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sabato 16 dicembre 2017

La novena di Natale guidati da Don Tonino Bello - 1° giorno - ANDIAMO FINO A BETLEMME


La novena di Natale, che inizia il 16 dicembre e si conclude il 24 dicembre, pur non essendo "preghiera ufficiale" della Chiesa, è un’antichissima tradizione e costituisce un momento molto significativo nella vita delle comunità cristiane permettendo di approfondire il mistero dell’incarnazione del Verbo e di celebrare con gioia la solennità del Santo Natale.
In questo cammino spirituale ci faremo guidare ogni giorno da una breve meditazione di don Tonino Bello.

La novena di Natale - 1° giorno


ANDIAMO FINO A BETLEMME
di Don Tonino Bello

“Il Viaggio è lungo. 

Molto più lungo di quanto non sia stato per i pastori ai quali bastò abbassarsi sulle orecchie avvampate dalla brace il copricapo di lana, allacciarsi alle gambe i veli di pecora, impugnare il vincastro, e scendere giù per le gole di Giudea. 

Per noi ci vuole molto di più che mezz’ora di strada. Dobbiamo valiare il pendio di una civiltà che, pur qualificandosi cristiana, stenta a trovare l’antico tratturo che la congiunge alla sua ricchissima sorgente: la capanna povera di Gesù. 

Dobbiamo abbandonare i recinti di cento sicurezze, i calcoli smaliziati della nostra sufficienza, le lusinghe di raffinatissimi patrimoni culturali, la superbia delle nostre conquiste.”


L’invito di Papa Francesco Stop al nucleare e cure a chi soffre disuguaglianze di Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti - Vasto

L’invito di Papa Francesco 
Stop al nucleare 
e cure a chi soffre disuguaglianze 
di Bruno Forte, 
Arcivescovo di Chieti - Vasto


pubblicato su "Il Sole 24 Ore",
Domenica 10 Dicembre 2017




È stato durante il viaggio di ritorno dal Bangla Desh lo scorso 2 dicembre che Papa Francesco si è nuovamente pronunciato con fermezza sull’urgenza del disarmo nucleare. Uno dei giornalisti che lo interrogavano aveva ricordato come, al tempo della guerra fredda, Giovanni Paolo II avesse affermato che la politica mondiale di deterrenza nucleare era moralmente accettabile. Diversamente, lo scorso 10 novembre, rivolgendosi ai partecipanti a un convegno sul disarmo, Francesco aveva detto che lo stesso possesso di armi nucleari è da condannare. La domanda su che cosa fosse cambiato nel mondo per arrivare a questo mutamento di valutazione etica era dunque plausibile e il Papa non ha voluto sottrarsi ad essa. Ecco la sua risposta: “Che cosa è cambiato? È cambiata l’irrazionalità… Dal tempo in cui San Giovanni Paolo II ha detto questo a oggi sono passati… 34 anni. Nel nucleare, in 34 anni, si è andati oltre, oltre, oltre. Oggi siamo al limite della liceità di avere e usare le armi nucleari, perché oggi, con l’arsenale nucleare così sofisticato, si rischia la distruzione dell’umanità, o almeno di gran parte dell’umanità… È questo che è cambiato: la crescita dell’armamento nucleare… Siamo al limite, e poiché siamo al limite mi faccio questa domanda: oggi è lecito mantenere gli arsenali nucleari, così come stanno, o, per salvare il creato e l’umanità, non è necessario andare indietro? Torno a una cosa che avevo detto, che è di Guardini [il pensatore italo-tedesco tanto amato dal Papa], non mia: ci sono due forme di “incultura”. Prima, l’incultura che Dio ci ha dato per fare la cultura, con il lavoro, con la ricerca e avanti. Pensiamo alle scienze mediche, a tanto progresso, alla meccanica, e così via… Ma arriviamo a un punto in cui l’uomo ha in mano, con questa cultura, la capacità di fare un’altra incultura: pensiamo a Hiroshima e Nagasaki… E questo succede anche quando dell’energia atomica non si riesce ad avere tutto il controllo: pensate agli incidenti dell’Ucraina. Per questo, tornando alle armi, che sono fatte per vincere distruggendo, io dico che siamo al limite della liceità”. Nel discorso fatto ai partecipanti al Convegno “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”, lo scorso 10 novembre, Francesco aveva argomentato questa tesi a partire dal clima instabile di conflittualità, che caratterizza l’attuale scenario internazionale: “È un dato di fatto che la spirale della corsa agli armamenti non conosce sosta e che i costi di ammodernamento e sviluppo delle armi, non solo nucleari, rappresentano una considerevole voce di spesa per le nazioni, al punto da dover mettere in secondo piano le priorità reali dell’umanità sofferente: la lotta contro la povertà, la promozione della pace, la realizzazione di progetti educativi, ecologici e sanitari e lo sviluppo dei diritti umani”. Scenari attualissimi si presentano alla mente di tutti noi: dalle continue sfide missilistiche della Corea del Nord, alle minacce di risposta degli Stati Uniti e dei loro Alleati in Estremo Oriente, fino alla destabilizzante dichiarazione del Presidente Trump su Gerusalemme capitale d’Israele. Richiamando “le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari”, Papa Francesco aveva accennato anche alla tragica possibilità di una detonazione accidentale di tali armi per un errore sempre possibile e, soprattutto, aveva stigmatizzato la logica che sta dietro la proliferazione di queste armi, che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano: “Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana, che deve invece ispirarsi ad un’etica di solidarietà”. 
L’urgenza che il Papa pone alla base del rigetto delle armi nucleari è insomma di carattere etico, proprio per la sproporzione esistente fra eventuali esigenze di legittima difesa e la gravità e pericolosità degli strumenti atomici finalizzati a questo scopo. Francesco giunge anche ad affermare che “gli armamenti che hanno come effetto la distruzione del genere umano sono persino illogici sul piano militare”, perché “la vera scienza è sempre a servizio dell’uomo, mentre la società contemporanea appare come stordita dalle deviazioni dei progetti concepiti in seno ad essa, magari per una buona causa originaria”. L’esempio clamoroso sta nel fatto che “gli strumenti di diritto internazionale non hanno impedito che nuovi Stati si aggiungessero alla cerchia dei possessori di armi atomiche”. La geopolitica dell’attuale “villaggio globale”, segnata dalla minaccia del terrorismo e da numerosi conflitti asimmetrici, non consente di restare nell’ambiguità, esponendo al rischio annientamento l’intero pianeta. Recentemente, peraltro, “attraverso una storica votazione in sede ONU, la maggior parte dei Membri della Comunità Internazionale ha stabilito che le armi nucleari non sono solamente immorali, ma devono anche considerarsi un illegittimo strumento di guerra”. In tale ottica si colloca anche il documento che diversi Premi Nobel per la Pace hanno consegnato al Papa. Se, come insegnava Paolo VI, lo sviluppo è il “nuovo nome della pace”, oggi risulta più chiaro che mai che “lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”. La conclusione di Francesco è stringente, e si profila come richiamo della coscienza, tale da dare voce specialmente a chi non ce l’ha: “Occorre dunque innanzitutto rigettare la cultura dello scarto e avere cura delle persone e dei popoli che soffrono le più dolorose disuguaglianze, attraverso un’opera che sappia privilegiare con pazienza i processi solidali rispetto all’egoismo degli interessi contingenti. Si tratta al tempo stesso di integrare la dimensione individuale e quella sociale mediante il dispiegamento del principio di sussidiarietà, favorendo l’apporto di tutti come singoli e come gruppi”. C’è in questa voce una tonalità che può sembrare utopica: ma c’è anche da chiedersi se senza questa utopia, cui ispirare la vita e le scelte dei singoli e delle Nazioni, il futuro dell’umanità potrà mai divenire migliore per tutti



venerdì 15 dicembre 2017

A Cesara, il paese di don Renato Sacco, il Natale si illumina di solidarietà

Nel paese del prete di Pax Christi il Natale è senza luminarie: 
“Così risparmiamo e aiutiamo i poveri”

L’iniziativa di don Renato Sacco si ripete da 28 anni, sostenute iniziative in Africa e nell’ex Jugoslavia


Niente stelle che penzolano appese da un lato all’altro della strada, addio alle ghirlande luminose. Anche quest’anno nessuna luminaria a Cesara: il paese sul Lago d’Orta sceglie, come da 28 anni, di rinunciare agli addobbi pubblici preferendo «un Natale a luci spente» e utilizzando i fondi che avrebbero dovuto colorare il paese per iniziative di solidarietà. Lo hanno comunicato, con un manifestino, il sindaco Erika Bonfanti e il parroco don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. 

«Non abbiamo cancellato il Natale, ci mancherebbe altro - spiega il sacerdote -, ma lo abbiamo riportato alla sua vera dimensione e al significato più autentico che è quello della gioia, del dono verso gli altri e in modo particolare nei confronti di chi ha bisogno». Don Renato Sacco aggiunge: «Non sono gli addobbi nelle piazze e nelle strade che “fanno” il Natale, ma la pace nei cuori, nelle famiglie e nel mondo». 

Così, in tutti questi anni a Cesara, rinunciando alle luminarie sono stati raccolti e utilizzati 126.000 euro. 

Iniziativa dal 1989 

La prima volta, nel 1989, vennero risparmiati e inviati all’Unicef un milione e 743 mila lire, e poi, con il trascorrere degli anni e delle feste di Natale, rinunciando alle luci sono stati inviati soldi in Burundi, nella ex Jugoslavia martoriata dalla guerra, e in altri Paesi come il Pakistan, a costruire pozzi dove l’acqua non esiste. All’estero, ma anche in Italia: decine di migliaia di euro sono andati a sostenere gli alluvionati in Ossola e i terremotati in Abruzzo e nel Centro Italia e anche alle associazioni che aiutano le persone disabili. Sarà così anche quest’anno. 

«Con quanto risparmieremo rinunciando alle luci, 3.000 euro è l’impegno del Comune, e con le offerte che arriveranno quest’anno aiuteremo alcune famiglie della zona che si trovano in difficoltà economica - spiega il sindaco Bonfanti -. Altri fondi andranno a Chiara Castellani, da 26 anni medico a Kimbau nella Repubblica democratica del Congo». 

Lumini sui balconi

Luci lungo le strade resteranno quindi spente, ma centinaia di lumini saranno accesi sui balconi e sui davanzali di Cesara. L’effetto è suggestivo e testimonia l’impegno di una comunità a favore di chi soffre. Tutti i fine settimana dell’Avvento al termine di ogni messa ad offerta si potranno acquistare lumini che ogni domenica sera alle 19 verranno accesi contemporaneamente fuori dalla case e davanti ai monumenti dei caduti di tutte le guerre: passate e presenti. «Per ricordare che la guerra non ha mai vincitori - conclude don Renato Sacco - ma è una sconfitta di tutti. A Natale, festa della pace, queste cose bisogna ricordarle».

(fonte: La Stampa - Vatican Insider)


Omelia p. Alberto Neglia (VIDEO) - II Domenica di Avvento (B) - 10/12/2017




Omelia p. Alberto Neglia

- II Domenica  di Avvento (B) -
10/12/2017

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



... Siamo in attesa di Qualcuno che viene ... viene nella notte della vita ... Il Natale di Gesù non è solo il ricordo di Gesù che è nato, Gesù desidera che ancora avvenga questo Natale, che questo Spirito suo entri nella nostra vita e in ognuno di noi possa nascere ancora il Figlio di Dio, perché questo è il grande desiderio di Gesù di renderci tutti fratelli suoi e tutti figli di Dio. Facciamo un Natale vero se consentiamo a questo Spirito di Gesù di entrare nel nostro cuore, nella nostra esistenza e diventare figli dell'unico Padre e fratelli tra di noi, un'umanità nuova. ...
Questo periodo di Avvento ci è donato perché possiamo prepararci a lasciarci abbracciare, impastare dallo Spirito di Gesù, in modo da diventare uomini nuovi, pasta nuova, animati dalla sua presenza e dalla sua bontà. ...Questo è il Natale, cercare di nascere anche noi come figli di Dio, e, se nasciamo come figli di Dio, animati dallo Spirito di Gesù, diventiamo fratelli di tutti gli altri uomini e costruiremo un'umanità che sia davvero il regno di Dio, il luogo in cui ci aiutiamo reciprocamente...

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«Contempliamo la tenerezza di Dio! ...il Dio che non solo è padre ma è papà» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
14 dicembre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Tenere conto delle piccole cose”



Proprio come una madre e come un padre, che si fa chiamare teneramente con un vezzeggiativo, Dio è lì a cantare all’uomo la ninna nanna, magari facendo la voce da bambino per essere sicuro di essere compreso e senza timore di rendesi persino «ridicolo», perché il segreto del suo amore è «il grande che si fa piccolo». Questa testimonianza di paternità — di un Dio che chiede a ciascuno di mostrargli le sue piaghe per poterle guarire, proprio come fa il papà con il figlio — è stata rilanciata da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì 14 dicembre a Santa Marta.

Prendendo spunto dalla prima lettura, tratta «dal libro della consolazione di Israele del profeta Isaia» (41, 13-20), il Pontefice ha subito fatto notare come essa sottolinei «un tratto del nostro Dio, un tratto che è la definizione propria di lui: la tenerezza». Del resto, ha aggiunto, «lo abbiamo detto» anche nel salmo 144: «La sua tenerezza si espande su tutte le creature».

«Questo passo di Isaia — ha spiegato — incomincia con la presentazione di Dio: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: Non temere, io ti vengo in aiuto?”». Ma «una delle prime cose che colpisce di questo testo» è come Dio «te lo dice»: «Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva d’Israele». In sostanza, ha affermato il Papa, Dio «parla come il papà al bambino». E infatti, ha fatto presente, «quando il papà vuol parlare al bambino, rimpiccolisce la voce e, anche, cerca di farla più simile a quella del bambino». Di più, «quando il papà parla con il bambino sembra fare il ridicolo, perché si fa bambino: e questa è la tenerezza».

Perciò, ha proseguito il Pontefice, «Dio ci parla così, ci carezza così: “Non temere, vermiciattolo, larva, piccolo”». A tal punto che «sembra che il nostro Dio voglia cantarci la ninna nanna». E, ha assicurato, «il nostro Dio è capace di questo, la sua tenerezza è così: è padre e madre».

Del resto, ha affermato Francesco, «tante volte ha detto: “Se una mamma si dimentica del figlio, io non ti dimenticherò”. Ci porta nelle sue proprie viscere». Dunque «è il Dio che con questo dialogo si fa piccolo per farci capire, per fare che noi abbiamo fiducia in lui e possiamo dirgli con il coraggio di Paolo che cambia la parola e dice: “Papà, abbà, papà». E questa è la tenerezza di Dio».

Siamo davanti, ha spiegato il Papa, a «uno dei misteri più grandi, è una delle cose più belle: il nostro Dio ha questa tenerezza che ci avvicina e ci salva con questa tenerezza». Certo, ha proseguito, «ci castiga delle volte, ma ci carezza». È sempre «la tenerezza di Dio». E «lui è il grande: “Non temere, io vengo in tuo aiuto, tuo redentore è il santo d’Israele”». E così «è il Dio grande che si fa piccolo e nella sua piccolezza non smette di essere grande e in questa dialettica grande è piccolo: c’è la tenerezza di Dio, il grande che si fa piccolo e il piccolo che è grande».

«Il Natale ci aiuta a capire questo: in quella mangiatoia il Dio piccolo», ha ribadito Francesco, confidando: «Mi viene in mente una frase di san Tommaso, nella prima parte della Somma. Volendo spiegare questo “cosa è divino? cosa è la cosa più divina?” dice: Non coerceri a maximo contineri tamen a minimo divinum est». Ovvero: ciò che è divino è l’avere ideali che non sono limitati neppure da ciò che vi ’è di più grande, ma ideali che siano allo stesso tempo contenuti e vissuti nelle cose più piccole della vita. In sostanza, ha spiegato il Pontefice, è un invito a «non spaventarsi delle cose grandi, ma tenere conto delle cose piccole: questo è divino, tutti e due insieme». E questa frase i gesuiti la conoscono bene perché «è stata presa per fare una delle lapidi di sant’Ignazio, come per descrivere anche quella forza di sant’Ignazio e anche la sua tenerezza».

«È Dio grande che ha la forza di tutto — ha affermato il Papa riferendosi ancora al passo di Isaia — ma si rimpiccolisce per farci vicino e lì ci aiuta, ci promette delle cose: “Ecco, ti rendo come una trebbia; tu trebbierai, trebbierai tutto. Tu gioirai nel Signore, ti vanterai del santo d’Israele”». Queste sono «tutte le promesse per aiutarci ad andare avanti: “Il Signore di Israele non ti abbandonerà. Io sono con te”».

«Ma quanto è bello — ha esclamato Francesco — fare questa contemplazione della tenerezza di Dio! Quando noi vogliamo pensare soltanto nel Dio grande, ma dimentichiamo il mistero dell’incarnazione, quell’accondiscendenza di Dio fra noi, venire incontro: il Dio che non solo è padre ma è papà».

A questo proposito il Papa ha suggerito alcune linee di riflessione per un esame di coscienza: «Io sono capace di parlare con il Signore così o ho paura? Ognuno risponda. Ma qualcuno può dire, può domandare: ma qual è il luogo teologico della tenerezza di Dio? Dove si può trovare bene la tenerezza di Dio? Qual è il posto dove si manifesta meglio la tenerezza di Dio?». La riposta, ha fatto presente Francesco, è «la piaga: le mie piaghe, le tue piaghe, quando s’incontra la mia piaga con la sua piaga. Nelle loro piaghe siamo stati guariti».

«Mi piace pensare — ha confidato ancora il Pontefice riproponendo i contenuti della parabole del buon samaritano — cos’è successo a quel povero uomo che era caduto nelle mani dei briganti nel cammino da Gerusalemme verso Gerico, a cosa è accaduto quando lui riprese la coscienza e si trova sul letto. Domandò sicuramente all’ospedaliere: “cosa è successo?”, Lui povero uomo lo ha raccontato: “Sei stato bastonato, hai perso la coscienza” — “Ma perché sono qui?” — “Perché è venuto uno che ha pulito le tue piaghe. Ti ha guarito, ti ha portato qui, ha pagato la pensione e ha detto che tornerà per aggiustare i conti se c’è da pagare qualcosa di più”».

Proprio «questo è il luogo teologico della tenerezza di Dio: le nostre piaghe» ha affermato il Papa. E, dunque, «cosa ci chiede il Signore? “Ma vai, dai, dai: fammi vedere la tua piaga, fammi vedere le tue piaghe. Io voglio toccarle, Io voglio guarirle”». Ed è «lì, nell’incontro della piaga nostra con la piaga del Signore che è il prezzo della nostra salvezza, lì c’è la tenerezza di Dio».

In conclusione, Francesco ha suggerito di pensare a tutto questo «oggi, durante la giornata, e cerchiamo di sentire questo invito del Signore: “Dai, dai: fammi vedere le tue piaghe. Io voglio guarirle”».
(fonte: L'Osservatore Romano)


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giovedì 14 dicembre 2017

«Che domenica è, per un cristiano, quella in cui manca l’incontro con il Signore?» Papa Francesco Udienza generale 13/12/2017 (testo e video)

UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 13 dicembre 2017

Il Papa è arrivato intorno alle 9.35 in Aula Paolo VI, dopo aver incontrato poco prima, nell’Auletta, i partecipanti al Forum delle Organizzazioni non governative di ispirazione cattolica. Mentre percorreva il corridoio centrale a piedi, Francesco è stato festosamente accolto in particolare dai ragazzi delle scuole, molti di loro impeccabili in divisa. Tra i doni ricevuti, soprattutto dai più piccoli, biglietti di auguri natalizi scritti a mano e decorati con disegni variopinti. Immancabili le foto e i “selfie”, da una postazione privilegiata subito dietro le transenne. Francesco è apparso rilassato e sorridente, anche se amabilmente strattonato da una parte all’altra del corridoio per stringere mani e portare carezze ai bambini. Un ragazzo gli ha consegnato un cofanetto sormontato da una statuetta del presepe – formato gigante, in legno di olivo – proveniente dalla Terra Santa, che Francesco ha benedetto. Non è mancato l’ormai tradizionale “scambio dello zucchetto”.


La Santa Messa - 4. Perché andare a Messa la domenica?

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Riprendendo il cammino di catechesi sulla Messa, oggi ci chiediamo: perché andare a Messa la domenica?

La celebrazione domenicale dell'Eucaristia è al centro della vita della Chiesa (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2177). Noi cristiani andiamo a Messa la domenica per incontrare il Signore risorto, o meglio per lasciarci incontrare da Lui, ascoltare la sua parola, nutrirci alla sua mensa, e così diventare Chiesa, ossia suo mistico Corpo vivente nel mondo.

Lo hanno compreso, fin dalla prima ora, i discepoli di Gesù, i quali hanno celebrato l’incontro eucaristico con il Signore nel giorno della settimana che gli ebrei chiamavano “il primo della settimana” e i romani “giorno del sole”, perché in quel giorno Gesù era risorto dai morti ed era apparso ai discepoli, parlando con loro, mangiando con loro, donando loro lo Spirito Santo (cfr Mt 28,1; Mc16,9.14; Lc 24,1.13; Gv 20,1.19), come abbiamo sentito nella Lettura biblica. Anche la grande effusione dello Spirito a Pentecoste avvenne di domenica, il cinquantesimo giorno dopo la risurrezione di Gesù. Per queste ragioni, la domenica è un giorno santo per noi, santificato dalla celebrazione eucaristica, presenza viva del Signore tra noi e per noi. E’ la Messa, dunque, che fa la domenica cristiana! La domenica cristiana gira intorno alla Messa. Che domenica è, per un cristiano, quella in cui manca l’incontro con il Signore?

Ci sono comunità cristiane che, purtroppo, non possono godere della Messa ogni domenica; anch’esse tuttavia, in questo santo giorno, sono chiamate a raccogliersi in preghiera nel nome del Signore, ascoltando la Parola di Dio e tenendo vivo il desiderio dell’Eucaristia.

Alcune società secolarizzate hanno smarrito il senso cristiano della domenica illuminata dall’Eucaristia. E’ peccato, questo! In questi contesti è necessario ravvivare questa consapevolezza, per recuperare il significato della festa, il significato della gioia, della comunità parrocchiale, della solidarietà, del riposo che ristora l’anima e il corpo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2177-2188). Di tutti questi valori ci è maestra l’Eucaristia, domenica dopo domenica. Per questo il Concilio Vaticano II ha voluto ribadire che «la domenica è il giorno di festa primordiale che deve essere proposto e inculcato alla pietà dei fedeli, in modo che divenga anche giorno di gioia e di astensione dal lavoro» (Cost. Sacrosanctum Concilium, 106).

L’astensione domenicale dal lavoro non esisteva nei primi secoli: è un apporto specifico del cristianesimo. Per tradizione biblica gli ebrei riposano il sabato, mentre nella società romana non era previsto un giorno settimanale di astensione dai lavori servili. Fu il senso cristiano del vivere da figli e non da schiavi, animato dall’Eucaristia, a fare della domenica – quasi universalmente – il giorno del riposo.

Senza Cristo siamo condannati ad essere dominati dalla stanchezza del quotidiano, con le sue preoccupazioni, e dalla paura del domani. L’incontro domenicale con il Signore ci dà la forza di vivere l’oggi con fiducia e coraggio e di andare avanti con speranza. Per questo noi cristiani andiamo ad incontrare il Signore la domenica, nella celebrazione eucaristica.

La Comunione eucaristica con Gesù, Risorto e Vivente in eterno, anticipa la domenica senza tramonto, quando non ci sarà più fatica né dolore né lutto né lacrime, ma solo la gioia di vivere pienamente e per sempre con il Signore. Anche di questo beato riposo ci parla la Messa della domenica, insegnandoci, nel fluire della settimana, ad affidarci alle mani del Padre che è nei cieli.

Cosa possiamo rispondere a chi dice che non serve andare a Messa, nemmeno la domenica, perché l’importante è vivere bene, amare il prossimo? E’ vero che la qualità della vita cristiana si misura dalla capacità di amare, come ha detto Gesù: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35); ma come possiamo praticare il Vangelo senza attingere l’energia necessaria per farlo, una domenica dopo l’altra, alla fonte inesauribile dell’Eucaristia? Non andiamo a Messa per dare qualcosa a Dio, ma per ricevere da Lui ciò di cui abbiamo davvero bisogno. Lo ricorda la preghiera della Chiesa, che così si rivolge a Dio: «Tu non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie; i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva» (Messale Romano, Prefazio comune IV).

In conclusione, perché andare a Messa la domenica? Non basta rispondere che è un precetto della Chiesa; questo aiuta a custodirne il valore, ma da solo non basta. Noi cristiani abbiamo bisogno di partecipare alla Messa domenicale perché solo con la grazia di Gesù, con la sua presenza viva in noi e tra di noi, possiamo mettere in pratica il suo comandamento, e così essere suoi testimoni credibili.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

Sono lieto di accogliere le Suore della Società del Sacro Cuore e le Suore Missionarie della Società di Maria. Il pellegrinaggio alle tombe degli Apostoli, sia occasione per crescere nell’amore di Dio, affinché le vostre comunità diventino luogo in cui si sperimenta la comunione e la missione.

Saluto le Parrocchie, gli Istituti scolastici, le Associazioni e i Gruppi, in particolare l’Istituto internazionale Jacques Maritain.

Rivolgo infine un pensiero ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi la liturgia fa memoria di Santa Lucia, vergine e martire: cari giovani, contemplate la grandezza dell’amore di Gesù che nasce e muore per noi; cari ammalati, accettate con coraggio la vostra sofferenza per la conversione dei peccatori; e voi, cari sposi novelli, date più spazio alla preghiera soprattutto in questo Tempo di Avvento, perché la vostra vita diventi un cammino di perfezione cristiana.

Guarda il video integrale


I dialoghi privati tra il Papa e i gesuiti sul dramma Rohingya e sui migranti

I dialoghi privati tra il Papa e i gesuiti sul dramma Rohingya e sui migranti

Civiltà Cattolica pubblica in esclusiva le domande che i religiosi incontrati durante il viaggio in Myanmar e in Bangladesh hanno posto al Pontefice su delicate tematiche

di Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica



Santità, che cosa si aspetta da noi? 
«Credo che non si possa pensare una missione — lo dico non soltanto da gesuita, ma da cristiano — senza il mistero dell’Incarnazione. Il gesuita è colui che deve sempre approssimarsi, come si è avvicinato il Verbo fatto carne. Le sfide non sono dietro, sono avanti. In questo il beato papa Paolo VI ha aiutato molto la Compagnia, e il 3 dicembre 1974 ci ha rivolto un discorso che resta pienamente attuale. Dice, per esempio: “Ovunque, nei crocevia della storia vi sono i gesuiti”. E per andare ai crocevia della storia bisogna pregare!».

Molti media hanno detto che la Sua visita in Myanmar è una delle più difficili. È così? 
«Questo è un viaggio molto difficile, sì. Forse ha rischiato pure di essere cancellato, a un certo punto. Ma proprio perché difficile, dovevo farlo! Il Popolo di Dio è popolo povero, umile, che ha sete di Dio. Noi pastori dobbiamo imparare dal popolo. Perciò, se questo viaggio appariva difficile, sono venuto perché noi dobbiamo stare nei crocevia della storia».

Spesso lei dice che bisogna avere l’odore delle pecore. Alcuni di noi sentono l’odore dei rifugiati.
«Ho visitato finora quattro campi di rifugiati. Tre enormi: Lampedusa, Lesbo e Bologna. E là il lavoro è di vicinanza. A volte sono veri campi di concentramento, carceri. Io cerco di visitare, parlo chiaro, soprattutto con i Paesi che chiudono le loro frontiere. Purtroppo in Europa ci sono Paesi che hanno scelto di chiudere le frontiere. La cosa più dolorosa è che per prendere questa decisione hanno dovuto chiudere il cuore. E il nostro lavoro missionario deve raggiungere anche quei cuori che sono chiusi all’accoglienza degli altri. Queste cose non arrivano ai salotti delle nostre grandi città. Abbiamo l’obbligo di denunciare e di rendere pubbliche le tragedie umane che si cerca di silenziare».


Io vengo da una regione dove ci sono molte tensioni con i musulmani. Mi chiedo come è possibile prendersi cura delle persone che hanno questa tendenza al fondamentalismo.
«Guarda, di fondamentalismi ce ne sono dappertutto. E noi cattolici abbiamo “l’onore” di avere fondamentalisti tra i battezzati. È un atteggiamento dell’anima che si erge a giudice degli altri e di chi condivide la sua religione. È un andare all’essenziale — pretendere di andare all’essenziale — della religione, ma a un punto tale da dimenticarsi di ciò che è esistenziale. Dimentica le conseguenze. Gli atteggiamenti fondamentalisti prendono diverse forme, ma hanno il fondo comune di sottolineare molto l’essenziale, negando l’esistenziale. Il fondamentalista nega la storia, la persona. E il fondamentalismo cristiano nega l’Incarnazione».

Santità, grazie per aver parlato del popolo Rohingya. Sono nostri fratelli e sorelle.
«Gesù Cristo oggi si chiama Rohingya. Tu parli di loro come fratelli e sorelle: lo sono. Penso a san Pedro Claver, che mi è molto caro. Lui ha lavorato con gli schiavi del suo tempo. E pensare che alcuni teologi di allora — non tanti, grazie a Dio — discutevano se loro avessero un’anima o no! La sua vita è stata una profezia, e ha aiutato i suoi fratelli e le sue sorelle che vivevano in una condizione vergognosa. Ma questa vergogna oggi non è finita. Oggi si discute tanto su come salvare le banche. Il problema è la salvezza delle banche. Ma chi salva la dignità di uomini e donne oggi? La gente che va in rovina non interessa più a nessuno. Il diavolo riesce ad agire così nel mondo di oggi. Se noi avessimo un po’ di senso del reale, dovrebbe scandalizzarci. Lo scandalo mediatico oggi riguarda le banche e non le persone. Davanti a tutto questo dobbiamo chiedere una grazia: di piangere. Il mondo ha perso il dono delle lacrime. La sfacciataggine del nostro mondo è tale che l’unica soluzione è pregare e chiedere la grazia delle lacrime. Davanti a quella povera gente che ho incontrato ho sentito vergogna! Ho sentito vergogna per me stesso, per il mondo intero! Scusate, sto solo cercando di condividere con voi i miei sentimenti...».

Lei è venuto in Bangladesh, ha creato cardinale l’arcivescovo della capitale. Come mai questa attenzione? 
«Nominando i cardinali, ho cercato di guardare alle piccole Chiese. Non per dare consolazione, ma per lanciare un chiaro messaggio: le piccole Chiese che crescono in periferia e sono senza antiche tradizioni cattoliche oggi devono parlare alla Chiesa universale. Sento chiaramente che hanno qualcosa da insegnarci».

(fonte: CORRIERE DELLA SERA)


Spazio di libertà - Fecondità dell’assurdo di Bruno Forte



Spazio di libertà 
Fecondità dell’assurdo 
di Bruno Forte







“Io traggo dall’assurdo tre conseguenze: la mia rivolta, la mia libertà e la mia passione”. Queste parole di Albert Camus testimoniano quanto possa essere feconda per il pensiero e per la vita l’idea dell’assurdo. In quanto lontananza (“ab-“) da ciò che è consonante (“surdus”, probabilmente dalla radice “suar”, “suonare”), l’assurdo è “dissonanza” che spezza la continuità del significato, pur rinviando a una possibile eccendenza del senso: proprio così, mentre segnala l’impossibilità di accedere alla verità, l’assurdo non esclude il rinvio all’orizzonte in cui essa mostra i suoi bagliori di luce nei fenomeni a noi percepibili. Si comprendono allora le tre conseguenze che Camus trae dall’assurdo, e che il libro appena pubblicato da un giovane docente dell’Università Lateranense, Mirko Integlia (Filosofie e narrazioni dell’assurdo, Mimesis Edizioni, Milano 2017, con una mia prefazione) accosta in maniera rigorosa e affascinante, rivisitando le filosofie e le narrazioni dell’assurdo in quattro autori che ne hanno fatto il cardine del loro pensiero: Giuseppe Rensi, Jean-Paul Sartre, Albert Camus ed Emil Cioran. Si tratta di voci diverse, “che hanno elevato a condizione trascendentale dell’esistenza umana un’insensatezza che altro non è, forse, se non il deserto di un’epoca segnata nel suo cuore dalla morte di Dio (Nietzsche) e da un’umanità in rivolta (Camus) contro la propria finitezza” (11s). L’assurdo suscita anzitutto la rivolta: “La nostra epoca - scrive Integlia -, plasmata da presupposti metafisici, è segnata nei suoi tratti più profondi dalla perdita del senso e dal trionfo dell’assurdo” (ib.). Sviluppando il suo itinerarium in absurdum, l’Autore discende in questo “cuore oscuro che pulsa al fondo della modernità”, confrontandosi con lo spirito nichilista che attraversa le nervature profonde della nostra epoca, cogliendovi il sapore di resistenza e di rivolta, che ad esempio proprio Albert Camus propone contro l’esperienza della finitezza, nella quale l’umanità dell’uomo “finisce per annientare, spiritualmente prima che fisicamente, sé stessa” (ib.).
In questa luce l’assurdo, di cui forse Giuseppe Rensi più di ogni altro ha saputo evocare i riflessi di assoluto pessimismo e di irredimibile tragicità, è sfida, provocazione dolorosa, sorda e irriducibile, con cui il pensiero non può che osare la ribellione e la lotta: “cogitatio” è in tal senso pienamente un agitarsi corale (“cum - agitatio”), uno sferzare il vuoto dell’assurdo, che da ogni parte circonda e inghiotte l’audacia della mente. Proprio così, tuttavia, l’assurdo si presenta come spazio della libertà: dove non c’è fondamento che tenga o orizzonte di senso che orienti il cammino, l’uomo si sente in dovere di autodestinarsi senza alcun condizionamento o misura. In tal senso, il pensiero dell’assurdo si fa complice di un’enfasi dell’io, di un “cogito” che diventa norma a se stesso, fondazione della sua stessa esperienza d’esistere: “cogito, ergo sum”! Qui l’assurdo appare come la condizione di possibilità di tutte le avventure della filosofia moderna, di quell’immediatezza mediata che è ad esempio all’origine del sistema dell’idealismo, come di ogni altra assolutizzazione del protagonismo dell’io pensante che si è andata profilando nei diversi rivoli delle ideologie moderne. La pretesa di abbracciare la totalità a partire dall’io è il presupposto di tutti i totalitarismi e di conseguenza di tutte le violenze, che l’ideologia ha prodotto. Lo spazio della libertà determinato dalla coscienza dell’assurdo è, dunque, una falsa garanzia della padronanza di sé e del mondo e della liberazione da ogni possibile dipendenza. Di fronte alla distonia dell’assurdo non si è più, ma meno liberi, perché si resta in fondo prigionieri di sé e dell’infinita solitudine di chi si fa centro e padrone del mondo, senza averne titolo e senza possederne gli strumenti. Il “sapere aude”, che la coscienza dell’assurdo sembra incoraggiare come esercizio di libertà, rischia di naufragare nella folla delle solitudini delle massificazioni ideologiche e nella tragica constatazione del naufragio di cui il soggetto pensante è al tempo stesso protagonista e spettatore
L’assurdo, però, si offre anche come passione: è forse questo il volto che più intriga il naufrago delle presunzioni moderne dell’ideologia e il cercatore di senso al di là del naufragio. È l’esperienza dell’assurdo espressa icasticamente dalla frase attribuita a Tertulliano: “Credo quia absurdum”. L’Apologeta africano del II secolo ce ne fa cogliere il senso nel ragionamento seguente, presente nel suo De carne Christi (5,4): “Che il Figlio di Dio sia stato crocefisso, non suscita vergogna, in quanto è vergognoso; che il Figlio di Dio sia morto, è assolutamente credibile, in quanto è del tutto fuori posto; e che, una volta sepolto, sia risorto, è certo, proprio perché impossibile”. Qui l’assurdo si offre come evocazione dell’ulteriorità, di ciò che trascende la ragione non perché la neghi, ma perché la invita ad un superamento infinito, che solo la passione, e dunque l’amore incondizionato della fede pura, è in grado di vivere.
L’assurdo come cifra della trascendenza ne risveglia nella mente il fascino e la passione: esso dice che il visibile non è tutto e che il verificabile è solo traccia di un mistero più grande. L’assurdo accende lo “stupore della ragione” (F.W.J. Schelling), che la rende prossima al “cuore pensante” (Etty Hillesum), a quella via di conoscenza che solo l’amore apre, segnalata da Riccardo di San Vittore in una sentenza lapidaria del suo Benjamin minor: “Ubi amor, ibi oculus” (c. 13). La via dell’assurdo diventa così una paradossale possibilità dell’apologetica della fede: e tanto più si offre come tale in un’epoca che dell’assurdo ha fatto la costante fascinosa di alcune delle sue autocomprensioni più alte, tanto a livello filosofico, quanto in narrazioni letterariamente intensissime. Un libro che è un vero e proprio itinerario sui sentieri dell’assurdo, come vie del non fondato e del non senso, proprio così in grado di aprire a nostalgie del Totalmente Altro, che venga a dirsi in eventi e parole a noi accessibili e che la fede cristiana confessa essersi detto una volta per tutte nel Figlio, fatto carne per noi
(Pubblicato su "Il Sole 24 Ore" - 19 Novembre 2017)


mercoledì 13 dicembre 2017

MESSAGGIO PER LA XXVI GIORNATA MONDIALE DEL MALATO 2018

Il Papa per la Giornata Giornata del malato che si celebra il prossimo 11 febbraio, ha scelto le parole di Gesù, innalzato sulla croce, che rivolgendosi a sua madre Maria e a Giovanni dice: «“Ecco tuo figlio ... Ecco tua madre”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,26-27).



MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA XXVI GIORNATA MONDIALE DEL MALATO 2018

Mater Ecclesiae: «"Ecco tuo figlio ... Ecco tua madre".
E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé ...» (Gv 19, 26-27)


Cari fratelli e sorelle,

il servizio della Chiesa ai malati e a coloro che se ne prendono cura deve continuare con sempre rinnovato vigore, in fedeltà al mandato del Signore (cfr Lc 9,2-6; Mt 10,1-8; Mc 6,7-13) e seguendo l’esempio molto eloquente del suo Fondatore e Maestro.

Quest’anno il tema della Giornata del malato ci è dato dalle parole che Gesù, innalzato sulla croce, rivolge a sua madre Maria e a Giovanni: «“Ecco tuo figlio ... Ecco tua madre”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,26-27).

1. Queste parole del Signore illuminano profondamente il mistero della Croce. Essa non rappresenta una tragedia senza speranza, ma il luogo in cui Gesù mostra la sua gloria, e lascia le sue estreme volontà d’amore, che diventano regole costitutive della comunità cristiana e della vita di ogni discepolo.

Innanzitutto, le parole di Gesù danno origine alla vocazione materna di Maria nei confronti di tutta l’umanità. Lei sarà in particolare la madre dei discepoli del suo Figlio e si prenderà cura di loro e del loro cammino. E noi sappiamo che la cura materna di un figlio o una figlia comprende sia gli aspetti materiali sia quelli spirituali della sua educazione.

Il dolore indicibile della croce trafigge l’anima di Maria (cfr Lc 2,35), ma non la paralizza. Al contrario, come Madre del Signore inizia per lei un nuovo cammino di donazione. Sulla croce Gesù si preoccupa della Chiesa e dell’umanità intera, e Maria è chiamata a condividere questa stessa preoccupazione. Gli Atti degli Apostoli, descrivendo la grande effusione dello Spirito Santo a Pentecoste, ci mostrano che Maria ha iniziato a svolgere il suo compito nella prima comunità della Chiesa. Un compito che non ha mai fine.

2. Il discepolo Giovanni, l’amato, raffigura la Chiesa, popolo messianico. Egli deve riconoscere Maria come propria madre. E in questo riconoscimento è chiamato ad accoglierla, a contemplare in lei il modello del discepolato e anche la vocazione materna che Gesù le ha affidato, con le preoccupazioni e i progetti che ciò comporta: la Madre che ama e genera figli capaci di amare secondo il comando di Gesù. Perciò la vocazione materna di Maria, la vocazione di cura per i suoi figli, passa a Giovanni e a tutta la Chiesa. La comunità tutta dei discepoli è coinvolta nella vocazione materna di Maria.

3. Giovanni, come discepolo che ha condiviso tutto con Gesù, sa che il Maestro vuole condurre tutti gli uomini all’incontro con il Padre. Egli può testimoniare che Gesù ha incontrato molte persone malate nello spirito, perché piene di orgoglio (cfr Gv 8,31-39) e malate nel corpo (cfr Gv 5,6). A tutti Egli ha donato misericordia e perdono, e ai malati anche guarigione fisica, segno della vita abbondante del Regno, dove ogni lacrima viene asciugata. Come Maria, i discepoli sono chiamati a prendersi cura gli uni degli altri, ma non solo. Essi sanno che il cuore di Gesù è aperto a tutti, senza esclusioni. A tutti dev’essere annunciato il Vangelo del Regno, e a tutti coloro che sono nel bisogno deve indirizzarsi la carità dei cristiani, semplicemente perché sono persone, figli di Dio.

4. Questa vocazione materna della Chiesa verso le persone bisognose e i malati si è concretizzata, nella sua storia bimillenaria, in una ricchissima serie di iniziative a favore dei malati. Tale storia di dedizione non va dimenticata. Essa continua ancora oggi, in tutto il mondo. Nei Paesi dove esistono sistemi di sanità pubblica sufficienti, il lavoro delle congregazioni cattoliche, delle diocesi e dei loro ospedali, oltre a fornire cure mediche di qualità, cerca di mettere la persona umana al centro del processo terapeutico e svolge ricerca scientifica nel rispetto della vita e dei valori morali cristiani. Nei Paesi dove i sistemi sanitari sono insufficienti o inesistenti, la Chiesa lavora per offrire alla gente quanto più è possibile per la cura della salute, per eliminare la mortalità infantile e debellare alcune malattie a larga diffusione. Ovunque essa cerca di curare, anche quando non è in grado di guarire. L’immagine della Chiesa come “ospedale da campo”, accogliente per tutti quanti sono feriti dalla vita, è una realtà molto concreta, perché in alcune parti del mondo sono solo gli ospedali dei missionari e delle diocesi a fornire le cure necessarie alla popolazione.

5. La memoria della lunga storia di servizio agli ammalati è motivo di gioia per la comunità cristiana e in particolare per coloro che svolgono tale servizio nel presente. Ma bisogna guardare al passato soprattutto per lasciarsene arricchire. Da esso dobbiamo imparare: la generosità fino al sacrificio totale di molti fondatori di istituti a servizio degli infermi; la creatività, suggerita dalla carità, di molte iniziative intraprese nel corso dei secoli; l’impegno nella ricerca scientifica, per offrire ai malati cure innovative e affidabili. Questa eredità del passato aiuta a progettare bene il futuro. Ad esempio, a preservare gli ospedali cattolici dal rischio dell’aziendalismo, che in tutto il mondo cerca di far entrare la cura della salute nell’ambito del mercato, finendo per scartare i poveri. L’intelligenza organizzativa e la carità esigono piuttosto che la persona del malato venga rispettata nella sua dignità e mantenuta sempre al centro del processo di cura. Questi orientamenti devono essere propri anche dei cristiani che operano nelle strutture pubbliche e che con il loro servizio sono chiamati a dare buona testimonianza del Vangelo.

6. Gesù ha lasciato in dono alla Chiesa la sua potenza guaritrice:

«Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: [...] imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc16,17-18). Negli Atti degli Apostoli leggiamo la descrizione delle guarigioni operate da Pietro (cfr At 3,4-8) e da Paolo (cfr At 14,8-11). Al dono di Gesù corrisponde il compito della Chiesa, la quale sa che deve portare sui malati lo stesso sguardo ricco di tenerezza e compassione del suo Signore. La pastorale della salute resta e resterà sempre un compito necessario ed essenziale, da vivere con rinnovato slancio a partire dalle comunità parrocchiali fino ai più eccellenti centri di cura. Non possiamo qui dimenticare la tenerezza e la perseveranza con cui molte famiglie seguono i propri figli, genitori e parenti, malati cronici o gravemente disabili. Le cure che sono prestate in famiglia sono una testimonianza straordinaria di amore per la persona umana e vanno sostenute con adeguato riconoscimento e con politiche adeguate. Pertanto, medici e infermieri, sacerdoti, consacrati e volontari, familiari e tutti coloro che si impegnano nella cura dei malati, partecipano a questa missione ecclesiale. E’ una responsabilità condivisa che arricchisce il valore del servizio quotidiano di ciascuno.

7. A Maria, Madre della tenerezza, vogliamo affidare tutti i malati nel corpo e nello spirito, perché li sostenga nella speranza. A lei chiediamo pure di aiutarci ad essere accoglienti verso i fratelli infermi. La Chiesa sa di avere bisogno di una grazia speciale per poter essere all’altezza del suo servizio evangelico di cura per i malati. Perciò la preghiera alla Madre del Signore ci veda tutti uniti in una insistente supplica, perché ogni membro della Chiesa viva con amore la vocazione al servizio della vita e della salute. La Vergine Maria interceda per questa XXVI Giornata Mondiale del Malato; aiuti le persone ammalate a vivere la propria sofferenza in comunione con il Signore Gesù, e sostenga coloro che di essi si prendono cura. A tutti, malati, operatori sanitari e volontari, imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 26 novembre 2017
Solennità di N.S. Gesù Cristo Re dell’universo

Francesco


martedì 12 dicembre 2017

Il processo: a Francesco o di Francesco? di Andrea Grillo




Il processo: 
a Francesco o di Francesco?
di Andrea Grillo



Due accezioni di processo si fronteggiano nel dibattito ecclesiale contemporaneo. Mi sembra utile riflettere brevemente su questa distinzione, che ruota intorno al significato della medesima parola.

a) Da un lato vi sono minoranze riluttanti, ma spesso ben finanziate, che pensano di dover mettere “sotto processo” il papa, sollevando obiezioni sulle sue posizioni dottrinali e disciplinari. In questo caso “processo” assume il significato tecnico di “messa in stato di accusa”.

b) Dall’altro vi sono le ripetute parole con cui Francesco stesso, insieme alla gran parte dell’episcopato e del popolo di Dio, invita ad assumere in modo nuovo la identità ecclesiale come “processo”. L’invito alla uscita dalla autoreferenzialità e al riconoscimento del primato del tempo sullo spazio è precisamente la riscoperta del “processo” come logica della fede.

Potremmo osservare, in modo molto generale, che il senso “giudiziario” del “processo a Francesco” e quello “ontologico”, del “processo di Francesco”, non sono necessariamente alternativi. Anzi, non è affatto detto che non si possano e non si debbano trovare accurate correlazioni tra il primo e il secondo. Ma sta di fatto che, nel dibattito attuale, le due accezioni finiscono con l’escludersi radicalmente. In particolare la prima, quella giudiziaria, non riesce a comprendere le ragioni della seconda, quella ontologica. Può “fare processi” solo perché non “riconosce processi”.

Vorrei soffermarmi qualche momento su questa difficoltà.

La reazione viscerale al pontificato di Francesco, evidentemente, si fonda su qualcosa di molto più antico di lui, ossia sulla resistenza a oltranza della identità cattolica al mondo moderno. In questione non è Francesco, ma la apertura della Chiesa alla modernità, che ha trovato una svolta decisiva nel “processo” inaugurato dal Concilio Vaticano II. Poiché tale apertura non è affatto compresa, anzi è ritenuta la causa di ogni male, allora la mancata recezione del “processo conciliare” determina la “messa in stato di accusa” del Vaticano II e, ovviamente, del primo papa che appare, non solo biograficamente, come figlio legittimo di quel Concilio.

La novità del Concilio è, precisamente, di aver assunto un rapporto non statico, ma processuale e creativo con la tradizione. In proposito è utile leggere quanto scrive Ch. Theobald sull’ultimo numero di “Vita e Pensiero” (5/2017, 77-84) con il titolo Una nuova grammatica per rileggere il Concilio. Se il “depositum fidei” è essenzialmente un “processo”, che non si risolve mai in una semplice evidenza proposizionale o intellettuale, il discernimento della tradizione deve fare necessariamente i conti con la storia comune, con la storia civile, con la cultura ambiente. Per il discernimento della tradizione non solo la Parola di Dio, ma anche la “esperienza degli uomini” diventa così decisiva (cfr. GS 46).

La pretesa di “mettere in stato di accusa” questa lettura è una antica tentazione delle reazioni anticonciliari. Inizia subito, già durante il Concilio e costella tutti i decenni successivi.

La pretesa di un “processo inquisitorio” contro Francesco dipende dalla incapacità di cogliere la verità e la urgenza del processo con cui il Concilio ha profondamente ricompreso la tradizione.

Fare il processo non ha come obiettivo Francesco o il Concilio, ma l’idea stessa di “processo”, come forma della tradizione. La resistenza a Francesco diventa così tanto più viscerale quanto più si lega ad una concezione statica e monumentale della tradizione, su cui nessuno ha il diritto di mettere mano.

Sotto questo punto di vista, non si dovrebbe parlare di processo a Francesco, ma di processo alla tradizione intesa come processo, come “grammatica generativa”, come “razionalità storica e procedurale” (Theobald). Una cultura cattolica bloccata e traumatizzata dal mondo tardo-moderno si esprime “mettendo in stato di accusa” tutto ciò che non coincide con la propria visione chiusa e asfittica non solo della esperienza degli uomini, ma ancor più della Parola di Dio. Massimalismo morale e fondamentalismo biblico sono gli orizzonti inaggirabili di questa cultura. E non a caso si tratta di posizioni visceralmente statiche, prive di processo alcuno.

Vogliono fare il processo solo coloro che non riconoscono la fede e la Chiesa come processo.

(fonte: Come se non)
Vedi anche i post:

lunedì 11 dicembre 2017

«Chiedere al Signore la grazia del coraggio, perché nel coraggio viene Lui a consolarci» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
11 dicembre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
Lasciamoci consolare”

Attaccato com’è al «negativo», alle «ferite del peccato» che porta dentro di lui, l’uomo spesso fatica anche solo a «lasciarsi consolare» da Dio. Invece la Chiesa, in questo tempo di Avvento, invita ognuno a reagire, a sollevarsi dai propri errori e ad avere «coraggio» perché Gesù viene, e viene proprio a portare «consolazione».

È questo il messaggio che Papa Francesco, durante la messa celebrata lunedì mattina 11 dicembre a Santa Marta, ha evidenziato dalla liturgia del giorno. La riflessione del Pontefice è infatti partita proprio dal brano del profeta Isaia (35, 1-10) nel quale, «in un modo un po’ bucolico», si anticipa la parte dedicata alla «consolazione di Israele», al Signore che, «consola il suo popolo, promette la consolazione, li fa tornare dall’esilio, dove c’è la tristezza, la schiavitù...». A loro che «non possono cantare, non riescono a cantare, piangono...», il Signore «promette la consolazione».

Riflettendo su quanto Dio ha compiuto per gli israeliti, il Papa ha ricordato come sant’Ignazio dicesse «che è buono contemplare l’ufficio di consolatore di Cristo nostro Signore, paragonandolo al modo come alcuni amici consolano gli altri». E riguardo al fatto che «il Signore è venuto a consolarci», ha suggerito, per esempio, di ripensare «alla mattina della risurrezione nel racconto di Luca, quando Gesù apparve agli apostoli: “Ma era tanta la gioia — dice il Vangelo — che non potevano credere”, la gioia impediva di credere». Così, ha detto, «tante volte, la consolazione del Signore ci sembra una meraviglia, qualcosa di non reale».

Però, ha notato, «non è facile lasciarsi consolare; è più facile consolare gli altri che lasciarsi consolare». Infatti «tante volte, noi siamo attaccati al negativo, siamo attaccati alla ferita del peccato dentro di noi e, tante volte, c’è la preferenza di rimanere lì, da solo. Come il paralitico del Vangelo che rimaneva nel lettuccio. In certe situazioni, la parola di Gesù è sempre: “Alzati!”». Eppure noi, ha sottolineato Francesco, «abbiamo paura». Del resto, ha aggiunto, «noi nel negativo siamo padroni, perché abbiamo la ferita dentro, del negativo, del peccato; invece nel positivo siamo mendicanti e non ci piace mendicare, mendicare la consolazione».

A tale riguardo il Pontefice ha portato due esempi di situazioni in cui l’uomo preferisce «non lasciarsi consolare».

C’è, innanzitutto, «l’atteggiamento di risentimento». Cioè, quando «la nostra preferenza è per il risentimento, il rancore», e noi «cuciniamo i nostri sentimenti in quel brodo, il brodo del risentimento». In quelle situazioni l’uomo ha «un cuore amaro, come se dicesse: “Il mio tesoro è la mia amarezza: lì sono io, con la mia amarezza”». Un esempio si trova nel Vangelo, nell’episodio del paralitico della piscina di Siloe: «trentotto anni lì, con la sua amarezza, e sempre spiegando: “Ma non è colpa mia perché quando si muovono le acque nessuno mi aiuta”». Ragionava sempre «in negativo». Ha commentato il Papa: «Per questi cuori amari è più bello l’amaro che il dolce. L’amarezza come spiegazione».

Allo stesso modo tanta gente preferisce questa «radice amara» che «ci porta con la memoria al peccato originale, il peccato che ci ha feriti». Ed è un modo «di non lasciarsi consolare». Si preferisce dire: «“No, no, non disturbare, lasciami qui”. Sconfitto».

Vi è poi l’atteggiamento delle «lamentele». L’uomo e la donna «che si lamentano sempre; invece di lodare Dio si lamentano davanti a Dio. E le lamentele che sono la musica che accompagnano quella vita». A tale riguardo, il Papa ha ricordato come santa Teresa d’Avila dicesse: «Guai la suora che dice: “Mi hanno fatto un’ingiustizia, mi hanno fatto una cosa non ragionevole”, guai». E ha anche richiamato la vicenda biblica del profeta Giona, «il premio Nobel delle lamentele». Giona, infatti, «fuggì da Dio perché si lamentava che Dio gli avrebbe fatto qualche torto e se ne è andato là, poi è annegato, il pesce lo ha ingoiato. E poi è tornato alla missione e poi fatta la missione, invece di rallegrarsi per la conversione, l’amaro viene e si lamenta: “Io sapevo che tu eri così e sempre salvavi la gente...”, e si lamenta perché Dio salva la gente». Perché, ha aggiunto, «anche nelle lamentele ci sono delle cose contraddittorie».

Un atteggiamento che il Pontefice ha riscontrato anche nell’uomo contemporaneo: «Noi viviamo tante volte respirando lamentele, siamo proclivi alle lamentele e possiamo descrivere tante persone così che si lamentano». E ha fatto l’esempio di un sacerdote da lui conosciuto in passato: «un buon sacerdote, bravo, bravo, ma era il pessimismo incarnato e sempre si lamentava di tutto, aveva proprio la qualità di “trovare la mosca nel latte”. Si trattava, ha continuato, di un bravo sacerdote, di cui si diceva fosse «tanto misericordioso nel confessionale». Ma aveva questo difetto di lamentarsi sempre, tanto che i suoi compagni di presbiterio scherzavano dicendo che quando al momento della sua morte «sarebbe andato in cielo», la prima cosa che avrebbe detto a San Pietro, «invece di salutarlo», sarebbe stata: «Dov’è l’inferno?». E addirittura che una volta visto l’inferno, avrebbe chiesto a san Pietro: “Ma quanti condannati ci sono?” - “Soltanto uno” — “Ah, che disastro la redenzione...”. Solo lamenti, solo il negativo.

Ma di fronte «all’amarezza, al rancore, alle lamentele», ha spiegato il Papa, «la parola della Chiesa di oggi è “coraggio”». Una parola ripetuta dal profeta Isaia: «Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». Un messaggio chiaro per ogni credente: «Coraggio, sarà lui a consolarti. Fidati di lui. Coraggio»”.

Ed è anche, ha detto Francesco, «la stessa parola che dice Gesù: “Coraggio”». Per esempio, la ripete a quegli uomini che volevano che il loro amico fosse guarito. Costoro, nonostante le difficoltà («Ma non si può entrare, Signore, tanta gente... come possiamo fare...»), «sono andati sul tetto e tegola dopo tegola, una dopo l’altra, hanno fatto il buco e l’hanno fatto scendere. In quel momento non hanno pensato: “Ma ci sono gli Scribi, ci sono i poliziotti, se ci prendono ci porteranno in galera...”. No, non hanno pensato questo. Soltanto volevano la guarigione, volevano che il Signore consolasse il loro amico e loro».

Per ribadire il concetto, il Pontefice ha ripreso le parole di Isaia: «Coraggio! Coraggio, non temete, irrobustite le mani fiacche”: le mani sono fiacche, irrobustitele, coraggio. “Rendete salde le ginocchia vacillanti”: coraggio, avanti, ci sono ginocchia vacillanti... sì, ma avanti, coraggio. “Dite agli smarriti di cuore — a quelli che hanno rancore, che vivono delle lamentele —: “Ecco il vostro Dio che viene a salvarvi”».

Quello della liturgia odierna, ha detto il Papa «è un messaggio tanto bello e tanto positivo: lasciarci consolare dal Signore». Anche se non è facile, «perché per lasciarsi consolare dal Signore» serve «spogliarsi dei nostri egoismi, di quelle cose che sono il proprio tesoro, sia l’amarezza, siano le lamentele, siano tante cose». Perciò, ha aggiunto, «ci farà bene oggi, ognuno di noi, fare un esame di coscienza: Com’è il mio cuore? Ho qualche amarezza lì? Ho qualche tristezza?», e domandarsi: «Com’è il mio linguaggio? È di lode a Dio, di bellezza o sempre di lamentele?». E poi «chiedere al Signore la grazia del coraggio, perché nel coraggio viene lui a consolarci».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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“Mangia come sai” di Andrea Segrè - Recensione di Aldo Pintor


Mangia come sai
di Andrea Segrè
Recensione di Aldo Pintor


Il triestino Andrea Segrè, docente di politica agraria e fondatore di Last Minut Market, una organizzazione che lavora per recuperare il cibo avanzato combattendo così gli sprechi alimentari nel nostro paese, ha dato alle stampe un breve saggio “Mangia come sai” (Emi Editore, pp. 94, € 9,50) che parla appunto del cibo. Con questa sua opera Segrè, da persona esperta e competente qual è, fa una breve ma intensa e articolata riflessione sul cibo come alimento e come risorsa, spaziando tra vari confini del sapere. In questo libro alle parole cibo vengono accostati ventisei aggettivi (qualche volta questi aggettivi sono doppi) che ci illustrano come le cose di cui ci cibiamo lasciano un'impronta marcata su tutta la nostra vita condizionandola non poco in quanto il cibo è ciò che può darci vita ma può anche distruggerci. Questa opera, che non sarebbe sbagliato chiamarla ricettario circa il buon uso del cibo, si apre con un capitolo dedicato al cibo stridente (ossia cibo sbagliato) e si conclude con un capitolo dedicato al cibo giusto, ossia col cibo che nutre e affratella gli uomini. 

E si termina con un decalogo minimo che va “dal forcone alla forchetta”. Ossia una guida per imparare a mangiare in modo etico. 

Senz'altro leggendo questo libro potremo essere aiutati a compiere quelle scelte alimentari che ci aiutano a non essere consumati dal cibo ma a fare degli alimenti un mezzo di comunicazione fra gli uomini. Infatti nutrirsi è principalmente un fatto culturale, che ci giova o ci nuoce. 

Oggi naturalmente l'azione del nutrirsi si svolge con numerose contraddizioni e Segrè ce le illustra tutte. Leggendole se ne capisce tutta la gravità non solo per quanto riguarda la salute ma soprattutto perché la produzione di certo cibo oltre che darci prodotti nocivi è deleteria in fatto di giustizia sociale e solidarietà perché avviene distruggendo l'ambiente e non rispettando i diritti dei popoli e dei lavoratori. 

Andrea Segrè non si lascia spaventare dall'enormità dei problemi che oggi interessano l'alimentazione e pertanto insiste con forza sul giusto utilizzo delle risorse umane sia individuali che collettive presenti in ogni comunità umana che meritano di essere valorizzate. Soprattutto oggi che viviamo in un mondo dove finalmente i contatti tra culture sono diventati ineludibili. Insomma leggere questo libro non solo aumenta le nostre conoscenze in fatto di cibo ma si cercano risposte agli eterni interrogativi dell'uomo su cui è giusto e ciò che è sbagliato. Interrogativo che quando siamo bambini nell'aurora dell'essere umano risolviamo appunto ricorrendo al senso del gusto. Insomma scegliere come e cosa mangiare non è indifferente ma mostra in che modo ci rapportiamo sia coi nostri fratelli in umanità che con tutto il creato. Tutto il cibo di cui ci nutriamo viene coltivato raccolto e preparato perché possa servire da nutrimento agli essere umani affinché abbiano una vita decente e degna di essere vissuta. Gli alimenti sono la base di tutto questo e sono guai quando vengono usati con sovrabbondanza da pochi che lasciano i loro fratelli nella fame. I profeti biblici questo ce lo ricordano in modo inequivocabile. Prendiamoci la briga di rileggerli e vedremo come quelle righe scritte oltre duemila anni fa risultano molto spesso attualissime anche oggi. Perché l'uomo non ha ancora imparato a condividere e non ha ancora capito che i beni sono per l'uomo e non l'uomo per i beni. La novella immortale di Verga la Roba è un altro chiaro esempio di questo assunto. Auspico a questo libretto di Segrè ampia diffusione e lettura. I rapporti tra gli uomini e il creato ne trarranno giovamento.




«L'Avvento è un tempo per riconoscere i vuoti da colmare nella nostra vita, per spianare le asperità dell’orgoglio e fare spazio a Gesù che viene.» Papa Francesco Angelus 10/12/2017 (testo e video)

ANGELUS
Piazza San Pietro
II Domenica di Avvento, 10 dicembre 2017

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Domenica scorsa abbiamo iniziato l’Avvento con l’invito a vigilare; oggi, seconda domenica di questo tempo di preparazione al Natale, la liturgia ce ne indica i contenuti propri: è un tempo per riconoscere i vuoti da colmare nella nostra vita, per spianare le asperità dell’orgoglio e fare spazio a Gesù che viene.

Il profeta Isaia si rivolge al popolo annunciando la fine dell’esilio in Babilonia e il ritorno a Gerusalemme. Egli profetizza: «Una voce grida: “Nel deserto preparate la via al Signore […]. Ogni valle sia innalzata”» (40,3). Le valli da innalzare rappresentano tutti i vuoti del nostro comportamento davanti a Dio, tutti i nostri peccati di omissione. Un vuoto nella nostra vita può essere il fatto che non preghiamo o preghiamo poco. L’Avvento è allora il momento favorevole per pregare con più intensità, per riservare alla vita spirituale il posto importante che le spetta. Un altro vuoto potrebbe essere la mancanza di carità verso il prossimo, soprattutto verso le persone più bisognose di aiuto non solo materiale, ma anche spirituale. Siamo chiamati ad essere più attenti alle necessità degli altri, più vicini. Come Giovanni Battista, in questo modo possiamo aprire strade di speranza nel deserto dei cuori aridi di tante persone.

«Ogni monte e ogni colle siano abbassati» (v. 4), esorta ancora Isaia. I monti e i colli che devono essere abbassati sono l’orgoglio, la superbia, la prepotenza. Dove c’è orgoglio, dove c’è prepotenza, dove c’è superbia non può entrare il Signore perché quel cuore è pieno di orgoglio, di prepotenza, di superbia. Per questo, dobbiamo abbassare questo orgoglio. Dobbiamo assumere atteggiamenti di mitezza e di umiltà, senza sgridare, ascoltare, parlare con mitezza e così preparare la venuta del nostro Salvatore, Lui che è mite e umile di cuore (cfr Mt 11,29). Poi ci viene chiesto di eliminare tutti gli ostacoli che mettiamo alla nostra unione con il Signore: «Il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore - dice Isaia - e tutti gli uomini insieme la vedranno» (Is 40,4-5). Queste azioni però vanno compiute con gioia, perché sono finalizzate alla preparazione dell’arrivo di Gesù. Quando attendiamo a casa la visita di una persona cara, predisponiamo tutto con cura e felicità. Allo stesso modo vogliamo predisporci per la venuta del Signore: attenderlo ogni giorno con sollecitudine, per essere colmati della sua grazia quando verrà.

Il Salvatore che aspettiamo è capace di trasformare la nostra vita con la sua grazia, con la forza dello Spirito Santo, con la forza dell’amore. Lo Spirito Santo, infatti, effonde nei nostri cuori l’amore di Dio, fonte inesauribile di purificazione, di vita nuova e di libertà. La Vergine Maria ha vissuto in pienezza questa realtà, lasciandosi “battezzare” dallo Spirito Santo che l’ha inondata della sua potenza. Ella, che ha preparato la venuta del Cristo con la totalità della sua esistenza, ci aiuti a seguire il suo esempio e guidi i nostri passi incontro al Signore che viene.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

oggi sarà conferito il Premio Nobel per la Pace alla Campagna Internazionale per abolire le armi nucleari. Tale riconoscimento avviene in coincidenza con la Giornata delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, e questo sottolinea il forte legame tra i diritti umani e il disarmo nucleare. Infatti, impegnarsi per la tutela della dignità di tutte le persone, in modo particolare di quelle più deboli e svantaggiate, significa anche lavorare con determinazione per costruire un mondo senza armi nucleari. Dio ci dona la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune: abbiamo la libertà, l’intelligenza e la capacità di guidare la tecnologia, di limitare il nostro potere, al servizio della pace e del vero progresso (cfr Lett. enc. Laudato si’, 78, 112, 202).

Dopodomani si svolgerà a Parigi il Vertice “Our Planet Summit”. A due anni dall’adozione dell’Accordo di Parigi sul clima, esso intende rinnovare l’impegno per la sua attuazione e consolidare una strategia condivisa per contrastare il preoccupante fenomeno del cambiamento climatico. Auspico vivamente che questo Vertice, così come le altre iniziative che vanno nella medesima direzione, favoriscano una chiara presa di coscienza sulla necessità di adottare decisioni realmente efficaci per contrastare i cambiamenti climatici e, nello stesso tempo, combattere la povertà e promuovere lo sviluppo umano integrale.

In questo contesto vorrei esprimere la mia vicinanza alle popolazioni indiane colpite dal ciclone Okhi, specialmente alle famiglie dei moltissimi pescatori dispersi; e anche alla popolazione dell’Albania, duramente provata da gravi inondazioni. 

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