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venerdì 26 maggio 2017

#AChildIsAChild Le "barchette di carta" devono servire solo per giocare, non per morire. Per il G7 di Taormina tante Barchette in mare con una lettera a Papa Francesco


#AChildIsAChild 

Le "barchette di carta" 
devono servire
 solo per giocare, non per morire. 


Per il G7 di Taormina tante Barchette in mare con una lettera a Papa Francesco

Migliaia di bambini e adolescenti affrontano il Mediterraneo a bordo di imbarcazioni fragili, in cerca disperata di un futuro degno di essere vissuto. Per molti di loro il viaggio ha un epilogo tragico: almeno 700 sono i minorenni annegati dall'inizio dell'anno nel Canale di Sicilia. 
Nei giorni del vertice G7 (Taormina, 26-27 maggio 2017) l'UNICEF Italia lancia un'azione di sensibilizzazione per ricordare all'opinione pubblica e ai leader politici che questi bambini rischiano la vita e meritano tutto il nostro aiuto. 
Le "barchette di carta" devono servire solo per giocare, non per morire.
Video-messaggio di Andrea Iacomini, portavoce dell'UNICEF Italia.
Hashtag dell'iniziativa: #AChildIsAChild

Guarda il video

"Barchette in mare, non per gioco", è la manifestazione che l'Unicef ha organizzato a Palermo in occasione del G7 di Taormina. A spiegare l'iniziativa Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia
"E' una manifestazione che parte da un presupposto fondamentale: questo G7 si occupa dei bambini? E quanto il dramma dei bambini migranti è nelle agende dei grandi della terra? Tanti bambini hanno dovuto attraversare la rotta della morte e sono costretti a prendere il mare e spesso, anche ieri anche oggi perdono la vita". "E' inammissibile perchè c'è una convenzione del 1989, la Convenzione dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, che è la più violata al mondo, che dice che i bambini vanno protetti ovunque perché "a child is a child", è l'hashtag della manifestazione".

Sulla spiaggia di Palermo l'Unicef metterà in mare le barchette di carta, insieme a tanti bambini delle scuole" Le barchette galleggeranno ma poi affonderanno perché i bambini con queste barchette di carta devono giocare e non salirci sopra perché perchè poi queste barche affondano"
"Dai grandi della terra ci aspettiamo protezione. Chiediamo ai governi di rendersi conto che questi movimenti umani vanno fermati e i bambini vanno protetti. Quindi canali umanitari sicuri, aiuto nei loro paesi che è sviluppo. E grande segnale di integrazione per sconfiggere il pregiudizio".
Noi, prosegue Iacomini, "siamo figli di una generazione i cui nonni hanno fatto le guerre mondiali. Ho fatto un appello ai nonni di oggi: non dimenticate di raccontare ai nostri figli quello che hanno raccontato a voi, di fatti che non dovevano più accadere. Non possiamo ancora una volta voltarci dall'altra parte".



Le barchette di carta dell’Unicef hanno superato il blocco navale imposto in questi giorni per il G7 di Taormina ai porti siciliani e sono sbarcate a Palermo. Centinaia di piccole imbarcazioni di carta contenenti il testo di una lettera, scritta e inviata a Papa Francesco da ragazzi italiani e migranti ospitati nel nostro Paese, sono state messe in acqua davanti la spiaggia di Sant’Erasmo di Palermo e spinte verso terra.

L’evento simbolico “Barchette in mare, non per gioco” è stato organizzato dall’Unicef, a voler ricordare a tutti, ma soprattutto ai rappresentanti del G7 che inizia il 26 maggio, che ogni giorno, in Mediterraneo, su fragili imbarcazioni tanti bambini e ragazzi migranti e rifugiati soli sono costretti a viaggiare, rischiando la vita per fuggire da guerre, violenze e abusi. Sono almeno 700 i minorenni annegati dall’inizio del 2017 sul Canale di Sicilia. E le tragedie in mare non finiscono: nell'ultimo naufragio di ieri avvenuto al largo delle coste libiche, un altra decina di bambini sono annegati per l'affondamento di un barcone che conteneva almeno 500 migranti. E la stima delle vittime nel 2017 in tutto il Mediterraneo sale a 1.500.

Protagonisti dell’iniziativa palermitana tanti studenti, volontari e alcuni ragazzi migranti e rifugiati dei centri di accoglienza in Sicilia.

...

La lettera “galleggiante” firmata da 22 ragazze e ragazzi di “Unicef J7” esordisce così: Santo Padre, sette uomini Importanti nei prossimi giorni si vedranno in Italia, a Taormina, per parlare dei destini del mondo. Lei li conosce tutti o quasi. Parlano lingue diverse, vengono da mondi diversi, governano Paesi diversi. Sono uomini, esseri umani come noi, che decidono le sorti del pianeta, quello in cui nasciamo, viviamo e poi moriamo, tutti, anche se non allo stesso modo. Si incontreranno per parlare, come abbiamo fatto noi, ragazzi e ragazze italiani e del Gambia, della Nigeria, del Pakistan e di altri paesi, per confrontarsi su tanti temi che riguardano le nostre vite future. Si ascolteranno l’uno con l’altro e poi prenderanno delle decisioni sul clima, sul lavoro, sull’economia e così via. E allora Santo Padre se tenderanno le orecchie gli uni agli altri per capirsi meglio, saranno questi uomini in grado di sentire anche noi? Noi che in fondo siamo loro, che democraticamente li abbiamo chiamati a rappresentarci per gestire al meglio le nostre vite e quelle dei nostri simili?”.

E si conclude con un richiamo alle stesse parole di Papa Francesco: “Siamo diversi. Siamo differenti, abbiamo differenti culture e religioni, ma siamo fratelli e vogliamo vivere in pace” (da uno dei messaggi del Pontefice) e le domandiamo: “Se i 7 uomini più grandi della Terra non si commuovono di fronte ad un bambino che attraversa il mare per fuggire da morte sicura, se non piegano la loro testa di fronte al dolore di una mamma che lo ha visto affogare davanti ai suoi occhi nelle acque che lei stessa ha deciso di prendere con la speranza di una nuova vita, se non trovano soluzioni concrete per milioni di bambini colpiti da fame e carestia che ancora rischiano di morire domani, se alzano muri invece di aprire varchi senza trovare soluzioni per integrare invece che espellere cosa sarà di questo mondo? Che ne sarà di noi? Speriamo che grazie alla sua parola alzino gli occhi al cielo e trovino le giuste risposte, noi, tutti insieme, più diversi che mai, continueremo a sognare di cambiare il mondo, senza stancarci mai, proprio come fa Lei, Santo Padre”.



In vista del G7 a Taormina, l’UNICEF ha lanciato un video attraverso il quale 22 giovani – ragazze e ragazzi di Italia, Gambia, Nigeria, Costa d’Avorio, Albania e Pakistan - pongono alcune domande ai leader del mondo. 
Questi ragazzi, provenienti da tutta Italia, si sono incontrati per il vertice UNICEF Junior 7 Summit, che ogni anno riunisce le voci dei giovani dai paesi del G7, per discutere i temi dell’agenda del vertice G7 e preparare un messaggio congiunto per i Capi di Stato. Quest’anno i temi affrontati dai ragazzi sono stati: i diritti umani, la tolleranza, la pace, l’inclusione, l’istruzione, le migrazioni. Sette dei 22 ragazzi sono minorenni stranieri non accompagnati, ora ospiti di un centro di prima accoglienza in Sicilia e di un centro di seconda accoglienza in Toscana. I ragazzi non si erano mai incontrati prima e hanno condiviso esperienze e prospettive. “È quanto ci insegna la parola inglese ‘together’, che scomposta diventa ‘to get there’: insieme, per arrivarci!”, hanno detto i ragazzi. 
Sette le domande che i ragazzi rivolgono ai leader.
* Istruzione e conoscenza sono la chiave per uscire dal buio e per avere successo nelle nostre vite. Vogliamo investirci?
* I diritti umani devono essere garantiti per ogni persona. È realmente così?
* Stare insieme è un bisogno universale. Per superare la paura e il pregiudizio non servono parole.
* Noi ci ascoltiamo e ci comprendiamo l’un l’altro per prendere decisioni migliori. Siete d’accordo?
* Crediamo che l’integrazione non sia la via per la tolleranza, ma la via per l’inclusione. Volete camminare con noi?
* La felicità può muovere il mondo verso una direzione migliore. Possiamo scegliere di essere felici insieme. La pace è solo retorica?
* Parliamo di noi, siamo responsabili per le nostre azioni. E voi?

Guarda il video


Barchette di carta, per non dimenticare

Questa mattina bambini, volontari e personale della Guardia Costiera Italiana hanno dato vita a un'iniziativa simbolica sulla spiaggia di Sant'Erasmo, a Palermo: la messa in acqua e il salvataggio, da parte dei bambini, di numerose barchette di carta per ricordare le migliaia di bambini che rischiano la loro vita nel Mediterraneo e per lanciare un messaggio ai leader del G7 affinché intervengano per proteggere questi bambini.

Da gennaio, almeno 36.000 dei rifugiati e migranti salvati sono stati trasferiti in Sicilia, il luogo dove si terrà il vertice del G7 2017, e la Presidenza Italiana del G7 ha reso il tema delle migrazioni una delle priorità da affrontare quest’anno.

«La Sicilia continua ad essere un luogo simbolo di speranza per i bambini sperduti che cercano una vita migliore, ma è anche il luogo in cui termina un viaggio estremamente pericoloso, durante il quale sono andate perdute le vite di molti bambini,» ha continuato Forsyth.

«È giusto che i leader del G7 si incontrino in un posto così simbolico e significativo per quella che è diventata una delle più grandi crisi del nostro tempo. Questo è il loro momento per dimostrare una leadership concreta che adotti un piano di politiche efficaci per aiutare a garantire sicurezza ai bambini rifugiati e migranti.»

Prima del Summit del G7, l’UNICEF ha incontrato gli sherpa degli Stati del G7 nelle loro capitali, chiedendo di sostenere la leadership dell’Italia e di adottare i 6 punti dell’Agenda d’Azione dell’UNICEF per proteggere i bambini rifugiati e migranti:
  • Proteggere i bambini rifugiati e migranti, in particolar modo quelli non accompagnati, da sfruttamento e violenza
  • Porre fine alla detenzione dei bambini richiedenti lo status di rifugiato o migrante
  • Tenere unite le famiglie, come migliore mezzo per proteggere i bambini e dare loro il riconoscimento di uno status legale
  • Consentire ai bambini rifugiati e migranti di studiare e dare loro accesso a servizi sanitari e sociali di qualità
  • Chiedere di intraprendere azioni sulle cause che spingono a movimenti di massa di migranti e rifugiati
  • Promuovere misure che combattano xenofobia, discriminazioni e emarginazione nei Paesi di transito e di destinazione.
Uniamo le voci per farci ascoltare dal G7

Oltre ai sei punti dell’Agenda di Azione, l’UNICEF ha lanciato una campagna per chiedere a tutti di compiere un gesto di solidarietà verso i bambini rifugiati e migranti sperduti a causa di guerre, violenza e povertà.

La campagna #AChildIsAChild, il cui video-messaggio sarà proiettato su un maxi-schermo nel centro di Taormina con il messaggio “Leader del G7, proteggete i bambini rifugiati e migranti”, è stata fino ad ora supportata attraverso i social media da oltre 2 milioni di persone.

In Italia, l’UNICEF ha lanciato una azione di sensibilizzazione attraverso i social media: agli utenti chiediamo di produrre un video o una foto con una barchetta di carta (simbolo della campagna) e di diffonderle - attraverso i social - con un proprio messaggio e utilizando l'hashtag #AChildIsAChild.



No, nessun kamikaze trasformerà gli esseri umani in persone piene di odio e di paura... LETTERA DI UN PADRE AI SUOI FIGLI DOPO LA STRAGE DI MANCHESTER

LETTERA DI UN PADRE AI SUOI FIGLI 
DOPO LA STRAGE DI MANCHESTER
di Alberto Pellai

Lo psicoterapeuta Alberto Pellai scrive ai suoi quattro figli riflettendo su quanto è successo. Il terrore non deve vincere, la paura non deve tarparci le ali per sognare e «nessun kamikaze mi convincerà che nella vita è meglio essere pieni di paura invece che pieni di entusiasmo e curiosità».


Cari figli l’attentato kamikaze al concerto di Ariana Grande a Manchester è stato forse il più brutto dell’ultimo quinquennio. Almeno per me, che sono vostro papà, questo evento è quello che ha messo maggiormente in crisi le mie sicurezze, i miei equilibri, il mio bisogno di padre di fornirvi sempre la protezione di cui avete bisogno e al tempo stesso di fornirvi un paio di ali per permettervi di sentire che il mondo sarà la vostra casa e che non c’è crescita senza esplorazione, senza ricerca del bello e del nuovo, senza desiderio di andare a cercare ciò che ci emoziona, che ci fa sognare. Per un giovanissimo, un concerto della propria popstar preferita è anche questo: è sogno, esplorazione, emozione, ricerca del bello e del nuovo. Chi decide di trasformare tutti questi elementi in un film dell’orrore, chi trasforma la “voglia di vita” in occasione di distruzione e terrore è un criminale. E si macchia del peggior reato che possa esistere sulla faccia della terra. Dopo un evento del genere, molte mamme e papà avranno cominciato a percepire che dare il permesso ad un figlio di partecipare ad un concerto potrebbe essere troppo pericoloso, potrebbe mettere a rischio la sua incolumità. Per cui, di sicuro, da oggi ci saranno molte più discussioni in tante famiglie rispetto ad autorizzare (o meno) la partecipazione ad un evento di massa che si svolge in un luogo all’aperto, dove è difficile mettere in atto procedure di controllo e di sicurezza tali da garantire al 100% l’incolumità dei partecipanti. Però, penso e temo che tra un po’ questa strategia del terrore colpirà a caso un nuovo target. Magari sarà un cinema, magari sarà un parco giochi. E allora i genitori si dovranno confrontare con la percezione di un nuovo rischio: potremo continuare a permettere a nostro figlio di andare a vedere un film insieme ai suoi amici oppure accompagnare il nostro bambino al giardinetto della città dove ci sono i suoi amici, la giostra e lo scivolo. E’ proprio questo che vuole un terrorista. Farci così tanta paura da non lasciarci più la libertà di vivere la nostra vita secondo i nostri bisogni e desideri. Le immagini della strage di Manchester sono traumatiche e quel trauma fa sentire spaventato ogni genitore che vede il proprio figlio uscire di casa per andare ad un concerto ad ascoltare la sua popstar preferita. Ma la stessa sera in cui a Manchester succedeva quel disastro in tantissime altre città del mondo la musica continuava a suonare. Centinaia di migliaia di persone in quella notte maledetta, hanno invece vissuto un’esperienza indimenticabile, hanno cantato, ballato, suonato. Hanno celebrato la vita. I telegiornali di questo non possono parlare, perché solo la morte che fa notizia. Il bello e il bene che riempiono la nostra quotidianità, che caratterizzano la nostra vita rimangono invisibili nei media, perché, grazie al cielo, noi esseri umani abbiamo imparato a renderli la normalità e la quotidianità della nostra esistenza. Non era così per l’uomo primitivo, che ogni giorno doveva rischiare la vita per procacciarsi cibo e garantirsi la sopravvivenza. Non era così per i nonni dei nostri nonni, che hanno combattuto guerre, sofferto la fame a causa delle carestie, faticato spesso a garantire la sopravvivenza ai propri famigliari.

La forza dell’essere umano è che, quando impara ad allearsi con gli altri, produce evoluzione e progresso. La forza dell’essere umano è che quando punta sulla cooperazione ne ottiene vantaggi infiniti e diventa più capace di resistere alle avversità della vita. E’ proprio vero: “L’unione fa la forza”. E allora, cari figli miei, io vi esorto a sentirvi ancora più uniti e connessi a tutti i vostri amici e compagni, di qualsiasi religione, etnia, provenienza essi siano. A coinvolgervi e a coinvolgerli in tutto il bello che la vita ha da offrirvi e concretamente vi mette a disposizione ogni giorno. E’ bello vedervi andare in giro per la vita e per il mondo, forti delle vostre sicurezze, contenti delle vostre amicizie, desiderosi di incontrare il nuovo, l’altro, il non noto. E’ vero: ogni volta che uscite di casa, c’è qualche rischio potenziale che vi aspetta. Dal quale io non posso proteggervi. Ma nella vita ho scelto, per voi ma in primo luogo per me, la strada della fiducia. Io ho fiducia in chi incontro. 
Non parto mai dall’idea che quel volto differente dal mio appartenga ad un potenziale criminale. E così vi invito a fare. Non smettiamo mai di guardare l’altro negli occhi, di essere amichevoli e accoglienti, di credere che la nostra vita valga la pena di essere spesa e vissuta ogni giorno nell’incontro e nella cooperazione invece che nello sconto e nella competizione.
Nessun Kamikaze potrà mai distruggere la mia voglia di regalarvi un paio di ali per spiccare il volo nella vita. Nessun kamikaze mi convincerà che nella vita è meglio essere pieni di paura invece che pieni entusiasmo e curiosità. Nessun kamikaze mi ruberà mai i sogni. Quelli che continuo a fare per me. E quelli che spero che voi non smettiate mai di fare. Abbracciamoci e alziamo lo sguardo. Se da una strage come quella di Manchester usciamo con l’idea che è necessario tenere gli occhi bassi e prepararci allo scontro avremo perso tutti. 
No, nessun kamikaze trasformerà gli esseri umani in persone piene di odio e di paura. Lo spero davvero. 
Per me, per voi, per tutti.


giovedì 25 maggio 2017

Il prete del sorriso. Don Pino Puglisi: martire, testimone, esempio

Il prete del sorriso. Don Pino Puglisi:
 martire, testimone, esempio

di Vincenzo Bertolone
Arcivescovo di Catanzaro Squillace e
postulatore della causa di canonizzazione del beato Pino Puglisi

«Il discepolo di Cristo è un testimone. La testimonianza cristiana va incontro a difficoltà, può diventare martirio. Il passo è breve, anzi è proprio il martirio che dà valore alla testimonianza


«Il discepolo di Cristo è un testimone. La testimonianza cristiana va incontro a difficoltà, può diventare martirio. Il passo è breve, anzi è proprio il martirio che dà valore alla testimonianza. Ricordate San Paolo: "Desidero ardentemente persino morire per essere con Cristo. Ecco, questo desiderio di morte diventa desiderio di comunione che trascende persino la vita". Sono parole di don Pino Puglisi, assassinato dalla mafia in odio alla fede e proclamato martire dalla Chiesa il 25 maggio del 2013. Parole di desiderio e di speranza: essere in comunione con Cristo nella vita terrena ed in quella che verrà.

Parole martiriali, come quelle riferite dai tre pastorelli di Fatima, analfabeti capaci di decodificare il linguaggio del cielo nell’innocenza, nel sacrificio, nell’affidamento. Non a caso San Giovanni Paolo II, nel giorno della beatificazione di Giacinta e Francesco, ne parlò come di veri martiri della fede. Auspìci che si sintonizzano perfettamente con il messaggio di Fatima, che caratterizza questo mese mariano, peraltro ben sottolineato dal pellegrinaggio a Cova da Iria del Santo Padre Francesco, che ha voluto portare alla Vergine anche il suo personale omaggio floreale, la sua rosa d’oro. E così alla benedizione delle candele del 12 maggio sera egli ha così pregato: «Su ciascuno dei diseredati e infelici ai quali è stato rubato il presente, su ciascuno degli esclusi e abbandonati ai quali viene negato il futuro, su ciascuno degli orfani e vittime di ingiustizia ai quali non è permesso avere un passato, scenda la benedizione di Dio incarnata in Gesù Cristo».

L’obiettivo di quel messaggio mariano, ormai centenario, è tutto fare e tutto accettare pur di essere con Cristo, proprio come ricordava don Pino Puglisi citando la Lettera ai Filippesi (1,23). Al sangue versato dal Verbo umanato viene oggi unito il martirio innocente dei piccoli e dei semplici, degli orfani e delle vittime dell’ingiustizia umana, nella loro quotidianità inerme. Anche le sofferenze più cruente, perfino la morte subita per testimoniare Cristo, diventano possibili se sostenute dalla grazia. Dev’esserci, infatti, coerenza tra parola e azione, cioè tra quanto si predica e ciò che si fa. Il prete del sorriso – quel sorriso che originò un ravvedimento perfino nel suo sicario.

Un impegno, questo, che può avere costi molto alti, allorché la coerenza tra parola e azione aspira a una maggiore giustizia, a una maggiore verità, a una maggiore fede, sempre malvista dai potenti. Nelle motivazioni della sentenza della Seconda Sezione della Corte d’Assise di Palermo si legge a proposito della testimonianza di Puglisi: «… un prete che infaticabilmente operava sul territorio, fuori dall’ombra del campanile... L’opera di don Puglisi aveva finito per rappresentare un’insidia e una spina nel fianco del gruppo criminale emergente che dominava il territorio, perché costituiva un elemento di sovversione nel contesto dell’ordine mafioso, conservatore, opprimente che era stato imposto nella zona». Insomma, il buon pastore Puglisi aveva scelto di testimoniare, non soltanto ricostruendo il genuino sentimento religioso e spirituale dei fedeli affidatigli dal vescovo, ma anche schierandosi dalla parte dei piccoli, dei deboli e degli emarginati – con papa Francesco si potrebbe dire degli "scarti" del mondo – per consentire a Cristo di entrare in unione profonda con le persone, di "provocarle" con il suo volto misericordioso come quello di una madre.

Con questa testimonianza, si consente a Cristo di regnare nel cuore degli uomini; in questo modo finisce davvero ogni guerra, non soltanto quella combattuta al tempo dei tre pastorelli, ma anche quelle che le mafie vecchie e nuove combattono contro la dignità cristiana delle persone, occupando i loro territori, controllandone le risorse economiche, estorcendone, le energie morali ed economiche, perfino scimmiottando con la pseudoreligiosità la genuina devozione popolare cristiana. Nella società "liquida" – che poco si sofferma sull’umano, si disinteressa dell’etica, eclissa la solidarietà con gli ultimi, ricerca soldi e il successo facile – Puglisi metteva al primo posto proprio la dignità delle persone, principalmente di quelle più deboli e vulnerabili, accettando per il loro riscatto offese e sofferenze quotidiane, fino all’effusione del proprio sangue.

Passi piccoli e grandi, che testimoniano un cammino ormai irreversibile: quello intrapreso dalla Chiesa sulle orme del beato martire Puglisi, ucciso la sera del suo 56º compleanno, solo perché prete, semplicemente prete. Come il pellegrino Francesco che nel santuario mariano di Fatima dice «che la tua Madre mi prenda in braccio, mi copra con il suo mantello e mi collochi accanto al tuo Cuore», così il pellegrino Puglisi – testimone secondo il cuore di Dio; timido eroe della normalità, gigante rispetto ai pigmei che lo uccisero; sacerdote da imitare più che da ammirare ed a cui essere grati e forse, nonostante il suo tragico destino, da invidiare perché visse veramente ed insegnò ai giovani il senso civico del dovere, gli ideali di moralità ed onestà – è un patrimonio a disposizione della Chiesa e della società e di chi vuole sognare di costruire un mondo migliore.
(fonte: AVVENIRE)

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - VI Domenica di Quaresima / A - 21/05/2017


Omelia p. Gregorio Battaglia

- VI Domenica di Quaresima - A

21/05/2017

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... questo dialogo è quasi un tutt'uno con il lascito di un testamento. Queste parole Gesù adesso le rivolge a noi... e ci invita, ci costringe a quella novità di vita di esistenza che facciamo fatica a fare crescere dentro di noi e nella vita concreta... abbiamo davvero bisogno che il Signore continui a parlare ad ognuno di noi e a tutti noi insieme e Gesù ci invita a guardare Lui con uno sguardo d'amore... dobbiamo imparare ad amare qualcuno che si presenta a noi con i segni della passione...
Questo nostro modo di contemplare il Signore ha bisogno che venga illuminato dall'interno... il Signore ci promette questa presenza del suo Spirito, che poi è un tutt'uno con la presenza sua e la presenza del Padre, una presenza non visibile, ma profonda, vera, reale, una presenza che ci invita a cogliere che senso ha per noi la contemplazione di quel crocifisso, di quelle piaghe, di quei buchi, perché quelle ferite prima di tutto parlano a noi, di quello che noi siamo, quelle ferite parlano della durezza del cuore, parlano delle nostre paure... ma allo stesso tempo... parlano di Lui, di come Lui ci sta guardando. Quelle ferite sono delle porte in cui adesso noi possiamo entrare. In quel cuore adesso c'è posto per noi!... Questo diventa il segno per comprendere che siamo amati gratuitamente, siamo accolti. Questa gratuità d'amore è capace di rinnovarci dall'interno... è come se il suo amore travasasse dentro di noi e noi divenissimo ancora più capaci di guardare il mondo, i fratelli, gli altri non più con il nostro sguardo, ma con il suo sguardo...


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Una lettera a Mons. Negri: la nostalgia antimodernista e violenta di una “societas perfecta” di Andrea Grillo

Una lettera a Mons. Negri: 
la nostalgia antimodernista e violenta di una “societas perfecta” 
di Andrea Grillo

Reverendo Padre,
Mons. Luigi Negri,

Di fronte al grave attentato che ha colpito la città di Manchester e i suoi figli la sua reazione è stata inusuale: scrivere una lettera direttamente alle vittime dimostra una reale “passione” per la questione e un profondo coinvolgimento nella vicenda. Forse è un aspetto che non ha bisogno di essere chiarito, ma è certo che lei non resta mai indifferente a ciò che le accade intorno. E questo è un buon segno.
Ma mi chiedo se davvero in questo testo, che evidentemente è scaturito in lei da una sovrabbondanza di sdegno, di dolore e di passione, non ci siano i segni di una comprensione gravemente ingiusta delle persone coinvolte, delle loro relazioni e del mondo intero che subisce tutto questo. Diversi sono i punti della sua lettera che mi hanno preoccupato e sui quali penso sia bene formulare alcune questioni. Lo dico soprattutto perché non si possa pensare che lei, esprimendo a caldo il suo sdegno, abbia davvero espresso la “visione cattolica” sul bene e sul male, sul mondo e sulla storia. Inizio con il riprendere la sua lettera, sottolineandone in grassetto i passi più gravemente problematici:

Carissimi figli,
mi sento di chiamarvi così anche se non vi conosco. Ma nelle lunghe ore di insonnia che hanno seguito l’annuncio di questo terribile attentato, in cui molti di voi hanno perso la vita e molti sono rimasti feriti, vi ho sentiti legati a me in un modo speciale.
Siete venuti al mondo, molte volte neanche desiderati,  e nessuno vi ha dato delle «ragioni adeguate per vivere», come chiedeva il grande Bernanos alla generazione dei suoi adulti. Vi hanno messo nella società con due grandi princìpi: che potete fare quello che volete perché ogni vostro desiderio è un diritto; e l’importanza di avere il maggior numero di beni di consumo.
Siete cresciuti così, ritenendo ovvio che aveste tutto. E quando avevate qualche problema esistenziale – una volta si diceva così – e lo comunicavate ai vostri genitori, ai vostri adulti, c’era già pronta la seduta psicanalitica per risolvere questo problema. Si sono solo dimenticati di dirvi che c’è il Male. E il Male è una persona, non è una serie di forze o di energie. È una persona. Questa persona s’è acquattata lì durante il vostro concerto. E l’ala terribile della morte che porta con sé vi ha ghermito. 
Figli miei, siete morti così, quasi senza ragioni come avevate vissuto. Non preoccupatevi, non vi hanno aiutato a vivere ma vi faranno un "ottimo" funerale in cui si esprimerà al massimo questa bolsa retorica laicista con tutte le autorità presenti - purtroppo anche quelle religiose - in piedi, silenziose. Naturalmente i vostri funerali saranno fatti all’aria aperta, anche per quelli che credono, perché ormai l’unico tempio è la natura.
Robespierre riderebbe perché neanche lui è arrivato a questa fantasia. Del resto nelle chiese non si fanno più funerali perché, come dice acutamente il cardinale Sarah, nelle chiese cattoliche ormai si celebrano i funerali di Dio. Non dimenticheranno di mettervi sui marciapiedi i vostri peluche, i ricordi della vostra infanzia, della vostra prima giovinezza. E poi tutto sarà archiviato nella  retorica di chi non ha niente da dire di fronte alle tragedie perché non ha niente da dire di fronte alla vita.
Io spero che almeno qualcuno di questi guru – culturali, politici e religiosi - in questa situazione trattenga le parole e non ci investa con i soliti discorsi per dire che «non è una guerra di religione», che «la religione per sua natura è aperta al dialogo e alla comprensione». Ecco, io mi auguro che ci sia un momento silenzioso di rispetto. Innanzitutto per le vostre vite falciate dall’odio del demonio, ma anche per la verità. Perché gli adulti dovrebbero innanzitutto avere rispetto per la verità. Possono non servirla ma devono averne rispetto.
Io comunque, che sono un vecchio vescovo che crede ancora in Dio, in Cristo e nella Chiesa, celebrerò la messa per tutti voi il giorno del vostro funerale perché dall’altra parte – quale che siano state le vostre pratiche religiose – incontriate il volto carissimo della Madonna che, stringendovi nel suo abbraccio, vi consolerà di questa vita sprecata, non per colpa vostra ma per colpa dei vostri adulti.
* Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
L’attacco del testo è del tutto disarmante: come può un Vescovo dire alle vittime di un attentato terroristico di essere “venute al mondo molte volte neanche desiderate?” e di non aver ricevuto dagli adulti le “ragioni per vivere”? Che ne sa, lei? La colpevolizzazione delle vittime è un fatto gravissimo. Capirei di più se avesse detto queste parole dei terroristi, ma delle vittime! Come se quei giovani si fossero meritata la morte atroce che li ha colti alla fine di un concerto. Questo mi pare il primo punto in cui la tradizione cristiana viene pesantemente smentita, contraddetta, negata: distinguere l’errore dall’errante, se vale per gli assassini, non dovrebbe valere a maggior ragione per le vittime? Come si fa a parlare di loro anzitutto per le colpe loro e dei loro padri? Risuona nell’orecchio la sprezzante reazione di fronte alle parole del “cieco nato”: o hai peccato tu, o i tuoi genitori. Ma questo è ciò che in Cristo dobbiamo superare, non confermare!

Ma andiamo avanti. Ciò in cui i padri delle vittime sarebbero peccatori Lei lo riassume in due principi: ogni desiderio è diritto e poter avere il maggior numero possibile di beni. Questo è un modo classico di parlare della “dittatura del relativismo”. Ma questi sono anche due punti che hanno profondamente cambiato la cultura civile ed economica del nostro tempo. E non solo in peggio. Ora, di fronte al fatto di Manchester, voler gettare addosso alle vittime una ricostruzione caricaturale e ideologica della loro forma di vita mi sembra un’altra cosa molto grave. Coloro che erano al concerto possono essere colpevolizzati solo per questo? Non vi è qui in atto un modo grossolano e violento con cui ci si permette di giudicare delle persone sulla base di una idealizzazione aggressiva di un “mondo diverso”, in cui diritti e i beni apparivano “concessi dall’alto”? Questo è forse l’ideale cristiano? o non è altro che l’ombra lunga di una società gerarchica, chiusa e discriminante? Non c’è il rischio che un Vescovo, scivolando sui propri pregiudizi, finisca per giudicare le povere vittime con la stessa logica dei loro carnefici? Che si crei una alleanza sotterranea tra fondamentalismo islamico e fondamentalismo cattolico?

Ancora più grave, a me pare, è affermare che “siete morti senza ragione così come avete vissuto”. Questo è proprio disumano. Già un giudizio generale sulla cultura contemporanea che inclinasse a vederla come “priva di ragione” – solo perché non più sorretta da una ontologia forte – mi sembrerebbe ingiusto. Ma del tutto ingiusto, o più precisamente disumano, mi sembra attribuire direttamente ai soggetti colpiti quel giudizio che si è elaborato a proposito di una cultura e di un’epoca. Questo è assolutamente inaccettabile. Non solo per la fede cristiana e cattolica, ma per l’umanità stessa dell’uomo.

Tralasciando le considerazioni sulla natura sacralizzata e sui “funerali di Dio” che ormai si farebbero in Chiesa – in cui anche R. Sarah viene chiamato a sostegno di quello che non si può non chiamare un piccolo delirio – mi pare che definire “vite sprecate” le vite stroncate dalla violenza del terrorismo sia un’ultima, gravissima, affermazione. Senza rispetto e senza fede. Perché proprio la fede ci permette di riconoscere in ogni vita una luce, una forza, una verità. Che un Vescovo, sotto l’effetto di un comprensibile sdegno per l’irrompere della morte nel mondo, reagisca con parole così poco cristiane, è un fatto grave. Che si lasci trascinare dalla emozione e dalla passione proponendo una lettura il cui fondamentalismo rispetta così poco i soggetti da confondersi con quello che ne ha determinato la morte, questo mi pare davvero un errore quasi imperdonabile. Se il mondo è il luogo di una “cultura di morte” – secondo la facile diagnosi che piace tanto a tutti i reazionari – non riconoscere la dignità dei defunti, non ricordare che anzitutto i morti sono “senza peccato”, non rispettare la verità della morte per denunciare continuamente e senza posa la “morte della verità”, mi sembra un caso estremo di perdita di lucidità e di controtestimonianza cristiana. Non solo il sonno della ragione, ma anche il sonno della fede, genera mostri. In tutte le tradizioni. Per questo sono rimasto addolorato e ferito dalla lettera ai “carissimi figli”, che la sua interpretazione ideologica, spacciata per fede cattolica, non ha saputo né comprendere, né rispettare, né da vivi, né da morti.

Le porgo i miei saluti 
Andrea Grillo
(fonte: Come se non)


mercoledì 24 maggio 2017

Papa Francesco nomina il cardinale Bassetti presidente della CEI. La prima dichiarazione del neoeletto: "il Santo Padre crede alla capacità dei vecchi di sognare"

Papa Francesco non ha perso tempo e ha scelto il cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, Gualtiero Bassetti, per succedere al cardinale arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, alla guida della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

Ad annunciarlo è stato il presidente uscente al termine della Messa celebrata mercoledì 24 maggio nella Basilica Vaticana. “E adesso ho l’onore e il piacere di comunicare che il Santo Padre ha nominato il cardinale Bassetti presidente della Conferenza episcopale italiana”, ha detto Bagnasco, come riferito dall’agenzia SIR (Servizio Informazione Religiosa), che dipende dalla stessa CEI.

La nomina, che è stata confermata a fine mattinata da un bollettino della Sala Stampa vaticana, non sorprende. L’arcivescovo di Perugia non solo era il più votato della terna scelta ieri dai vescovi italiani riuniti in Assemblea generale in Vaticano e poi presentata a papa Francesco, ma come risaputo il Pontefice ha sempre nutrito una grande stima per Bassetti, elevandolo in occasione del Concistoro del 22 febbraio 2014 — il primo del suo pontificato — alla porpora cardinalizia.
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Con la metafora usata da papa Francesco, si può definire il cardinale Bassetti un pastore “con l’odore delle pecore”. Il porporato è infatti noto per la sua vicinanza alla gente e la sua sensibilità verso le problematiche legate al mondo del lavoro.
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Ecco un profilo del nuovo presidente della Cei nel servizio di Cristiana Caricato

Guarda il video

"Il mio primo pensiero riconoscente va al Santo Padre per il coraggio che ha mostrato nell'affidarmi questa responsabilità al crepuscolo della mia vita, perché io il 7 aprile di quest'anno ho compiuto 75 anni, è davvero un segno che il Santo Padre crede alla capacità dei vecchi di sognare"
Sono le prime parole del nuovo presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti.
"Non ho programmi preconfezionati da offrire. Nella mia vita sempre stato improvvisatore... Intendo lavorare insieme con tutti i vescovi, grato per la fiducia che mi hanno assicurato... 
Il Papa ci ha raccomandato di condividere tempo, ascolto, creatività e consolazione. Queste parole sono già un programma formidabile per potere lavorare. È quello che cercheremo di fare insieme noi vescovi. 'Vivete la collegialità', ci ha detto, 'camminate insieme': è questa la cifra che ci permetterà di interpretare la realtà con gli occhi e il cuore di Dio. 
Mi hanno molto incoraggiato le parole del cardinale Bagnasco, a cui mi sento legato da sincera amicizia, quando ha augurato al nuovo presidente di 'essere se stesso'. E questo è quello che io desidero nel profondo del mio cuore e intendo fare".

Guarda il video con la prima dichiarazione pubblica del neo presidente della Cei, 
cardinale Gualtiero Bassetti.







«Una Chiesa che non rischia dà sfiducia» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
23 maggio 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
La chiesa non è dei tiepidi”

La Chiesa non deve mai essere «tiepida» ed è chiamata, così come ogni singolo cristiano, a un cammino di «conversione quotidiana». Occorre infatti fare attenzione a non adeguarsi a uno stato «tranquillo», «mondano» ed essere invece sempre aperti all’«annuncio gioioso che Gesù è il Signore». Come fece, ad esempio, l’arcivescovo Óscar Arnulfo Romero, ricordato nel secondo anniversario della beatificazione da Papa Francesco, durante la messa celebrata a Santa Marta martedì 23 maggio.

Il Pontefice ha innanzitutto ripreso in mano la prima lettura (Atti degli apostoli, 16, 22-34) e, spiegando che si tratta del brano finale di un racconto più ampio, ne ha riassunto l’intera evoluzione. È un momento importante della predicazione di Paolo e Sila che, giunti nella città di Filippi, trovano «una schiava che praticava la divinazione» e che grazie alla sua attività faceva guadagnare molto i suoi padroni. Questa donna, visti i due che «andavano a pregare», cominciò a gridare: «Questi sono servi di Dio!». Apparentemente, ha fatto notare il Papa, si trattava di una «lode». Ma, le sue parole, ripetute «tutti i giorni» ebbero una conseguenza. Si legge negli Atti infatti che «un giorno Paolo si è seccato». L’apostolo, ha spiegato il Pontefice, «aveva lo spirito di discernimento e sapeva che questa donna era posseduta dal cattivo spirito», perciò «si rivolse a lei» e «scacciò via il cattivo spirito». L’immediata conseguenza fu che «questa signora, questa schiava non poté più divinare e i suoi padroni vedendo svaniti i loro guadagni — guadagnavano tanto — presero Paolo e Sila e li portarono alle autorità». Cominciò così una serie di accuse. E proprio a questo punto si inserisce il brano proposto dalla liturgia del giorno nel quale si legge che «i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. Egli, ricevuto questo ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi».

A questo punto, però, ha detto il Papa, «intervenne Dio» e così, mentre «verso mezzanotte Paolo e Sila cantavano, lodavano Dio e gli altri prigionieri sentivano», arriva un «forte di terremoto e si aprono tutte le porte». E di fronte a un evento talmente eccezionale il carceriere, temendo la fuga dei reclusi, voleva uccidersi perché «la legge del tempo» prevedeva che quando i prigionieri scappavano fosse giustiziato il custode.

Allora «Paolo gridò forte: “Non farti del male, siamo tutti qui”. E quello non capì: “Ma come succede questo? Questi delinquenti invece di approfittare dell’opportunità e scappare sono qui?”. Il carceriere, accortosi che era accaduta «una cosa strana e che c’era qualche segno di Dio, sia la scossa sia le porte aperte sia anche che nessuno di loro era scappato», si precipitò dentro «e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila poi li condusse fuori e disse: “Signori, che cosa devo fare per essere salvato?”». Evidentemente, ha notato Francesco, era «un uomo a cui lo spirito aveva toccato il cuore». La risposta dei due fu: «“Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia”. E proclamarono la Parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese con sé a quell’ora di notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato, lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia”; festeggiarono questa grazia». Si tratta, ha detto il Papa concludendo il racconto, di «una bella storia che ci fa pensare».

Da qui è partita la riflessione che, innanzitutto ha messo in evidenza come nella vicenda si incontri un «passaggio». Si parte, infatti da «uno stato di predicazione tranquilla perché Paolo e Sila dovevano essere contenti del fatto che questa schiava che aveva tanta autorità, questa maga, questa divinatrice, dicesse che loro fossero uomini di Dio». Il fatto è che quella «non era la verità». E «perché?», si è chiesto il Pontefice. «Perché Paolo — è stata la risposta — mosso dallo Spirito, capì che quella non era la Chiesa di Cristo, che quella non era la strada della conversione di quella città, perché tutto rimaneva tranquillo, non c’erano le conversioni. Sì, tutti accettavano la dottrina: “Che bello, che bello, stiamo tutti bene”».

Una situazione, ha sottolineato il Papa, che «si ripete» più volte «nella storia della salvezza»: infatti, «quando il popolo di Dio era tranquillo o serviva alla mondanità, non dico agli idoli, no, alla mondanità ed era nel tepore», il Signore «inviava i profeti». Di più: «ai profeti è accaduto lo stesso di Paolo: erano perseguitati, bastonati, perché? Perché scomodavano». Cosa fatta ugualmente da Paolo, «uomo di discernimento», comprendendo che lo spirito che possedeva la maga, «era uno spirito di tepore, che faceva la Chiesa tiepida», «capì l’inganno e cacciò via il cattivo spirito. E la verità è venuta fuori».

È una dinamica, ha detto il Pontefice, che accade ancora oggi nella Chiesa: «quando qualcuno denuncia tanti modi di mondanità è guardato con occhi storti, questo non va, meglio che si allontani». E ha aggiunto: «Io ricordo nella mia terra, tanti, tanti uomini e donne, consacrati buoni, non ideologi, ma che dicevano: “No, la Chiesa di Gesù è così...”», di costoro hanno detto: «“Questo è comunista, fuori!”, e li cacciavano via, li perseguitavano. Pensiamo al beato Romero». E ciò è capitato a «tanti, tanti nella storia della Chiesa, anche qui in Europa».

La spiegazione si trova nel fatto che «il cattivo spirito preferisce una Chiesa tranquilla senza rischi, una Chiesa degli affari, una Chiesa comoda, nella comodità del tepore, tiepida».

Per meglio comprendere questo ragionamento, il Papa ha ricordato due parole che si trovano nel brano della Scrittura preso in considerazione, una «all’inizio della storia» e una «alla fine». Se si legge con attenzione, infatti, si vede che «i padroni di questa signora, schiava, divinatrice, si sono arrabbiati perché avevano perso di guadagnare i soldi». Ecco la parola: «soldi». Infatti «il cattivo spirito sempre entra dalle tasche» e, ha suggerito il Pontefice, «quando la Chiesa è tiepida, tranquilla, tutta organizzata, non ci sono problemi, guardate dove ci sono gli affari, subito».

C’è poi un’altra parola che emerge alla fine del racconto: «gioia». Infatti si legge che il carceriere, dopo essere stato battezzato, «apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia, insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio». Così è chiaro, ha detto Francesco, «il cammino della nostra conversione quotidiana: passare da uno stato di vita mondano, tranquillo senza rischi, cattolico, sì, sì, ma così, tiepido, a uno stato di vita del vero annuncio di Gesù, alla gioia dell’annuncio di Cristo. Passare da una religiosità che guarda troppo ai guadagni, alla fede e alla proclamazione: “Gesù è il Signore”». E questo, ha aggiunto «è il miracolo che fa lo Spirito Santo».

Perciò il Papa ha suggerito ai presenti di rileggere il capitolo 16 degli Atti degli apostoli, per comprendere meglio «questo percorso» e come «il Signore con i suoi testimoni, con i suoi martiri, fa andare avanti la Chiesa». Ci si renderà conto che «una Chiesa senza martiri dà sfiducia; una Chiesa che non rischia dà sfiducia; una Chiesa che ha paura di annunciare Gesù Cristo e cacciare via i demoni, gli idoli, l’altro signore, che è il denaro, non è la Chiesa di Gesù».

Concludendo la meditazione Francesco ha ricordato come nella liturgia del giorno ci sia una preghiera in cui si ringrazia «il Signore per la rinnovata giovinezza che ci dà con Gesù». Anche la Chiesa di Filippi, ha detto, «è stata rinnovata e divenne una Chiesa giovane». Dobbiamo quindi pregare affinché «tutti noi abbiamo questo: una rinnovata giovinezza, una conversione dal modo di vivere tiepido all’annuncio gioioso che Gesù è il Signore».
(fonte: L'Osservatore Romano)

Guarda il video



martedì 23 maggio 2017

Mons. Bettazzi a Bologna: La Madonna di San Luca ci aiuti ad essere testimoni di amore, di solidarietà e di pace! (video)

A Bologna ogni anno l'immagine della Madonna di San Luca, da sempre tanto cara a tutti i bolognesi, viene portata in processione dal Santuario alla Cattedrale di S. Pietro in memoria dell'aiuto che la Vergine ha dato alla città nel 1433 dopo le continue piogge che nei mesi di Aprile, Maggio e Giugno minacciarono di compromettere il raccolto dei campi. Così gli Anziani della città decisero di rivolgersi alla Madonna di San Luca per l'aiuto necessario e questa richiesta fu esaudita con l'apparire di un bel sole che cessò le interminabili piogge nefaste.

Quest'anno la sacra immagine è scesa dal Santuario sabato 20 maggio. Alle ore 18.00 a Porta Saragozza l'incontro del popolo bolognese con la Venerata Immagine della Beata Vergine di S. Luca portata poi in processione nella Cattedrale di San Pietro. Ingresso in Cattedrale alle ore 19.00 ca.



L’immagine della Vergine resterà nella Cattedrale di San Pietro fino a domenica 28 maggio 2017 quando, alle ore 17.00 verrà riaccompagnata in processione al Santuario di San Luca, sostando prima in Piazza Malpighi e poi a Porta Saragozza e al Meloncello per la Benedizione. 

Per tutta la settimana la Cattedrale resta aperta dalle ore 5.45 alle ore 22.30. 


Domenica scorsa in cattedrale monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, ha celebrato una Messa ai piedi della Madonna di san Luca a cui è particolarmente legato come spiega nel servizio proposto in questo video.


Un'omelia tutta da ascoltare... 



Maria madre della fede... della speranza... della carità... dell'umanità, soprattutto dei più poveri, dei più abbandonati, dei più emarginati... ci aiuti ad essere testimoni di amore, di solidarietà e di pace!

Guarda il video integrale dell'omelia

Per non dimenticare il 23 Maggio 1992 quando Giovanni Falcone venne ucciso assieme alla moglie Francesca Morvillo e ai tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro...


MARIA FALCONE: «MIO FRATELLO VIVE ANCORA NELLE IDEE TRASMESSE NELLA LOTTA CONTRO LA MAFIA»


A 25 anni dalla strage di Capaci il ricordo della sorella del giudice simbolo della lotta a Cosa nostra: «la sua vita è stata un vero e proprio atto d’amore per Palermo e per il Paese intero»


Giovanni Falcone è vivo. La sua memoria viene tramandata dalle nuove generazioni. Ogni anno, nell’Aula Bunker, dove nel 1986 si svolse il maxiprocesso a carico di 460 imputati per mafia istruito dal giudice palermitano, il più grande processo penale mai celebrato al mondo, arrivano da tutta Italia migliaia di studenti per esprimere con la loro presenza non solo il ricordo dei “martiri per la giustizia”, come Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, morta con lui nella strage di Capaci, Paolo Borsellino e gli uomini e le donne delle loro scorte, ma anche il costante impegno per imparare giorno dopo giorno la legalità e costruire una nuova società.

Incontriamo Maria Falcone nella sede della Fondazione, a Palermo, una villetta in via Serradifalco sequestrata a un boss di Cosa nostra. La prima domanda è quasi inevitabile: a venticinque anni dalla strage di Capaci, è cambiato qualcosa? La sorella del giudice simbolo della lotta alla mafia ci tiene a ricordare il motivo per cui ha iniziato questa attività in memoria del fratello. Anche se per lei non è facile ripercorrere di continuo quanto è accaduto quel tragico pomeriggio di sabato 23 maggio 1992.

«C’è stato un momento», dice, «subito dopo la morte di Paolo Borsellino (che avevo incontrato più volte e mi aveva sempre ripetuto: “Stai tranquilla, continuerò io il lavoro di Giovanni”), in cui la disperazione ha preso il sopravvento. Pensavo che tutto fosse finito, come lo stesso procuratore capo Antonino Caponnetto aveva detto espressamente».

Ma il suo carattere non glielo permetteva. «Ognuno di noi», spiega la professoressa Falcone, 81 anni compiuti da poco, per anni insegnante di Diritto negli istituti superiori, «arriva a una determinata azione in base a delle pulsioni varie». Per lei le pulsioni dipendevano dall’aver vissuto per tanto tempo vicino a suo fratello Giovanni, l’avere condiviso il suo lavoro, i suoi problemi, persino la sua vita blindata. E l’aver considerato tutte le possibilità di quell’attività che Giovanni aveva intuito si potesse fare, compresa la sconfitta della mafia che non era più una cosa impossibile, ma possibile, come lui stesso aveva detto nel suo libro Cose di cosa nostra: «La Mafia, come ogni cosa umana, avrà un termine».

Certo il giudice Falcone aveva ben compreso che per sconfiggere Cosa nostra non bastava la sola repressione, cioè quella attuata dalle forze dell’ordine, dalla magistratura. «Ma era necessario togliere alla mafia il terreno fertile sul quale prosperare. Bisognava creare una società che rigettasse tutti quelli che sono i disvalori della mafiosità, soprattutto l’indifferenza, l’omertà». Cosa nostra riesce a infiltrarsi nel tessuto sociale e attacca quelli che sono i gangli vitali della vita di un Paese. «Se noi creiamo una società più impermeabile a questi attacchi, già creiamo una situazione da cui partire, sicuramente migliore».

Da questa convinzione è nata la Fondazione Falcone, con la sua attività nelle scuole, nelle università; nella necessità di coinvolgere tutta la società. «Ricordo un particolare che mi raccontò Giovanni e voglio condividerlo per far capire quanto sia importante il ruolo nella società: quando Tommaso Buscetta, “il boss dei due mondi” pentito, iniziò a collaborare con la giustizia e a raccontare tutto a mio fratello, più volte gli disse durante gli interrogatori: “Dottor Falcone, il suo conto con la mafia si chiuderà con la sua morte”. Ma mio fratello non si lasciava intimorire da quelle parole e rispondeva sempre: “Non si preoccupi: dopo di me, dopo la mia morte, altri uomini continueranno il mio lavoro”».

«Mio fratello non amava rilasciare interviste, lo fece poche volte e una di queste fu quando iniziò il maxiprocesso. Il giornalista gli chiese qual era il messaggio che voleva dare a Palermo e lui rispose: “A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”».

I ricordi si affastellano. Maria Falcone racconta di un uomo che difficilmente può essere descritto, «perché per tutti è considerato il giudice che ha sconfitto la mafia», invece lei vuole uscire dal simbolo e comunicare il suo lato umano, a volte evangelico: «Parlo dell’uomo che ha creduto in determinati valori basandosi su uno dei pilastri più importanti della cristianità: ama il prossimo tuo come te stesso. Lui il suo lavoro non l’ha fatto per se stesso, per essere ricordato, ma per la comunità, per le nuove generazioni».

Colpisce come questa donna, nel promuovere infaticabile le idee del fratello, a distanza di venticinque anni continui ad avere una carica intensa e a portare avanti con la Fondazione l’impegno per i giovani, perché possano crescere nella speranza della giustizia.

Con il libro Giovanni Falcone. Le idee restano, in collaborazione con la giornalista Monica Mondo (edito dalla San Paolo), Maria Falcone racconta la storia, i ricordi, le emozioni della vita di famiglia, per far scoprire ai ragazzi le radici umane, profonde di Giovanni Falcone, non «eroe ma uomo vero».

Prima di congedarci, questa appassionata testimone degli affetti e della memoria ci ricorda le pregnanti e profetiche parole che Paolo Borsellino pronunciò a un mese esatto dalla strage di Capaci del 23 maggio 1992, pochi giorni prima di cadere per mano di Cosa nostra: «La vita di Giovanni Falcone è stata un atto d’amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il signicato di dare a questa terra tutto ciò che era possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene… Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera… dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo».

I nemici principali di Giovanni furono proprio i suoi amici magistrati. Molti di loro non sono stati leali mentre alcuni gli sono stati davvero amici come Chinnici, Caponnetto, Guarnotta, Grasso, Ayala”. Lo ha detto Maria Falcone in un’intervista a ‘Soul’, il programma-intervista di Tv2000, condotto da Monica Mondo. Il programma è andato in onda domenica 21 maggio alle ore 12.15 e alle 21.30, alla vigilia del venticinquesimo anniversario della strage di Capaci del 23 maggio 1992, quando Falcone venne ucciso assieme alla moglie Francesca Morvillo e ai tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

"Tanti furono gli attacchi e le sconfitte – ha aggiunto Maria Falcone - tanto che fu chiamato il giudice più trombato d'Italia e purtroppo lo è stato ed è stato lasciato solo. Ma il fatto stesso che i giovani continuino a vedere in lui l’esempio di un uomo che ha saputo sacrificare la sua vita per il bene comune, pure non essendo un fervente cattolico ma un laico che credeva nell’amore del prossimo, è bello ed emozionante”.
“Giovanni – ha proseguito Maria Falcone - si è inventato tutto nella lotta alla mafia; quando lui è arrivato a Palermo la mafia sembrava quasi non esistesse, non se ne faceva nemmeno il nome; i vari uomini politici non la nominavano, la Chiesa non la conosceva”.
A Tommaso Buscetta, ha ricordato Maria Falcone, “Giovanni gli aveva cambiato completamente la vita, perché gli aveva dato un senso dello Stato”. Per questo motivo la sorella del magistrato oggi è impegnata a sensibilizzare soprattutto i più giovani ai temi della mafia: “Giovanni è considerato il servitore dello Stato che credeva nei valori con i quali noi siamo cresciuti, secondo quel detto meraviglioso: quando la Patria chiama bisogna andare. Giovanni è stato chiamato ed è andato”.

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LETTERA A GIOVANNI FALCONE, 

A 25 ANNI DA QUEL TRAGICO GIORNO

DI ORAZIO SANTAGATI 
PRESIDENTE DEL PREMIO “PIERSANTI MATTARELLA”


Una lettera piena di sentimento, ma anche di tanta delusione e rabbia, quella che scrive Orazio Santagati, presidente del Premio “Piersanti Mattarella”, ricordando quella tragica giornata di 25 anni fa, che strappò all’affetto dei suoi cari e di tutta una nazione il giudice Giovanni Falcone, insieme alla sua compagna di vita Francesca Morvillo e ai tre agenti della sua scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Un ricordo sincero, quello di Orazio Santagati, anche perchè frutto di una conoscenza durata nel tempo.


Caro Giovanni Falcone, ricordo 25 anni fa dov’ero quando appresi la notizia di quella esplosione. Da siciliano ebbi modo di indignarmi profondamente e anche di vergognarmi. Si, perché, qualcuno mi guardò qui a Roma, dove vivo dal 1962, e sapendo che ero siciliano mi disse della strane parole sul fatto che stavolta avevano esagerato. Mi fece, in pratica, sentire da siciliano come in colpa di quanto era accaduto. In quel momento ripensai comunque a tante cose tra cui al fatto che il pentito, Tommaso Buscetta ti aveva avvisato e tutto si era compiuto esattamente come lui aveva descritto: “Caro signor giudice Falcone, lei dopo questa mia deposizione diventerà famoso, ma la avviso, dopo faranno del tutto per screditarla, infangare il suo ligio operato prima di chiudere il conto… e il conto che lei aprirà con cosa nostra non si chiuderà mai se non con la sua morte”.

Per questo, e per molte altre cose ancora, ti chiedo perlomeno scusa ma non a nome mio, che ti ho sempre ammirato nella tua preziosa opera ma… nel paradosso, a nome di “alcune” persone chi oggi scenderanno nelle piazze… e forse in testa a quei cortei della legalità per ricordarti… quelle stesse “alcune” persone che hanno contribuito a screditarti, infangarti, isolarti per poi condannarti a morte… “per la seconda volta”… senza chiederti mai quantomeno scusa, senza darti un vero colpevole dopo venticinque anni, senza renderti giustizia e sopratutto, senza stare o avere nemmeno il coraggio di stare “zitte” o tantomeno, come diciamo noi siciliani “Mute” per onorare la tua rispettabile memoria di uomo dello stato.

Infine, anche quest’anno, ti saluto con un mio pensiero che riguarda gli uomini e i cittadini di questa Nazione e di questa meravigliosa terra di Sicilia: “Gli uomini onesti si sentiranno per sempre orfani degli uomini migliori che l’Italia è riuscita produrre”.
Orazio Santagati
(fonte: RadioLuce)


«Lo Spirito Santo è il compagno di cammino di ogni cristiano... ma in un cuore chiuso non può entrare» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
22 maggio 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
Due avvocati”

«Signore, aprimi il cuore perché io possa capire quello che tu ci hai insegnato. Perché io possa ricordare le tue parole. Perché io possa seguire le tue parole. Perché io arrivi alla verità piena». È la “preghiera” da «fare in questi giorni» suggerita dal Papa durante la messa celebrata lunedì mattina, 22 maggio, a Santa Marta. Francesco l’ha pronunciata commentando come di consueto la liturgia della parola, che — ha spiegato — «in questi giorni ci fa ascoltare il lungo discorso di Gesù nell’Ultima cena» in cui annuncia «ai suoi» l’invio dello Spirito Santo.

Si tratta, di «un discorso nel quale Gesù ammonisce, ammaestra, consola» i discepoli e «dà loro speranza» assicurando: «“State tranquilli, non vi lascerò orfani”. Io me ne andrò, ma voi non rimarrete orfani, perché vi invierò un altro “avvocato” per difendervi davanti al Padre». In proposito il Pontefice ha fatto notare che se «il primo avvocato era lui», Cristo stesso, «il grande avvocato che ci ha perdonato tutti i peccati, che ci difende», nell’Ultima cena egli parla di un secondo “avvocato”. Infatti dice: «vi invierò un altro che ci accompagnerà», spiegando che «quando verrà il Paraclito — cioè l’avvocato, che è lo Spirito Santo — che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me». 

Secondo Francesco ciò «vuol dire che soltanto è lo Spirito Santo, quello che ci dà la sicurezza di essere salvati da Gesù»; che è «soltanto lo Spirito Santo quello che ci insegna a dire: “Gesù è il Signore”». Mentre «senza lo Spirito, nessuno di noi è capace di dirlo, di sentirlo, di viverlo». Del resto, ha aggiunto il Papa, «Gesù, in altri passi di questo discorso lungo, ha detto» che lo Spirito «“vi condurrà alla verità piena”, ci accompagnerà verso la verità piena. “Vi farà ricordare tutte le cose che io ho detto; vi insegnerà tutto”». Per questo, ha assicurato il Pontefice, «lo Spirito Santo è il compagno di cammino di ogni cristiano» e «anche il compagno di cammino della Chiesa. E questo è il dono che Gesù ci dà».
Attingendo alla propria esperienza di vescovo, Francesco ha ricordato che «quando celebriamo le cresime e facciamo le unzioni sulla fronte dei cresimandi, diciamo: “Ricevi lo Spirito Santo che ti è dato in dono”». Infatti il Paraclito «è un dono: il grande dono di Gesù, è lo Spirito. Quello che non ci fa sbagliare».
Allora viene naturale chiedersi: «Dove abita lo Spirito?». Il Papa ha individuato una possibile risposta nella prima lettura liturgica, tratta dagli Atti degli apostoli (16, 11-15), che racconta un’«avventura degli apostoli verso la Macedonia, dove sono stati chiamati». Parafrasando il racconto biblico il Pontefice ha aggiunto che «arrivati a Filippi, nella città, il sabato sono andati lungo il fiume dove si pregava; e c’era lì un gruppo di donne che pregavano». Così gli apostoli «incominciarono a predicare alle donne, su Gesù». Ed è scritto nel libro degli Atti che «ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora». Ella, ha commentato Francesco, «non era una scema: era una commerciante, sapeva fare le cose». Ella, «della città di Tiatira» era «una credente in Dio. E il Signore le aprì il cuore per aderire alla parola di Dio». Ovvero, ha insistito il Papa, «le aprì il cuore perché entrasse lo Spirito Santo e lei» divenisse «una discepola». Infatti, «è proprio nel cuore» che «noi portiamo lo Spirito Santo». Tanto che «la Chiesa lo chiama “il dolce ospite del cuore”». Però, ha avvertito il Pontefice, «in un cuore chiuso non può entrare» né è possibile comprare «le chiavi per aprire il cuore», perché «è un dono anche quello. È un dono di Dio». Da qui l’invocazione di Francesco: «Signore, aprimi il cuore perché entri lo Spirito e mi faccia capire che Gesù è il Signore». In pratica, ha esortato, «cuore aperto perché lo Spirito entri, e noi, ascoltare lo Spirito».
Da questa duplice osservazione, infine, il Papa ha invitato a far scaturire «due domande soltanto che si possono prendere da queste letture», sulle quali «farà bene» riflettere. La prima è: «io chiedo al Signore la grazia che il mio cuore sia aperto?». E la seconda: «cerco di ascoltare lo Spirito Santo, le sue ispirazioni, le cose che lui dice al mio cuore perché io vada avanti nella vita di cristiano, e possa testimoniare anche io che Gesù è il Signore?». Ecco allora il consiglio conclusivo di Francesco: «Pensate a queste due cose, oggi: il mio cuore è aperto, e io faccio lo sforzo di sentire lo Spirito Santo, cosa mi dice. E così andremo avanti nella vita cristiana e daremo anche noi testimonianza di Gesù Cristo».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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