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mercoledì 29 luglio 2015

La voglia di intrappolare Dio di Luigino Bruni

Le levatrici d’Egitto/16 
La banalità degli idoli trionfa 
quando i profeti sono assenti


 La voglia di intrappolare Dio

 di Luigino Bruni




Il re Geroboamo preparò due vitelli d'oro e disse al popolo: «Siete già saliti troppe volte a Gerusalemme! Ecco, Israele, i tuoi dèi che ti hanno fatto salire dalla terra d'Egitto». Ne collocò uno a Betel e l'altro lo mise a Dan. Questo fatto portò al peccato; il popolo, infatti, andava sino a Dan per prostrarsi davanti a uno di quelli. (Primo libro dei Re, 12 )


La fede biblica non è necessaria soltanto agli uomini: serve anche a YWHW per non essere trasformato in un idolo, per non tornare un ordinario Elohim senza nome. Sul Sinai sì è operata una rivoluzione antropologica, culturale, sociale di portata epocale. Lì l’umanità ha raggiunto un nuovo stadio nel suo processo di umanizzazione, grazie a una esperienza religiosa radicalmente altra da quella che facevano popoli diversi, con i loro dèi semplici o con i loro muti idoli di legno. Ma alle pendici di quello stesso monte si è svolta anche la più grande crisi del popolo uscito dall’Egitto in cammino verso la terra promessa, che contiene uno straordinario insegnamento sulla malattia più grave di ogni esperienza religiosa o ideale: la sua riduzione a idolatria. La trasformazione di YHWH in un toro aureo è un messaggio forte rivolto a tutte quelle persone, comunità, istituzioni che sono date da un “carisma”, che sono state raggiunte e abitate da una voce che le ha chiamate a un compito, che ha annunciato loro una promessa diversa e più grande. In queste esperienze e in queste persone è sempre forte il fascino di ridimensionare e normalizzare la chiamata e la promessa, di ridurre il mistero a banale evidenza – un fascino-tentazione che agisce e opera per tutta la vita, e diventa particolarmente tenace nella sua ultima fase. Il Dio che si era rivelato a Mosè non si vedeva, non si toccava, non appagava i sensi. Nemmeno Mosè lo vedeva (lo vedrà solo un attimo, e di spalle), ascoltava solo la sua parola. YHWH era, e continua a essere, una voce 
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Così, mentre sopra il monte si svolge il dialogo sulla costruzione dell’arca e del santuario, il popolo in basso fa esattamente l’opposto di quanto aveva solennemente promesso a Mosè-YHWH pochi giorni prima ("Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!"). Nell’assenza del suo profeta, e nell’incertezza del suo ritorno, il popolo che aveva visto i segni e la nube sul monte, Aronne, i settanta anziani che avevano addirittura “visto” Dio, danno un’immagine al loro Dio: "Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dal monte, fece ressa intorno ad Aronne e gli disse: “Fa' per noi un dio che cammini alla nostra testa, perché a Mosè, quell'uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”. … Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. Egli li ricevette dalle loro mani, li fece fondere in una forma e ne modellò un vitello di metallo fuso" (32,1-4). 

Il liberatore, il Dio della voce, il Dio diverso, viene trasformato in uno stupido vitello costruito con il loro oro che doveva costruire la sua Arca (25,3). Gravissima è l’adorazione del vitello-idolo; più grave ancora è l’adorazione del vitello-YHWH. 
Il popolo d’Israele ha fatto sempre una grande fatica a salvare la sua religione-fede diversa. Il suo è il Dio della vita che però non può essere rappresentato con i simboli della vita e della fertilità (tori, donne); è il Dio della voce che però solo Mosè riesce ad ascoltare; è il Dio che ha svelato il suo nome, un nome però impronunciabile. Troppo diverso, troppo nuovo.  
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I vitelli d’oro arrivano quasi sempre durante l’assenza dei profeti. È anche questo un messaggio forte di questo grande capitolo dell’Esodo. L’idea giusta e vera di Dio e di noi stessi è molto legata al volto raggiante dei profeti che rischiarano le nostre giornate e le nostre anime. Finché essi ed esse sono in mezzo a noi, riusciamo a intravvedere-senza-vedere il volto vero di Elohim e il nostro, a percepire qualche suono della sua voce buona e vera fuori e dentro di noi, a riconoscere segni di vita e di fecondità ovunque. Quando invece mancano, arrivano i vitelli d’oro a colmare un vuoto che diventa troppo grande. Forse oggi avremmo meno idoli e meno servitù se i “profeti” fossero stati più presenti nella politica, nell’economia, nei luoghi ordinari del vivere. La Bibbia ci ha salvato dall’inevitabilità dell’idolatria custodendo per noi un’idea di Dio non ridotta alla misura dei nostri manufatti. Ma senza la presenza e senza i volti dei profeti finiamo per trasformare le fedi in idolatrie, le vocazioni in semplici mestieri, di perdere la via di casa. Tornate profeti, scendete dal monte. Non fermatevi nei templi e nei santuari: scendete fino alle nostre piazze, alle nostre scuole, arrivate dentro le nostre imprese ferite. Tornate a parlarci del vostro Elohim diverso, a liberarci dai nostri culti troppo banali per poter essere buoni, veri, liberatori. 

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La voglia di intrappolare Dio di Luigino Bruni  (PDF)


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