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venerdì 17 novembre 2017

«Pensare alla morte non è una fantasia brutta, è una realtà ... e lì sarà l’incontro col Signore» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
17 novembre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Pensare la morte”



«Pensare alla nostra morte non è una brutta fantasia»; anzi, vivere bene ogni giorno come se fosse «l’ultimo», e non come se questa vita fosse «una normalità» che dura per sempre, potrà aiutare a trovarsi davvero pronti quando il Signore chiamerà. È un invito a riconoscere serenamente la verità essenziale della nostra esistenza quello che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata venerdì mattina, 17 novembre, a Santa Marta.

«In queste due ultime settimane dell’anno liturgico — ha subito fatto presente — la Chiesa nelle letture, nella messa, ci fa riflettere sulla fine». Da una parte, certo, «la fine del mondo, perché il mondo crollerà, sarà trasformato» e ci sarà «la venuta di Gesù, alla fine». Ma, dall’altra parte, la Chiesa parla anche della «fine di ognuno di noi, perché ognuno di noi, morirà: la Chiesa, come madre, maestra, vuole che ognuno di noi pensi alla propria morte».

«A me attira l’attenzione — ha confidato il Pontefice, facendo riferimento al brano evangelico di Luca (17, 26-37) — quello che dice Gesù in questo passo che abbiamo letto». In particolare la sua risposta «quando domandano come sarà sarà la fine del mondo». Ma intanto, ha rilanciato il Papa seguendo le parole del Signore, «pensiamo a come sarà la mia fine». Nel Vangelo Gesù usa le espressioni «come avvenne anche nei giorni di Noè» e «come avvenne anche nei giorni di Lot». Per dire, ha spiegato, che gli uomini «in quel tempo mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca». E, ancora, «come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano».

Ecco però, ha proseguito il Papa, che arriva «il giorno che il Signore fa piovere fuoco e zolfo dal cielo». Insomma, «c’è la normalità, la vita è normale — ha fatto notare Francesco — e noi siamo abituati a questa normalità: mi alzo alle sei, mi alzo alle sette, faccio questo, faccio questo lavoro, vado a trovare questo domani, domenica è festa, faccio questo». E «così siamo abituati a vivere una normalità di vita e pensiamo che questo sarà sempre così». Ma lo sarà, ha aggiunto il Pontefice, «fino al giorno che Noè salì sull’arca, fino al giorno che il Signore ha fatto cadere fuoco e zolfo dal cielo».

Perché sicuramente «verrà un giorno in cui il Signore dirà a ognuno di noi: “vieni”», ha ricordato il Pontefice. E «la chiamata per alcuni sarà repentina, per altri sarà dopo una malattia, in un incidente: non sappiamo». Ma «la chiamata ci sarà e sarà una sorpresa: non l’ultima sorpresa di Dio, dopo di questa ce ne sarà un’altra — la sorpresa dell’eternità — ma sarà la sorpresa di Dio per ognuno di noi».

A proposito della fine, ha proseguito, «Gesù ha una frase, l’abbiamo letta ieri nella messa: sarà “come la folgore che guizzando brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno”, il giorno che busserà alla nostra vita».

«Noi siamo abituati a questa normalità della vita — ha proseguito Francesco — e pensiamo che sarà sempre così». Però «il Signore, e la Chiesa, ci dice in questi giorni: fermati un po’, fermati, non sempre sarà così, un giorno non sarà così, un giorno tu sarai tolto e quello che è accanto a te sarà lasciato».

«Signore, quando sarà il giorno in cui sarò tolto?»: proprio «questa — ha suggerito il Papa — è la domanda che la Chiesa invita a farci oggi e ci dice: fermati un po’ e pensa alla tua morte». Ecco il significato della frase citata da Francesco, posta all’ingresso «in un cimitero, al nord di Italia: “Pellegrino, tu che passi, pensa dai tuoi passi, l’ultimo passo”». Perché «ci sarà un ultimo» passo.

«Questo vivere la normalità della vita come fosse una cosa eterna, un’eternità — ha spiegato il Papa — si vede anche nelle veglie funebri, nelle cerimonie, nelle onorificenze funebri: tante volte le persone che davvero sono coinvolte con quella persona morta, per la quale preghiamo, sono poche».

E così «una veglia funebre si è trasformata normalmente in un fatto sociale: “Dove vai oggi?” — “Oggi devo andare a fare questo, questo, questo, poi al cimitero perché c’è la cerimonia”». Diventa così «un fatto in più e lì incontriamo gli amici, parliamo: il morto è lì ma noi parliamo: normale». Così «anche quel momento trascendente, per il modo di camminare della vita abituale, diventa un fatto sociale». E «questo — ha confidato ancora Francesco — io l’ho visto nella mia patria: in alcune veglie funebri c’è un servizio di ricevimento, si mangia, si beve, il morto è lì: ma noi qui facciamo un po’, non dico “festa”, ma parliamo, mondanamente; è una riunione in più, per non pensare».

«Oggi — ha affermato il Pontefice — la Chiesa, il Signore, con quella bontà che ha, dice a ognuno di noi: fermati, fermati, non tutti i giorni saranno così; non abituarti come questa fosse l’eternità; ci sarà un giorno che tu sarai tolto, l’altro rimarrà, tu sarai tolto». Insomma, così «è andare col Signore, pensare che la nostra vita avrà fine, e questo fa bene perché lo possiamo pensare all’inizio del lavoro: oggi forse sarà l’ultimo giorno, non so, ma farò bene il lavoro». E «farò» bene anche «nei rapporti a casa, con i miei, con la famiglia: andare bene, forse sarà l’ultimo giorno, non so». Lo stesso dobbiamo pensarlo, ha proseguito Francesco, «anche quando andiamo a fare una visita medica: questa sarà una in più o sarà l’inizio delle ultime visite?».

«Pensare alla morte non è una fantasia brutta, è una realtà», ha insistito il Pontefice, spiegando: «Se è brutta o non brutta dipende da me, come io la penso, ma ci sarà e lì sarà l’incontro col Signore: questo sarà il bello della morte, sarà l’incontro col Signore, sarà lui a venire incontro, sarà lui a dire “vieni, vieni, benedetto da mio Padre, vieni con me”». A nulla serve dire: «Ma, Signore, aspetta che devo sistemare questo, questo». Perché tanto «non si può sistemare niente: quel giorno chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa non scenda: dove stai ti prenderanno, ti prenderanno, tu lascerai tutto».

Però «avremo il Signore, questa è la bellezza dell’incontro», ha rassicurato il Papa. «L’altro giorno — ha aggiunto — ho trovato un sacerdote, più o meno sessantacinquenne: non si sentiva bene, è andato dal dottore», il quale «dopo la visita» gli «ha detto: “Guardi, lei ha questo, questa è una cosa brutta, ma forse stiamo in tempo di fermarla, faremo questo; se non si ferma faremo quest’altro e se non si ferma incominceremo a camminare e io la accompagnerò fino alla fine”». Perciò, ha commentato Francesco, «bravo quel medico! Con quanta dolcezza ha detto la verità: anche noi accompagniamoci in questa strada, andiamo insieme, lavoriamo, facciamo del bene e tutto, ma sempre guardando là».

«Oggi facciamo questo» ha concluso il Papa, perché «ci farà bene a tutti fermarsi un po’ e pensare il giorno nel quale il Signore verrà a trovarmi, verrà a prendermi per andare da lui».

(fonte: L'Osservatore Romano)

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Che cosa resta della mafia di Giuseppe Savagnone



Che cosa resta della mafia
di Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.


La morte di Totò Riina, il “capo dei capi” della mafia siciliana, riporta di attualità una riflessione su questo fenomeno storico, o, meglio, su ciò che rimane di esso. Non che la mafia siciliana sia ormai estinta. Ma il dilagare del fenomeno dei “pentiti” e l’arresto di boss come Riina e Provenzano, hanno dato dei colpi significativi a Cosa Nostra, intaccandone il prestigio e, soprattutto, disgregandone la compattezza. In passato la mafia era un religione. Non solo e non tanto per i simboli di cui si serviva, spesso tratti dall’armamentario della religiosità popolare, ma per la dedizione totale di sé che era richiesta agli “uomini d’onore” al capo di turno, incarnazione del dio-potere. Nella società post-moderna, questa “spiritualità” perversa sembra – al pari di tutte le altre forme di religiosità – fortemente indebolita e questo favorisce processi di contaminazione di Cosa Nostra con altri tipi di criminalità, meno caratterizzati.

Si potrebbe credere, a questo punto, che i problemi della Sicilia siano risolti o, per lo meno, fortemente ridimensionati. Purtroppo non è così. In realtà, il declino – speriamo definitivo, e comunque in questo momento innegabile – di Cosa Nostra non ha coinciso con la fine della mafia. Perché quest’ultima è sempre stata, prima ancora che un’organizzazione criminale, una mentalità, una cultura, uno stile relazionale, di cui la criminalità vera e propria – quella della lupara e poi degli esplosivi – ha rappresentato l’espressione “militare”, più vistosamente violenta e incompatibile con la civile convivenza, senza però esaurirne le potenzialità negative.

Gli uomini come Riina hanno attirato su di sé l’attenzione quasi esclusiva dei media e dell’opinione pubblica, secondo le logiche di una società fortemente mediatica che ha bisogno di “mostri” da “sbattere in prima pagina”. E non c’è dubbio che di mostri si è trattato, perché hanno ucciso a sangue freddo altri esseri umani, anche bambini innocenti, per la loro corsa sfrenata al potere. Ma se si cercano le ragioni del sottosviluppo della Sicilia e del suo sempre più evidente declino, non si può concentrare l’attenzione esclusivamente sui mostri. 
Se è vero che la mafia non è solo quella che spara o prepara le stragi, ma un costume perverso, la cui essenza consiste nel misconoscere in modo assoluto le esigenze del bene comune, è intorno a noi – forse dentro di noi – che dobbiamo guardare, qui in Sicilia.

È ai nostri governanti – quelli che noi ci siamo scelti – , nel corso della storia sciagurata dell’autonomia regionale siciliana e che l’hanno utilizzata spudoratamente, con l’arroganza tipica del mafioso, per servire i loro interessi e quelli dei loro “clienti”. Stabilendo loro stessi le regole – l’autonomia lo permetteva! – e operando dunque perfettamente secondo le regole. La legalità innanzi tutto! Quando chiesero a Cuffaro come mai avesse assunto per chiamata diretta il ventitreesimo addetto stampa della presidenza della regione, rispose stupito che era la legge (fatta dall’Ars, l’assemblea regionale siciliana) che lo prevedeva. Ed è una legge (sempre regionale) che consente oggi, ai 54 membri non rieletti, di andarsene con un “premio” di fine mandato di 37.500 euro a testa. Senza parlare dei vitalizi. «Vitalizi d’oro ai deputati siciliani. Reversibilità in eterno ai familiari», era il titolo di un servizio giornalistico di pochi mesi fa. «Sono le regole dell’Ars» commentava mestamente un quotidiano siciliano in questi giorni.

Sono solo degli esempi. Se ne potrebbero citare innumerevoli altri, come la norma che attribuiva un assegno straordinario, per tutti i mesi dell’anno, ai lavoratori incaricati di spalare la neve nel lungo e rigidissimo inverno siciliano… Fu un giornalista del «Corriere della Sera» a denunziare il paradosso. Qui da noi nessuno l’aveva notato.

Dei tentativi di correggere questi stili, per la verità, da parte di alcuni ci sono stati. Era stato elaborato e proposto, per l’Assemblea regionale ,un Codice Etico. Sembrava anzi sul punto di essere approvato. Poi… «Fronte trasversale all’Ars: il codice etico viene affondato», titolava il «Giornale di Sicilia» del 4 novembre 2016.


Sì, la mafia non è solo quella del rito col sangue sparso sull’immaginetta sacra, quella delle cosche e degli uomini d’onore. E non è neppure solo quella dei politici. C’è quella degli amministratori che usano il loro potere per bloccare – per indifferenza, per inettitudine, in certi casi perché aspettano il “pizzo” – pratiche relative ad esercizi commerciali o ad altre normalissime attività che incrementerebbero il bene comune. I mesi passano e il cittadino aspetta e cerca in tutti i modi di capire che cosa sta succedendo. Ma gli uffici tacciono. Quando alla fine rilasciano la sospirata licenza o danno comunque la risposta, a volte è già tardi. A meno che non si abbia un amico che conosce un altro amico…

E poi c’è la mafia quotidiana dei semplici cittadini, di quelli che lasciano la macchina in seconda fila, bloccando la tua, e che se tu protesti ti si rivolgono sarcasticamente e con una punta di minaccia: «Mi’, comu sta faciennu…»; la mafia di quelli che gettano sistematicamente l’immondizia all’angolo del tuo palazzo (altro che differenziata…), senza che si veda mai l’ombra di un vigile, tanto per ricordare che il Comune avrebbe il compito di controllare il territorio…; la mafia degli assenteisti che sbrigano le loro faccende invece di lavorare nei propri uffici al servizio della gente.

Così si continua a vivere in Sicilia nel tempo del declino della mafia di Riina e di Provenzano. E i frutti si vedono. Un sistema sanitario a pezzi, anche se ha gli stessi soldi di quelli del Veneto e della Lombardia; un’Università spesso a gestione familistica e da cui gli studenti sono costretti a fuggire (a quella di Palermo mancava solo un rettore che rimane al suo posto solo per rassegnazione, perché non l’hanno voluto altrove!); una rete urbana di trasporti che è la parodia di quelle delle regioni civili…

Quel che resta della mafia, alla morte di Riina, è ancora troppo simile alla mafia per essere sopportabile. Bisogna dare un svolta, o la Sicilia affonderà del tutto. Non sono un fan di Musumeci, ma dicono che sia una persona onesta e capace: aiutiamolo a fare qualcosa per cambiare questa politica. Ci sono funzionari validi e corretti: valorizziamoli, denunziando gli altri con coraggio. E poi ci siamo noi cittadini, alcuni dei quali vorrebbero vivere in modo civile: educhiamo i nostri figli, i nostri alunni, i nostri parrocchiani, a farlo in ogni gesto quotidiano. Perché non creare reti di cooperazione – puntando su alcune realtà associative che già esistono – per combattere questa mafia, così come si è combattuta quella della lupara?

Qualcuno obietterà che sono proposte ancora insufficienti. Ma se qualcuno ha idee migliori, le dica, per favore. È il momento.



Quando muore un boss di Tonio Dell'Olio e "La livella" di Totò


Quando muore un boss
di Tonio Dell'Olio


Totò Riina non era il male assoluto ma semplicemente un interprete che suonava su quello spartito. Per questo la sua morte non suscita pietà e forse nemmeno la chiede. Per quanto mi è dato di capire, varcata la soglia della vita, ad attenderlo c’erano le sue vittime. E non a vendicarsi, che tanto non avrebbe alcun senso, ma a fargli comprendere, con tutta evidenza, il male provocato, il dolore inflitto e l’inutilità tutta vana di quell’affannosa e spasmodica ricerca del denaro e del potere. 
Ecco cos’è la morte: la lettura della vita dalla parte dell’ordito, la visione del tappeto persiano della nostra esistenza dall’altra parte del disegno dove c’è incrocio di fili colorati apparentemente senza senso. 
La morte poi l’ha definita bene l’altro Totò, quello nobile, ed è una livella. 
E allora chissà se un boss in erba, un aspirante, un pretendente al titolo… non voglia cominciare a considerare quel film avventuroso dal suo finale e anche da quei 24 anni di carcere che hanno privato lui degli affetti e la famiglia, quella vera, della sua presenza. Ecco che quel boss potenziale possa fermarsi prima essendo ancora in tempo, forse ancor prima di cominciare. Chissà! 
E forse finalmente se non la vita, almeno la morte di un boss sarà servita a qualcosa. E a qualcuno.

(fonte: Mosaico dei giorni 17 novembre 2017)

Totò recita la sua poesia più famosa: 'a livella


"FINE-VITA" - Il pensiero di p. Alberto Maggi

Il messaggio di Papa Francesco ai partecipanti della World Medical Association sulla controversa questione del «fine vita» ha il merito di aver riacceso il dibattito sul fine-vita.
Le sue parole sagge e cariche come sempre di umanità hanno fatto chiarezza sul pensiero della Chiesa su una così delicata questione che ci interpella tutti.

Di seguito proponiamo l'opinione espressa sull'argomento da p. Alberto Maggi, sacerdote, teologo, biblista, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, in un'intervista pubblicata oggi su Repubblica e soprattutto in una relazione molto precisa e dettagliata tenuta in occasione del Congresso Regionale AIPO Marche il 12 novembre 2016.


Il sacerdote-teologo
“Così lasciai detto di staccarmi la spina”
intervista a Alberto Maggi a cura di Paolo Rodari 
pubblicata su Repubblica il 18 novembre 2017 

«Ero ricoverato in ospedale per dissezione aortica. Non sapevo bene che malattia fosse. Accesi l’iPad e lessi che dava alta possibilità di morte. Parlai coi medici prima dell’operazione chirurgica che di lì a poco dovevo subire. Fui chiaro: se fossi rimasto paraplegico volevo vivere, ma se fossi incorso in danni cerebrali permanenti, come era altamente probabile, no, dovevano lasciarmi morire. Parlai anche col mio confratello Ricardo e gli dissi di far sì che le mie volontà fossero in tutto e per tutto esaudite: “Per carità — gli dissi — se succede aiutami a staccare”». 

Così padre Alberto Maggi, sacerdote e teologo, fine biblista, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, che ha raccolto in un libro — “Chi non muore si rivede. Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita” — la sua esperienza a «un passo dalla morte». Non aveva paura di farla finita?

 «Assolutamente no. Dissi ai medici. Non preoccupatevi. Se muoio durante l’operazione è solo la mia parte biologica a deperire. La mia anima, invece, continuerà a vivere per sempre. Diedi disposizione anche per il funerale: dopo la Messa in convento nessuno avrebbe dovuto seguire la salma al cimitero. Il mio corpo piuttosto doveva essere consegnato alle pompe funebri mentre tutti i presenti sarebbero dovuti restare in convento a festeggiare non il povero Alberto, ma il “beato” Alberto. Ricordavo a tutti l’Apocalisse, il testo di Giovanni per il quale la morte è una beatitudine ». 

La vita non è sacra? 
«Questo è il punto: è sacra la vita o l’uomo? Se è sacra la vita si deve difendere a oltranza anche quando diviene accanimento; se, invece, è sacro l’uomo gli si deve riconoscere la sua dignità e in alcuni casi lo si può anche aiutare ad andarsene serenamente». 

Eppure, a volte, anche chi firma per farla finita, o dichiara pubblicamente le sue intenzioni in questo senso, poi si pente. 
«È vero. Infatti il paziente va sempre ascoltato perché non tutti quando si trovano a un passo dalla morte sono pronti ad andarsene. Non vedono la morte come un nuovo inizio, ma come una fine e hanno paura, vogliono restare. E anche questo loro sentire va rispettato. Ho in mente casi diversi. Ricordo in particolare un amico medico che ha avuto la Sla. Si trovava in coma. Sembrava non avesse possibilità di svegliarsi. O lo si lasciava morire sotto sedazione o gli si applicava una tracheostomia per permettergli di respirare. I familiari mi chiesero un parere. Dissi loro che senz’altro non avrebbe voluto la tracheostomia. Invece, incredibilmente, si svegliò e fu lui a chiederla ai medici. Andò avanti tra atroci sofferenze, una gamba amputata, una sacca per l’alimentazione. Lì capii che nulla è scontato su questo terreno e che il paziente va sempre ascoltato». 

Ricorda altri casi? 
«Un caso diverso fu quello di Max Fanelli, anch’egli colpito da Sla. Andai a trovarlo. Gli funzionava solamente un occhio col quale usava una macchinario per comunicare. L’occhio era appena incorso in un’infiammazione: “Tra poco non potrò più comunicare. Il mio corpo diverrà un sarcofago”, mi disse. Una cosa da impazzire. Si batté fino alla fine per una legge che non continuasse, per chi si trova in condizioni estreme, cure inutili». 

Le parole di Francesco di oggi cosa dicono? 
«Dicono della sua passione per l’umanità. Il Papa alla dottrina preferisce l’uomo. Non vuole portare gli uomini verso Dio, sennò ci sarebbe bisogno di leggi, di norme, quanto portare Dio verso gli uomini. E vuole farlo, appunto, non con una dottrina ma con una carezza, un linguaggio insomma che tutti possono capire. Una carezza la comprendono tutti, anche i cosiddetti lontani. Gesù è stato la tenerezza di Dio per i bastonati dell’umanità. Sapeva bene che anche coloro che erano abbandonati andavano accarezzati e in questo modo dava loro la possibilità di rinascere».

*******
SACRALITÀ DELLA VITA O DELL’UOMO?
relazione di Alberto Maggi
al Congresso Regionale AIPO Marche il 12 novembre 2016.
...
Gesù e i malati
Al tempo di Gesù predomina la spiritualità farisaica, con la dottrina del merito e del castigo, e la malattia viene vista come espressione della punizione divina per il peccato...

Gesù non si occupa della dottrina, ma dell’uomo. Per questo non tratta della malattia ma si prende cura dei malati. Esclude in maniera categorica l’idea del castigo divino e soprattutto cambia il concetto del peccato: da offesa a Dio a offesa all’uomo (Mc 7,20-23)...

Gesù non elabora una teologia del male o una spiritualità della sofferenza. Lui non dà spiegazioni, agisce. Non teorizza, lui risana. Là dove c’è morte lui comunica vita, dove c’è debolezza lui trasmette forza, dove c’è disperazione infonde coraggio...

E la Legge?
... Tra l’osservanza della Legge divina e la salute e il benessere dell’uomo Gesù non ha mai avuto dubbi ha sempre scelto quest’ultima, suscitando le proteste dei capi religiosi ... Il bene dell’uomo è per Gesù più importante dell’ubbidienza alla legge divina, e per restituire vita agli infermi Gesù ha messo in pericolo la sua ...
L’insegnamento dei vangeli è che ogni qualvolta ci si trova davanti al conflitto tra l’osservanza della dottrina e il bene concreto dell’uomo è questo che va scelto.
Associati all’azione vivificante del Padre, Gesù non invia i discepoli a convertire i peccatori, ma, come lui, a curare e a guarire, ad alleviare le sofferenze dell’umanità ...
L’invito di Gesù continua nel tempo, ed è compito della comunità dei credenti la cura dei malati rispondendo all’appello di Gesù “Ero malato e mi avete visitato” (Mt 25,36), come ben comprese la comunità cristiana primitiva ...

Sacralità e mistero della vita
La sacralità della vita fu quindi elemento importante e centrale nella comunità cristiana, che da sempre la difende dal suo inizio alla sua fine. Questa consolidata e indiscussa verità, patrimonio della fede dei credenti, ha iniziato però a scricchiolare dal secolo scorso, quando lo straordinario progresso della medicina, della scienza unita alla tecnologia, ha fatto sì che tante malattie, considerate inevitabilmente mortali, non lo fossero più, restringendo sempre più gli ambiti della mortalità, ma ponendo un problema: fin dove la scienza medica può arrivare? Fin dove la tecnica si può spingere nel sostituire parti malate con elementi artificiali?
Il problema che oggi si pone è infatti se la persona abbia o no la possibilità di decidere fin dove il rispetto della sacralità e del mistero della vita lo può e deve mantenere vivo, anche se artificialmente, e dove la sua dignità gli permetta di decidere di non prolungare cure e tecniche che protraggono la vita biologica a scapito di profonde sofferenze per l’uomo interiore.
Pertanto il dilemma è:
se è sacra la vita, questa va difesa e prolungata a oltranza;
se è sacro l’individuo, costui ha il diritto di decidere una morte dignitosa.
La risposta a questo dilemma nessuno la può dare se non la stessa persona. Nessuna legge civile, nessuna dottrina religiosa, nessuna istituzione, si può sostituire all’individuo, alle sue convinzioni etiche e religiose.
La soluzione ideale è quella dove il conflitto viene superato e si riesce a far coincidere e fondere la sacralità della vita con quella dell’individuo. Ma la complessità della psiche umana, il mutarsi delle circostanze, può far sì che una scelta che era ben chiara e consapevole non lo sia più, che alla fine il desiderio di sopravvivenza sia più forte delle proprie convinzioni e decisioni, e che si preferisca l’incertezza di una vita mantenuta artificialmente alla certezza della morte.
Pertanto non resta che accompagnare la persona in ogni suo passo, anche se a volte contraddittorio, garantendo, qualunque sia la sua scelta, il supporto non solo altamente tecnologico, ma profondamente umano della struttura che si prende cura della sua persona nella malattia, nella sua vita, e nella sua fine.


Vedi i nostri post precedenti:


«La Messa è preghiera, anzi, è la preghiera per eccellenza, la più alta, la più sublime, e nello stesso tempo la più “concreta”. Infatti è l’incontro d’amore con Dio» Papa Francesco Udienza Generale 15/11/2017 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 15 novembre 2017

Il Papa è arrivato in piazza San Pietro con un po’ di anticipo rispetto al solito, intorno alle 9.10. Ad accoglierlo, come sempre, una folla festante e colorata, soprattutto negli striscioni. “Por favor bendiga mi madre”, recita ad esempio uno striscione in spagnolo con scritta nera in campo bianco, su un semplice lenzuolo. Un altro striscione, retto da un gruppo di adolescenti, informa Francesco che i ragazzi hanno fatto 600 chilometri per poterlo raggiungere e partecipare all’appuntamento del mercoledì in piazza San Pietro. Oggi la jeep bianca ha la speciale copertura trasparente antipioggia, viste le previsioni fosche sulla Capitale. Sceso dalla papamobile, Francesco ha salutato un gruppo di famiglie in prima fila dietro le transenne, stringendo le mani soprattutto dei più piccoli, uno dei quali gli ha porto un peluche rosa, al centro anche di uno striscione appeso alla transenna.









La Santa Messa - 2. La Messa è preghiera

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuiamo con le catechesi sulla Santa Messa. Per comprendere la bellezza della celebrazione eucaristica desidero iniziare con un aspetto molto semplice: la Messa è preghiera, anzi, è la preghiera per eccellenza, la più alta, la più sublime, e nello stesso tempo la più “concreta”. Infatti è l’incontro d’amore con Dio mediante la sua Parola e il Corpo e Sangue di Gesù. È un incontro con il Signore.

Ma prima dobbiamo rispondere a una domanda. Che cosa è veramente la preghiera? Essa è anzitutto dialogo, relazione personale con Dio. E l’uomo è stato creato come essere in relazione personale con Dio che trova la sua piena realizzazione solamente nell’incontro con il suo Creatore. La strada della vita è verso l’incontro definitivo con il Signore.

Il Libro della Genesi afferma che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, il quale è Padre e Figlio e Spirito Santo, una relazione perfetta di amore che è unità. Da ciò possiamo comprendere che noi tutti siamo stati creati per entrare in una relazione perfetta di amore, in un continuo donarci e riceverci per poter trovare così la pienezza del nostro essere.

Quando Mosè, di fronte al roveto ardente, riceve la chiamata di Dio, gli chiede qual è il suo nome. E cosa risponde Dio? : «Io sono colui che sono» (Es 3,14). Questa espressione, nel suo senso originario, esprime presenza e favore, e infatti subito dopo Dio aggiunge: «Il Signore, il Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe» (v. 15). Così anche Cristo, quando chiama i suoi discepoli, li chiama affinché stiano con Lui. Questa dunque è la grazia più grande: poter sperimentare che la Messa, l’Eucaristia è il momento privilegiato per stare con Gesù, e, attraverso di Lui, con Dio e con i fratelli.

Pregare, come ogni vero dialogo, è anche saper rimanere in silenzio - nei dialoghi ci sono momenti di silenzio -, in silenzio insieme a Gesù. E quando noi andiamo a Messa, forse arriviamo cinque minuti prima e incominciamo a chiacchierare con questo che è accanto a noi. Ma non è il momento di chiacchierare: è il momento del silenzio per prepararci al dialogo. È il momento di raccogliersi nel cuore per prepararsi all’incontro con Gesù. Il silenzio è tanto importante! Ricordatevi quello che ho detto la settimana scorsa: non andiamo ad un uno spettacolo, andiamo all’incontro con il Signore e il silenzio ci prepara e ci accompagna. Rimanere in silenzio insieme a Gesù. E dal misterioso silenzio di Dio scaturisce la sua Parola che risuona nel nostro cuore. Gesù stesso ci insegna come realmente è possibile “stare” con il Padre e ce lo dimostra con la sua preghiera. I Vangeli ci mostrano Gesù che si ritira in luoghi appartati a pregare; i discepoli, vedendo questa sua intima relazione con il Padre, sentono il desiderio di potervi partecipare, e gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Abbiamo sentito nella Lettura prima, all’inizio dell’udienza. Gesù risponde che la prima cosa necessaria per pregare è saper dire “Padre”. Stiamo attenti: se io non sono capace di dire “Padre” a Dio, non sono capace di pregare. Dobbiamo imparare a dire “Padre”, cioè mettersi alla sua presenza con confidenza filiale. Ma per poter imparare, bisogna riconoscere umilmente che abbiamo bisogno di essere istruiti, e dire con semplicità: Signore, insegnami a pregare.

Questo è il primo punto: essere umili, riconoscersi figli, riposare nel Padre, fidarsi di Lui. Per entrare nel Regno dei cieli è necessario farsi piccoli come bambini. Nel senso che i bambini sanno fidarsi, sanno che qualcuno si preoccuperà di loro, di quello che mangeranno, di quello che indosseranno e così via (cfr Mt 6,25-32). Questo è il primo atteggiamento: fiducia e confidenza, come il bambino verso i genitori; sapere che Dio si ricorda di te, si prende cura di te, di te, di me, di tutti.

La seconda predisposizione, anch’essa propria dei bambini, è lasciarsi sorprendere. Il bambino fa sempre mille domande perché desidera scoprire il mondo; e si meraviglia persino di cose piccole perché tutto è nuovo per lui. Per entrare nel Regno dei cieli bisogna lasciarsi meravigliare. Nella nostra relazione con il Signore, nella preghiera – domando - ci lasciamo meravigliare o pensiamo che la preghiera è parlare a Dio come fanno i pappagalli? No, è fidarsi e aprire il cuore per lasciarsi meravigliare. Ci lasciamo sorprendere da Dio che è sempre il Dio delle sorprese? Perché l’incontro con il Signore è sempre un incontro vivo, non è un incontro di museo. È un incontro vivo e noi andiamo alla Messa non a un museo. Andiamo ad un incontro vivo con il Signore.

Nel Vangelo si parla di un certo Nicodemo (Gv 3,1-21), un uomo anziano, un’autorità in Israele, che va da Gesù per conoscerlo; e il Signore gli parla della necessità di “rinascere dall’alto” (cfr v. 3). Ma che cosa significa? Si può “rinascere”? Tornare ad avere il gusto, la gioia, la meraviglia della vita, è possibile, anche davanti a tante tragedie? Questa è una domanda fondamentale della nostra fede e questo è il desiderio di ogni vero credente: il desiderio di rinascere, la gioia di ricominciare. Noi abbiamo questo desiderio? Ognuno di noi ha voglia di rinascere sempre per incontrare il Signore? Avete questo desiderio voi? Infatti si può perderlo facilmente perché, a causa di tante attività, di tanti progetti da mettere in atto, alla fine ci rimane poco tempo e perdiamo di vista quello che è fondamentale: la nostra vita del cuore, la nostra vita spirituale, la nostra vita che è incontro con il Signore nella preghiera.

In verità, il Signore ci sorprende mostrandoci che Egli ci ama anche nelle nostre debolezze. «Gesù Cristo […] è la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1 Gv 2,2). Questo dono, fonte di vera consolazione – ma il Signore ci perdona sempre – questo, consola, è una vera consolazione, è un dono che ci è dato attraverso l’Eucaristia, quel banchetto nuziale in cui lo Sposo incontra la nostra fragilità. Posso dire che quando faccio la comunione nella Messa, il Signore incontra la mia fragilità? Sì! Possiamo dirlo perché questo è vero! Il Signore incontra la nostra fragilità per riportarci alla nostra prima chiamata: quella di essere a immagine e somiglianza di Dio. Questo è l’ambiente dell’Eucaristia, questo è la preghiera.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
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Un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana!

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Rivolgo un pensiero ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Oggi celebriamo la Memoria di Sant’Alberto Magno, Vescovo e Dottore della Chiesa. Cari giovani, rafforzate il vostro dialogo con Dio, ricercandolo con impegno in ogni vostra azione; cari ammalati, trovate conforto nella riflessione del mistero della croce del Signore Gesù, che continua ad illuminare la vita di ogni uomo; e voi, cari sposi novelli, sforzatevi di mantenere un costante rapporto con Cristo, affinché il vostro amore sia sempre più un riflesso di quello di Dio.

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giovedì 16 novembre 2017

"FINE-VITA" - No all’accanimento terapeutico, ma l’Eutanasia è sempre illecita.Si possono sospendere le cure quando non sono proporzionali. Ma non bisogna mai abbandonare il malato.

"FINE-VITA" 
No all’accanimento terapeutico, ma l’Eutanasia è sempre illecita.
Si possono sospendere le cure quando non sono proporzionali. 
Ma non bisogna mai abbandonare il malato. 
Papa Francesco


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL MEETING REGIONALE EUROPEO 
DELLA "WORLD MEDICAL ASSOCIATION" 
SULLE QUESTIONI DEL "FINE-VITA"
Vaticano, Aula Vecchia del Sinodo,
(16-17 novembre 2017)



Al Venerato Fratello
Mons. Vincenzo Paglia
Presidente della Pontificia Accademia per la Vita


Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita.

Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.

Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.

È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.

Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.

Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.

Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.

In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete.

Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione.

Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.

Dal Vaticano, 7 novembre 2017

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Servizio TG2000



«Il regno di Dio è sempre una sorpresa è un dono, è gratuito, non si compra, è una grazia che Dio ci dà» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
16 novembre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Il regno nascosto”



C’è una domanda ricorrente nelle meditazioni di Papa Francesco durante le messe celebrate a Santa Marta, ed è l’invito a un esame di coscienza: «Come è il mio rapporto con lo Spirito Santo?». Anche nell’omelia di giovedì 16 novembre il Pontefice ha riproposto il quesito con una particolare declinazione: «Credo davvero che lo Spirito fa crescere in me il regno di Dio?».

È stato infatti il regno di Dio il tema della riflessione che ha preso le mosse dal brano del vangelo di Luca (17, 20-25) nel quale i dottori della legge chiedono a Gesù: «Tu predichi il regno di Dio, ma quando verrà il regno di Dio?». È una domanda, ha spiegato il Pontefice, che veniva anche dalla «curiosità di tanta gente», una domanda «semplice che nasce da un cuore buono, un cuore di discepolo». Non a caso, è una richiesta ricorrente nel vangelo: per esempio, ha suggerito il Papa, in quel momento «tanto brutto, oscuro» in cui Giovanni Battista — che era al buio in carcere e «non capiva nulla, angosciato» — invia i suoi discepoli per dire al Signore: «Ma di’: sei tu o dobbiamo aspettare un altro? È arrivato il regno di Dio o è un altro?».

Ritorna spesso il dubbio sul «quando», come avviene nella «domanda, sfacciata, superba, cattiva» del ladrone: «Se sei tu, scendi dalla croce», che esprime la «curiosità» del «quando viene il regno di Dio».

La risposta di Gesù è: «Ma il regno di Dio è in mezzo a voi». Così ad esempio, ha ricordato Francesco, «il regno di Dio è stato annunciato nella sinagoga di Nazaret, quel lieto annuncio quando Gesù legge quel passo di Isaia e finisce dicendo: “Oggi questa scrittura si è adempiuta in mezzo a voi”». Un annuncio lieto e, soprattutto, «semplice». Infatti «il regno di Dio cresce di nascosto», tanto che Gesù stesso lo spiega con la parabola del seme: «nessuno sa come», ma Dio lo fa crescere. È un regno che «cresce da dentro, di nascosto o si trova nascosto come la gemma o il tesoro, ma sempre nell’umiltà».

Qui il Pontefice ha inserito il passaggio chiave della sua meditazione: «Chi dà la crescita a quel seme, chi lo fa germogliare? Dio, lo Spirito Santo che è in noi». Una considerazione che spiega l’avvento del regno con il modo di operare del Paraclito, che «è spirito di mitezza, di umiltà, di ubbidienza, di semplicità». Ed è lo Spirito, ha aggiunto il Papa, «che fa crescere dentro il regno di Dio, non sono i piani pastorali, le grandi cose...».

Si tratta, ha detto Francesco, di un’azione nascosta. Lo Spirito «fa crescere e arriva il momento e appare il frutto». Un’azione che sfugge a una piena comprensione: «Chi è stato o è stata — si è chiesto ad esempio il Papa — a seminare il seme del regno di Dio nel cuore del buon ladrone? Forse la mamma quando gli insegnò a pregare... Forse un rabbino quando gli spiegava la legge...». Certo è che nonostante nella vita egli lo abbia dimenticato, quel seme, nascosto, a un certo punto è stato fatto crescere. Tutto ciò accade perché «il regno di Dio è sempre una sorpresa, una sorpresa che viene» in quanto «è un dono dato dal Signore».

Nel colloquio con i dottori della legge, Gesù si sofferma sulla caratteristiche di questa azione silenziosa: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione e nessuno dirà: “Eccolo qui oppure eccolo là”». Infatti, ha aggiunto il Pontefice, «il regno di Dio non è uno spettacolo» o addirittura «un carnevale». Esso non si mostra «con la superbia, con l’orgoglio, non ama la pubblicità», ma «è umile, nascosto e così cresce».

Un esempio lampante viene da Maria. Quando la gente la guardava al seguito di Gesù, a stento la riconosceva («Ah, quella è la mamma...»). Lei era «la donna più santa», ma giacché lo era «di nascosto», nessuno comprendeva «il mistero del regno di Dio, la santità del regno di Dio». E così, «quando era vicina alla croce del figlio, la gente diceva: “Ma povera donna con questo criminale come figlio, povera donna...». Nessuno capiva, «nessuno sapeva».

La caratteristica del nascondimento, ha spiegato il Papa, viene proprio dallo Spirito Santo che è «dentro di noi»: è lui «che fa crescere il seme, lo fa germogliare fino a dare il frutto». E noi tutti siamo chiamati a percorrere questa strada: «è una vocazione, è una grazia, è un dono, è gratuito, non si compra, è una grazia che Dio ci dà».

Ecco perché, ha concluso il Pontefice, è bene che «noi tutti battezzati» che «abbiamo dentro lo Spirito Santo», ci chiediamo: «Come è il mio rapporto con lo Spirito Santo, quello che fa crescere in me il regno di Dio?». Bisogna infatti capire: «Io credo davvero che il regno di Dio è in mezzo a noi, è nascosto, o mi piace più lo spettacolo?». Occorre, ha aggiunto, pregare «lo Spirito che è in noi» per chiedere la grazia «che faccia germogliare in noi e nella Chiesa, con forza, il seme del regno di Dio perché divenga grande, dia rifugio a tanta gente e dia frutti di santità».

(fonte: L'Osservatore Romano)

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"Se questo è un uomo" di Marco Belpoliti

Se questo è un uomo
di Marco Belpoliti


«Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo». 

Un uomo di colore, un nero, venduto a 400 dollari. Uno schiavo, come all’epoca degli antichi imperi. Oggi anche questo diventa possibile. Il video della Cnn ci mette davanti agli occhi un doppio abominio. L’uomo venduto come in un mercato e la sua pelle scura. La schiavitù che è stata abolita nel mondo moderno, che è costata morte, dolore, sofferenze, sembra ritornata. 
Nel video non si riesce a scorgere con nettezza lo sguardo di questo uomo, tuttavia si coglie come una rassegnazione dipinta sul suo viso, una passività che fa di questo intollerabile spettacolo qualcosa di insopportabile. Di là dal mare che bagna le nostre coste, non lontano da noi, appena più a sud del mondo cosiddetto civilizzato, la guerra, i conflitti tribali e religiosi riportano d’attualità un costume obbrobrioso che credevamo cancellato. 
Tutto questo ci riguarda direttamente, non è remoto, non è uno scherzo della storia. 
Chi ha visitato il National Museum of African American History and Culture di Washington sa cosa ha significato per milioni di donne e uomini africani la tragedia della deportazione e della schiavitù. La traversata dell’Oceano dentro le mefitiche stive dei negrieri, l’approdo e il lavoro forzato. Là nell’architettura che imita quella di un canestro rovesciato, che scende a vari metri sotto il livello del suolo, dentro il cuore del museo, ci sono raccolti i poveri oggetti, i ritratti, le memorie di questi schiavi su cui si è costruito l’impero del cotone, ma anche quello del caffè e del tè, dei beni voluttuari e degli indumenti utilizzati dall’America e dall’Europa. 
E ancora non sono trascorsi cento anni che un’altra deportazione ha dato vita al sogno folle di un dittatore paranoico nel cuore dell’Europa, che ha trasformato in schiavi intere popolazioni, avversari politici e prigionieri di guerra. 
Bisogna guardare queste immagini per capire che non è solo una vicinanza fisica — le coste della Libia — ma anche una vicinanza morale che fa sì che questi stranieri, migranti in esilio dalla propria terra, ridotti in schiavitù, misera gente nelle mani di uomini senza scrupoli, ci riguardano direttamente. 
In Europa si è diffusa da qualche anno un’infezione latente per cui «ogni straniero è nemico», come scriveva Primo Levi nella premessa del suo libro nel 1947. Una convinzione che «si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati» e che non sembra stare «all’origine di un sistema di pensiero». Ma quando questo accade, ci ammonisce Levi, al termine della catena c’è il Lager. 
Sono uomini come noi, uomini identici a noi. Non è tollerabile che questo sia il loro destino:
«Meditate che questo è stato: 
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore»
Sì, questo è un uomo.
(articolo pubblicato in “la Repubblica” del 15 novembre 2017)

L’inchiesta pubblicata dalla CNN che racconta dell’esistenza di mercati degli schiavi in Libia. (in inglese)




Il piccolo Anthony della Sierra Leone, trovato dagli agenti della Polizia ferroviaria del Brennero raggomitolato sotto un vagone di un treno merci e quasi assiderato, ci aiuti ad essere più umani!!!


Raggomitolato sotto un vagone di un treno merci, quasi assiderato, solo e senza documenti: così un bambino di 5 anni è stato trovato dagli agenti della Polizia ferroviaria del Brennero che lo ha salvato da una morte certa. Gli agenti hanno sentito il pianto del piccolo durante un controllo di routine e hanno seguito i singhiozzi fino a un pianale sotto vagone del treno merci, partito da Verona e diretto in Austria: lì, lo hanno trovato già cianotico in viso, stretto a una borsa.
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Proviamo a immedesimarci in Anthony, 5 anni, intirizzito su un treno
di Marina Corradi

Caro Avvenire, 
il tunnel del Frejus da mesi è presidiato dall’esercito. Tredici chilometri pericolosissimi, se percorsi a piedi come fanno ora i migranti e faceva mio papà nell’immediato dopoguerra. La Francia era la sua America, come oggi per i disperati in cammino per il mondo irto di muri. Papà mi raccontò, prima di morire, come si stendeva prono a terra, al passaggio del treno, nel buio che sapeva di fumi e caligine. Una fuga terribile, ieri come oggi; un incubo per raggiungere un sogno legittimo: vivere e costruire un futuro.

Lunedì su un treno merci, al valico con il Brennero, gli agenti di frontiera hanno sentito un pianto disperato. Sul pianale di un vagone, solo, c’era un bambino sui cinque anni. Accanto aveva una valigia, forse abbandonata da chi lo accompagnava. L’altra mattina al Brennero c’erano cinque gradi, e il bambino era quasi assiderato. Lo hanno avvolto in una giacca, lo hanno portato all’ospedale. È riuscito a dire di chiamarsi Anthony, e che viene dalla Sierra Leone. Nient’altro. Quali circostanze hanno portato una madre a abbandonare un figlio così piccolo? O forse quella madre è fuggita ai controlli, oppure è morta, scivolando dal suo insicuro rifugio? 
Semplicemente, mentre tutta Italia parla della esclusione della Nazionale dai Mondiali, un bambino di cinque anni, solo, sul punto di morire di freddo, alla frontiera con un Paese sbarrato. Ma quanto somiglia il viaggio di questo Anthony a quello dei migranti a piedi nel tunnel del Frejus, e anche a quello del padre del nostro lettore: che raccontava come, quando si sentiva il treno avvicinarsi, ci si sdraiava sul marciapiede del tunnel, il volto a terra, il fumo e la polvere che toglievano il fiato. Quanti anni fa? Appena dopo la fine della guerra. Sessanta appena, i clandestini eravamo noi. 
Nel giorno in cui il commissario Onu per i diritti umani avverte la Ue che non si può continuare a chiudere gli occhi davanti agli orrori della detenzione di centinaia di migliaia di profughi in Libia, la storia di Anthony, arrivato chissà come e per quali travagliate strade dalla Sierra Leone, incarna questo dramma nelle fragili membra di un bambino. Chissà che viaggio, nel fracasso di acciaio del merci, chissà quando si è accorto di essere rimasto solo; e quel freddo che lo stringeva come una tenaglia, quel freddo che, lui nato in Africa, non aveva immaginato mai. E la paura, quanta. Paura, come quella negli occhi dei clandestini nel buio del tunnel del Frejus, dove nel nero cieco d’improvviso si accendono i fari lucenti di un treno, e ti incalzano, e già ti sono addosso. Paura, come quella che aveva il padre del nostro lettore in quella galleria, in un tempo non così lontano. 
Se almeno riuscissimo, oltre alle dispute, alle ideologie, a un crescente razzismo, a immedesimarci nei pensieri di Anthony e dei fuggiaschi sui treni, di quelli che camminano nei tunnel con il cuore in gola, di quelli che trattengono il respiro nei loro nascondigli per non essere trovati, ai controlli. Non risolveremmo il problema migratorio, ma intanto per un momento vedremmo il mondo con gli occhi loro. Almeno per un momento saremmo più fratelli, e più umani.
(fonte: AVVENIRE 15/11/2017)


mercoledì 15 novembre 2017

La Lamborghini regala a Papa Francesco un modello unico Huracán RWD che sarà messo all'asta per beneficenza

La Lamborghini regala a Papa Francesco un modello unico Huracán RWD che sarà messo all'asta da Sotheby's e il ricavato sarà consegnato direttamente al Santo Padre per finanziare progetti di diverse Associazioni benefiche da Lui stesso indicate



Lamborghini ha realizzato un numero unico del modello Huracan che ha donato questa mattina (15/11/2017) al Papa alla presenza dei vertici della casa automobilistica di Sant'Agata Bolognese. 

La Lamborghini Huracán RWD regalata al Papa, è stata realizzata dal dipartimento di personalizzazione della casa automobilistica di Sant'Agata Bolognese, "Ad Personam", e si presenta di colore bianco con strisce giallo che corrono lungo la carrozzeria, in omaggio ai colori della bandiera di Città del Vaticano.
Nel cortile antistante Casa Santa Marta, Francesco ha lasciato la sua firma sul cofano della vettura, che sarà messa all’asta da RM Sotheby’s il 12 maggio 2018 e il ricavato consegnato direttamente al Papa, che ha deciso di destinarlo a tre progetti differenti.

Papa Francesco ha deciso di sostenere i progetti dedicati soprattutto a donne e bambini di due associazioni italiane che svolgono attività soprattutto in Africa, la Gicam del professor Marco Lanzetta (chirurgia della mano) e Amici del Centrafrica

Altri fondi ricavati dalla vendita all'asta sono destinati alla "Comunità Papa Giovanni XXIII" - che si prende cura delle donne vittime della tratta e della prostituzione - nel decennale della morte di don Oreste Benzi e nel 50° anniversario (2018) della fondazione della Comunità stessa (Progetto “Casa Papa Francesco”)

Infine il Papa ha deciso di sostenere la ricostruzione della Piana di Ninive per mezzo della Fondazione di diritto pontificio “Aiuto alla Chiesa che Soffre”. Il progetto di Acs intende garantire il ritorno dei cristiani nella Piana di Ninive in Iraq attraverso la riedificazione delle loro abitazioni, delle strutture pubbliche e dei luoghi di culto: grazie anche alla donazione del Papa, dopo un triennio vissuto da sfollati interni nel Kurdistan iracheno, i cristiani potranno finalmente tornare alle loro radici e riacquistare la loro dignità.


Domenica 19 novembre la prima giornata mondiale dei poveri


Iniziative per la prima giornata dei poveri - A pranzo con il Papa

Oltre quattromila tra bisognosi, persone meno abbienti e poveri parteciperanno domenica 19 novembre in Vaticano alla messa del Pontefice e poi in millecinquecento pranzeranno con lui nella prima giornata mondiale a loro dedicata.

All’iniziativa — fortemente voluta da Papa Francesco a conclusione del giubileo della misericordia, affinché tutta la comunità cristiana sia chiamata a tendere la propria mano ai poveri, ai deboli, agli uomini e alle donne cui viene calpestata la dignità — parteciperà anche il personale delle associazioni di volontariato provenienti non solo da Roma e dal Lazio, ma anche da diverse diocesi del mondo: Parigi, Lione, Nantes, Angers, Beauvais, Varsavia, Cracovia, Solsona, Malines-Bruxelles e Lussemburgo. La celebrazione eucaristica si svolgerà alle 10 nella basilica di San Pietro. Al termine il pranzo nell’Aula Paolo VI, dove la banda della Gendarmeria Vaticana e il coro Le Dolci Note, composto da bambini dai 5 ai 14 anni, animeranno i canti.

Pranzi festivi anche per gli altri 2500 invitati sono stati organizzati presso mense, seminari e collegi cattolici di Roma: dal Pontificio collegio americano del Nord, al Collegio apostolico Leoniano; dalle mense del Circolo San Pietro alla mensa Caritas Roma; dalla comunità di Sant’Egidio al Pontificio seminario romano minore, fino al Pontificio ateneo Regina Apostolorum. I pasti saranno serviti da 40 diaconi della diocesi di Roma e da circa 150 volontari provenienti dalle parrocchie di altre diocesi.

Il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, organizzatore dell’iniziativa, si è rivolto ad alcune associazioni di volontariato, quali la Caritas, la comunità di Sant’Egidio, l’ordine di Malta, i Nuovi orizzonti, la comunità Giovanni xxiii, l’associazione Fratello 2016, le Opere antoniane di Roma, le Acli di Roma, i Gruppi vincenziani di volontariato; così come alle realtà vicine alle persone emarginate e alle parrocchie, affinché riuscissero a coinvolgere tutti i bisognosi a prendervi parte. Generosa è stata la risposta di tutti questi istituti, che hanno offerto una preziosa collaborazione.

In preparazione alla giornata è stato anche allestito un presidio sanitario solidale in piazza Pio XII, attivo da lunedì 13 a domenica 19 novembre, dalle 9 alle 16. Nell’area medica si potranno effettuare gratuitamente analisi cliniche, visite specialistiche di cardiologia, di dermatologia, di infettivologia, di ginecologia e di andrologia. Ciò è possibile grazie alla disponibilità delle istituzioni che hanno collaborato, come il Fondo assistenza sanitaria (Fas) - Direzione di sanità e igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; i reparti di dermatologia e di cardiologia del Policlinico Gemelli; la Bios e il reparto di ginecologia dell’università di Tor Vergata.

Le infermiere volontarie della Croce rossa italiana si occuperanno dell’accoglienza e dello smistamento nei cinque camper adibiti ad ambulatorio mobile. L’allestimento dell’area è stato realizzato anche grazie al contributo dell’Esercito italiano e della Confederazione nazionale delle misericordie d’Italia.




Alla vigilia della giornata, sabato 18, si terrà una veglia di preghiera per i volontari che ogni giorno nel silenzio del loro impegno offrono sollievo e gioia a tanti poveri. L’appuntamento è per le 20 nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura, volutamente scelta per il richiamo al santo diacono di Roma, il quale all’imperatore che gli chiedeva di consegnare le ricchezze della Chiesa presentò i poveri dicendo: «Questi sono il vero tesoro della Chiesa».

Inoltre in preparazione alla giornata è stato realizzato un sussidio pastorale, dal titolo Non amiamo a parole ma con i fatti, tradotto in sei lingue, e pubblicato in Italia dall’Editrice San Paolo.

Ma le iniziative non si limitano alla diocesi di Roma. In tutto il mondo, infatti, le comunità diocesane e le parrocchie hanno accolto con entusiasmo l’invito di Papa Francesco, con tante iniziative a favore delle persone meno fortunate.

(fonte testo: L'Osservatore Romano 14/11/2017)

Per ulteriori informazioni vedi GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

Vedi anche: