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venerdì 20 gennaio 2017

Religiosità popolare - Preghiere in dialetto - Sicilia (dialetto galloitalico di San Fratello): La maia prijera (La mia preghiera)


La religiosità popolare di tutte le regioni italiane è ricca di preghiere dialettali, espressione di una cultura religiosa tramandata oralmente di generazione in generazione, per lo più dai nonni ai nipotini.
L'era moderna, purtroppo, tende a cancellare questo patrimonio, infatti le suddette preghiere permangono quasi esclusivamente nei ricordi delle persone più anziane. 

Nei giorni scorsi Padre Gregorio Battaglia, della Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto - ME - (che i nostri lettori sicuramente conoscono attraverso i post da noi pubblicati) ci chiedeva se fosse stato possibile  pubblicare una preghiera in dialetto siciliano ricordata da una persona anziana che sta attraversando un momento molto difficile, questa richiesta ci ha stimolati a promuovere nel periodo di Avvento la pubblicazione di questa forma di devozione appartenente al nostro patrimonio culturale estendendo l'invito ai nostri lettori di tutte le regioni italiane.

Ci farebbe molto piacere avere un riscontro positivo da parte dei nostri lettori, che pertanto invitiamo a inviare il loro contributo o con un messaggio privato in Facebook nella pagina "Quelli della Via" o scrivendo una email alla casella di posta di "Tempo Perso": 
tempo-perso@libero.it .
Vi chiediamo cortesemente di indicare, accanto alla versione dialettale, anche quella in lingua italiana e, nel caso ne foste a conoscenza, di corredarla di diversi particolari (ad esempio se veniva recitata in particolari periodi dell'anno o momenti della giornata, o se rivolta a qualche Santo per chiederne l'intercessione, o a qualunque altra informazione riteniate opportuno fornirci). 

Sarà nostra cura selezionare i suggerimenti, verificandone ovviamente i contenuti, e preparare i post ed anche uno Speciale, in continuo aggiornamento, in cui potere rintracciare con facilità tutte le preghiere.

Preghiere in dialetto

 Sicilia 


Il testo, il cui autore è un Professore di San Fratello (ME), Carmelo Lanfranco, è una preghiera, una vibrante invocazione a Dio, affinché lo aiuti nei momenti più dolorosi e tragici dell’esistenza, quando intorno a sé c’è soltanto un assordante silenzio, un deserto….
Il componimento è scritto in dialetto galloitalico, idioma secolare che si parla ancora oggi a San Fratello, nonostante abbia perso in parte la sua efficacia espressiva per la commistione con il dialetto siciliano e la lingua italiana.
A tal fine, un gruppo di studiosi del posto, mediante una ricerca appassionata ed accurata ed una raccolta di testi soprattutto poetici, cerca di recuperare le caratteristiche e le peculiarità linguistiche dell’idioma galloitalico, nella convinzione che i dialetti siano la più alta espressione delle tradizioni, della storia, della cultura e dell’identità di un popolo.

La maia prijera

Signarmiea grann e putant, 
(Mio Dio immenso e potente)
quann m'ameancu li farzi 
(quando mi mancano le forze)
chi zzierch e ni truov 
(che cerco e non trovo)
e nudd am o maun è capec di dermli 
(e nessun uomo al mondo è in grado di darmele)
vien Tu, l'Unich
(vieni Tu, l'Unico)
a surduverm cun quodda aira 
(a sollevarmi con quell'aiuto)
cusci tanta putant 
(così tanto potente)
chi si truova nta la Taua natura divina. 
(insito nella Tua natura divina.)
Quant a vauti Ti uò zzirchiea 
(Quante volte ti ho cercato)
e Ti uò truvea sampr, 
(e Ti ho trovato sempre,)
sampr prauntp'airerm,
(sempre pronto a soccorrermi,)
puru savann chi uò stat n fighj ta piccarau! 
(pur sapendo che sono stato un tuo figlio peccatore!)
Ti prumott,Signarmea,
(Ti prometto, Dio mio,)
chi n'arripiet cchjù i picchiei
(che non ripeterò gli errori)
chi fìrian u Ta cuor 
(che hanno trafitto il Tuo cuore)
cam li antiji lanci 
(come le antiche lance)
di surdei nimisg.
(dei soldati nemici.) 

Preghiera segnalata da M. Teresa Calandra, Milazzo (ME)


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IL CAMMINO DELL’APOSTOLO PAOLO VERSO LA PIENA MATURITÀ - I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2017

IL CAMMINO DELL’APOSTOLO PAOLO
VERSO LA PIENA MATURITÀ

I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 
2017

promossi dalla

Fraternità Carmelitana 
di Barcellona P.G. (ME) 







Dal 25 Gennaio al 22 Marzo 

Sala del Convento 

dalle h. 20.00 alle h. 21.00

Il silenzio e quella voglia di dimostrarsi solidali di mons. Bruno Forte

Il silenzio
e
quella voglia di dimostrarsi solidali

di mons. Bruno Forte
arcivescovo di Chieti-Vasto


Le scosse sono arrivate improvvise, nettamente percepibili, fra la mattina e il pomeriggio di mercoledì scorso: quattro di magnitudo superiore a 5 gradi. Le ho avvertite io stesso con non poca intensità nell' Episcopio di Chieti. Vari contatti mi hanno dato presto il quadro di una paura diffusa, ma anche - grazie a Dio - di danni relativamente pochi a persone e cose. 
Le scosse tuttavia non si sono fermate. Nelle primissime ore del mattino, l' ascolto della radio mi ha dato le prime notizie sulla tragedia che si era andata consumando poche ore prima non lontano da Chieti. Una valanga di enormi dimensioni ha travolto l'Hotel Rigopiano di Farindola, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso. I primi soccorritori si sono trovati davanti una scena drammatica: l'albergo era collassato, due sopravvissuti, che si erano salvati perché si trovavano fuori in auto, avevano bisogno di cure immediate. La colonna di veicoli diretta al luogo della tragedia era rimasta bloccata dalla neve a pochissimi chilometri dall'hotel. Un gruppo di Vigili del Fuoco si è calato con l'elicottero sul posto. La prima vittima è stata estratta dalla neve intorno alle 9,30 di giovedì mattina. Il bilancio finale di morti, feriti e dispersi è ancora incerto, destinato a salire. 
Ho avvertito, allora, un profondo bisogno di silenzio, di preghiera e di azione. Il bisogno di silenzio mi è sembrato una naturale reazione a quello che in tragedie così grandi ognuno, specialmente chi crede, sperimenta come il silenzio di Dio: alle domande "perché lo hai permesso? perché non hai fermato la violenza della natura e risparmiato il dolore innocente?" non c' è risposta. Non c' è stata neanche quando a porre la domanda fu il Figlio, inchiodato sulle braccia di una croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34). L'originale greco del testo aiuta a capire meglio la domanda stessa del Crocifisso: quel "perché?" tradotto alla lettera suona piuttosto come un "a quale scopo?", e rivela una singolare corrispondenza con un'altra espressione posta dagli Evangelisti sulle labbra di Gesù in Croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». In tutte e due le frasi ritorna la medesima preposizione di moto a luogo, "eis": come se l' interrogativo sullo scopo si congiungesse a un affidamento totale, a un abbandono senza condizioni. Lo scopo è nascosto nel cuore di un Dio fedele all'uomo nell'amore! 
Davanti al silenzio divino nell'ora del dolore incomprensibile la risposta della fede non è un argomentare astratto e presuntuoso, ma un atto di abbandono umile, di resa all'incomprensibile, di affidamento al mistero. Perciò, in chi crede il silenzio del cuore davanti al silenzio di Dio sfocia nella preghiera: è come un'urgenza, un impulso dell'anima ad affidare all'Eterno chi nel tempo è stato così duramente colpito, chi - come le persone nell'albergo di Farindola - da ore desiderate di riposo e recupero fisico e mentale in un'area di singolare bellezza è passato al silenzio della morte, coperto dal gelo delle nevi e dalla violenza della natura, che ha travolto ogni cosa. 
Uno scrittore francese, il gesuita François Varillon, si chiedeva nel suo libro "La sofferenza di Dio": "Uccelli che noi colpiamo nell'attimo puro della vostra forza, dove andate a cadere?". E rispondeva dicendo che si sarebbe rallegrato se qualcuno, "coniugando lo spirito d' infanzia all'intelligenza del simbolo, avesse suggerito che Dio cerca questi uccelli, li trova e tristemente li accarezza" (La souffrance de Dieu, Paris 1975, 20). 
La preghiera si rivolge a questo Dio di tenerezza e di compassione: proprio così essa invoca al tempo stesso il riposo dei morti fra le braccia del Signore e l'impegno dei vivi a non arrendersi di fronte alla distruzione e alla morte. 
Ed è qui che si pone la terza reazione provata di fronte alle tragiche notizie della distruzione dell'Hotel Rigopiano: occorre reagire uniti e andare avanti. Se ci fossero responsabilità umane in quanto è accaduto, esse andranno accertate e punite. Occorre però anche una risposta corale a questa natura violenta che sta sferzando l'Italia: più che mai c'è bisogno di restare uniti, di sviluppare la solidarietà, di volersi tutti partecipi di una rinascita. La gente dei paesi colpiti, la nostra gente ferita dal terremoto, non deve sentirsi sola: è qui che la parola "nazione" assume il suo senso più alto. Occorre nascere e rinascere insieme, sempre di nuovo, specialmente nel tempo delle prove e delle ferite inferte alla vita laboriosa e serena di tanti dalle forze immani e a volte crudeli della natura. 
Per rispetto dei morti e per amore dei vivi, è necessario essere e volersi solidali: a nessuno è lecito girare la faccia e pensarsi estraneo al dolore altrui. Ognuno, per quello che può, è chiamato a farsi protagonista con gli altri della vita che continua, del futuro che va preparato per i nostri ragazzi, del presente che esige prossimità e condivisione con le famiglie ferite e gli adulti provati, della vicinanza a chi è gravato dal peso degli anni e più facilmente potrebbe cedere alla tentazione della disperazione e della rinuncia. Il silenzio di Dio diventa allora parola impegnativa per ogni coscienza vigile e attenta: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40). È questa la vera, indilazionabile urgenza dell'ora che stiamo vivendo.
(articolo pubblicato dal Sole24Ore - fonte: Il Sismografo)


«Che il Signore ci faccia capire il legame fra preghiera e speranza. » Papa Francesco Udienza Generale 18/01/2017 (foto, testo e video)


 UDIENZA GENERALE 
 18 gennaio 2017 

Ha il nome di un fiore, il “nontiscordardime”, l’iniziativa promossa da Vicariato di Roma, ospedale pediatrico Bambino Gesù e Cooperativa operatori sanitari associati (Osa) in collaborazione con l’Università cattolica del Sacro Cuore. Si tratta di due camper che si occupano di portare informazione, prevenzione e cura ai bambini e agli anziani nelle periferie romane. Papa Francesco le ha benedette — alla presenza dell’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato — prima dell’udienza generale di mercoledì 18, nel cortile alle spalle dell’aula Paolo VI.
L’unità mobile - come riporta l'Osservatore Romano - per gli anziani entrerà in servizio effettivo il 28 gennaio, nella parrocchia di San Filippo Neri alla Pineta Sacchetti, ed è stata donata dal Papa grazie ai fondi dell’obolo di San Pietro. L’altra unità, alla quale il Pontefice ha in parte contribuito, è già in servizio dall'anno scorso e ha assistito fino a oggi 983 bambini. Come spiega la dottoressa Rosaria Giampaolo, responsabile del dipartimento pediatrico dell’ospedale Bambino Gesù, il camper ha già visitato circa diecimila ragazzi delle parrocchie romane delle zone della Tiburtina, Borghesiana, Casilina e Castel Romano.

Il Papa è quindi arrivato in Aula Paolo VI poco prima delle 9.40. Ad attenderlo una folla festosa di migliaia di persone, per nulla scoraggiati dalla lunga attesa al freddo dal lato dell’ex Sant’Uffizio prima di entrare. Francesco è stato benevolmente “strattonato” da un lato all’altro delle transenne, mentre percorreva a piedi il corridoio centrale dell’aula. Tra le soste più significative, quella per benedire, imponendo le mani, la pancia di una giovane donna in attesa, che ha ricambiato con un ampio sorriso la tenerezza del gesto e il dono di due rose bianche. Più volte con i fedeli il Papa ha praticato il “gioco” dello scambio dello zucchetto, divenuto ormai abituale nelle udienze. Moltissimi i bambini, i ragazzi e i giovani presenti oggi, ognuno di loro con un dono singolare: i più piccoli hanno regalato al Papa i loro abituali compagni di gioco, come un cavalluccio di plastica, i più grandi gli hanno consegnato messaggi o libri. Anche le coppie di sposi freschi di nozze si sono avvicinati a Francesco per ricevere la sua benedizione.








Guarda il video del saluto ai fedeli

La Speranza cristiana - 7. Giona: speranza e preghiera

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Nella Sacra Scrittura, tra i profeti di Israele, spicca una figura un po’ anomala, un profeta che tenta di sottrarsi alla chiamata del Signore rifiutando di mettersi al servizio del piano divino di salvezza. Si tratta del profeta Giona, di cui si narra la storia in un piccolo libretto di soli quattro capitoli, una sorta di parabola portatrice di un grande insegnamento, quello della misericordia di Dio che perdona.

Giona è un profeta “in uscita” ed anche un profeta in fuga! E’ un profeta in uscita che Dio invia “in periferia”, a Ninive, per convertire gli abitanti di quella grande città. Ma Ninive, per un israelita come Giona, rappresentava una realtà minacciosa, il nemico che metteva in pericolo la stessa Gerusalemme, e dunque da distruggere, non certo da salvare. Perciò, quando Dio manda Giona a predicare in quella città, il profeta, che conosce la bontà del Signore e il suo desiderio di perdonare, cerca di sottrarsi al suo compito e fugge.

Durante la sua fuga, il profeta entra in contatto con dei pagani, i marinai della nave su cui si era imbarcato per allontanarsi da Dio e dalla sua missione. E fugge lontano, perché Ninive era nella zona dell’Iraq e lui fugge in Spagna, fugge sul serio. Ed è proprio il comportamento di questi uomini pagani, come poi sarà quello degli abitanti di Ninive, che ci permette oggi di riflettere un poco sulla speranza che, davanti al pericolo e alla morte, si esprime in preghiera.

Infatti, durante la traversata in mare, scoppia una tremenda tempesta, e Giona scende nella stiva della nave e si abbandona al sonno. I marinai invece, vedendosi perduti, «invocarono ciascuno il proprio dio»: erano pagani (Gn 1,5). Il capitano della nave sveglia Giona dicendogli: «Che cosa fai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo» (Gn 1,6).

La reazione di questi “pagani” è la giusta reazione davanti alla morte, davanti al pericolo; perché è allora che l’uomo fa completa esperienza della propria fragilità e del proprio bisogno di salvezza. L’istintivo orrore del morire svela la necessità di sperare nel Dio della vita. «Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo»: sono le parole della speranza che diventa preghiera, quella supplica colma di angoscia che sale alle labbra dell’uomo davanti a un imminente pericolo di morte.

Troppo facilmente noi disdegniamo il rivolgerci a Dio nel bisogno come se fosse solo una preghiera interessata, e perciò imperfetta. Ma Dio conosce la nostra debolezza, sa che ci ricordiamo di Lui per chiedere aiuto, e con il sorriso indulgente di un padre, Dio risponde benevolmente.

Quando Giona, riconoscendo le proprie responsabilità, si fa gettare in mare per salvare i suoi compagni di viaggio, la tempesta si placa. La morte incombente ha portato quegli uomini pagani alla preghiera, ha fatto sì che il profeta, nonostante tutto, vivesse la propria vocazione al servizio degli altri accettando di sacrificarsi per loro, e ora conduce i sopravvissuti al riconoscimento del vero Signore e alla lode. I marinai, che avevano pregato in preda alla paura rivolgendosi ai loro dèi, ora, con sincero timore del Signore, riconoscono il vero Dio e offrono sacrifici e sciolgono voti. La speranza, che li aveva indotti a pregare per non morire, si rivela ancora più potente e opera una realtà che va anche al di là di quanto essi speravano: non solo non periscono nella tempesta, ma si aprono al riconoscimento del vero e unico Signore del cielo e della terra.

Successivamente, anche gli abitanti di Ninive, davanti alla prospettiva di essere distrutti, pregheranno, spinti dalla speranza nel perdono di Dio. Faranno penitenza, invocheranno il Signore e si convertiranno a Lui, a cominciare dal re, che, come il capitano della nave, dà voce alla speranza dicendo: «Chi sa che Dio non cambi, […] e noi non abbiamo a perire!» (Gn 3,9). Anche per loro, come per l’equipaggio nella tempesta, aver affrontato la morte ed esserne usciti salvi li ha portati alla verità. Così, sotto la misericordia divina, e ancor più alla luce del mistero pasquale, la morte può diventare, come è stato per san Francesco d’Assisi, “nostra sorella morte” e rappresentare, per ogni uomo e per ciascuno di noi, la sorprendente occasione di conoscere la speranza e di incontrare il Signore. Che il Signore ci faccia capire questo legame fra preghiera e speranza. La preghiera ti porta avanti nella speranza e quando le cose diventano buie, occorre più preghiera! E ci sarà più speranza. Grazie.
Guarda il video della catechesi
Saluti:
...

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. ... A tutti formulo l’auspicio che la visita alla Città Eterna stimoli ciascuno ad approfondire la Parola di Dio per poter riconoscere in Gesù il Salvatore.

Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Oggi inizia la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che quest’anno ci fa riflettere sull’amore di Cristo che spinge alla riconciliazione. Cari giovani, pregate affinché tutti i cristiani tornino ad essere un’unica famiglia; cari ammalati, offrite le vostre sofferenze per la causa dell’unità della Chiesa; e voi, cari sposi novelli, fate esperienza dell’amore gratuito come è quello di Dio per l’umanità.

Guarda il video integrale

Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio 2017 - LETTURE BIBLICHE E COMMENTO TERZO GIORNO



Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 
18-25 gennaio 2017 

L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione 
(2 Cor 5,14-20)

LETTURE BIBLICHE E COMMENTO 
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA



III GIORNO

Non considerare più nessuno con i criteri di questo mondo 
(2 Cor 5, 16)
1 Samuele 16, 1.6-7Il Signore non guarda l’apparenza, ma il cuore
Salmo 19 [18], 8-14Gli ordini del Signore sono chiari: aprono gli occhi
Atti 9, 1-19 Saulo diviene Paolo
Matteo 5, 1-12Le beatitudini

Commento

Incontrare Cristo rimette tutto in discussione. Paolo ebbe quell’esperienza sulla strada verso Damasco. Per la prima volta poté vedere Gesù per chi era realmente: il salvatore del mondo. Il suo punto di vista cambiò totalmente. Egli dovette lasciare da parte il suo giudizio personale.
Incontrare Cristo cambia anche la nostra prospettiva. Nondimeno, noi spesso ci attardiamo nel passato e giudichiamo secondo parametri umani. Rivendichiamo o facciamo cose “nel nome del Signore” che in realtà sono a nostro vantaggio. Nel corso della storia, in Germania e in molti altri paesi, tanto i governanti quanto le chiese stesse hanno abusato del loro potere e della loro influenza per conseguire obiettivi politici ingiusti.
Trasformati dall’incontro con Cristo, nel 1741, i cristiani della Chiesa morava (Herrnhuter) risposero all’invito a non giudicare nessuno secondo il punto di vista umano, ma a “sottoporre alla regola di Cristo”. Nel sottoporre noi stessi alla regola di Cristo oggi siamo chiamati a vedere gli altri come li vede Dio, senza sfiducia o pessimismo. 

Domande per la riflessione personale
  • Dove posso identificare l’“esperienza Damasco” nella mia vita?
  • Che cosa cambia quando vediamo gli altri cristiani o le persone di altra fede come le vede Dio?
Preghiera


O Dio Trino, Tu sei l’origine e la meta di tutte le creature viventi.

Perdonaci quando pensiamo solo a noi stessi
e siamo accecati dai nostri parametri.
Apri il nostro cuore e i nostri occhi.
Insegnaci ad essere amorevoli, accoglienti e grati
cosicché possiamo crescere nell’unità che è un tuo dono.
A te l’onore e la lode, ora e per sempre. Amen.


«Una vita cristiana senza tentazioni non è cristiana... Io credo che la mia vita commuova il cuore di Gesù? » - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
19 gennaio 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
Lotta quotidiana”

Il cuore di ogni cristiano è teatro di una «lotta». Ogni volta che il Padre «ci attira» verso Gesù, c’è «qualcun altro che ci fa la guerra». Lo ha sottolineato Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì 19 gennaio, durante la quale, commentando il vangelo del giorno (Marco, 3, 7-12) si è soffermato sulle ragioni che spingono l’uomo a seguire Gesù. E ad analizzare come questa sequela non sia mai priva di difficoltà, anzi se non si combattesse ogni giorno con una serie di «tentazioni», si rischierebbe una religiosità formale e ideologica.

Nel passo evangelico, ha notato il Pontefice, per ben tre volte «si dice la parola “folla”: lo seguì molta folla da tutte le parti; una grande folla; e la folla si gettava su di lui, per toccarlo». Una folla «calda di entusiasmo, che seguiva Gesù con calore e veniva da tutte le parti: da Tiro e Sidone, dall’Idumea e dalla Transgiordania». In tanti «facevano questo cammino a piedi per trovare il Signore». E di fronte a tale insistenza viene da chiedersi: «Perché veniva questa folla? Perché questo entusiasmo? Di cosa aveva bisogno?». Le motivazioni suggerite da Francesco possono essere molteplici. «Lo stesso Vangelo ci dice che c’erano ammalati che cercavano di guarire» ma c’erano anche molti che erano giunti «per ascoltarlo». Del resto «a questa gente piaceva sentire Gesù, perché parlava non come i loro dottori, ma parlava con autorità. Questo toccava il cuore». Di sicuro, ha sottolineato il Papa, «era una folla di gente che veniva spontaneamente: non la portavano nei bus, come abbiamo visto tante volte quando si organizzano manifestazioni e tanti devono andare lì per “verificare” la presenza, per non perdere poi il posto di lavoro».

Quindi questa gente «andava perché sentiva qualcosa». Ed erano talmente numerosi «che Gesù ha dovuto chiedere una barca e andare un po’ lontano dalla riva, perché questa gente non lo schiacciasse». Ma il vero motivo, quello profondo, quale era? Secondo il Pontefice «Gesù stesso nel Vangelo spiega» questa sorta di «fenomeno sociale» e dice: «Nessuno può venire da me se non lo attira il Padre». Infatti, ha chiarito Francesco, se è vero che questa folla andava da Gesù perché «aveva bisogno» o perché «alcuni erano curiosi» il vero motivo si ritrova nel fatto che «questa folla la attirava il Padre: era il Padre che attirava la gente a Gesù». E Cristo «non rimaneva indifferente, come un maestro statico che diceva le sue parole e poi si lavava le mani. No! Questa folla toccava il cuore di Gesù». Proprio nel vangelo si legge che «Gesù era commosso, perché vedeva questa gente come pecore senza pastore».

Quindi, ha spiegato il Pontefice, «il Padre, tramite lo Spirito Santo, attira la gente a Gesù». È inutile andare a cercare «tutte le argomentazioni». Ogni motivo può essere «necessario» ma «non è sufficiente per far muovere un dito. Tu non puoi muovere» fare «un passo solo con gli argomenti apologetici». Ciò che è davvero necessario e decisivo invece è «che sia il Padre a tirarti a Gesù».

Lo spunto decisivo per la riflessione del Pontefice è giunto quando ha preso in esame le ultime righe del breve stralcio evangelico proposto dalla liturgia: «È curioso» — ha notato — che in questo passo mentre si parla «di Gesù, si parla della folla, dell’entusiasmo, anche con quanto amore con cui Gesù li riceveva e li guariva» si trovi un finale un po’ insolito. È scritto infatti: «Gli spiriti impuri quando lo vedevano cadevano ai suoi piedi e gridavano ‘Tu sei il Figlio di Dio!”».

Ma proprio questa — ha detto il Papa — «è la verità; questa è la realtà che ognuno di noi sente quando si avvicina Gesù» e cioè che «gli spiriti impuri cercano di impedirlo, ci fanno la guerra».

Qualcuno potrebbe obbiettare: «Ma, padre, io sono molto cattolico; io vado sempre a messa... Ma mai, mai ho queste tentazioni. Grazie a Dio!». E invece no. La risposta è: «No! Prega, perché sei su una strada sbagliata!» poiché «una vita cristiana senza tentazioni non è cristiana: è ideologica, è gnostica, ma non è cristiana». Succede infatti che «quando il Padre attira la gente a Gesù, c’è un altro che attira in modo contrario e ti fa la guerra dentro!». Non a caso san Paolo «parla della vita cristiana come di una lotta: una lotta di tutti i giorni. Per vincere, per distruggere l’impero di satana, l’impero del male». Ed proprio per questo, ha aggiunto il Papa, che «è venuto Gesù, per distruggere satana! Per distruggere il suo influsso sui nostri cuori».

Con questa notazione finale nel brano evangelico si sottolinea l’essenziale: «sembra che, in questa scena», spariscano «sia Gesù, sia la folla e soltanto restino il Padre e gli spiriti impuri, cioè lo spirito del male. Il Padre che attira la gente a Gesù e lo spirito del male che cerca di distruggere, sempre!».

Capiamo così — ha concluso il Pontefice — che «la vita cristiana è una lotta» nella quale «o tu ti lasci attirare da Gesù, per mezzo del Padre, o puoi dire “Io rimango tranquillo, in pace”... Ma nelle mani di questa gente, di questi spiriti impuri». Però «se tu vuoi andare avanti devi lottare! Sentire il cuore che lotta, perché Gesù vinca».

Perciò, è la conclusione, ogni cristiano deve fare questo esame di coscienza e chiedersi: «Io sento questa lotta nel mio cuore?». Questo conflitto «fra la comodità o il servizio agli altri, fra divertirmi un po’ o fare preghiera e adorare il Padre, fra una cosa e l’altra?». Sento «la voglia di fare il bene» o c’è «qualcosa che mi ferma, mi torna ascetico?». E ancora: «Io credo che la mia vita commuova il cuore di Gesù? Se io non credo questo, — ha ammonito il Papa — devo pregare tanto per crederlo, perché mi sia data questa grazia».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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giovedì 19 gennaio 2017

In quale modo ognuno di noi vive la gioia?


LA COSPIRAZIONE DI DIO

di José Tolentino Mendonça


In quale modo ognuno di noi vive la gioia? 
È, questa, una domanda fondamentale anche per la fede. 
Come vivo, io, la gioia? 
A volte ci muoviamo intristiti, su una sorta di terra di nessuno, rabbuiati, con il peso di mille crepuscoli nello sguardo, schiacciati da una solitudine che sembra non poter essere redenta da nessuno. 
Che ne è della nostra gioia? Dov'è questa gioia che Dio continuamente riversa dentro di noi? 
È un vangelo necessario, ma difficile, quello della gioia. Sentiamo che essa ci sfugge. La intuiamo precaria, incompleta, improbabile, imperfetta. E spesso non si trova là dove noi la cerchiamo. Ora, poiché la gioia è un dono, è anche una conquista. Essendo un'esperienza di pura grazia, è al tempo stesso un'incombenza, in cui siamo chiamati a investire sforzo e impegno. 
In alcuni, rari momenti, è come se, dentro di noi e attorno, tutto si coniugasse perché brilli nitida una trasparenza, si amplifichi una luce e tutto profumi come un fiore. 
Ma la normalità non è questa. 
Se riduciamo la gioia unicamente a questo stato di grazia, solo sporadicamente assaporeremo il calice della gioia. È davvero bello il movimento quasi grafico delle parole di Gesù nel Vangelo: «Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). 
Dio cospira per la nostra gioia.
(fonte: Avvenire)


CANONICA A "LUCI ROSSE" - Anche noi, Chiesa di Padova, vogliamo onestà e coerenza, soprattutto al nostro interno. A questo educhiamo ed è questo che crediamo e che cerchiamo con tutte le nostre forze, da sempre.

CANONICA A "LUCI ROSSE"
La vicenda dell'ex parroco della comunità di San Lazzaro, a Padova, indagato per violenza privata e favoreggiamento della prostituzione.

Orge in canonica,  giochi erotici, video hard amatoriali che riprenderebbero gli incontri a luci rosse all’ombra del campanile, un’amante violentata e costretta a prostituirsi con altri uomini. Insomma, un’inconfessabile, turpe doppia vita, a due passi dalla sacrestia, nella comunità di San Lazzaro a Padova ...
Leggi tutto:

Anche noi, Chiesa di Padova, vogliamo onestà e coerenza, 
soprattutto al nostro interno. 
A questo educhiamo ed è questo che crediamo e
che cerchiamo con tutte le nostre forze, da sempre.
Claudio Cipolla, vescovo di Padova

Il vescovo scrive 
alle comunità cristiane 
della Chiesa di Padova

19 gennaio 2017

Sento il bisogno di farmi presente in questo momento di sofferenza della nostra Diocesi, sofferenza per me, per i preti, i diaconi, le persone consacrate, ma anche per tutte le nostre comunità. Immagino quanto siano provate, confuse, scandalizzate da vicende collegabili con la nostra Chiesa. Non è la prima volta che viene messa a prova la fede di tanti di noi.

Anche a me stesso ricordo che ogni Cristiano, ogni credente resta un uomo, che ogni giorno deve rinnovare, proprio per la sua fragilità di creatura, la sua alleanza con il Signore e la sua comunione con lui e con la comunità. Il male esiste anche nelle chiese come nei singoli credenti. Spero che queste esperienze non facciano ritenere inutile il nostro impegno per il bene, per la purezza, per l’onestà e per tutte le altre virtù umane che noi cristiani riteniamo necessarie per raccontare la nostra fede. Non cambiamo la strada indicata dal Vangelo e insieme continuiamo a lottare per il bene, nonostante tutto!

Anzi, sento ancora più urgente e necessario crescere nella Fede proprio a causa di queste “pesanti situazioni”, sento ancora più forte la chiamata a costruire la mia vita su Gesù e il suo Vangelo come su una roccia, l’unica sicura e so che sempre più tenacemente devo aggrapparmi a Lui, anche quando i miei compagni, quelli su cui contavo, tradiscono l’impegno preso insieme. Ne abbiamo attraversate altre di situazioni gravi e ogni volta sappiamo che dobbiamo tornare all’origine della nostra fede per trovare forza. Sappiamo anche che Dio sarà sempre fedele.

Adesso sono nella circostanza di dover cercare forza spirituale non solo per me stesso, ma anche per i miei fratelli nel presbiterato e nel diaconato e so che con loro siamo chiamati a sostenere voi carissimi fratelli e sorelle, voi che giustamente vi aspettate sostegno e aiuto dal nostro servizio. Altro non possiamo fare che inginocchiarci insieme e invocare aiuto e misericordia dal Signore. Sempre di più. Sapendo che nessuno è arrivato alla meta e che vive nel continuo pericolo di passare da santificatore a tentatore, da servo del bene a servo del male.

Vi ho raggiunto per chiedere una preghiera più intensa per la nostra Chiesa, per i suoi preti e diaconi, per le nostre famiglie, e anche per me: che il Signore ci soccorra e ci doni la sua pace.

Mi hanno fatto bene in queste settimane le preghiere, la vicinanza e la solidarietà di tanti fratelli e sorelle, soprattutto di tanti amici preti e vescovi. Mentre i nostri giornali si gloriano di aver bucato lo schermo a livello internazionale, io mi vergogno – non solo come uomo di Chiesa – perché abbiamo guadagnato solamente la commiserazione di molti, l’ironia e la beffa di molti altri. Non tutti stanno capendo che è una ferita dolorosa per la nostra Chiesa e per la nostra società padovana.

Questi fatti gettano un’ombra tenebrosa soprattutto sulla nostra Chiesa: forse è per questo che mi vergogno e vorrei chiedere io stesso perdono per quelli che, nostri amici, hanno attentato alla credibilità del nostro predicare. In questo campo anche se penalmente non ci fosse rilevanza, canonicamente, cioè secondo le regole che come Chiesa ci siamo dati, siamo in dovere di prendere provvedimenti disciplinari perché non possiamo accettare fraintendimenti.

Ma non dobbiamo dimenticare che la nostra Chiesa splende per storie e persone sante, sia nel passato sia nel presente. Non merita di essere ridotta solo a tutti gli errori e peccati commessi nella sua recente storia, come se si trattasse di una storia di malefatte, né è giusto presentarla così ai nostri giovani, ai nostri ospiti, alle nostre famiglie. Io sono arrivato da poco qui ma di fronte alla mia Chiesa patavina so di dovermi togliere i calzari… perché è terra santa! Questo male, che fa tanto rumore, non mi impedisce di ricordare e di vedere i tanti preti e diaconi che hanno sacrificato la vita nella coerenza, con umiltà e fedeltà, il bene che tanti uomini e donne stanno vivendo nella discrezione e fuori dai riflettori, a Padova, in Italia, all’estero… la nostra è terra santa! In essa vive il Signore! Chiedo rispetto, in questo momento di dolore, per il bene che ha compiuto, per l’amore manifesto per ammalati, anziani, portatori di handicap, poveri… per le opere di giustizia, di carità, di cultura ed educative per le quali si è sempre spesa, come oggi.

Anche noi, Chiesa di Padova, vogliamo onestà e coerenza, soprattutto al nostro interno. A questo educhiamo ed è questo che crediamo e che cerchiamo con tutte le nostre forze, da sempre.

Sia benedetto quindi anche chi ci aiuta a togliere il male anche quando si infiltra così prepotentemente tra noi
+ Claudio Cipolla, vescovo di Padova

"Il peccato «organizzato» diventa menzogna.
 Chiediamo perdono"
don Maurizio Patriciello

...Noi preti italiani, col volto rosso dalla vergogna, chiediamo perdono alla sua parrocchia, a chi ha creduto in lui, alle persone trascinate in questa storia penosissima e surreale. Siamo addolorati oltre ogni dire. Ma che cosa può essere mai accaduto? Il cuore dell’uomo è un guazzabuglio, un abisso, un mistero. È proprio vero. E quando Dio, il solo capace di riempirlo e consolarlo, viene accantonato, trascurato, può precipitare nel buio più profondo.

Questi peccati, pensati, voluti, organizzati non possono rimanere in piedi da soli. Necessitano di essere sostenuti da apposite stampelle. Hanno bisogno della complicità della menzogna, del denaro, del cinismo, di altri uomini e donne. E si scende sempre più giù, sempre più giù. Fino a perdere il ben dell’ intelletto.

« Quando Dio non può far di noi degli umili fa di noi degli umiliati» scriveva Julien Green. Ed è così. Oggi l’ ex prete dice di essere un uomo distrutto. Ci credo. Chi avrebbe dovuto risanare i cuori addolorati si è ritrovato ad affliggerli di più. Chi doveva ravvivare la fiamma smorta l’ ha spenta del tutto. A tutti coloro che si sentono smarriti per la condotta dell’ex parroco, chiediamo perdono.

Davvero. Lo facciamo con le lacrime agli occhi e l’ angoscia nel cuore. Al Signore chiediamo la grazia che nessuno, a causa di questa storia, smarrisca la fede. « È inevitabile che avvengono scandali » disse Gesù. Ma aggiunse: « Ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo» Preghiamo. Preghiamo perché non accada più che nella Chiesa santa di Dio, giovani che non furono chiamati al sacerdozio riescano a ingannare i confratelli e i superiori e ritrovarsi a profanare i Sacramenti e il popolo che Dio si è acquistato col sangue della croce."
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Chiediamo perdono


“CAMMINIAMO, FAMIGLIE, CONTINUIAMO A CAMMINARE!” ITINERARIO DI FORMAZIONE PER LA VITA CRISTIANA Anno 2017 del Vicariato di Barcellona P.G.

“CAMMINIAMO, FAMIGLIE, 
CONTINUIAMO A CAMMINARE!”
(Papa Francesco, Amoris Laetitia, n. 325)



ITINERARIO DI FORMAZIONE 
PER LA VITA CRISTIANA 

Anno 2017

promosso dal 
VICARIATO DI “SAN SEBASTIANO” 
BARCELLONA P.G. (ME)






I LUNEDÌ  DAL 23 GENNAIO  AL 6 MARZO 
SALONE PARROCCHIALE BASILICA S. SEBASTIANO - 
BARCELLONA P.G. h. 19.30-21.00 


"Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare! Quello che ci viene promesso è sempre di più. Non perdiamo la speranza a causa dei nostri limiti, ma neppure rinunciamo a cercare la pienezza di amore e di comunione che ci è stata promessa. " (Papa Francesco)

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- la locandina  (pdf)


Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio 2017 - LETTURE BIBLICHE E COMMENTO SECONDO GIORNO


Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 
18-25 gennaio 2017 

L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione 
(2 Cor 5,14-20)

LETTURE BIBLICHE E COMMENTO 
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA



II GIORNO

Vivere non più per se stessi (2 Cor 5, 15)
Michea 6, 6-8Il Signore ha insegnato agli uomini quel che è bene
Salmo 25 [24], 1-5Fammi conoscere le tue vie, Signore mio salvatore
1 Giovanni 4, 19-21Noi amiamo Dio, perché Egli per primo ci ha mostrato il suo amore
Matteo 16, 24-26Chi è pronto a sacrificare la propria vita per me la ritroverà

Commento


Mediante la morte e resurrezione di Gesù Cristo, siamo stati liberati dalla necessità di crearci da soli il nostro significato e dal vivere confidando soltanto sulle nostre forze. Viviamo, invece, nella potenza vivificatrice di Cristo, che è vissuto, morto e risorto per noi. Quando “perdiamo” la nostra vita per amor suo, la guadagniamo.
I profeti hanno dovuto costantemente affrontare la questione del modo giusto di vivere davanti a Dio. Il profeta Michea trovò una risposta chiara a questa domanda: “praticare la giustizia, ricercare la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio”. L’autore del Salmo 25 sa che noi non possiamo fare questo da soli, e chiede a Dio guida e forza.
Negli ultimi anni, l’isolamento sociale e la crescente solitudine sono diventate questioni di primaria importanza in Germania, come in molti altri contesti sociali contemporanei. I cristiani sono chiamati a sviluppare nuove forme di vita comunitarie in cui condividere il senso del vivere con gli altri e ad alimentare la collaborazione intergenerazionale. L’invito del vangelo a vivere non per noi stessi ma per Cristo è anche un invito a raggiungere gli altri e ad infrangere le barriere dell’isolamento.


Domande per la riflessione personale
  • In quale modo la nostra cultura ci sollecita a vivere solo per noi stessi piuttosto che per gli altri?
  • In quali modi possiamo vivere per gli altri, nel nostro quotidiano?
  • Quali sono le implicazioni ecumeniche dell’invito a non vivere più solo per noi stessi?

Preghiera

O Dio nostro Padre,
in Gesù Cristo ci hai liberati per una vita che va oltre noi stessi.
Guidaci con il tuo Spirito
e aiutaci ad orientare le nostre vite come sorelle e fratelli in Cristo,
che ha vissuto, sofferto, è morto e risorto per noi,
e che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.                  




LA LIBERTÀ, FINALMENTE: DIARIO DI UN ERGASTOLANO


Per 25 anni ha vissuto dietro le sbarre. Il toccante racconto della prima volta fuori dal carcere, in semilibertà, per andare a fare il volontario in una casa d'accoglienza della Comunità Papa Giovanni XXIII


Cosa prova un “uomo-ombra”, dopo un quarto di secolo passato dietro le sbarre, nel rivedere il mondo? Che gusto ha la libertà per chi non ne ricordava più il sapore? Come si vive “fuori”, dopo decenni da recluso “dentro”? Come ri-scorre il tempo, dopo che s’era fermato al “fine pena mai”?

Dopo 25 anni di carcere, il Tribunale di Sorveglianza ha concesso all’ergastolano Carmelo Musumeci il beneficio della semilibertà. Ora, durante il giorno, presterà la sua opera di volontario presso una struttura della comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, al servizio di persone portatrici d’handicap. E alla sera rientrerà in cella. Ecco la sua commossa testimonianza nella pagina del diario che racconta le prime ore da “semilibero”.

Una pagina che provoca ancora una volta la domanda: la pena dell’ergastolo, quella che papa Francesco definisce la “pena di morte mascherata”, ha un senso?

*****

«Mi trovo nel “reparto semiliberi” del carcere di Perugia in attesa che mi preparino il programma di trattamento. Poi inizierò ad uscire al mattino e rientrerò in carcere alla sera. Sono stato assegnato in cella con un compagno che è in regime di articolo 21 O.P. (lavoro esterno).

La stanza è confortevole. Ci sono le sbarre, ma non assomiglia proprio alle celle dove sono stato rinchiuso finora, per un quarto di secolo. La struttura è fuori dal muro di cinta e dalla finestra vedo in lontananza passare le macchine, scorgo gli alberi e i prati. I miei occhi guardano in tutte le direzioni e non mi stanco mai di guardare il nuovo mondo che mi circonda. Ce l’ho fatta. Sono libero, almeno fino a questa sera.

Fuori dal carcere alzo la testa. Un vento freddo mi accarezza il viso. Il cuore mi batte all’impazzata e la testa mi scoppia di felicità. Assaporo l’odore della libertà, almeno fino a questa sera.

È sera. Sono di nuovo dentro, ma il mio cuore è rimasto fuori. Spero di ritrovarlo domani mattina quando uscirò per una nuova giornata. Sto imparando di nuovo a vivere. Sono riuscito a entrare in un bar, a ordinare un caffè e a pagare, tutto da solo. Dentro il locale mi sembrava di avere tutti gli occhi addosso, specialmente quando giravo il cucchiaino nella tazzina, forse perché l’ho girato troppo a lungo. Ma mi piaceva il rumore che faceva.

È incredibile come sia cambiato il mondo che ho lasciato 26 anni fa. Le persone camminano parlando o muovendo il dito a testa bassa concentrate sui loro telefonini. Per fortuna i bambini non sono cambiati e i loro sorrisi mi ricordano che sono tornato nel mondo dei vivi. Non mi sembra ancora vero che da alcuni giorni posso uscire al mattino e rientrare alla sera; mi sto dando dello scemo che per un quarto di secolo ho vissuto convinto che nella vita non avrei avuto più speranza.

Quando esco dal carcere è ancora buio ed è bellissimo vedere nascere la prima luce del giorno senza sbarre e muri di cinta intorno. Mi sento in paradiso e, alla sera, quando con il buio rientro in carcere, l’inferno mi fa meno paura. Oggi mi sono fatto una lunga passeggiata tra gli alberi. È bellissimo camminare senza fare avanti e indietro dopo pochi passi e non trovare nessun muro davanti o dietro di me.

Gli spazi aperti mi fanno girare la testa, forse perché sono stato circondato da quattro mura per troppi anni. E il mondo mi sembra troppo grande per i miei occhi e probabilmente anche per il mio cuore. Al mattino quando esco dal carcere, e prima di rientrare alla sera, parlo o mando dei messaggini ai miei nipotini. Penso con tristezza ai miei compagni in carcere che hanno una sola telefonata a settimana della durata di dieci minuti. Non capirò mai perché il carcere, oltre alla libertà, ti vuole togliere anche l’amore delle persone a cui vuoi bene.

Ho deciso di continuare a scrivere questo diario anche da semilibero perché voglio che i “buoni” continuino a sapere cosa pensano, cosa sognano e come sopravvivono i prigionieri. E spero che alcuni di loro mettano in discussione le loro certezze.

Oggi pensavo a quanti reati si evirerebbero dando delle opportunità di riscatto ai prigionieri, ma purtroppo rieducare i detenuti non interessa quasi a nessuno. Sì, è vero, qualcuno forse commetterebbe ancora altro male, ma sono sicuro che in molti diventerebbero persone migliori.

Oggi riflettevo che, dopo un quarto di secolo scontato in carcere, conosco tutto delle nostre Patrie Galere, ma ben poco del mondo di fuori. Giorno dopo giorno mi sto accorgendo che non è facile ritornare a vivere, mi sento come un profugo in un paese straniero, perché mi mandano da un ufficio all’altro solo per avere una carta d’identità o una semplice tessera sanitaria. Le giornate fuori però volano, mentre in carcere invece non passavano mai. In un batter d’occhio, arriva sempre l’ora che devo rientrare in carcere. Per fortuna alla sera sono così stanco di emozioni e di felicità che mi addormento subito, con il sorriso sulle labbra. Mi sembra di vivere due vite diverse, una di giorno e l’altra di notte. E ogni mattina, quando esco dal carcere, sento il profumo dolce della libertà, mentre alla sera sento l’odore aspro dell’Assassino dei Sogni.

Oggi, mentre osservavo il verde degli alberi e l’azzurro del cielo, pensavo che è stata dura in tutti questi anni rimanere vivi con una pena che non finisce mai. Eppure ce l’ho fatta. Sì, è vero, ho dovuto pagare un caro prezzo, ma adesso mi sento l’uomo più felice dell’universo.

Il mio “Diavolo Custode” mi rimprovera spesso che quando sono a casa, ma anche fuori, faccio continuamente tre passi avanti e tre indietro. E mi urla che non sono più chiuso nella mia cella. Ha ragione, ma non è facile dimenticare le vecchie abitudini. Forse il mio cuore è rimasto ancora prigioniero dell’Assassino dei Sogni, ma sono sicuro che presto riuscirò a liberare anche lui.

Oggi, per la prima volta, sono uscito dal carcere senza nessuno che mi attendesse fuori. Era ancora buio. C’era un freddo polare. Nessuna faccia amica. Per un attimo ho avuto un po’ di paura. Poi mi sono fatto coraggio. Sono andato alla fermata del pullman. Prima delle sette ho preso la corriera che mi ha portato alla stazione di Perugia. Ho fatto fatica a mettere nel verso giusto il biglietto della corsa dentro la macchinetta. E stavo andando nel panico perché mi sembrava che tutti osservassero me. Alla fine per fortuna ce l’ho fatta. Ho tirato un sospiro di sollievo. Poi ho preso l’altro pullman per Foligno. E alla fine sono arrivato alla Casa Famiglia di Bevagna della Comunità Papa Giovanni XXIII, orgoglioso di avere fatto il primo viaggio da solo dopo 26 anni di carcere.

Nella Casa Famiglia, dove faccio volontariato, ci sono alcuni bambini disabili e quando mi occupo di loro penso che questo sia il modo migliore per continuare a scontare la pena, per rimediare un po’ al male fatto, facendo del bene. I sorrisi di questi bambini fanno emergere in me il senso di colpa e mi fanno pensare a quanto nella mia vita sono stato cattivo. Oggi ho fatto una passeggiata a Bevagna con Paolo, un ragazzo non vedente di 13 anni. L’ho preso per mano, come facevo una vita fa con i miei figli, e siamo andati in giro per il piccolo paese. La cosa incredibile è che ad un certo punto io mi sono perso ed è stato lui che mi ha indicato la strada per ritornare alla macchina. Paolo è un ragazzo incredibile, di una intelligenza straordinaria e anche se non ha la vista, ha tutti gli altri sensi più sviluppati dei miei.

E sto pensando che forse dopo tutti questi anni trascorsi in carcere sono più cieco io di lui».

Carmelo Musumeci Gennaio 2017


mercoledì 18 gennaio 2017

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - II Domenica del Tempo Ordinario - 15/01/2017


Omelia p. Gregorio Battaglia

- II Domenica del Tempo Ordinario -
15/01/2017

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



Abbiamo da poco concluso le feste natalizie e il Tempo di Natale ci riporta sempre ad una verità che costituisce davvero la bella notizia per noi: Dio ha preso dimora in mezzo a noi, in Gesù Dio si è fatto vicino a noi e così Dio è non soltanto Colui che è già venuto, è Colui che viene. Ed è una verità che siamo invitati a riscoprire quotidianamente. Il Signore viene, non è assente, non è distante, non è lontano, anzi si è impastato con la nostra natura umana; la nostra natura gli appartiene, è sua...
Per Lui vivere è amare, questo è il nostro Dio che viene e così fa giustizia e così ci introduce nella bellezza della vita. 
Il Signore ci dia la possibilità, la capacità, l'intelligenza di comprendere Lui, di conoscerlo meglio... perché sappiamo che con Lui ed in Lui la nostra vita può essere cambiata, ricreata... e forse diventeremo capaci di qualche gesto più umano... di chiedere scusa, dire grazie... poter dire Signore sei davvero Tu la mia salvezza...


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Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio 2017 - LETTURE BIBLICHE E COMMENTO PRIMO GIORNO


Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 
18-25 gennaio 2017 

L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione 
(2 Cor 5,14-20)

LETTURE BIBLICHE E COMMENTO 
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA

I GIORNO

Uno solo morì per tutti (2 Cor 5, 14)
Isaia 53, 4-12Ha dato la vita come un sacrificio per gli altri
Salmo 118 [117], 1.14-29Il Signore non mi ha lasciato morire
1 Giovanni 2, 1-2Cristo è morto per tutti
Giovanni 15, 13-17Dare la vita per i propri amici

Commento


Quando Paolo si convertì a Cristo, pervenne ad una radicale nuova consapevolezza: una persona era morta per tutte. Gesù non era morto soltanto per il suo popolo, non soltanto per quanti avevano simpatizzato con il suo insegnamento.  Egli era morto per tutte le genti, passate presenti e future. Fedeli al vangelo, molti cristiani, nel corso dei secoli, hanno dato la loro vita per i loro amici. Uno di questi è stato Massimiliano Maria Kolbe, che fu imprigionato nel campo di concentramento di Auschwitz e che morì, nel 1941, per aver voluto offrire la propria vita perché fosse salvato un suo compagno di prigionia.
Dal momento che Gesù è morto per tutti, tutti sono morti con lui (cfr. 2 Cor 5, 14). Nel morire con Cristo, il nostro vecchio stile di vita viene relegato al passato e noi entriamo in una nuova forma di esistenza: abbondanza di vita – una vita in cui possiamo sperimentare conforto, fiducia e perdono anche nell’oggi – una vita che continua ad avere significato anche dopo la morte. Questa nuova vita è la vita in Dio. 
Avendo compreso questo, Paolo sentì l’obbligo di predicare la lieta novella della riconciliazione con Dio. Le chiese cristiane condividono il medesimo mandato di proclamare il messaggio del vangelo. Dobbiamo chiederci come possiamo proclamare questo evangelo di riconciliazione alla luce delle nostre divisioni.

Domande per la riflessione personale
  • Che cosa significa che Gesù è morto per tutti noi?
  • Il pastore protestante tedesco Dietrich Bonhoeffer scrisse: “Io sono fratello di un’altra persona mediante quello che Gesù Cristo ha fatto per me: l’altra persona è diventata fratello per me mediante ciò che Dio ha fatto per lui”. In quale modo queste parole risuonano nel mio modo di vedere gli altri?
  • Quali ne sono le conseguenze per il dialogo ecumenico e interreligioso? 
Preghiera

O Dio nostro Padre,
in Gesù ci hai donato colui che è morto per tutti.
Egli visse la nostra vita e morì la nostra morte.
Tu accettasti il suo sacrificio e lo facesti risorgere ad una nuova vita con te.
Concedi che noi, che siamo morti con lui,
siamo resi uno dallo Spirito Santo
e viviamo nell’abbondanza della tua divina presenza
ora e per sempre. Amen.

Vedi anche:
Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio 2017 - Introduzione -