescere nella libertà interiore. La sua sete è liberare le energie più profonde nascoste in noi perché possiamo diventare uomini e donne di compassione, artigiani di pace come lui, senza fuggire la sofferenza e i conflitti del nostro mondo spezzato, ma prendendovi il nostro posto e creando comunità e luoghi d'amore, così da portare una speranza a questa terra.

(fonte: Vatican News)

martedì 20 febbraio 2018

Esercizi spirituali del Papa e della Curia - Quarta meditazione: "contro l'accidia, amare come Gesù"

 20 febbraio 2019 
 ore 9,30 
 Quarta meditazione 

Esercizi spirituali: contro l'accidia, amare come Gesù

L'accidia è il contrario della sete, del desiderio di vita: questo il tema al centro della quarta meditazione degli Esercizi spirituali per il Papa e la Curia Romana, che si tengono questa settimana ad Ariccia


E’ l’accidia, la perdita del sapore di vivere, il perno della riflessione, stamani, di don Josè Tolentino de Mendonça, il sacerdote che sta predicando gli Esercizi spirituali al Papa e alla Curia Romana ad Ariccia. Nella prima Meditazione di questa mattina - terzo giorno di Esercizi spirituali - ricorda che l’accidia talvolta ci assale e ci fa ammalare. E’ in fondo il contrario della sete, filo conduttore di queste meditazioni.

Quando rinunciamo alla sete, allora cominciamo a morire. Quando desistiamo dal desiderare, dal trovare gusto negli incontri, nelle conversazioni, negli scambi, nell'uscita da noi stessi, nei progetti, nei lavori, nella preghiera stessa. Quando diminuisce la nostra curiosità per l'altro, la nostra apertura all'inedito, e tutto ci suona come un riscaldato déjà vu che avvertiamo come un peso inutile, incongruente e assurdo, che ci schiaccia.

Sembra che la vita che “io vivo” sia quella di un’altra persona, ricordava Kierkegaard mentre Evagrio Pontico parlava del “demone dell’accidia” e Cassiano parlava delle conseguenze nella vita del monaco: in sostanza un’insoddisfazione profonda, che porta alla perdita dell’entusiasmo. La stessa Evangelii gaudium mette in guardia dalla “psicologia della tomba”, che porta ad attaccarsi ad una tristezza dolciastra.
Gli stati depressivi non si curano solo con farmaci

La contemporaneità “ha medicalizzato l’accidia affrontandola come una patologia che va trattata dal punto di vista psichiatrico”. “Anche dentro un quadro clinico” – avverte il sacerdote - “è evidente che l’accidia o gli stati depressivi” non si possono curare solo con le “pastiglie” ma “devono coinvolgere nella cura la persona intera”. “Ci sono molte sofferenze nascoste la cui origine dobbiamo scoprire che si radica nel mistero della solitudine umana”. E quindi rimangono un tema dell’itinerario spirituale.

Il burnout: un esaurimento emotivo

C’è poi un altro problema che “si estende sempre più”: il burnout”, che letteralmente significa “bruciarsi”, un esaurimento emotivo, che può colpire anche i sacerdoti. In generale quando ci si sente abbandonati rimane solo un vuoto” da riempire di angoscia o con falsi palliativi come la mondanità, l’alcol, i social network, il consumismo o l’iperattività. C’è chi porta le ferite di lutti o fallimenti, chi quelle di abbandono o abusi di quando erano bambini, chi della povertà economica, chi della guerra.

Giona, Giacobbe e il giovane ricco

Due le figure che possono far capire questa dinamica. Nella storia di Giona si vede come questo dialogo tra sordi sia spesso il nostro rapporto con Dio nel quale non si ode perché si è “riluttanti al contenuto della volontà di Dio”, alla logica della Sua misericordia. Giacobbe invece lottò con Dio fino all’alba: in lui c’è un desiderio di vita mentre Giona è “capriccioso”, collide con il desiderio di vita di Dio che vuole introdurre tutti in una relazione esistenziale nuova. La tristezza legata all’accidia ricorda poi quella del giovane ricco, che obbediva a tutti i comandamenti ma nell’ora decisiva preferì i suoi beni invece dell’avventura aperta di vivere nella fiducia : “non è raro – afferma don Josè Tolentino de Mendonça – che la nostra tristezza provenga da questa incapacità”.

La questione del desiderio

Bisogna dunque fare un esame sulla devitalizzazione del desiderio: non sempre il problema è l’eccesso di attività quanto di non avere le motivazioni adeguate.

Amare come Gesù

La risposta a tutto questo è Gesù. Il legame con Lui passa necessariamente per la configurazione nella Passione: “il nostro cuore matura in quella capacità di arrivare al punto di soffrire per ciò e coloro che si amano alla sua maniera”. Nella parola della sposa dell’Apocalisse “vieni”, si rivela la necessità profonda che la Chiesa prova in rapporto alla venuta dello Spirito, come metteva in rilievo anche Simone Weil.

In questa parola c'è la traccia di tutto ciò di cui abbiamo bisogno, la ragione del nostro grido, la ragione della nostra speranza e, molte volte, la ragione della nostra disperanza, del nostro fallimento, della nostra stanchezza, e la necessitò di superare tutto questo in Dio. Colui al quale oggi diciamo “Vieni!” è lo stesso che ci dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me».

(fonte: Vatican News)


«La Quaresima è un tempo di penitenza, sì, ma non è un tempo triste!» Papa Francesco Angelus 18/02/2018 (testo e video)


ANGELUS
Piazza San Pietro
I Domenica di Quaresima, 18 febbraio 2018


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa prima domenica di Quaresima, il Vangelo richiama i temi della tentazione, della conversione e della Buona notizia. Scrive l’evangelista Marco: «Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana» (Mc 1,12-13). Gesù va nel deserto per prepararsi alla sua missione nel mondo. Egli non ha bisogno di conversione, ma, in quanto uomo, deve passare attraverso questa prova, sia per Se stesso, per obbedire alla volontà del Padre, sia per noi, per darci la grazia di vincere le tentazioni. Questa preparazione consiste nel combattimento contro lo spirito del male, cioè contro il diavolo. Anche per noi la Quaresima è un tempo di “agonismo” spirituale, di lotta spirituale: siamo chiamati ad affrontare il Maligno mediante la preghiera per essere capaci, con l’aiuto di Dio, di vincerlo nella nostra vita quotidiana. Noi lo sappiamo, il male è purtroppo all’opera nella nostra esistenza e attorno a noi, dove si manifestano violenze, rifiuto dell’altro, chiusure, guerre, ingiustizie. Tutte queste sono opere del maligno, del male.

Subito dopo le tentazioni nel deserto, Gesù comincia a predicare il Vangelo, cioè la Buona notizia, la seconda parola. La prima era “tentazione”; la seconda, “Buona notizia”. E questa Buona notizia esige dall’uomo conversione - terza parola - e fede. Egli annuncia: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino»; poi rivolge l’esortazione: «Convertitevi e credete nel Vangelo» (v.15), credete cioè a questa Buona notizia che il regno di Dio è vicino. Nella nostra vita abbiamo sempre bisogno di conversione - tutti i giorni! -, e la Chiesa ci fa pregare per questo. Infatti, non siamo mai sufficientemente orientati verso Dio e dobbiamo continuamente indirizzare la nostra mente e il nostro cuore a Lui. Per fare questo bisogna avere il coraggio di respingere tutto ciò che ci porta fuori strada, i falsi valori che ci ingannano attirando in modo subdolo il nostro egoismo. Invece dobbiamo fidarci del Signore, della sua bontà e del suo progetto di amore per ciascuno di noi. La Quaresima è un tempo di penitenza, sì, ma non è un tempo triste! È un tempo di penitenza, ma non è un tempo triste, di lutto. E’ un impegno gioioso e serio per spogliarci del nostro egoismo, del nostro uomo vecchio, e rinnovarci secondo la grazia del nostro Battesimo.

Soltanto Dio ci può donare la vera felicità: è inutile che perdiamo il nostro tempo a cercarla altrove, nelle ricchezze, nei piaceri, nel potere, nella carriera… Il regno di Dio è la realizzazione di tutte le nostre aspirazioni, perché è, al tempo stesso, salvezza dell’uomo e gloria di Dio. In questa prima domenica di Quaresima siamo invitati ad ascoltare con attenzione e raccogliere questo appello di Gesù a convertirci e a credere nel Vangelo. Siamo esortati a iniziare con impegno il cammino verso la Pasqua, per accogliere sempre più la grazia di Dio, che vuole trasformare il mondo in un regno di giustizia, di pace, di fraternità.

Maria Santissima ci aiuti a vivere questa Quaresima con fedeltà alla Parola di Dio e con una preghiera incessante, come fece Gesù nel deserto. Non è impossibile! Si tratta di vivere le giornate con il desiderio di accogliere l’amore che viene da Dio e che vuole trasformare la nostra vita e il mondo intero.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

tra un mese, dal 19 al 24 marzo, verranno a Roma circa 300 giovani da tutto il mondo per una riunione preparatoria al Sinodo di ottobre. Desidero però fortemente che tutti i giovani possano essere protagonisti di questa preparazione. Perciò, essi potranno intervenire on line attraverso gruppi linguistici moderati da altri giovani. L’apporto dei “gruppi della rete” si unirà a quello della riunione di Roma. Cari giovani, potete trovare le informazioni sul sito web della Segreteria del Sinodo dei Vescovi. Vi ringrazio del vostro contributo per camminare insieme!

Saluto voi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e tutti i pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi. Saluto i fedeli di Murcia, Vannes, Varsavia e Breslavia; così come quelli di Erba, Vignole, Fontaneto d’Agogna, Silvi e Troina. Saluto i ragazzi del decanato di Baggio (Milano) e quelli di Melito Porto Salvo.

All’inizio della Quaresima, che – come dicevo – è un cammino di conversione e di lotta contro il male, voglio rivolgere un augurio particolare alle persone detenute: cari fratelli e sorelle che siete in carcere, incoraggio ciascuno di voi a vivere il periodo quaresimale come occasione di riconciliazione e di rinnovamento della propria vita sotto lo sguardo misericordioso del Signore. Lui non si stanca mai di perdonare.

Chiedo a tutti un ricordo nella preghiera per me e per i collaboratori della Curia Romana, che questa sera inizieremo la settimana di Esercizi Spirituali.

Vi auguro buona domenica. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


Salute mentale. Contro la cultura dello scarto la Chiesa italiana lancia il progetto “Accolti.it”

Salute mentale. Contro la cultura dello scarto la Chiesa italiana lancia il progetto “Accolti.it”

Una piattaforma digitale per mettere in rete esperienze e buone pratiche di realtà cattoliche grandi e piccole. Obiettivo: contrastare la cultura della segregazione e dello scarto con la cultura dell’accoglienza. Il progetto verrà lanciato il 21 febbraio a Roma



Costruire una rete di buone pratiche dando voce a tutte le strutture cattoliche che si occupano di accoglienza di persone con disturbi psichici e costituire un punto di riferimento per tante famiglie di pazienti con disabilità mentale. Questo l’obiettivo di Accolti.it, il progetto nazionale per l’accoglienza della disabilità psichica che verrà lanciato il 21 febbraio a Roma nel corso del seminario “Tra segregazione e accoglienza: accolti.it”. 
A promuovere l’incontro sono l’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei e il Tavolo nazionale per la salute mentale istituito all’interno dello stesso Ufficio, nell’ambito della prima giornata del XXII Congresso nazionale della Società italiana di psicopatologia (Sopsi) che riunirà fino al 24 febbraio nella capitale tremila autorevoli psichiatri e verrà inaugurato dalla relazione del cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute.

Il seminario, anticipa al Sir don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Cei e membro del suddetto Tavolo, attivo da più di un anno e che riunisce dodici tra i maggiori esponenti della psichiatria italiana, sarà un incontro “tra i responsabili e gli operatori di strutture sanitarie o socio-sanitarie o riabilitative, i componenti del Tavolo ed altri operatori impegnati sul campo, non a caso inserito nel congresso della Sopsi”. Obiettivo “la conoscenza e lo scambio di buone pratiche, e la valorizzazione dello specifico di ispirazione cristiana in un mondo che vede aumentare sempre più la presenza ‘degli ultimi degli ultimi’”. Il seminario, precisa il sacerdote, non costituisce “un punto d’arrivo ma

una base dalla quale partire per pensare a come strutturare il progetto Accolti.it

in risposta all’emergenza patologie psichiatriche che stanno diventando in Italia la prima causa di disabilità e colpiscono persone sulle quali si abbatte uno stigma inesorabile, destinate ad aumentare nei prossimi anni”.

I numeri lo confermano: nel 2015 i servizi specialistici nazionali hanno assistito oltre 700mila pazienti psichiatrici (245mila affetti da schizofrenia), più della metà donne. Il 66,1% del totale ha più di 45 anni. In Italia si contano 183 dipartimenti di salute mentale.“Con questo incontro – prosegue Angelelli – vogliamo aprire il capitolo riabilitazione psichiatrica e neuropsichiatrica, per noi di grande interesse ma di cui si parla troppo poco. La patologia psichiatrica viene trattata a livello accademico e terapeutico ma anche la successiva fase di riabilitazione, nella quale le strutture cattoliche sono molto presenti, produce ottimi risultati. Per questo il Tavolo della salute – di cui fanno parte professionisti non necessariamente credenti ma tutti di grande competenza – incontra il mondo della riabilitazione ed è significativo che questo avvenga nell’ambito del convegno Sopsi, il più importante appuntamento annuale del settore. La rete “operativa” cattolica è costituita da oltre 160 Rsa (Residenze sanitarie assistenziali) che si occupano di malati mentali cui si aggiungono diversi ospedali dotati di reparti per la cura delle patologie in fase acuta. Tra questi l’Irccs Fatebenefratelli di Brescia (per adulti) e quello per la psichiatria infantile dell’Istituto Medea a Bovisio Parini (Lecco). Oltre a queste realtà, sono in aumento le diocesi che hanno attivato centri di ascolto e servizi di accoglienza per il disagio mentale.

La prima sessione del seminario, spiega Angelelli, vedrà un confronto “interno” tra strutture cattoliche con interventi dei responsabili dell’area psichiatrica del Fatebenefratelli di Brescia, dell’Istituto Serafico di Assisi e della Fondazione Piccola Opera Charitas di Giulianova (Teramo). Nella seconda parte della mattina “chiederemo invece a tre autorevoli psichiatri (tra cui anche il presidente della Sopsi) quale potrebbe essere la nostra collocazione e come potremmo collaborare”. E per la prima volta sarà un cardinale ad inaugurare un congresso di psichiatri: “Nella sua relazione, Montenegro traccerà infatti le linee di lavoro per tutti”. Ritornando al progetto, don Angelelli spiega ancora:“Accolti.it intende essere una risposta all’invito di Papa Francesco a combattere la cultura dello scarto – e il malato psichico rischia di essere uno degli scarti peggiori della società – contrastandola con la cultura dell’accoglienza.

Accolti.it diventerà un portale,

un luogo sul web dove raccontare, evidenziare e condividere progetti, esperienze e buone pratiche di accoglienza portate avanti da tante realtà cattoliche.

Un grande punto di incontro e confronto per queste strutture ma anche un supporto per tutte le famiglie in gravissima difficoltà nell’assistenza h24 ai propri cari disabili e spesso prive di punti di riferimento”. Una piattaforma web, conclude, “per dare voce anche a tante realtà piccole, diocesane, prive della forza dei grandi gruppi e che altrimenti non troverebbero spazio”.


La partecipazione all'evento è gratuita

lunedì 19 febbraio 2018

Esercizi spirituali del Papa e della Curia - Terza meditazione: "mi sono accorto di essere assetato"

 19 febbraio 2019 
 ore 16 
 Terza meditazione 

Esercizi spirituali: "Scoprire e interpretare la sete di Dio"


E' anelito di tutti gli uomini aspirare all'infinito. Don José Tolentino de Mendonça, predicatore degli Esercizi spirituali al Papa e alla Curia, nella seconda meditazione del lunedì, spiega come educare il proprio "desiderio di Dio".


La sete di Dio e la capacità di riconoscerla sono al centro della seconda meditazione di oggi di don Josè Tolentino de Mendonça, predicatore degli Esercizi spirituali per il Papa e la Curia Romana in corso ad Ariccia. Il teologo e poeta portoghese indica, sotto il titolo "mi sono accorto di essere assetato", la predisposizione d’animo e gli strumenti necessari per interpretare il desiderio di Dio che è in noi, a contemplarlo ed educarlo per valorizzare la spiritualità della sete. A tale scopo il predicatore sgombra subito il campo spiegando che “entrare in contatto con la propria sete non è un'operazione facile, ma se non lo facciamo la vita spirituale perde aderenza alla nostra realtà”.

Prendere coscienza della nostra sete

Dobbiamo dunque perdere la paura di riconoscere la nostra sete e la nostra secchezza. Come prima azione don Josè esorta quindi a non intellettualizzare troppo la fede:

Ci siamo costruiti un fenomenale castello di astrazioni. Non è a caso che la teologia degli ultimi secoli si sia soffermata così a lungo a dibattere le questioni sollevate dall'Illuminismo, e sia scivolata via da quelle poste, per esempio, dal Romanticismo, come le questioni dell'identità, collettiva e personale, dell'emergere del soggetto o del mal de vivre. Siamo maggiormente preoccupati della credibilità razionale dell'esperienza di fede che della sua credibilità esistenziale, antropologica e affettiva. Ci occupiamo più della ragione che del sentimento. Ci lasciamo dietro le spalle la ricchezza del nostro mondo emozionale.

L’uomo è infatti “una miscela di tante componenti emozionali, psicologiche e spirituali, e di tutte dobbiamo acquistare consapevolezza”. Così come la vita spirituale non è prefabbricata ma “è coinvolta nella radicale singolarità di ogni soggetto”.

Parlare della sete è parlare dell’esistenza reale e non della fiction di noi stessi alla quale troppe volte ci adattiamo, è illuminare un'esperienza, più che un concetto. Serve quindi scuotere il torpore quotidiano perché “può avvenire che abbiamo la più grande difficoltà perfino ad ammettere di essere assetati”. Uno dei requisiti per ricevere l'acqua della vita è riconoscersi assetati.

Interpretare la sete

Dopo avere preso coscienza della propria sete, bisogna interpretare questo bisogno che è in noi. Don Josè Tolentino de Mendonça evidenzia che in questa fase si deve distinguere il desiderio da una mera necessità, che si placa e si soddisfa con il possesso di un oggetto:

Non andiamo a confondere il desiderio con i bisogni. Il desiderio è una mancanza mai completamente soddisfatta, è una tensione, una ferita sempre aperta, un'interminabile esposizione all'alterità. Il desiderio è un'aspirazione che ci trascende e che non determina, come la necessità, un termine e un fine. La necessità è una carenza contingente del soggetto. L'infinito del desiderio è desiderio di infinito.

“Il desiderio umano si differenzia così dal desiderio degli animali”, dice ancora il predicatore, ed essere umani significa “sentire che l'esistenza dipende da questo riconoscimento più che da qualsiasi altra cosa”. Questo anelito è mortificato nelle società capitalistiche, che sfruttano avidamente le compulsioni di soddisfazione di necessità indotte, rimuovendo la sete e il desiderio tipicamente umani. In pratica, sottolinea don José, il discorso capitalistico promette di liberare il desiderio dalle inibizioni della legge e dalla morale in nome di una soddisfazione illimitata. E quando questo si verifica “il piacere, la passione, la gioia si esauriscono in un consumismo sfrenato, tanto di oggetti come di persone”, si arriva così all'estinzione della sete, all'agonia del desiderio. La vita perde il suo orizzonte.

La sete di Dio

“Come la cerva anela ai corsi d'acqua”. Don José attinge infine al salmo 42 per mettere a fuoco la ricerca per dissetarsi della sete di Dio. Se si contempla il mondo con amore si scopre che “è tutto il creato a essere attraversato da questo desiderio viscerale”. Il predicatore cita poi le parole di sant’Agostino:

“Corri alla fonte, anela alla fonte; ma non correre a casaccio, non correre come corre un qualsiasi animale; corri come un cervo... Non essere lento... il cervo è velocissimo”.

Don José invita inoltre a valorizzare la spiritualità della sete, più che le strutture:

Abbiamo forse bisogno di ritrovare il desiderio, la sua itineranza e apertura, più che non le codificazioni in cui tutto è già previsto, stabilito, garantito. L'esperienza del desiderio non è un titolo di proprietà o una forma di possesso: è anzi una condizione di mendicità. Il credente è un mendicante di misericordia.

In conclusione, il predicatore si rivolge in particolare ai pastori chiamandoli alla riconciliazione con la loro vulnerabilità, e ricorda a tutti l’ammonimento di Papa Francesco: “Una delle peggiori tentazioni è l'autosufficienza e la autoreferenzialità”. Al contrario abbracciare la propria vulnerabilità è accedere al desiderio di essere riconosciuti e toccati come il lebbroso che si accostò a Gesù (Mt 8,3), come la suocera di Pietro a letto con la febbre (Mt 8,15), come la donna che da dodici anni soffriva di emorragie (Mt 9,20), come coloro che gridavano «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!» (Mt 8,27).

(fonte: Vatican News)


Esercizi spirituali del Papa e della Curia - Seconda meditazione: "Riponiamo in Dio la nostra sete"

 19 febbraio 2019 
 ore 9,30 
 Seconda meditazione 

Esercizi spirituali: "Riponiamo in Dio la nostra sete"

Seconda giornata di Esercizi spirituali ad Ariccia per il Papa e la Curia romana: la "scienza della sete" è il tema della prima meditazione di oggi


La settimana dedicata da Papa Francesco e dai collaboratori della Curia agli Esercizi spirituali si apre con una meditazione incentrata sul tema de "La scienza della sete".

La promessa di Dio di fronte alla scarsezza umana 

L'ultima frase pronunciata da Gesù nel libro dell'Apocalisse è un invito: "Chi ha sete, venga". E' da qui che il predicatore portoghese don Josè Tolentino de Mendonça, sviluppa la sua riflessione per guidarci a capire i contorni di quell'"abbondanza" di quella "gratuità" di vita che il figlio di Dio offre all'uomo e a valutare la sua risposta oggi. Gesù promette di dissetarci riconoscendo che siamo "incompleti e in costruzione": Lui sa "quanti ostacoli ci frenano" e quante "derive ci ritardano". Siamo "così vicini alla fonte e andiamo così lontano". Nel desiderio e nella sete sono infatti due sentimenti contrastanti, spiega don Josè: l'attrazione e la distanza, il trasporto e la vigilanza. E allora la domanda da porsi è: noi desideriamo Dio? Sappiamo riconoscere la nostra sete? Ci diamo il tempo di decifrarla?

Non è facile riconoscere la sete di Dio

Da questi interrogativi il predicatore si addentra in un percorso che va dalla Bibbia, ai testi del drammaturgo Ionesco, alle pagine del Piccolo principe di Saint- Exupéry, per evidenziare i contorni effettivi della sete come bisogno fisico, come riconoscimento dei nostri limiti, della nostra vulnerabilità estrema. "La sete ci priva del respiro, ci esaurisce, ci sfinisce. Ci lascia assediati e senza forze per reagire", afferma, "ci porta al limite estremo". "Si capisce come non sia facile esporsi alla sete". Se dovessimo raccontare la parabola della nostra sete, prosegue don José, forse emergerebbero i tratti di Jean, il protagonista maschile de "La sete e la fame" di Ionesco. E' una figura divorata da un "infinito vuoto", da un'inquietudine che nulla sembra poter placare e che lo rende un "uomo senza radici, nè casa, incapace di creare legami, perduto nel vuoto del labirinto in cui ascolta solo il rumore solitario dei propri passi".

Il consumismo spirituale dell'uomo di oggi

Ecco la sete dell'uomo di oggi. Una sete che, spiega il predicatore, "si tramuta nella disaffezione nei riguardi di ciò che è essenziale, in una incapacità di discernimento". Il consumismo oggi non è solo materiale è anche spirituale, e "quel che si dice dell'uno aiuta a capire l'altro". Il fatto è che le nostre società, afferma, che "impongono il consumo come criterio di felicità trasformano il desiderio in una trappola": ogni volta infatti che pensiamo di appagare la nostra sete in una" vetrina", in un "acquisto", in un "oggetto", il possesso comporta la sua svalutazione, e questo fa crescere in noi il vuoto. L'oggetto del nostro desiderio, afferma quindi don José, è un "ente assente" è un "oggetto sempre mancante". Eppure aggiunge, "il Signore non cessa di dirci 'Chi ha sete, venga; chi desidera, beva gratuitamente l'acqua della vita' ". 

Riponiamo in Dio la nostra sete

Ci sono molti "modi di ingannare i bisogni e di adottare un atteggiamento di evasione spirituale senza mai prendere coscienza che siamo in fuga", conclude don José: " tiriamo in ballo sofisticate ragioni di redditività e di efficacia" sostituendo con esse l'"auscultazione profonda del nostro spazio interiore e il discernimento della nostra sete". Invece non esistono "pillole in grado di risolvere meccanicamente i nostri problemi". Da qui l'invito conclusivo del predicatore portoghese, in questa seconda giornata di Esercizi spirituali: rallentiamo il "nostro passo", "prendiamo coscienza dei nostri bisogni", sediamo alla tavola della fede, non per ragioni materiali o economiche, ma "per ragioni di vita". La sete di "relazioni, di accettazione e di amore" è presente in ogni essere umano, è un patrimonio "biografico" che siamo chiamati a riconoscere e di cui rendere grazie. Non è una cosa banale e allora "riponiamo in Dio la nostra sete".
(fonte: VATICAN NEWS)

Dal palazzo alla tenda - Il cristianesimo in cammino - Anticipazioni dalla prefazione del libro di Andrea Riccardi «Il cristianesimo al tempo di Papa Francesco»

Dal palazzo alla tenda
Il cristianesimo in cammino

Andrea Riccardi cura un volume sulla Chiesa di Papa Bergoglio, alla vigilia del quinto anniversario dell’elezione al soglio pontificio. Anticipiamo un brano della prefazione

Gli zaini dei migranti che hanno attraversato il confine tra Messico e Stati Uniti,
esposti nel 2017 alla New School di New York

Forse non si sono colti del tutto i contorni della figura di Papa Francesco. Non si sono colte le dinamiche del suo pontificato, anche se abbondano i testi biografici sulla sua persona e vengono pubblicati tanti suoi scritti. Chi è Papa Francesco? Ancora non è facile dirlo. Com’è ovvio per un contemporaneo nel pieno della sua azione. Ma c’è un segreto in lui, pur essendo una personalità cordiale e accessibile. È il segreto di una storia tutt’altro che conclusa, ma anche di un personaggio originale dalle dimensioni complesse. La sua personalità è molto conosciuta e scandagliata, ma conserva aspetti di riservatezza. Il segreto non riguarda solo le sorprese che egli riserverà in futuro con le sue decisioni, ma anche gli approdi verso cui sta conducendo la Chiesa cattolica, quale ruolo potrà svolgere tra i cristiani e le religioni, quale opera internazionale avrà modo di condurre. (...)

Francesco non ha un modello unico di governo o di pastorale né persegue una forma perfetta di Chiesa. Più volte ha ribadito che il suo modello di figura geometrica è il poliedro e non la sfera. Questo testo sul cristianesimo al tempo di Papa Bergoglio vuole essere proprio un libro «poliedrico», con approcci differenti alla realtà cristiana del secondo decennio del XXI secolo, ma anche al Papa e al suo governo. (...)

La Chiesa è realtà complessa, che viene da una grande storia, di cui essa stessa vive. Si misura e si confronta anche con religioni (d’ispirazione cristiana o non cristiana) che hanno compiuto operazioni di profonda deculturazione, riallacciandosi solo ai testi fondativi, saltando tanta storia con operazioni dai significativi successi di consenso. Queste «nuove religioni» incalzano le Chiese storiche, come il cattolicesimo, rappresentando una vera sfida nelle meccaniche di un mondo globale fatto tutto di mercato.

Francesco, alla testa di un’antichissima istituzione storico-religiosa, ha saputo dare alla sua presenza e al suo messaggio una nota di semplicità comunicativa, in un tempo in cui le «religioni dell’emozione», tutte deculturate e tanto nel mercato, sembrano avere la meglio rispetto alle Chiese storiche. Capire Papa Francesco vuol dire comprendere anche come sia cambiata la dimensione religiosa dei nostri contemporanei, che abitano un mondo globale. Tuttavia la dimensione storica resta decisiva, non solo per capire il cattolicesimo, ma anche per considerare nella giusta luce le scelte di un Papa.

«Il cristianesimo al tempo di Papa Francesco» esce il 22 febbraio per Laterza (pagine 392, euro 22).

Jorge Bergoglio, arcivescovo argentino alle soglie della pensione e già candidato (sconfitto) al conclave del 2005 in cui fu eletto Benedetto XVI, è stato scelto non per attuare un programma dettagliato (salvo la riforma della Curia vaticana), quanto per far uscire la Chiesa dall’impasse in cui si trovava. Il Papa ha risposto a questa attesa con la sua iniziativa, risultata imprevista a vari suoi elettori o apparsa sconvolgente a una parte dei cattolici. Giustamente Agostino Giovagnoli ha così rappresentato il movimento inaugurato da Bergoglio (che non è un progetto di riforma del tipo di quello di Paolo VI): la Chiesa «è diventata sempre meno simile a uno splendido palazzo... e sempre più protesa ad assomigliare a una tenda piantata in mezzo ai popoli, che si sposta seguendone il cammino». Insomma, «dal palazzo alla tenda»: questo sembra essere l’itinerario del cattolicesimo bergogliano.

Come hanno reagito i vari segmenti della Chiesa? È una domanda la cui risposta è tanto importante quanto difficile. Quale è stato l’impatto nella vita quotidiana dei cattolici, con tutte le diverse gradazioni di rapporto con la Chiesa? E come hanno reagito le altre Chiese cristiane e i mondi religiosi? Quale l’impatto sullo scenario internazionale? Rispondere a queste domande porta a ricostruire tanti attori, soggetti e segmenti, che hanno incrociato il pontificato di Bergoglio, che vengono da lontano, ma vanno anche lontano con una loro dinamica propria. Il «poliedro» vuole suggerire anche il metodo plurale per rispondere alle tante domande aperte e ricostruire il pontificato di Francesco e il cristianesimo del suo tempo. Questo metodo plurale aiuta a conoscere di più il mondo della globalizzazione, a provare a ricostruire una storia globale, così necessaria e difficile da scrivere.

Del resto Papa Francesco è ormai una figura che si è imposta nel suo tempo, anche al di fuori dei confini della Chiesa cattolica, come un leader particolare tra i leader del mondo.

Non si tratta solamente del perimetro dei grandi leader dell’Occidente o dei Paesi storici che hanno un rapporto con la Chiesa di Roma. Con le sue visite a vari Stati, «periferici» e non cattolici, Bergoglio è divenuto un interlocutore rilevante per popoli e governi fuori dal giro tradizionale del cattolicesimo. Forse si potrebbe dire che per le sue scelte, ma anche per le dinamiche della realtà contemporanea, è il primo «Papa globale». La sua è una vicenda tutt’altro che conclusa. Resta però da chiedersi se gli anni di Papa Francesco non portino ad una configurazione nuova dell’antica Chiesa cattolica. Anche questo fa parte del segreto di Papa Bergoglio.

Il volume

Alla vigilia del quinto anniversario dell’elezione di Bergoglio al soglio pontificio (13 marzo), esce il 22 febbraio per Laterza una raccolta di saggi curata da Andrea Riccardi dal titolo Il cristianesimo al tempo di Papa Francesco (pagine 392, euro 22). Il volume ospita contributi, tra gli altri, di Massimo Franco, Walter Kasper, Pierangelo Sequeri, Marinella Perroni. La postfazione è di Agostino Giovagnoli