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lunedì 24 aprile 2017

Papa Francesco alla Veglia per i nuovi martiri: La Chiesa ha bisogno dei santi di tutti i giorni, quelli della vita ordinaria, portata avanti con coerenza; ma anche di coloro che hanno il coraggio di accettare la grazia di essere testimoni fino alla fine, fino alla morte. Tutti costoro sono il sangue vivo della Chiesa.

VEGLIA IN MEMORIA DEI “NUOVI MARTIRI” DEL XX E XXI SECOLO

Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina
Sabato, 22 aprile 2017



Prega in ricordo dei martiri cristiani degli ultimi due secoli, papa Francesco, nella veglia organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio nella Basilica romana di San Bartolomeo all’Isola Tiberina. Ma il suo pensiero correi ai migranti, ai rifugiati, «alla crudeltà», scandisce, «che oggi si accanisce sopra tanta gente». Ricorda, il Papa, che «i campi di rifugiati – tanti – sono di concentramento, per la folla di gente che è lasciata lì. E i popoli generosi che li accolgono devono portare avanti anche questo peso, perché gli accordi internazionali sembra che siano più importanti dei diritti umani».

Poco prima aveva incontrato nei locali attigui alla Basilica un gruppo di rifugiati giunti in Italia grazie ai corridoi umanitari realizzati da Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese. Nel saluto finale davanti alla folla, fuori dalla Chiesa, il Papa invita a pregare sul dramma dei migranti esortando all’accoglienza: «La gente», dice, «che arriva in barconi e poi restano lì, nei Paesi generosi come l’Italia e la Grecia che li accolgono, ma poi i trattati internazionali non lasciano… Se in Italia si accogliessero due, due migranti per municipio, ci sarebbe posto per tutti. E questa generosità del sud, di Lampedusa, della Sicilia, di Lesbo, possa contagiare un po’ il nord. È vero: noi siamo una civiltà che non fa figli, ma anche chiudiamo la porta ai migranti. Questo si chiama suicidio».



Siamo venuti pellegrini in questa Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, dove la storia antica del martirio si unisce alla memoria dei nuovi martiri, dei tanti cristiani uccisi dalle folli ideologie del secolo scorso – e anche oggi – e uccisi solo perché discepoli di Gesù.

Il ricordo di questi eroici testimoni antichi e recenti ci conferma nella consapevolezza che la Chiesa è Chiesa se è Chiesa di martiri. ... E ci sono anche tanti martiri nascosti, quegli uomini e quelle donne fedeli alla forza mite dell’amore, alla voce dello Spirito Santo, che nella vita di ogni giorno cercano di aiutare i fratelli e di amare Dio senza riserve.

Se guardiamo bene, la causa di ogni persecuzione è l’odio ...

Quante volte, in momenti difficili della storia, si è sentito dire: “Oggi la patria ha bisogno di eroi”. Il martire può essere pensato come un eroe, ma la cosa fondamentale del martire è che è stato un “graziato”: è la grazia di Dio, non il coraggio, quello che ci fa martiri. Oggi, allo stesso modo ci si può chiedere: “Di che cosa ha bisogno oggi la Chiesa?”. Di martiri, di testimoni, cioè dei santi di tutti i giorni. Perché la Chiesa la portano avanti i santi. I santi: senza di loro, la Chiesa non può andare avanti. La Chiesa ha bisogno dei santi di tutti i giorni, quelli della vita ordinaria, portata avanti con coerenza; ma anche di coloro che hanno il coraggio di accettare la grazia di essere testimoni fino alla fine, fino alla morte. Tutti costoro sono il sangue vivo della Chiesa. Sono i testimoni che portano avanti la Chiesa; quelli che attestano che Gesù è risorto, che Gesù è vivo, e lo attestano con la coerenza di vita e con la forza dello Spirito Santo che hanno ricevuto in dono.

Io vorrei, oggi, aggiungere un’icona di più, in questa chiesa. Una donna. Non so il nome. Ma lei ci guarda dal cielo. Ero a Lesbo, salutavo i rifugiati e ho trovato un uomo trentenne, con tre bambini. Mi ha guardato e mi ha detto: “Padre, io sono musulmano. Mia moglie era cristiana. Nel nostro Paese sono venuti i terroristi, ci hanno guardato e ci hanno chiesto la religione e hanno visto lei con il crocifisso, e le hanno chiesto di buttarlo per terra. Lei non lo ha fatto e l’hanno sgozzata davanti a me. Ci amavamo tanto!”. Questa è l’icona che porto oggi come regalo qui. Non so se quell’uomo è ancora a Lesbo o è riuscito ad andare altrove. Non so se è stato capace di uscire da quel campo di concentramento, perché i campi di rifugiati – tanti – sono di concentramento, per la folla di gente che è lasciata lì. E i popoli generosi che li accolgono devono portare avanti anche questo peso, perché gli accordi internazionali sembra che siano più importanti dei diritti umani. E quest’uomo non aveva rancore: lui, musulmano, aveva questa croce del dolore portata avanti senza rancore. Si rifugiava nell’amore della moglie, graziata dal martirio.

... L’eredità viva dei martiri dona oggi a noi pace e unità. Essi ci insegnano che, con la forza dell’amore, con la mitezza, si può lottare contro la prepotenza, la violenza, la guerra e si può realizzare con pazienza la pace. E allora possiamo così pregare: O Signore, rendici degni testimoni del Vangelo e del tuo amore; effondi la tua misericordia sull’umanità; rinnova la tua Chiesa, proteggi i cristiani perseguitati, concedi presto la pace al mondo intero. A te, Signore, la gloria e a noi, Signore, la vergogna (cfr Dn 9,7).


Guarda il video del discorso del Papa


I campi profughi come campi di concentramento? 
Ecco perché le parole di Papa Francesco non possono che risvegliare la nostra coscienza
di Damiano Serpi

Papa Francesco, durante la veglia di preghiera per i nuovi martiri tenuta con la Comunità di Sant’Egidio nella Chiesa di San Bartolomeo sull’isola Tiberina, ha ricordato un episodio capitatogli sull’isola di Lesbo esattamente un anno fa durante la sua visita al campo profughi. Mentre era intento a salutare uno a uno gli ospiti del campo un uomo mussulmano ha voluto raccontargli la sua personale storia di dolore e sofferenza.Fuggiva dalla sua terra con i suoi tre figli per cercare quella pace e quella sicurezza che altri uomini senza pietà e misericordia gli avevano portato via nel modo più atroce sgozzando, davanti ai suoi occhi pieni di terrore, la propria moglie solo perché non aveva voluto abiurare la sua fede cristiana buttando per terra e calpestando il piccolo crocefisso che portava al collo. 
Non è un episodio inedito, già in precedenza il Papa aveva raccontato di questo incontro così emozionante e commovente. Lo fece da Piazza San Pietro durante l’Angelus immediatamente successivo al rientro dal viaggio appena compiuto all’isola greca assieme al patriarca ecumenico Bartolomeo I e all’arcivescovo greco ortodosso di Atene Ieronymos. Tuttavia ieri il Santo Padre ha pronunciato due parole in più che, in breve tempo, hanno fatto il giro del mondo in modo più rapido della stessa storia che era alla base del suo ragionamento. Nel chiedersi quale fine avesse fatto quell’uomo così tanto provato dal dolore, Papa Francesco ha definito quel reticolato di filo spinato di Lesbo un “campo di concentramento” moderno, dove gli uomini vengono rinchiusi per diventare una folla di gente piena di disperazione. 
Due parole che hanno destato la coscienza di molti e suscitato tanti sentimenti contrapposti. Da un lato sentire le parole “campo di concentramento” ha risvegliato in tanti di noi l’idea, il ricordo, le immagini di ciò che successe in Europa durante la seconda guerra mondiale con la miriade di campi di concentramento sparsi in ogni angolo del vecchio continente. Aree di raccolta ideate per portare avanti la folle idea di quella supremazia della razza che causò la morte di milioni di persone inermi. Dall’altro molti hanno subito avvertito la pesantezza di quelle parole del Papa pronunciate con la tristezza nel cuore e con la voce provata dall’emozione. Non si può negare che l’uso di quel termine ha sortito l’effetto di scuoterci tutti in modo forte e deciso.
Alcune organizzazioni, tra cui spicca anche un’importante associazione di ebrei americani, hanno subito chiesto al Santo Padre di voler ritornare indietro su quanto affermato perché si precisasse che non era stato opportuno paragonare i campi profughi della Grecia o della Turchia a ciò che, nell’immaginario collettivo, sono stati i campi di concentramento nazionalsocialisti. Secondo queste organizzazioni, e per dirla tutta anche ascoltando alcuni illustri storici, non può essere usato lo stesso termine per definire luoghi dove veniva sistematicamente procurata le morte e dove, invece, vengono accolti i profughi o i migranti che scappano dalle loro terre per via della guerra, delle persecuzioni o della fame. Tutto vero, soltanto che il Santo Padre non ha fatto alcun paragone con ciò che è successo durante la storia, né ha voluto riferirsi a ciò che successe ormai oltre 75 anni fa in un’Europa dilaniata dall’anti semitismo e dall’odio. 
Il Santo Padre ha voluto soltanto svegliare tutte le nostre coscienze di fronte ad un dramma epocale che sembra scivolarci addosso senza farci riflettere abbastanza sulla situazione di grande sofferenza, e di privazione quasi totale della libertà, che altri nostri fratelli sono obbligati a subire. L’uso del termine “campo di concentramento” non era assolutamente da intendersi come termine di paragone, ma semplicemente come definizione concreta di ciò che quei campi sono oggi nella realtà dei fatti. Gli storici o le varie associazioni che, appellandosi a ciò che è stata la realtà storica, si sentono in dovere di avvisarci che certe comparazioni non hanno ragion d’essere possono stare tranquilli per il semplice fatto che bastava ascoltare oltre quell’inciso per capire che non si intendeva alludere a paragoni storici specifici. Si voleva esclusivamente descrivere con compiutezza ciò che la verità deve condurci a pensare di quei campi che oggi, nello scorrere del nostro tempo presente, ospitano tante persone in cerca di risposte. 
Già, la storia. Ma quale storia dei campi di concentramento vogliamo rievocare ? Quella che riguarda un solo popolo, una sola nazione, un continente, un’epoca più che un’altra, un regime totalitario piuttosto che un’altro o una guerra ? Oppure quella dell’uomo, inteso come semplice essere umano dotato del dono della vita, senza badare alla sua appartenenza religiosa, al suo credo, alla sua origine genealogica, alla sua razza, al suo reddito, alla sua cultura, alla sua esigenza di protezione ? Insomma, vogliamo parlare di campi di concentramento come modelli oppure di campi di concentramento come luoghi di sofferenza per l’uomo ? 
Si, è vero i campi di concentramento nazisti sono stati senza ombra di dubbio uno dei momenti più bui e mostruosi dell’esistenza dell’uomo. Tuttavia la storia stessa ci dice che dobbiamo essere precisi e quindi dobbiamo ricorrere all’uso dei giusti termini se vogliamo essere poi autorizzati a richiamare gli altri al rispetto della verità storica. I campi di concentramento non sono stati inventati dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, esistevano, purtroppo, già da millenni nell’armamentario dell’uomo che vuole imprigionare altri uomini. Andando a ritroso nel tempo troviamo campi di concentramento nella storia degli Armeni, in quella degli schiavi africani, durante le crociate, nel Medioevo e addirittura ai tempi dei Romani e degli Egizi. Li si poteva chiamare in vario modo, tuttavia erano tutti luoghi dove determinate categorie di persone venivano condotte a forza e, in un modo o nell’altro, spogliate della loro libertà. Una cosa sono i campi di concentramento e un’altra sono i campi di sterminio e di lavoro scientemente inventati dai nazisti per dare loro modo di portare a termine la terrificante “soluzione finale” pensata per eliminare dal mondo la stirpe ebraica. Auschwitz, Birkenau, Treblinka, Dachau erano tutti campi di lavoro e di sterminio dove l’obiettivo non era solo quello di limitare la libertà dell’uomo ma di ucciderlo nel peggiore dei modi possibili, ossia annientando totalmente la sua umanità prima di togliergli l’ultimo respiro nelle camere a gas. 
Il Papa ieri non ha parlato di campi di lavoro o di sterminio, ma ha solamente detto che i campi profughi, per come si stanno configurando nella realtà dei fatti, sono dei veri e propri campi di concentramento di uomini, donne, vecchi e bambini. Cos’altro sono oggi i campi profughi come Lesbo ? Sono forse campeggi dove uno va per passare qualche settimana di ferie spensierate ? Sono forse luoghi ameni dove tenere meeting oppure dove approfondire le conoscenze personali ? Sono forse luoghi dove gli ospiti aspirano ad andare per starci a lungo ? Sono luogo di soggiorno dove chi è ospite può domani decidere di fare le valigie e andar via liberamente e senza limitazioni ? No, i campi profughi sono oggi dei luoghi dove le autorità degli stati, per rispettare norme e accordi internazionali stipulati, peraltro, quando non si aveva sentore di questa tipologia di emergenza, conducono con la forza chi fugge dai loro paesi per cercare pace, tranquillità e un futuro migliore. Questa è la realtà che non possiamo nascondere né manipolare. Nei campi profughi come Lesbo vivono persone che, fuggite dalla loro terra natia, non possono raggiungere le mete che si erano prefissate perché la legge positiva dell’uomo non lo permette. Non lo possono fare perché le barriere fisiche delle frontiere non lo consentono. Nei campi per profughi e migranti non si va liberamente, ma si è in qualche modo “rinchiusi” per volere delle autorità. 
Chi viene condotto in un campo profughi non conosce nulla del suo destino e del suo futuro più prossimo. Da un lato sa che non potrà tornare a casa perché le condizioni che hanno imposto la fuga permangono tutte, dall’altro non possono decidere liberamente dove andare perché non è accordato loro il potere farlo. Devono attendere dentro quei recinti per mesi e forse anni prima di sapere se verrà concesso loro il diritto di risiedere in uno dei paesi di quell’occidente che vogliono raggiungere o se verranno rimpatriati con la forza. Non si tratta qua di discutere sul fatto che ci sono leggi e regolamenti che vanno rispettati perché non si può accogliere tutti, bensì sulla reale condizione di chi, fuggendo per giusta causa, si ritrova poi a dover vivere obbligatoriamente in enormi campi recintati senza avere la possibilità di uscirne e come se fosse un delinquente da punire con la reprimenda classica di chi è sicuramente colpevole di un reato. 
Questi sono i campi di concentramento. Campi dove si raccolgono e, appunto, si concentrano determinate persone e famiglie in base ad un criterio comune. L’unico criterio che unisce chi vive oggi nei campi profughi e di migranti come quello di Lesbo è quello di essere fuggiti dalla loro terra per poter sperare in un futuro migliore. C’è chi fugge dalle guerre in corso, chi dalla persecuzione religiosa o politica, chi dalla fame e dalla carestia di un’Africa sempre più povera o chi da un futuro senza speranza. Il Papa e la Chiesa non chiedono di eludere la legge, soltanto di iniziare a pensare e trattare queste persone come uomini che soffrono e a cui bisogna dare una speranza perché fuggono per avere una speranza di vita. 
Ciò che molti non riescono ancora a capire, in Italia e nel resto d’Europa fino a toccare le sponde oltre l’Atlantico, è il bisogno del Santo Padre di essere prossimo all’uomo che soffre e non al rispetto di un diritto positivo che compete a chi ha la responsabilità del potere politico. La Chiesa non può non parlare della sofferenza della carne viva degli uomini che fuggono dalle proprie case perché hanno bisogno della speranza per poter pensare alla propria vita. La Chiesa non può tacere su questo solo perché la politica non riesce a trovare mediazioni oppure perché si impantana sulle quote numeriche da assegnare in base a criteri che diventano sempre più egoistici. La Chiesa non può tacere perché l’argomento non è popolare in questa particolare congiuntura economica e sociale del mondo globalizzato. La Chiesa deve seguire il Vangelo e l’insegnamento di Gesù. Il Papa non può essere “politically correct” solo perché oggi non bisogna gettare discredito sui potenti del mondo che non hanno saputo trovare soluzioni plausibili che invece, associazioni volenterose come Sant’Egidio, hanno dimostrato al mondo di poter conseguire attraverso il progetto dei “Corridoi Umanitari”. Il Vangelo non può essere piegato alle esigenze occasionali di chi ha il potere sulle società solo perché è meglio sempre essere populisti che popolani. 
Affermare oggi che esistono in Europa dei campi di concentramento, dove nostri fratelli sono costretti a stare solo perché fuggono via disperati dalle loro case e dalla loro terra, può certamente e comprensibilmente spaventare, ciò nonostante è la semplice verità delle cose che non può o deve essere nascosta. Non illudiamoci che quei campi siano come delle momentanee aree di accoglienza per terremotati o alluvionati. Non è così. Non lo è per il semplice fatto che chi trova ospitalità in un campo di accoglienza per terremotati o per alluvionati ha dentro di se la viva speranza di potersi ricostruire un futuro con l’aiuto degli altri. Potrà essere dura, lunga e non scevra di privazioni dolorose, tuttavia chi è dovuto scappare di casa per un terremoto o un’alluvione sa in cosa credere e sperare. Chi invece fugge via per altri motivi, trova le frontiere chiuse e viene obbligata a stare in campi sigillati, dove non si può neanche metter naso fuori dalla recinzione, ciò che manca è soprattutto la speranza e la fiducia nel domani. 
Proprio per tutto questo non sono scandalose le parole usate ieri dal Papa, ma lo è il silenzio connivente di chi non capisce, o fa finta di non voler capire, che il rischio concreto è ormai quello di dare per normale l’esistenza di questa nuova tipologia di “campi di concentramento” di uomini nati “sfortunati” dentro la nostra società. Ciò che ci deve preoccupare sempre più è l’accettazione, o forse è meglio dire la rassegnazione, all’idea che ci possano essere uomini e donne destinate a restare chiusi senza speranza dentro recinti costruiti dall’uomo stesso per rispetto di norme e vincoli più importanti dei sentimenti e delle stesse sofferenze umane. D'altronde per convincercene davvero basta chiudere un attimo gli occhi e chiederci : se fossimo noi rinchiusi senza speranza dentro uno di quei recinti per aver avuto solo l’ardire di fuggire dalla guerra o dalla morte certa cosa sarebbe per noi quel recinto se non un “campo di concentramento”?
(fonte: Il Sismografo)


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domenica 23 aprile 2017

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - II Domenica di Pasqua / A





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.23/2016-2017 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Gv 20,19-31



Dopo essere apparso a Maria di Màgdala, ora il Risorto si fa presente ai suoi discepoli che, per paura, sono rinchiusi nella casa. "Essi, del cenacolo, ne hanno fatto una tomba: mentre il sepolcro di Gesù è aperto e vuoto, il luogo dove sono riuniti è sprangato e puzza di morte, come il loro cuore". Ma il Vivente fa irruzione anche nella nostra morte e ci mostra le mani e il costato, segni dell'amore del Padre per il mondo, dalle cui ferite scaturisce la nostra salvezza (cfr. Is 53,5). E perché anche noi possiamo vivere da risorti, ci dona la sua Pace e ci immerge nel suo Spirito che già ci aveva anticipato sulla croce (19,30.34), nel suo Soffio di vita, la vita del Padre che adesso diviene anche nostra. "Lo Spirito che si posò e dimorò sull'Agnello di Dio (1,32-33) ora è alitato anche su di noi perché anche noi possiamo continuare la sua opera di riconciliazione: è la Pentecoste !"(cit.). 
Ma è una comunità imperfetta, già orfana di Giuda, adesso è priva anche di Tommaso, il gemello di Gesù e nostro. Egli è fuori dal gruppo dei discepoli che hanno visto il Risorto e ricevuto il suo Spirito, e non crede alla testimonianza dei suoi fratelli, pretendendo una prova. Gesù però non gli concede apparizioni particolari, ma si rende presente solo all'interno della comunità, "otto giorni dopo", durante la Celebrazione Eucaristica. Come Tommaso, anche noi oggi siamo chiamati ad avere fede senza "vedere e toccare". Facciamo esperienza di Gesù, Crocifisso e Risorto, nella sua Parola di vita che illumina i nostri passi, nell'Eucaristia che ci nutre nel cammino della fede, e nella carne sofferente del Povero, Sacramento Vivente e Santo della presenza di Dio fra gli uomini, davanti alle cui piaghe siamo chiamati ad esclamare: "Signore mio e Dio mio !"


sabato 22 aprile 2017

"Le ferite del Signore, quel segno eterno dell'amore" di p. Ermes Ronchi - II Domenica di Pasqua – Anno A

Le ferite del Signore, quel segno eterno dell'amore



Commento
II Domenica di Pasqua – Anno A

Letture:  Atti 2,42-47; Salmo 117; 1 Pietro 1,3-9; Giovanni 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». [...]

I discepoli erano chiusi in casa per paura. È un momento di disorientamento totale: l'amico più caro, il maestro che era sempre con loro, con cui avevano condiviso tre anni di vita, quello che camminava davanti, per cui avevano abbandonato tutto, non c'è più. L'uomo che sapeva di cielo, che aveva spalancato per loro orizzonti infiniti, è ora chiuso in un buco nella roccia. Ogni speranza finita, tutto calpestato (M. Marcolini). E in più la paura di essere riconosciuti e di fare la stessa fine del maestro.
Ma quegli uomini e quelle donne fanno una scelta sapiente, forte, buona: stanno insieme, non si separano, fanno comunità. Forse sarebbero stati più sicuri a disperdersi fra la folla e le carovane dei pellegrini. Invece, appoggiando l'una all'altra le loro fragilità, non si sbandano e fanno argine allo sgomento. Sappiamo due cose del gruppo: la paura e il desiderio di stare insieme. 
Ed ecco che in quella casa succederà qualcosa che li rovescerà come un guanto: il vento e il fuoco dello Spirito. Germoglia la prima comunità cristiana in questo stringersi l'uno all'altro, per paura e per memoria di Lui, e per lo Spirito che riporta al cuore tutte le sue parole. Quella casa è la madre di tutte le chiese.
Otto giorni dopo, erano ancora lì tutti insieme. Gesù ritorna, nel più profondo rispetto: invece di imporsi, si propone; invece di rimproverarli, si espone alle loro mani: Metti, guarda; tendi la mano, tocca. 
La Risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il vertice dell'amore, e resteranno aperte per sempre.
Il Vangelo non dice che Tommaso abbia toccato. Gli è bastato quel Gesù che si ripropone, ancora una volta, un'ennesima volta; quel Gesù che non molla i suoi, neppure se l'hanno abbandonato tutti. È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare. Allora la risposta: Mio Signore e mio Dio. Mio, come lo è il respiro e, senza, non vivrei. Mio come il cuore e, senza, non sarei.
Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Grande educatore, Gesù. Forma alla libertà, a essere liberi dai segni esteriori, e alla serietà delle scelte, come ha fatto Tommaso. 
Che bello se anche nella Chiesa, come nella prima comunità, fossimo educati più alla consapevolezza che all'ubbidienza; più all'approfondimento che alla docilità. 
Queste cose sono state scritte perché crediate in Gesù, e perché, credendo, abbiate la vita. Credere è l'opportunità di essere più vivi e più felici, di avere più vita: «Ecco io credo: e carezzo la vita, perché profuma di Te!» (Rumi).


"È ai piedi del risorto che nasce la fede cristiana" - l'omelia di Paolo Ricca, pastore valdese

"È ai piedi del risorto 
che nasce la fede cristiana"
l'omelia di Paolo Ricca,
pastore valdese

Roma   
Basilica Santa Maria in Trastevere, 
18 aprile 2017





Cari fratelli e sorelle,
molte cose colpiscono nei racconti della Resurrezione.
Una è questa: che Gesù è risorto e nessuno se n'è accorto. Quando è morto, tutti se ne sono accorti, perché c'è stato un oscuramento del cielo, c'è stato un terremoto, la cortina del tempio si è squarciata. Qui invece non accade nulla, anche se accade tutto. Gesù risorge e nessuno se ne accorge.

Non se ne accorgono le donne, che corrono al sepolcro convinte di andare a imbalsamare un morto e soltanto quando sono lì sono avvertite dall'angelo che dice che quel morto non c'è più.
Non se ne sono accorti i discepoli, che il Venerdì Santo sono spariti dalla circolazione per non essere coinvolti nel processo di Gesù; i discepoli sono i grandi assenti, sia alla crocifissione, sia alla risurrezione.
Ma non se n'è accorta neppure Maria Maddalena, che si reca sì al sepolcro, ma non per incontrare Gesù risorto, bensì per piangere Gesù morto. Nessuno si è accorto della resurrezione di Gesù.
Ma non dobbiamo stupirci troppo di questo fatto, perché anche noi non ce ne saremmo accorti se non ci fosse la festa di Pasqua che ce la ricorda. Non è che c'è la festa di Pasqua perché noi ricordiamo la risurrezione di Gesù, ma al contrario: è la festa di Pasqua che ricorda a noi che Gesù è risorto.

Come è facile dimenticare la risurrezione, come è facile dimenticare che Gesù è risorto. È tanto facile che già nel secolo apostolico l'apostolo Paolo deve raccomandare al suo discepolo Timoteo – che era anche un ministro dell’Evangelo, un ministro cristiano; ma deve dire anche a lui – «ricordati di Gesù Cristo risorto dai morti» (2Tim 2, 8). Anche Timoteo lo stava dimenticando.
Ma perché è così facile dimenticare la risurrezione? Perché è così facile non accorgerci che Gesù è risorto? Credo per una ragione molto semplice, che è questa: la risurrezione è la più misteriosa delle opere di Dio, la più incredibile, per non dire la più impossibile, quella che più di ogni altra sfida la nostra intelligenza, oltre che il nostro buon senso.

Non la possiamo capire, non la possiamo immaginare; è già un miracolo che qualcuno l'abbia creduta nei primissimi giorni della storia cristiana, pur non potendola capire, pur non potendola immaginare; è un miracolo che l'abbia creduta e l'abbia trasmessa, e che sia giunta questa notizia fino a noi, a noi che la riceviamo come le donne.

Avete sentito: le donne ricevono l'annuncio dall’angelo con spavento e grande gioia. Con spavento, perché è un fatto che ci supera, che ci trascende; davanti alla risurrezione siamo sopraffatti da qualcosa infinitamente più grande di noi. E con grande gioia però, perché questa è la più bella notizia del mondo. Non c'è nessuna notizia più bella di questa: Gesù è vivente, la morte è vinta, le lacrime sono asciugate! Le donne che sono andate al sepolcro con un grande dolore ritornano a casa con una grande gioia.
Ma la risurrezione resta al di là della nostra comprensione: è una cosa troppo nuova, troppo grande, troppo fuori della nostra esperienza, troppo fuori del nostro orizzonte mentale ed esperienziale.

Pensate a quante stranezze ci sono nei racconti della risurrezione: Gesù ha un corpo, evidentemente il suo, ma nessuno lo riconosce vedendo il suo corpo. Maria Maddalena lo riconosce, ma non quando lo vede: bensì quando sente la sua voce che la chiama per nome. I discepoli di Emmaus lo sentono parlare lungo tutto il cammino verso casa, ma non lo riconoscono né vedendo il suo corpo né udendo la sua voce: lo riconoscono nel momento in cui spezza il pane e lo distribuisce. E quando Gesù poi si presenta agli undici, non solo non lo riconoscono ma credono addirittura di vedere un fantasma! Gesù è risolto con un corpo, ma questo corpo passa attraverso le porte chiuse. Eppure Tommaso riesce a toccare la piaga del costato.
Quante stranezze, quanti paradossi, quante sfide alla nostra intelligenza. Come sarebbe più facile dire: ma è chiaro, è tutta una montatura, una montatura dei discepoli che non si rassegnavano alla loro sconfitta: non si rassegnavano a perdere il loro maestro e così hanno inventato questa storia della risurrezione. Come sarebbe facile ragionare così. Forse sarebbe troppo facile, perché in realtà è successo il contrario: non è la fede dei discepoli che ha risuscitato Gesù, ma è Gesù risorto che ha risuscitato la fede dei discepoli. È ai piedi del risorto che nasce la fede cristiana.
Questa fede è descritta molto bene nel nostro racconto, quando Gesù si fece incontro alle donne dicendo: «”Vi saluto”. Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e lo adorarono».
Fratelli e sorelle, la nostra fede – se mai è nata - è nata a Pasqua, ai piedi del Risorto. Come cristiani, siamo figli e figlie della risurrezione, di questo evento che non si può spiegare, né capire, né immaginare. Siamo figli e figlie di un miracolo. Amen.

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Ministri dal cuore giovane, in una Chiesa giovane e dei giovani di Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto

Ministri dal cuore giovane, 
in una Chiesa giovane 
e dei giovani 
di Bruno Forte, 
Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto



Omelia per la Messa Crismale 
Giovedì Santo, 
13 Aprile 2017





Cari Sacerdoti e Diaconi, 
cari Religiosi e Religiose, 
cari Fedeli! 
La celebrazione di questa Messa Crismale s’inserisce nel cammino tracciato da Papa Francesco in vista del Sinodo dei Vescovi 2018, dedicato alla trasmissione della fede ai giovani e al loro discernimento vocazionale, e in preparazione alle prossime Giornate della Gioventù. Nella lettera indirizzata ai giovani incamminati verso la Giornata Mondiale che si terrà a Panama nel 2019, il Papa indica in Maria, Vergine e Madre, il modello cui guardare: è Lei ad animarci “con la stessa fede che esprime nel suo canto di lode: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49)”. Francesco aggiunge che Maria “sa rendere grazie a Dio, che ha guardato la sua piccolezza, e riconosce le grandi cose che Egli realizza nella sua vita; e si mette in viaggio per incontrare sua cugina Elisabetta, anziana e bisognosa della sua vicinanza. Non resta chiusa a casa, perché non è una giovane-divano che cerca di starsene comoda e al sicuro senza che nessuno le dia fastidio. È mossa dalla fede, perché la fede è il cuore di tutta la storia di Lei, nostra Madre”. L’invito diventa allora esplicito: “Cari giovani, anche Dio vi guarda e vi chiama, e quando lo fa vede tutto l’amore che siete capaci di offrire. Come la giovane di Nazareth, potete migliorare il mondo, per lasciare un’impronta che segni la storia, quella vostra e di molti altri. La Chiesa e la società hanno bisogno di voi. Con il vostro approccio, con il coraggio che avete, con i vostri sogni e ideali, cadono i muri dell’immobilismo e si aprono strade che ci portano a un mondo migliore, più giusto, meno crudele e più umano”. Affidandosi alla Vergine santa, “Madre buona che ascolta, abbraccia, vuole bene e cammina con noi”, sarà possibile per noi, per tutta la Chiesa e per i giovani di tutto il mondo vivere un vero e proprio pellegrinaggio di speranza, di fede e di amore verso la Giornata Mondiale della Gioventù del 2019. Ispirandomi a questo messaggio, come pure al documento preparatorio al Sinodo dei Vescovi del 2018 intitolato “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, vorrei proporre una triplice riflessione nell’omelia di questa Messa Crismale: la prima riguarda l’esigenza che siamo noi per primi, ministri del Signore, ad avere un cuore giovane, aperto e sensibile all’eterna giovinezza di Dio; la seconda è che tutta la nostra comunità ecclesiale si rinnovi in uno slancio di sempre nuova giovinezza, nutrito da Cristo, eternamente giovane, che si offre a noi nella Sua Parola e nel Pane di vita; la terza riguarda direttamente i giovani, che dovranno essere non solo i destinatari della nostra attenzione, ma anche e soprattutto i protagonisti in prima linea del rinnovamento e della conversione richiesti dal Dio vivente. Ad avere un cuore nuovo, aperto alla novità sempre nuova dell’amore del Signore, ci invita il profeta Isaia nella prima delle letture che abbiamo ascoltate (61,1- 3.6.8b-9): “Lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore…”. Quando lo Spirito di Dio scende sulle acque nel primo mattino del mondo opera le meraviglie della prima creazione; quando scende a Pentecoste su Maria e gli Apostoli riuniti nel Cenacolo inaugura visibilmente la nuova creazione; quando lo accogliamo in noi, consacrati nell’acqua della vita e ministri e sacerdoti dell’Altissimo, lo Spirito ci rende nuovi, di una novità che è dono, grazia, bellezza e gioia superiore a ogni aspettativa e possibilità umane. Chi vive nella docilità allo Spirito ha un cuore sempre nuovo, che si lascia creare e ricreare da Dio secondo la Sua volontà, che irradia la gioia dell’Eterno e tira nel presente degli uomini qualcosa della promessa, futura bellezza della Città celeste. Il cuore nuovo che ci viene donato e richiesto esige, allora, un continuo ascolto del Signore, un’apertura orante, fedele e generosa, alla Sua azione, una perseveranza nella preghiera e nella carità, che non ci consenta di chiuderci, di irrigidirci nella difesa di sicurezze senza anima e cuore, ma ci renda pellegrini del Dio vivo, prigionieri della speranza, testimoni luminosi che anticipano nel tempo le luci della futura Gerusalemme celeste. Sacerdoti dal cuore nuovo, reso tale dallo Spirito, invocato e accolto in noi nella fedeltà dei giorni, potremo essere anche i pastori che rinnovano la Chiesa santa di Dio e ne fanno il popolo della nuova alleanza, nella novità di un amore riscoperto e accolto sempre di nuovo. Ci aiuta a comprenderlo la seconda delle letture ascoltate, tratta dal libro dell’Apocalisse (1,5-8): dopo averci augurato la grazia e la pace che vengono da Gesù Cristo, “il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra”, il testo - descrivendo lo splendore della liturgia celeste - ci ricorda che “Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre”, invitandoci a dare “a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli”. Egli è venuto, viene e verrà a radunare tutte le tribù della terra, chiamandole a conversione e vita nuova in Lui, “l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!”. Questo popolo adunato in Cristo è la Chiesa dell’amore, la comunità dell’alleanza nuova e definitiva, che avanza pellegrina nella storia continuamente rinnovandosi nell’ascolto della Parola del Suo Signore, nella grazia dell’acqua che rigenera e nella forza del pane dei pellegrini, che sempre di nuovo la nutre. Proprio così, la Chiesa è chiamata a incessante conversione e riforma, “semper renovanda et purificanda”, popolo in cui nessuno può vivere di rendita, pena la perdita del soffio divino che la guida, e dove tutti sono chiamati a costante rinnovamento e continua purificazione, incamminati nel pellegrinaggio verso la Città celeste. Proprio così, la Chiesa è figura e anticipazione della patria nel tempo dell’esilio, e il suo impegno continuo a cogliere i segni dei tempi e a corrispondervi nell’audacia e nella generosità del cuore la fa crescere verso il domani promesso e sperato: come afferma il Concilio Vaticano II, “nella Chiesa, con l’assistenza dello Spirito Santo, cresce la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), sia con l’intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio” (Costituzione sulla Divina Rivelazione Dei Verbum, 8). È infine la pagina evangelica che abbiamo ascoltato ad aiutarci a comprendere in che senso la giovinezza della Chiesa abbia bisogno dei giovani e li coinvolga: nel brano del Vangelo secondo Luca (4,16-21) ci è presentata la scena di Gesù che a Nàzareth, dove era cresciuto, entra di sabato nella sinagoga e si alza a leggere. Gli viene dato il rotolo del profeta Isaìa ed egli proclama il passo in cui è scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore” (Is 61,1-2). Nella sinagoga, gli occhi di tutti sono fissi su di lui, che aggiunge: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. È l’annuncio solenne del compiersi dell’“oggi” di Dio, dell’evento di grazia, cioè, che viene a realizzarsi “qui ed ora” per la salvezza di ogni uomo che l’accolga con cuore umile e grato. È l’“oggi” che fa dei nostri “oggi” tempo di salvezza e che rende nuovo e giovane il cuore di chi apra la porta al Dio che viene. Proprio così è l’“oggi” della sempre nuova giovinezza del mondo, e in particolare l’“oggi” di quei cuori giovani che stanno aprendosi al futuro di Dio per loro e hanno davanti a sé la vita da sognare e realizzare con Lui. Un “oggi” di cui i giovani sono protagonisti privilegiati, chiamati come sono alla vita dall’amore dell’Altissimo, che ha su ciascuno di loro disegni di pace, da attuarsi grazie alla loro collaborazione per il bene loro, della Chiesa e dell’intera comunità umana. Dalla Sinagoga di Nazareth, in quel sabato di quasi duemila anni fa, risuona allora la chiamata rivolta specialmente ai giovani a fare del loro presente l’“oggi” di Dio e a divenire così protagonisti della storia della salvezza propria e altrui con fede profonda, speranza audace e carità generosa e fedele. Preghiamo perché siamo tutti pronti a metterci in gioco nell’opera del Redentore del mondo e perché siano tanti i giovani a rispondere alla chiamata e tanto feconda sia la forza e la bellezza del loro sì al Signore: 

Ti preghiamo, Signore della vita e della storia, 
di rinnovare i nostri cuori col dono della Tua grazia: 
rendici giovani della Tua eterna giovinezza, 
forti e felici nel riconoscerci amati da Te, 
pronti al nuovo cui ogni giorno ci chiami, 
con l’immensa fiducia di chi, sapendosi amato da Te, 
sa di non essere mai solo e di poter confidare 
nella guida e nella forza del Tuo braccio santo. 
Rendi giovane e bella la Tua Chiesa, 
comunità dell’alleanza nuova con Te, 
stabilita nel sangue del Tuo Figlio, 
giovane Agnello immolato per noi peccatori, 
sorgente di eterna giovinezza nell’acqua della vita, 
nel pane dei pellegrini, nel soffio vivo e vivificante 
dello Spirito sempre nuovo nell’amore. 
Dona ai nostri giovani l’esperienza trasformante 
di riconoscersi amati da Te, raggiunti dalla Tua grazia 
nel popolo dell’alleanza nuova, per i meriti del Cristo 
e i doni della nuova creazione, da Lui inaugurata
e sempre in atto di compiersi sotto l’azione del Paraclito.
E Maria, la giovane figlia di Sion, interceda per noi,
perché uniti al Figlio Suo crocifisso e risorto
possiamo essere sempre e per tutti
i testimoni dell’accoglienza, dell’accompagnamento fedele,
del discernimento sapiente e dell’integrazione amorosa
di ogni persona cui ci mandi e che ci affidi, 
nella gioia di una giovinezza sempre nuova
del nostro cuore, abitato da Te. Amen. Alleluja!


di Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto

venerdì 21 aprile 2017

«Gesù ci ha presi, ci ha afferrati, ci ha conquistati per non lasciarci più. Il cristianesimo è grazia, è sorpresa, e per questo motivo presuppone un cuore capace di stupore.» Papa Francesco Udienza Generale 19/04/2017 (Foto, testo e video)


 UDIENZA GENERALE 

 19 aprile 2017 

Ci sono quattro piccoli passeggeri a bordo della jeep bianca scoperta a bordo della quale il Papa si è affacciato in piazza San Pietro, puntuale alle 9.30 per l’appuntamento del mercoledì con i fedeli, che oggi sono circa 20mila e gremiscono la piazza in ogni settore delimitato dalle transenne. Appena arrivato, infatti, Francesco ha fatto salire a bordo quattro bambini vestiti con il saio della Prima Comunione, due maschi e due femmine, che si sono goduti il giro della piazza, in una Roma baciata dal sole ma anche da un vento di tramontana insolito per le temperature di questo periodo. Il Papa, che indossa il cappotto, ha perso subito lo zucchetto, proprio a causa del vento. Presenti all’udienza, tra gli altri, anche fedeli provenienti dall’Argentina, uno dei quali ha mostrato al Papa una maglia con i colori bianco e azzurri della nazionale e il numero “5” stampato sopra. Durante il giro, una sosta speciale della jeep bianca scoperta per salutare una vecchietta in carrozzella, molto espansiva e sorridente, che ha quasi “strapazzato” Francesco per poter ricevere da lui un bacio. Molto variopinti gli striscioni, di cui alcuni scritti a mano dai ragazzi delle scuole, riconoscibili dai loro berrettini colorati. Il Papa ha sorseggiato anche oggi una tazza di mate che gli hanno offerto dalle transenne. Prima di compiere il tratto a piedi che lo conduce alla sua postazione al centro del sagrato, ancora adornato dai fiori gialli della Messa di Pasqua, il Papa si è rimesso lo zucchetto, poi volato di nuovo, e ha fatto scendere i quattro piccoli ospiti baciandoli uno ad uno.





Guarda il video del saluto ai fedeli


La Speranza cristiana - 19. Cristo Risorto nostra speranza (cfr 1 Cor 15)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Ci incontriamo quest’oggi nella luce della Pasqua, che abbiamo celebrato e continuiamo a celebrare con la Liturgia. Per questo, nel nostro itinerario di catechesi sulla speranza cristiana, oggi desidero parlarvi di Cristo Risorto, nostra speranza, così come lo presenta san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (cfr cap. 15).

L’apostolo vuole dirimere una problematica che sicuramente nella comunità di Corinto era al centro delle discussioni. La risurrezione è l’ultimo argomento affrontato nella Lettera, ma probabilmente, in ordine di importanza, è il primo: tutto infatti poggia su questo presupposto.

Parlando ai suoi cristiani, Paolo parte da un dato inoppugnabile, che non è l’esito di una riflessione di qualche uomo sapiente, ma un fatto, un semplice fatto che è intervenuto nella vita di alcune persone. Il cristianesimo nasce da qui. Non è un’ideologia, non è un sistema filosofico, ma è un cammino di fede che parte da un avvenimento, testimoniato dai primi discepoli di Gesù. Paolo lo riassume in questo modo: Gesù è morto per i nostri peccati, fu sepolto, e il terzo giorno è risorto ed è apparso a Pietro e ai Dodici (cfr 1 Cor 15,3-5). Questo è il fatto: è morto, è sepolto, è risorto ed è apparso. Cioè, Gesù è vivo! Questo è il nocciolo del messaggio cristiano.

Annunciando questo avvenimento, che è il nucleo centrale della fede, Paolo insiste soprattutto sull’ultimo elemento del mistero pasquale, cioè sul fatto che Gesù è risuscitato. Se infatti tutto fosse finito con la morte, in Lui avremmo un esempio di dedizione suprema, ma questo non potrebbe generare la nostra fede. E’ stato un eroe. No! E’ morto, ma è risorto. Perché la fede nasce dalla risurrezione. Accettare che Cristo è morto, ed è morto crocifisso, non è un atto di fede, è un fatto storico. Invece credere che è risorto sì. La nostra fede nasce il mattino di Pasqua. Paolo fa un elenco delle persone a cui Gesù risorto apparve (cfr vv. 5-7). Abbiamo qui una piccola sintesi di tutti i racconti pasquali e di tutte le persone che sono entrate in contatto con il Risorto. In cima all’elenco ci sono Cefa, cioè Pietro, e il gruppo dei Dodici, poi “cinquecento fratelli” molti dei quali potevano rendere ancora la loro testimonianza, poi viene citato Giacomo. Ultimo della lista – come il meno degno di tutti – è lui stesso. Paolo dice di se stesso: “Come un aborto” (cfr v. 8).

Paolo usa questa espressione perché la sua storia personale è drammatica: lui non era un chierichetto, ma era un persecutore della Chiesa, orgoglioso delle proprie convinzioni; si sentiva un uomo arrivato, con un’idea molto limpida di cosa fosse la vita con i suoi doveri. Ma, in questo quadro perfetto – tutto era perfetto in Paolo, sapeva tutto – in questo quadro perfetto di vita, un giorno avviene ciò che era assolutamente imprevedibile: l’incontro con Gesù Risorto, sulla via di Damasco. Lì non ci fu soltanto un uomo che cadde a terra: ci fu una persona afferrata da un avvenimento che gli avrebbe capovolto il senso della vita. E il persecutore diviene apostolo, perché? Perché io ho visto Gesù vivo! Io ho visto Gesù Cristo risorto! Questo è il fondamento della fede di Paolo, come della fede degli altri apostoli, come della fede della Chiesa, come della nostra fede.

Che bello pensare che il cristianesimo, essenzialmente, è questo! Non è tanto la nostra ricerca nei confronti di Dio – una ricerca, in verità, così tentennante –, ma piuttosto la ricerca di Dio nei nostri confronti. Gesù ci ha presi, ci ha afferrati, ci ha conquistati per non lasciarci più. Il cristianesimo è grazia, è sorpresa, e per questo motivo presuppone un cuore capace di stupore. Un cuore chiuso, un cuore razionalistico è incapace dello stupore, e non può capire cosa sia il cristianesimo. Perché il cristianesimo è grazia, e la grazia soltanto si percepisce, e per di più si incontra nello stupore dell’incontro.

E allora, anche se siamo peccatori –tutti noi lo siamo –, se i nostri propositi di bene sono rimasti sulla carta, oppure se, guardando la nostra vita, ci accorgiamo di aver sommato tanti insuccessi… Nel mattino di Pasqua possiamo fare come quelle persone di cui ci parla il Vangelo: andare al sepolcro di Cristo, vedere la grande pietra rovesciata e pensare che Dio sta realizzando per me, per tutti noi, un futuro inaspettato. Andare al nostro sepolcro: tutti ne abbiamo un pochettino dentro. Andare lì, e vedere come Dio è capace di risorgere da lì. Qui c’è felicità, qui c’è gioia, vita, dove tutti pensavano ci fosse solo tristezza, sconfitta e tenebre. Dio fa crescere i suoi fiori più belli in mezzo alle pietre più aride.

Essere cristiani significa non partire dalla morte, ma dall’amore di Dio per noi, che ha sconfitto la nostra acerrima nemica. Dio è più grande del nulla, e basta solo una candela accesa per vincere la più oscura delle notti. Paolo grida, riecheggiando i profeti: «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (v. 55). In questi giorni di Pasqua, portiamo questo grido nel cuore. E se ci diranno il perché del nostro sorriso donato e della nostra paziente condivisione, allora potremo rispondere che Gesù è ancora qui, che continua ad essere vivo fra noi, che Gesù è qui, in piazza, con noi: vivo e risorto.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
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Saluto i pellegrini di lingua italiana. Nel clima della gioia pasquale rivolgo il mio saluto a voi giovani sacerdoti della Diocesi di Mantova, accompagnati dal Vescovo Mons. Marco Busca e a voi, cari Diaconi della Compagnia di Gesù, qui convenuti con amici e familiari. Incoraggio ciascuno a vivere ogni giorno il Vangelo della carità.

Saluto le suore di diversi istituti partecipanti al corso promosso dall’USMI; la Corale Polifonica Logudorese; le Pie Operaie dell’Immacolata Concezione con gli Amici del Fondatore Marcucci; e i fedeli di Marigliano, che ricordano l’80° anniversario dell’Incoronazione dell’immagine della Madonna della Speranza. Auspico che quest’incontro sia per tutti occasione di rinnovata adesione a Gesù e ai suoi insegnamenti.

Saluto infine i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Cari giovani, specialmente voi ragazzi della Professione di fede delle Diocesi di Milano e Cremona, vivete in pienezza il messaggio pasquale, testimoniando dappertutto la pace, dono di Cristo Risorto. Cari ammalati, guardate costantemente a Colui che ha vinto la morte e ci aiuta ad accogliere le sofferenze come momento privilegiato di redenzione e di salvezza. Cari sposi novelli, vivete la quotidiana esperienza familiare nella consapevolezza della presenza vivificante di Gesù nella vostra casa.


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Il Triduo pasquale di Papa Francesco: Giovedì Santo (foto, testi e video)


13 aprile 2017

 SANTA MESSA DEL CRISMA 

Papa Francesco ha presieduto nella Basilica Vaticana la Messa del Crisma, durante la quale i sacerdoti della diocesi di Roma hanno rinnovato le promesse sacerdotali e sono stati benedetti gli Oli dei Catecumeni e degli Infermi e il Crisma che serviranno per l’amministrazione dei Sacramenti nel corso dell’anno.
Durante l'omelia Papa Francesco ha invitato i sacerdoti a non separare «le tre grazie del Vangelo: la Verità non negoziabile, la misericordia incondizionata verso tutti i peccatori e la sua gioia inclusiva»




Il testo integrale dell'omelia

«Lo Spirito del Signore è sopra di me; / per questo mi ha consacrato con l’unzione / e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, / a proclamare ai prigionieri la liberazione / e ai ciechi la vista; / a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Il Signore, Unto dallo Spirito, porta il lieto Annuncio ai poveri. Tutto ciò che Gesù annuncia, e anche noi, sacerdoti, è lieto Annuncio. Gioioso della gioia evangelica: di chi è stato unto nei suoi peccati con l’olio del perdono e unto nel suo carisma con l’olio della missione, per ungere gli altri. E, al pari di Gesù, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutta la sua persona. Quando predica l’omelia – breve, se possibile – lo fa con la gioia che tocca il cuore della sua gente mediante la Parola con cui il Signore ha toccato lui nella sua preghiera. Come ogni discepolo missionario, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutto il suo essere. E, d’altra parte, sono proprio i particolari più piccoli – tutti lo abbiamo sperimentato – quelli che meglio contengono e comunicano la gioia: il particolare di chi fa un piccolo passo in più e fa sì che la misericordia trabocchi nelle terre di nessuno; il particolare di chi si decide a concretizzare e fissa giorno e ora dell’incontro; il particolare di chi lascia, con mite disponibilità, che usino il suo tempo…

Il lieto Annuncio può sembrare semplicemente un altro modo di dire “Vangelo”, come “buona novella”, o “buona notizia”. Tuttavia, contiene qualcosa che riassume in sé tutto il resto: la gioia del Vangelo. Riassume tutto perché è gioioso in se stesso.

Il lieto Annuncio è la perla preziosa del Vangelo. Non è un oggetto, è una missione. Lo sa chi sperimenta «la dolce e confortante gioia di evangelizzare» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 10).

Il lieto Annuncio nasce dall’Unzione. La prima, la “grande unzione sacerdotale” di Gesù, è quella che fece lo Spirito Santo nel seno di Maria.

In quei giorni, la lieta Annunciazione fece cantare il Magnificat alla Madre Vergine, riempì di santo silenzio il cuore di Giuseppe, suo sposo, e fece sussultare di gioia Giovanni nel seno di sua madre Elisabetta.

Oggi, Gesù ritorna a Nazaret, e la gioia dello Spirito rinnova l’Unzione nella piccola sinagoga del paese: lo Spirito si posa e si effonde su di Lui ungendolo con olio di letizia (cfr Sal 45,8).

Il lieto Annuncio. Una sola Parola – Vangelo – che nell’atto di essere annunciato diventa gioiosa e misericordiosa verità.

Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua Verità – non negoziabile –, la sua Misericordia – incondizionata con tutti i peccatori – e la sua Gioia – intima e inclusiva –. Verità, Misericordia e Gioia: tutte e tre insieme.

Mai la verità del lieto Annuncio potrà essere solo una verità astratta, di quelle che non si incarnano pienamente nella vita delle persone perché si sentono più comode nella lettera stampata dei libri.

Mai la misericordia del lieto Annuncio potrà essere una falsa commiserazione, che lascia il peccatore nella sua miseria perché non gli dà la mano per alzarsi in piedi e non lo accompagna a fare un passo avanti nel suo impegno.

Mai potrà essere triste o neutro l’Annuncio, perché è espressione di una gioia interamente personale: «la gioia di un Padre che non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 237): la gioia di Gesù nel vedere che i poveri sono evangelizzati e che i piccoli vanno ad evangelizzare (cfr ibid., 5).

Le gioie del Vangelo – uso adesso il plurale, perché sono molte e diverse, a seconda di come lo Spirito vuole comunicare in ogni epoca, ad ogni persona in ogni cultura particolare – sono gioie speciali. Vanno messe in otri nuovi, quelli di cui parla il Signore per esprimere la novità del suo messaggio.

Condivido con voi, cari sacerdoti, cari fratelli, tre icone di otri nuovi in cui il lieto Annuncio si conserva bene - è necessario conservarlo - non diventa aceto e si versa in abbondanza.

Un’icona del lieto Annuncio è quella delle anfore di pietra delle nozze di Cana (cfr Gv 2,6). In un particolare, rispecchiano bene quell’Otre perfetto che è – lei stessa, tutta intera – la Madonna, la Vergine Maria. Dice il Vangelo che «le riempirono fino all’orlo» (Gv 2,7). Immagino che qualcuno dei servitori avrà guardato Maria per vedere se così era sufficiente e ci sarà stato un gesto con cui lei avrà detto di aggiungere un secchio in più. Maria è l’otre nuovo della pienezza contagiosa. Ma cari, senza la Madonna non possiamo andare avanti nel nostro sacerdozio! Lei è «la piccola serva del Padre che trasalisce di gioia nella lode» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 286), la Madonna della prontezza, colei che appena ha concepito nel suo seno immacolato il Verbo della vita, va a visitare e servire la cugina Elisabetta. La sua pienezza contagiosa ci permette di superare la tentazione della paura: quel non avere il coraggio di farsi riempire fino all’orlo e anche di più, quella pusillanimità di non andare a contagiare di gioia gli altri. Niente di tutto ciò, perché «la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù» (ibid., 1).

La seconda icona del lieto Annuncio che voglio condividere con voi è quella brocca che – con il suo mestolo di legno – nel pieno sole del mezzogiorno, portava sulla testa la Samaritana (cfr Gv 4,5-30). Esprime bene una questione essenziale: quella della concretezza. Il Signore, che è la Fonte dell’Acqua viva, non aveva un mezzo per attingere l’acqua e bere qualche sorso. E la Samaritana prese dell’acqua dalla sua brocca con il mestolo e saziò la sete del Signore. E la saziò ancora di più con la confessione dei suoi peccati concreti. Scuotendo l’otre di quell’anima samaritana, traboccante di misericordia, lo Spirito Santo si versò in tutti gli abitanti di quel piccolo paese, che invitarono il Signore a fermarsi in mezzo a loro.

Un otre nuovo con questa concretezza inclusiva il Signore ce l’ha regalato nell’anima “samaritana” che è stata Madre Teresa di Calcutta. Lui la chiamò e le disse: «Ho sete». “Piccola mia, vieni, portami nei buchi dei poveri. Vieni, sii mia luce. Non posso andare da solo. Non mi conoscono, e per questo non mi vogliono. Portami da loro”. E lei, cominciando da uno concreto, con il suo sorriso e il suo modo di toccare con le mani le ferite, ha portato il lieto Annuncio a tutti. Il modo di toccare con le mani le ferite: le carezze sacerdotali ai malati, ai disperati. Il sacerdote uomo della tenerezza. Concretezza e tenerezza!.

La terza icona del lieto Annuncio è l’Otre immenso del Cuore trafitto del Signore: integrità mite, umile e povera, che attira tutti a sé. Da Lui dobbiamo imparare che annunciare una grande gioia a coloro che sono molto poveri non si può fare se non in modo rispettoso e umile fino all’umiliazione. Non può essere presuntuosa l’evangelizzazione. Concreta, tenera e umile: così l’evangelizzazione sarà gioiosa. Non può essere presuntuosa l’evangelizzazione, non può essere rigida l’integrità della verità, perché la verità si è fatta carne, si è fatta tenerezza, si è fatta bambino, si è fatta uomo, si è fatta peccato in croce (cfr 2Cor 5,21). Lo Spirito annuncia e insegna «tutta la verità» (Gv 16,13) e non teme di farla bere a sorsi. Lo Spirito ci dice in ogni momento quello che dobbiamo dire ai nostri avversari (cfr Mt 10,19) e illumina il piccolo passo avanti che in quel momento possiamo fare. Questa mite integrità dà gioia ai poveri, rianima i peccatori, fa respirare coloro che sono oppressi dal demonio.

Cari sacerdoti, contemplando e bevendo da questi tre otri nuovi, il lieto Annuncio abbia in noi la pienezza contagiosa che la Madonna trasmette con tutto il suo essere, la concretezza inclusiva dell’annuncio della Samaritana e l’integrità mite con cui lo Spirito sgorga e si effonde, incessantemente, dal Cuore trafitto di Gesù nostro Signore.

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 SANTA MESSA IN COENA DOMINI 

Nel giorno del Giovedì Santo papa Francesco è tornato tra gli ultimi. Quest'anno ha scelto i detenuti del carcere di Paliano, in provincia di Frosinone, per il rito della lavanda dei piedi, nella messa in coena domini. Sono per la maggior parte collaboratori di giustizia, pentiti di mafia, con una sezione per i malati di tubercolosi polmonare. 
Arrivato poco dopo le 16 nella casa circondariale in provincia di Frosinone e diocesi di Palestrina, accolto dalla direttrice Nadia Cersosimo, dall’ispettore capo Vincenzo Verani e dal cappellano don Luigi Paoletti, Francesco ha salutato 58 detenuti – tutti collaboratori di giustizia – e separatamente altri otto malati di tubercolosi e due in regime di isolamento.






Durante la messa in cena Domini celebrata nella cappella del penitenziario, il Papa ha pronunciato una breve omelia a braccio.

Omelia

C’era Gesù a cena, con loro nell’ultima cena e, dice il Vangelo, “sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre”. Sapeva che era stato tradito e che sarebbe stato consegnato da Giuda quella stessa notte. “Avendo amato i suoi, che erano nel mondo, li amò fino alla fine”. Dio ama così: fino alla fine. E dà la vita per ognuno di noi, e si vanta di questo, e vuole questo perché Lui ha amore: “Amare fino alla fine”. Non è facile, perché tutti noi siamo peccatori, tutti abbiamo i limiti, i difetti, tante cose. Tutti sappiamo amare, ma non siamo come Dio che ama senza guardare le conseguenze, fino alla fine. E da l’esempio: per far vedere questo, Lui che era “il capo”, che era Dio, lava i piedi ai suoi discepoli. Quello di lavare i piedi era un’abitudine che si faceva, all’epoca, prima dei pranzi e delle cene, perché non c’era l’asfalto e la gente camminava nella polvere. Pertanto, uno dei gesti per ricevere una persona a casa, e anche a mangiare, era lavarle i piedi. Questo lo facevano gli schiavi, lo facevano quelli che erano schiavizzati, ma Gesù capovolge e lo fa Lui. Simone non voleva farlo, ma Gesù gli spiegò che era così, che Lui è venuto al mondo per servire, per servirci, per farsi schiavo per noi, per dare la vita per noi, per amare sino alla fine.

Oggi, nella strada, quando arrivavo, c’era gente che salutava: “Viene il Papa, il capo. Il capo della Chiesa …”. Il capo della Chiesa è Gesù; non scherziamo! Il Papa è la figura di Gesù e io vorrei fare lo stesso che ha fatto Lui. In questa cerimonia, il parroco lava i piedi ai fedeli. C’è un capovolgimento: quello che sembra il più grande deve fare il lavoro da schiavo, ma per seminare amore. Per seminare amore fra noi, io non vi dico oggi di andare a lavarvi i piedi uno dall’altro: sarebbe uno scherzo. Ma il simbolo, la figura sì: vi dirò che se voi potete dare un aiuto, fare un servizio qui, in carcere, al compagno o alla compagna, fatelo. Perché questo è amore, questo è come lavare i piedi. E’ essere servo degli altri. Una volta i discepoli litigavano tra loro, sopra chi fosse il più grande, il più importante. E Gesù dice: “Quello che vuole essere importante, deve farsi il più piccolo e il servitore di tutti”. E questo è quello che ha fatto Lui, questo fa Dio con noi. Ci serve, è il servitore. Tutti noi, che siamo poveracci, tutti! Ma Lui è grande, Lui è buono. E Lui ci ama così come siamo. Per questo, durante questa cerimonia pensiamo a Dio, a Gesù. Non è una cerimonia folkloristica: è un gesto per ricordare quello che ha dato Gesù. Dopo di questo, ha preso il pane e ci ha dato il Suo corpo; ha preso il vino, e ci ha dato il Suo sangue. E così è l’amore di Dio. Oggi, pensiamo soltanto all’amore di Dio.

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#iostocongabriele - Mobilitazione nonviolenta per sostenere la liberazione immediata del giornalista Gabriele Del Grande in stato di fermo in Turchia


Dopo 11 giorni di fermo in Turchia, il giornalista ha potuto incontrare il console italiano e un avvocato. Ottenuta anche l'assistenza di un medico

"L'incontro di Gabriele Del Grande con il console e l'avvocato ha già avuto luogo. Gabriele ha avuto anche l'opportunità di incontrare da solo il proprio avvocato". Lo dice il ministro degli Esteri Angelino Alfano alla Farnesina. "Ci risulta che Gabriele stia bene - prosegue il ministro - sta facendo uno sciopero della fame nutrendosi solo di liquidi.
Ha comunque l'assistenza di un medico che io ho richiesto e ottenuto dalle autorità turche". Il colloquio si è svolto nel centro di detenzione amministrativa di Mugla, sulla costa egea della Turchia, dove è trattenuto il blogger toscano, fermato il 9 aprile al confine con la Siria.

Dopo 11 giorni di fermo in Turchia, dunque, si apre uno spiraglio nella vicenda del documentarista e giornalista toscano, fermato dalle autorità turche durante un controllo al confine con la Siria e da allora senza alcun contatto con l'esterno, salvo una breve telefonata martedì alla famiglia, in cui ha anche annunciato l'avvio di uno sciopero della fame.

Al momento, la situazione di Del Grande resta incerta, senza alcuna "accusa formalizzata nei suoi confronti", come ribadito dal presidente della Commissione diritti umani, Luigi Manconi. A spingere per la sua liberazione è stato ieri anche il capo del governo, Paolo Gentiloni, spiegando di seguire il dossier con la Farnesina. "Spero che il problema sia rapidamente risolto. È solo un esempio del fatto che abbiamo bisogno di un impegno su un processo inclusivo" di tutta la popolazione turca, nel "rispetto dei diritti fondamentali", ha detto il premier da Washington.

Nelle scorse ore è intervenuta anche l'Alto rappresentante di Bruxelles per la politica estera, Federica Mogherini: "Ci siamo coordinati con le autorità italiane fin dal primo momento, come facciamo in casi simili in cui la responsabilità principale è dello stato membro. L'Ue si è attivata per sostenere l'azione dell'ambasciatore italiano ad Ankara, che oltretutto ho sentito nei giorni scorsi, per sostenere l'azione della Farnesina e del governo italiano rispetto alle autorità turche. Questo sta già accadendo in modo discreto ma, spero, produttivo".

Un nuovo appello per Del Grande è giunto anche dal presidente dell'Europarlamento, Antonio Tajani, che avvisa: "La Turchia deve rispettare la libertà di stampa se vuol far parte dell'Unione europea". Della vicenda, continuano a occuparsi costantemente le autorità diplomatiche italiane in Turchia. Anche oggi, una delegazione consolare si è recata a Mugla, tenendo alta l'attenzione sulla vicenda e ricevendo nuove rassicurazioni sulle condizioni di salute di Del Grande.

Ma l'ansia dei familiari è forte. "Spero che l'incontro possa andare in porto, che si possa parlare con lui e che nell'arco della prossima settimana torni a casa", ha detto il padre Massimo, dicendosi "preoccupato" per lo sciopero della fame annunciato dal figlio: "Non è stato arrestato, le autorità turche lo hanno fermato. È chiuso in una cella, ogni giorno viene interrogato e gli è impedito di parlare con l'esterno. Questo ci sembra un fatto abbastanza grave". Prosegue anche la mobilitazione in tutta Italia. Iniziative di solidarietà si sono svolte anche oggi da Bolzano a Palermo, mentre sul web la catena di amici e sostenitori di Del Grande continua a promuovere la campagna per il suo rilascio con l'hastagh #iostocongabriele.
(fonte: ANSA 21/04/2017 ore 11.38)

Il giornalista italiano è imprigionato in Turchia, come sempre più spesso accade a chi tenta di fare informazione nel Paese governato da Erdogan, che calpesta i diritti e pretende di entrare in Europa. Un “fermo amministrativo” che non ha nessuna motivazione ufficiale, ma la spiegazione più plausibile è il lavoro di ricerca che Gabriele stava portando avanti ai confini tra Turchia, Siria e Irak, nelle zone dei campi profughi e dei territori di guerra.

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«Gabriele è un ragazzo molto generoso e proiettato verso il prossimo,- ci dice Massimo Del Grande, il padre-, ha sempre dato voce a chi non aveva la possibilità di far sentire la propria. Oggi dobbiamo essere, tutti noi, la sua voce». E’ un uomo di grande stazza, Massimo, ma ciò nonostante non riesce a contenere tutta l’ondata di amicizia ed affetto che la vicenda di Gabriele sta scatenando: «Sono stanco e provato, tantissime telefonate, non credevo che Gabriele avesse così tanti amici; molti giornalisti mi chiamano dall’estero, dai vari paesi dell’Unione Europea, si stanno dando da fare per organizzare alcune iniziative a favore della liberazione di mio figlio. Oggi e nei prossimi giorni ci saranno manifestazioni in tante piazze d’Italia e in varie località europee, tutto questo è molto bello…vorrei ringraziare tutti, se potessi abbraccerei ognuno singolarmente».

Un “fermo amministrativo” che non ha nessuna motivazione ufficiale, per ora solo deduzioni ed ipotesi. La motivazione più plausibile è relativa al grosso lavoro di ricerca che il giornalista e scrittore italiano stava portando avanti ai confini tra la Turchia, Siria e Irak, nelle zone dei campi profughi e dei territori di guerra. Gabriele ha una compagna, Alexandra, dalla loro unione sono nati due splendidi figli, una bambina di 4 anni e un maschietto di 3, che sono il coronamento di una bella storia affettiva, fatta anche di grande impegno sociale e culturale. «Gabriele è molto scrupoloso e spinto da grande entusiasmo per una professione che ama con tutto se stesso - ci racconta Alexandra D’Onofrio, la sua compagna -, in continua ricerca degli aspetti più in ombra delle storie. Il sequestro di tutti gli strumenti professionali in suo possesso, è già una chiara risposta ai nostri punti interrogativi».

E’ purtroppo una consuetudine che quello che sta subendo Gabriele è prassi che si ripete spesso per i giornalisti in Turchia che lavorano senza tutele dei loro diritti di uomini e di professionisti. La Farnesina si è immediatamente attivata a favore di Gabriele e il ministro Angelino Alfano ha mobilitato il corpo diplomatico italiano in Turchia. Dopo le prime difficoltà, è stato ottenuto un incontro per il 21 Aprile alle 9.00. Una delegazione italiana, con il console Luigi Iannuzzi e l’avvocato turco, incontrerà Gabriele nel centro di detenzione di Mugla». C’è grande speranza di riuscire a far chiarezza attorno a tutta la vicenda, magari procedendo a grandi passi verso la liberazione definitiva di Gabriele.

«E’ un uomo che non si abbatte mai, anzi, - aggiunge Alexandra -, nell’unica telefonata in cui ci siamo sentiti dopo il suo fermo, ha voluto dare un segno pacifico di protesta iniziando lo sciopero della fame contro la soppressione della libertà di informazione». Molte persone hanno aderito a questa pacifica forma di sensibilizzazione e i messaggi di solidarietà si stanno moltiplicando esponenzialmente via web in tutta Europa. Ringrazio tutti coloro che hanno aderito allo sciopero della fame e coloro che hanno riempito o riempiranno le piazze d’Italia e d’Europa per Gabriele. Spero che tutto quello che stiamo facendo ridoni la libertà a Gabriele nel più breve tempo possibile».



Alexandra D'Onofrio in un video ha annunciato l'organizzazione di una staffetta di digiuno che continuerà fino a che Gabriele Del Grande verrà rilasciato, è aperta a tutti ed è un modo nonviolento per sostenere la richiesta che venga rimesso immediatamente in libertà.
Per sapere come partecipare il riferimento – come spiega Alexandra nel video – è la pagina facebook Io sto con la sposa. Scrivendo sulla pagina è possibile segnalare la propria partecipazione al digiuno ma anche accordarsi per organizzare mobilitazioni nelle varie città.

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