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giovedì 30 novembre 2017

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN MYANMAR E BANGLADESH (26 NOVEMBRE - 2 DICEMBRE 2017) 3 - S. Messa - Incontri con i Monaci buddisti e i Vescovi (cronaca, foto, testi e video)



VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN MYANMAR E BANGLADESH
26 NOVEMBRE - 2 DICEMBRE 2017


29 novembre 2017
Terza giornata per il Papa in Myanmar



Di buon mattino - le 8.30 ora locale quando in Italia erano le tre - il Pontefice ha incontrato “il piccolo gregge” (così l'ha definito il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon) della Chiesa locale nella spianata del Kyaikkasan Ground, un'area di 60 ettari nel cuore della principale città birmana. Piccolo gregge che poi tanto piccolo non era, dato che alla Messa, secondo le autorità, erano presenti circa 150mila fedeli. Una folla colorata e gioiosa che si è stretta attorno al Papa con grande affetto e raccoglimento.
Il palco papale è ricoperto da una tettoia riccamente decorata con motivi dorati in stile orientale. 
Francesco indossa paramenti color verde scuro, ricamati con motivi floreali tipici orientali. Ci sono canti in lingua locale e in latino. Le preghiere dei fedeli vengono recitate in lingue shan, chin, tamil, karen, kachin, kayan. La messa è celebrata in latino, inglese e birmano. Francesco pronuncia l’omelia in italiano, con traduzione alternata in birmano.




Omelia

Cari fratelli e sorelle, (saluto in lingua birmana)

prima di venire in questo Paese, ho atteso a lungo questo momento. Molti di voi sono giunti da lontano e da remote aree montagnose, alcuni anche a piedi. Sono venuto come pellegrino per ascoltare e imparare da voi, e per offrirvi alcune parole di speranza e consolazione.

La prima Lettura odierna, dal Libro di Daniele, ci aiuta a vedere quanto sia limitata la sapienza del re Baldassàr e dei suoi veggenti. Essi sapevano come lodare «gli dèi d’oro, d’argento, di bronzo, di ferro, di legno e di pietra» (Dn 5,4), ma non possedevano la sapienza per lodare Dio nelle cui mani è la nostra vita e il nostro respiro. Daniele, invece, aveva la sapienza del Signore ed era capace di interpretare i suoi grandi misteri.

L’interprete definitivo dei misteri di Dio è Gesù. Egli è la sapienza di Dio in persona (cfr 1 Cor 1,24). Gesù non ci ha insegnato la sua sapienza con lunghi discorsi o mediante grandi dimostrazioni di potere politico e terreno, ma dando la sua vita sulla croce. Qualche volta possiamo cadere nella trappola di fare affidamento sulla nostra stessa sapienza, ma la verità è che noi possiamo facilmente perdere il senso dell’orientamento. In quel momento è necessario ricordare che disponiamo di una sicura bussola davanti a noi, il Signore crocifisso. Nella croce, noi troviamo la sapienza, che può guidare la nostra vita con la luce che proviene da Dio.

Dalla croce viene anche la guarigione. Là Gesù ha offerto le sue ferite al Padre per noi, le ferite mediante le quali noi siamo guariti (cfr 1 Pt 2,24). Che non ci manchi mai la sapienza di trovare nelle ferite di Cristo la fonte di ogni cura! So che molti in Myanmar portano le ferite della violenza, sia visibili che invisibili. La tentazione è di rispondere a queste lesioni con una sapienza mondana che, come quella del re nella prima Lettura, è profondamente viziata. Pensiamo che la cura possa venire dalla rabbia e dalla vendetta. Tuttavia la via della vendetta non è la via di Gesù.

La via di Gesù è radicalmente differente. Quando l’odio e il rifiuto lo condussero alla passione e alla morte, Egli rispose con il perdono e la compassione. Nel Vangelo di oggi, il Signore ci dice che, come Lui, anche noi possiamo incontrare rifiuto e ostacoli, ma che tuttavia Egli ci donerà una sapienza alla quale nessuno può resistere (cfr Lc 21,15). Egli qui parla dello Spirito Santo, per mezzo del quale l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5). Con il dono dello Spirito, Gesù rende capace ciascuno di noi di essere segno della sua sapienza, che trionfa sulla sapienza di questo mondo, e della sua misericordia, che dà sollievo anche alle ferite più dolorose.

Alla vigilia della sua passione, Gesù si offrì ai suoi Apostoli sotto le specie del pane e del vino. Nel dono dell’Eucaristia, non solo riconosciamo, con gli occhi della fede, il dono del suo corpo e del suo sangue; noi impariamo anche come trovare riposo nelle sue ferite, e là essere purificati da tutti i nostri peccati e dalle nostre vie distorte. Rifugiandovi nelle ferite di Cristo, cari fratelli e sorelle, possiate assaporare il balsamo risanante della misericordia del Padre e trovare la forza di portarlo agli altri, per ungere ogni ferita e ogni memoria dolorosa. In questo modo, sarete fedeli testimoni della riconciliazione e della pace che Dio vuole che regni in ogni cuore umano e in ogni comunità.

So che la Chiesa in Myanmar sta già facendo molto per portare il balsamo risanante della misericordia di Dio agli altri, specialmente ai più bisognosi. Vi sono chiari segni che, anche con mezzi assai limitati, molte comunità proclamano il Vangelo ad altre minoranze tribali, senza mai forzare o costringere, ma sempre invitando e accogliendo. In mezzo a tante povertà e difficoltà, molti di voi offrono concreta assistenza e solidarietà ai poveri e ai sofferenti. Attraverso le cure quotidiane dei suoi vescovi, preti, religiosi e catechisti, e particolarmente attraverso il lodevole lavoro del Catholic Karuna Myanmar e della generosa assistenza fornita dalle Pontificie Opere Missionarie, la Chiesa in questo Paese sta aiutando un gran numero di uomini, donne e bambini, senza distinzioni di religione o di provenienza etnica. Posso testimoniare che la Chiesa qui è viva, che Cristo è vivo ed è qui con voi e con i vostri fratelli e sorelle delle altre Comunità cristiane. Vi incoraggio a continuare a condividere con gli altri la sapienza inestimabile che avete ricevuto, l’amore di Dio che sgorga dal cuore di Gesù.

Gesù vuole donare questa sapienza in abbondanza. Certamente Egli premierà i vostri sforzi di seminare semi di guarigione e riconciliazione nelle vostre famiglie, comunità e nella più vasta società di questa nazione. Non ci ha forse detto che la sua sapienza è irresistibile (cfr Lc 21,15)? Il suo messaggio di perdono e misericordia si serve di una logica che non tutti vorranno comprendere, e che incontrerà ostacoli. Tuttavia il suo amore, rivelato sulla croce è, in definitiva, inarrestabile. È come un “GPS spirituale” che ci guida infallibilmente verso la vita intima di Dio e il cuore del nostro prossimo.

La Beata Vergine Maria ha seguito suo Figlio anche sull’oscura montagna del Calvario e ci accompagna in ogni passo del nostro cammino terreno. Possa Ella ottenerci sempre la grazia di essere messaggeri della vera sapienza, profondamente misericordiosiverso i bisognosi, con la gioia che deriva dal riposare nelle ferite di Gesù, che ci ha amati sino alla fine.

Dio benedica tutti voi! Benedica la Chiesa in Myanmar! Benedica questa terra con la sua pace! Dio benedica il Myanmar!

(Saluto in lingua birmana)
Guarda il video dell'omelia

Al termine della Messa è giunto il grazie del cardinale Bo, arcivescovo di Yangon
“Questa è un’esperienza del monte Tabor – ha detto con enfasi -. Oggi siamo trasportati su una montagna di beatitudine. La vita non sarà mai più la stessa per i cattolici del Myanmar. Solo un anno fa il pensiero che questo piccolo gregge avrebbe condiviso il Pane con il nostro Santo Padre Francesco sarebbe stato un puro sogno”, ha esordito il cardinale: “Noi siamo un piccolo gregge. Noi siamo come Zaccheo. In mezzo alle nazioni non potevamo vedere il nostro pastore. Come Zaccheo, siamo stati chiamati: ‘Scendi, voglio fermarmi a casa tua’. Ecco il nostro Santo Padre. Il Santo Padre Francesco: un buon pastore che va in cerca dei piccoli e di quelli ai margini”. “Torniamo a casa con una straordinaria energia spirituale, orgogliosi di essere cattolici, chiamati a vivere il Vangelo”, ha concluso l’arcivescovo di Yangon: “Questo giorno rimarrà impresso in ogni cuore qui presente. Questo piccolo gregge continuerà a pregare per Lei. Oggi è avvenuto un miracolo. Tutti noi ritorniamo a casa come miracolati da Dio. Grazie Santo Padre”.


Dopo la benedizione finale, il Papa Francesco è rientrato in auto all’arcivescovado per pranzare con i membri del seguito papale.


Dopo il pranzo con il seguito, Papa Francesco saluta ciascuna delle suore e uno a uno i membri del personale dell’Arcivescovado.






INCONTRO CON IL CONSIGLIO SUPREMO "SHANGA" DEI MONACI BUDDISTI
Kaba Aye Centre (Yangon)


Papa Francesco è circondato dai monaci vestiti di rosso scuro nel Kaba Aye Center di Yangon e nella sua terza giornata in Myanmar vuole mandare un segnale forte in un Paese dove i buddisti sono la maggioranza e a subire discriminazioni sono minoranze etnico religiose musulmane e cristiane. 
L'incontro si svolge al complesso del Kaba Aye Center, uno dei templi buddisti più venerati dell’Asia sud-orientale, dove il Pontefice arriva in auto dall'arcivescovado. Francesco viene accolto dal Ministro per gli Affari Religiosi e la Cultura, Thura U Aung Ko. Quindi alle ore 16.15 locali (10.45 ora di Roma), ha luogo l’incontro con il Consiglio Supremo “Sangha” dei Monaci Buddisti.

Entrato nella Sala grande del complesso, papa Francesco si toglie le scarpe (come prescrive la tradizione buddista), ma mantiene i calzini neri. Saluta il Presidente dei monaci e ascolta il suo benvenuto




“Il principio fondamentale di ogni religione è basato sulla amorevole bontà. Condividendo reciprocamente questa amorevole bontà, singole famiglie, società, cittadini e Stati possono coesistere pacificamente. L’impegno alla coesistenza pacifica tra gli Stati può portare senza dubbio alla pace globale”. 
Si è concluso con questi auspici il discorso pronunciato dal presidente del Comitato statale “Sangha” dei monaci buddisti, Bhaddanta Kumarabhivansa, in apertura dell’incontro al Kaba Aye Center di Yangon. “In verità, pur professando religioni differenti, tutti percorriamo la stessa strada che porta al benessere dell’umanità”, ha esordito il presidente dei monaci buddisti Theravada, rivolgendosi al Papa: “Crediamo che tutte le fedi religiose possono apportare in qualche modo benefici di pace e prosperità: questa è la ragione per cui a tutt’oggi abbiamo differenti fedi religiose”. “In questo nostro mondo attuale è deplorevole vedere terrorismo ed estremismo messi in atto in nome di credi religiosi”, il monito: “Poiché tutte le dottrine religiose insegnano solo il bene dell’umanità, non possiamo accettare che terrorismo ed estremismo possano nascere da una certa fede religiosa”. “Noi crediamo fermamente – ha detto Kumarabhivansa – che terrorismo ed estremismo nascono da cattive interpretazioni degli insegnamenti originali delle rispettive religioni, perché alcuni seguaci introducono emendamenti agli insegnamenti originali sotto la spinta dei propri desideri, istinti, paure e delusioni, i quattro ostacoli al retto pensiero”. “Tutti i popoli del mondo devono cooperare e impegnarsi insieme senza timori, a realizzare un’armoniosa vita sociale con l’assicurazione di una globale sicurezza”, la ricetta dei monaci buddisti: “Noi tutti dobbiamo denunciare qualsiasi forma di espressioni che incitano all’odio, falsa propaganda, conflitti e guerre con pretesti religiosi e condanniamo con fermezza coloro che danno supporto a tali attività. Noi, leader di tutte le religioni del mondo, dobbiamo essere risoluti nella costruzione di una armoniosa società umana, seguendo gli insegnamenti delle rispettive religioni, così come essi sono realmente insegnati e coinvolgere noi stessi nel rafforzamento della pace e la sicurezza del mondo”. “Costruire tra di noi reciproca comprensione, rispetto e fiducia per potere giungere ad una pacifica, sicura e prospera società umana”: è questo, per Kumarabhivansa, il compito dei “membri di fedi differenti”, chiamati inoltre a “dare prova di moderazione ed evitare di interferire in faccende di altre religioni e cooperare a costruire ponti per la pace nel mondo”. Per i monaci buddisti, “tutti i sentieri spirituali e tradizioni religiose sono ugualmente validi. È nostra responsabilità in ogni circostanza parlare pubblicamente contro l’uso errato della religione. Crediamo fermamente che, noi, persone di fedi differenti, possiamo realizzare le proposte suddette e che nel futuro il mondo in cui viviamo diventerà pacifico, piacevole e prospero”.

Al termine Papa Francesco pronuncia il suo discorso in italiano.

Guarda il video

Guarda il video integrale dell'incontro


INCONTRO CON I VESCOVI DEL MYANMAR
Salone della Cattedrale di St. Mary (Yangon)

Guarigione, accompagnamento e profezia. Tre parole che rappresentano altrettanti impegni per la Chiesa del Myanmar. Francesco le pronuncia nel corso dell'incontro con i 22 vescovi birmani che lo attendono in arcivescovado di ritorno dall'incontro con i vertici dei monaci buddisti e dopo che lungo il tragitto ha fatto tappa alla St. Mary Cathedrale dove presiederà la Messa per e con i giovani. A bordo di una golf car il Pontefice saluta la folla all'esterno, si intrattiene con un anziano sacerdote in sedia a rotelle e fa una foto con i bambini del coro. Poi all'interno, dopo il saluto del presidente della Conferenza Episcopale, Felix Lian Khen Thang, vescovo di Kalay, pronunciato il suo discorso con diverse improvvisazioni a braccio: la raccomandazione di "guarire le ferite, di avere l'odore delle pecore e anche di Dio". Fuori programma un black out di pochi secondi che ha spento le luci, prontamente tornate a funzionare.







Il discorso di Papa Francesco

Eminenza,
cari Fratelli Vescovi,

per tutti noi è stata una giornata piena, ma di grande gioia! Stamani abbiamo celebrato l’Eucaristia insieme ai fedeli provenienti da ogni parte del Paese e nel pomeriggio abbiamo incontrato i leader della maggioritaria comunità buddista. Mi piacerebbe che il nostro incontro stasera fosse un momento di serena gratitudine per queste benedizioni e di tranquilla riflessione sulle gioie e sulle sfide del vostro ministero di Pastori del gregge di Cristo in questo Paese. Ringrazio Mons. Felix [Lian Khen Thang] per le parole di saluto che mi ha rivolto a nome vostro; tutti vi abbraccio con grande affetto nel Signore.

Vorrei raggruppare i miei pensieri attorno a tre parole: guarigione, accompagnamento e profezia.
La prima, guarigione. Il Vangelo che predichiamo è soprattutto un messaggio di guarigione, riconciliazione e pace. Mediante il sangue di Cristo sulla croce Dio ha riconciliato il mondo a sé, e ci ha inviati ad essere messaggeri di quella grazia risanante, grazia di guarigione. Qui in Myanmar, tale messaggio ha una risonanza particolare, dato che il Paese è impegnato a superare divisioni profondamente radicate e costruire l’unità nazionale. Le vostre greggi portano i segni di questo conflitto e hanno generato valorosi testimoni della fede e delle antiche tradizioni; per voi dunque la predicazione del Vangelo non dev’essere soltanto una fonte di consolazione e di fortezza, ma anche una chiamata a favorire l’unità, la carità e il risanamento nella vita del popolo. L’unità che condividiamo e celebriamo nasce dalla diversità - non dimenticare questo, nasce dalla diversità -; valorizza le differenze tra le persone quale fonte di mutuo arricchimento e di crescita; le invita a ritrovarsi insieme, in una cultura dell’incontro e della solidarietà.

Che nel vostro ministero episcopale possiate fare costantemente esperienza della guida e dell’aiuto del Signore nell’impegno a favorire la guarigione e la comunione ad ogni livello della vita della Chiesa, così che il santo Popolo di Dio, il vostro gregge, mediante il suo esempio di perdono e di amore riconciliante, possa essere sale e luce per i cuori che aspirano a quella pace che il mondo non può dare. La comunità cattolica in Myanmar può essere orgogliosa della sua profetica testimonianza di amore a Dio e al prossimo, che si esprime nell’impegno per i poveri, per coloro che sono privi di diritti e soprattutto, in questi tempi, per i tanti sfollati che, per così dire, giacciono feriti ai bordi della strada. Vi chiedo di trasmettere il mio ringraziamento a tutti coloro che, come il Buon Samaritano, si adoperano con generosità per portare a loro e al prossimo che è nel bisogno, senza tener conto della religione o dell’etnia, il balsamo della guarigione.

Il vostro ministero di guarigione trova una particolare espressione nell’impegno per il dialogo ecumenico e per la collaborazione interreligiosa. Prego affinché i vostri continui sforzi a costruire ponti di dialogo e ad unirvi ai seguaci di altre religioni nel tessere relazioni di pace producano frutti abbondanti per la riconciliazione nella vita del Paese. La conferenza di pace interreligiosa tenutasi a Yangon la scorsa primavera è stata una testimonianza importante, davanti al mondo, della determinazione delle religioni a vivere in pace e a rigettare ogni atto di violenza e di odio perpetrato in nome della religione.

E in questa guarigione ricordatevi che la Chiesa è un “ospedale da campo”. Guarire, guarire ferite, guarire le anime, guarire. Questa è la prima vostra missione, guarire, guarire i feriti.

La mia seconda parola per voi stasera è accompagnamento. Un buon Pastore è costantemente presente nei riguardi del suo gregge, conducendolo mentre cammina al suo fianco. Come mi piace dire, il Pastore dovrebbe avere l’odore delle pecore; ma anche l’odore di Dio, non dimenticatevi!, anche l’odore di Dio. Ai nostri giorni siamo chiamati a essere una “Chiesa in uscita” per portare la luce di Cristo ad ogni periferia (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 20). In quanto Vescovi, le vostre vite e il vostro ministero sono chiamati a conformarsi a questo spirito di coinvolgimento missionario, soprattutto attraverso le visite pastorali regolari alle parrocchie e alle comunità che formano le vostre Chiese locali. È questo un mezzo privilegiato per accompagnare, come padri amorevoli, i vostri sacerdoti nell’ impegno quotidiano a far crescere il gregge in santità, fedeltà e spirito di servizio. Ho parlato di accompagnare i sacerdoti: siate vicini ai sacerdoti, non dimenticate che il prossimo più prossimo che un vescovo ha è il sacerdote. Che ogni sacerdote non solo sappia, ma senta che ha un padre nel vescovo.

Per grazia di Dio, la Chiesa in Myanmar ha ereditato una fede solida e un fervente anelito missionario dall’opera di coloro che portarono il Vangelo in questa terra. Su queste fondamenta stabili, e in comunione con i presbiteri e i religiosi, continuate a permeare il laicato nello spirito di un autentico discepolato missionario e a ricercare una sapiente inculturazione del messaggio evangelico nella vita quotidiana e nelle tradizioni delle vostre comunità locali. Il contributo dei catechisti è al riguardo essenziale; il loro arricchimento formativo deve rimanere per voi una priorità. E non dimenticate che i catechisti sono i pilastri, in ogni parrocchia, dell’evangelizzazione.

Soprattutto, vorrei chiedervi un impegno speciale nell’accompagnare i giovani. Occupatevi della loro formazione ai sani principi morali che li guideranno nell’affrontare le sfide di un mondo minacciato dalle colonizzazioni ideologiche e culturali. Il prossimo Sinodo dei Vescovi non solo riguarderà tali aspetti, ma interpellerà direttamente i giovani, ascoltando le loro storie e coinvolgendoli nel comune discernimento su come meglio proclamare il Vangelo negli anni a venire. Una delle grandi benedizioni della Chiesa in Myanmar è la sua gioventù e, in particolare, il numero di seminaristi e di giovani religiosi. Ringraziamo Dio per questo. Nello spirito del Sinodo, per favore, coinvolgeteli e sosteneteli nel loro percorso di fede, perché sono chiamati, attraverso il loro idealismo ed entusiasmo, a essere evangelizzatori gioiosi e convincenti dei loro coetanei.

La mia terza parola per voi è profezia. La Chiesa in Myanmar testimonia quotidianamente il Vangelo mediante le sue opere educative e caritative, la sua difesa dei diritti umani, il suo sostegno ai principi democratici. Possiate mettere la comunità cattolica nelle condizioni di continuare ad avere un ruolo costruttivo nella vita della società, facendo sentire la vostra voce nelle questioni di interesse nazionale, particolarmente insistendo sul rispetto della dignità e dei diritti di tutti, in modo speciale dei più poveri e vulnerabili. Sono fiducioso che la strategia pastorale quinquennale, che la Chiesa ha sviluppato nel più ampio contesto della costruzione dello Stato, porterà frutto abbondante non solo per il futuro delle comunità locali, ma anche dell’intero Paese. Mi riferisco specialmente alla necessità di proteggere l’ambiente e di assicurare un corretto utilizzo delle ricche risorse naturali del Paese a beneficio delle generazioni future. La custodia del dono divino della creazione non può essere separata da una sana ecologia umana e sociale. Infatti, «la cura autentica delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (Enc. Laudato si’, 70).

Cari fratelli Vescovi, ringrazio Dio per questo momento di comunione e prego che questo nostro stare insieme ci rafforzerà nell’impegno ad essere pastori fedeli e servitori del gregge che Cristo ci ha affidato. So che il vostro ministero è impegnativo e che, insieme ai vostri sacerdoti, spesso faticate sotto «il peso della giornata e il caldo» (Mt 20,12). Vi esorto a mantenere l’equilibrio nella salute fisica come in quella spirituale, e a darvi pensiero, in modo paterno, della salute dei vostri preti.

E parlando di salute spirituale, ricordate il primo compito del vescovo. Quando i primi cristiani hanno ricevuto le lamentele degli ellenisti perché non erano curati bene le loro vedove e i loro figli, si sono riuniti gli apostoli e hanno “inventato” i diaconi. E Pietro annuncia questa notizia e annuncia anche il compito del vescovo dicendo così: “A noi spettano la preghiera e l’annuncio della Parola” (cfr At 6,1-6). La preghiera è il primo compito del vescovo. Ognuno di noi vescovi dovrà domandarsi, alla sera, nell’esame di coscienza: “Quante ore ho pregato oggi?”.

Cari fratelli, vi esorto a mantenere l’equilibrio nella salute fisica e spirituale. Soprattutto, vi incoraggio a crescere ogni giorno nella preghiera e nell’esperienza dell’amore riconciliante di Dio, perché è la base della vostra identità sacerdotale, la garanzia della solidità della vostra predicazione e la fonte della carità pastorale con la quale conducete il popolo di Dio sui sentieri della santità e della verità. Con grande affetto invoco la grazia del Signore su di voi, sui sacerdoti, i religiosi e su tutti i laici delle vostre Chiese locali. Vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me.

E adesso vi invito a pregare tutti insieme, voi in birmano, io in spagnolo, l’Ave Maria alla Madonna.

[Ave Maria]

Vi benedica Dio Onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo.

Guarda il video del discorso

La terza giornata si conclude con un incontro informale con i Gesuiti




Vedi anche i post precedenti:

Presepe, albero, corona d'Avvento: tutti i segni verso il Natale

Presepe, albero, corona d'Avvento: tutti i segni verso il Natale

È dedicato all’annuncio di pace il sussidio Cei per l’Avvento e il Natale. Nel testo sono proposti anche alcuni gesti: la benedizione dei Bambinelli, quella dei ragazzi, l’affidamento delle famiglie

Una statuetta di Gesù Bambino in piazza San Pietro

Ha come filo conduttore un versetto del Salmo 85 il sussidio Cei per l’Avvento e il Natale. «Il Signore annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli» è il titolo del “vademecum” proposto alle parrocchie italiane e curato dall’Ufficio liturgico nazionale. Si tratta di parole che «ci appaiono la migliore preparazione alla solennità del Natale», spiega nella presentazione il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, il vescovo Nunzio Galantino. Il sussidio – disponibile online sul sito chiesacattolica.it – è una guida per le quattro domeniche di Avvento e per i momenti che marcano il tempo di Natale: la solennità della Natività (25 dicembre), la festa della Santa Famiglia (31 dicembre), la solennità di Maria Madre di Dio (1 gennaio), quella dell’Epifania (6 gennaio) e la festa del Battesimo del Signore (7 gennaio). Per ogni appuntamento vengono proposti sia approfondimenti della Parola, sia alcuni suggerimenti liturgici: dai canti a riti da compiere. 

Galantino, nella sua riflessione, chiede che questo tempo propizio sia nel segno di «un ascolto profondo dell’annuncio di pace» e dell’«accoglienza autentica del Verbo incarnato, per rafforzare e confermare sempre più la nostra identità di popolo in cui Egli ha voluto mettere la sua tenda». Riferendosi al sussidio, ricorda che «di fronte a coloro che covano progetti di guerra», che «pronunciano parole cariche di risentimento, animosità, o addirittura disprezzo», «il Signore annuncia la pace». «Anche per noi credenti, che troppo spesso siamo tentati di essere i protagonisti della missione – prosegue il segretario generale della Cei –, le parole del Salmo costituiscono una delicata ammonizione: è il Signore che per primo annuncia». Quindi il monito contro il «facile protagonismo individualistico» e la «spettacolarizzazione emotiva». Inoltre Galantino evidenzia che «il lieto messaggio riguarda innanzitutto “il suo popolo, i suoi fedeli”, non in senso esclusivo, ma nel senso di una responsabilità originaria». Da qui l’invito a «ripetere parole di pace per i poveri, per i disprezzati e gli scartati della storia, e anche per coloro che – con maggiore o minore responsabilità – si rivelano ingiusti e oppressori».

Il sussidio Cei suggerisce una serie di gesti e segni che possono accompagnare nelle comunità il cammino di queste settimane.

Il rito del lucernario e la corona d'Avvento

Durante le domeniche di Avvento si invita a compiere il rito del lucernario, ossia ad accendere le quattro candele – una per ogni settimana – che formano la corona dell’Avvento. La corona sarà posta nei pressi dell’altare. Se l’accensione viene compiuta durante i primi Vespri, il rito può iniziare con la chiesa semi-buia in cui uno dei ministranti porta all’altare una candela accesa. Dopo l’accensione della corona la chiesa verrà tutta illuminata. La corona «è il segno dell’attesa del ritorno di Cristo; i rami verdi richiamano la speranza e la vita che non finisce». Inoltre il progressivo accendersi delle quattro candele, «dedicate a quattro figure tipiche dell’attesa messianica (i profeti, Betlemme, i pastori, gli angeli), è memoria delle varie tappe della storia della salvezza».

La corona d'Avvento in una chiesa

Il presepe

Si deve a Francesco d’Assisi la diffusione del presepe che il santo allestì per la prima volta a Greccio nel 1223. Secondo il Direttorio su pietà popolare e liturgia, la preparazione della Natività nelle case è «occasione perché i vari membri della famiglia si pongano in contatto con il mistero del Natale». Ecco perché è bene raccogliersi di fronte al presepe «talora per un momento di preghiera o di lettura delle pagine bibliche riguardanti la nascita di Gesù». Nelle parrocchie è opportuno predisporre all’interno della chiesa il presepio fin dalle prime settimane di Avvento, perché «possa contribuire alla preparazione dei fedeli alla solennità del Natale». Va posto «in un luogo visibile, ma non centrale, che non coinvolga l’altare e il presbiterio».

Il presepe in una parrocchia

La benedizione dei Bambinelli

È stato Paolo VI a benedire per la prima volta durante l’Angelus del 21 dicembre 1969 le statuette del Bambino Gesù e i presepi. «Ci si riscalda al presepio, come ad un focolare di amore buono e puro», aveva spiegato Montini. Da allora tutti i Papi nella terza domenica di Avvento, durante l’Angelus, continuano la tradizione. La Cei consiglia di benedire le statuette anche nelle parrocchie.

Un ragazzo con la statuetta di Gesù Bambino in mano

La Novena di Natale

Una delle espressioni più significative della pietà popolare del tempo d’Avvento è la novena di Natale. Il Direttorio raccomanda di solennizzare la celebrazione dei Vespri dal 17 al 23 dicembre con le “Antifone maggiori”: si tratta di sette antifone d’origine latina che cominciano tutte con la “O” («O Sapienza»; «O Adonai»; «O radice di Jesse»; «O chiave di David»; «O (astro) sorgente»; «O Re delle genti»; «O Emmanuel»). 

L'albero

Il sussidio Cei consiglia di inaugurare l’albero di Natale nella notte della Natività. Esso evoca sia l’albero della vita piantato al centro dell’Eden, sia l’albero della croce perché Cristo è il vero albero della vita. Secondo gli evangelizzatori dei Paesi nordici, l’albero è cristianamente ornato con mele e ostie sospese ai rami. Il Direttorio avverte che «tra i doni posti sotto l’albero non dovrà mancare il dono per i poveri».

L'albero di Natale in una casa

L'affidamento delle famiglie

Nella celebrazione del Te Deum del 31 dicembre il sussidio esorta a compiere l’atto di affidamento delle famiglie alla Santa Famiglia di Nazareth. Il testo da utilizzare può essere sia la preghiera del Papa per la famiglia, sia quella alla Santa Famiglia nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia.

Papa Francesco con alcune famiglie (L'Osservatore Romano)

La benedizione dei ragazzi

Il 6 gennaio, solennità dell’Epifania, è anche la Giornata mondiale per l’infanzia missionaria. E l’attenzione ai più piccoli «può essere opportunamente sottolineata con la benedizione dei bambini», avverte il sussidio Cei.

Il Battesimo

Nella domenica che segue il 6 gennaio si celebra la festa del Battesimo del Signore che chiude il tempo natalizio. Il Direttorio raccomanda di ricordare il Battesimo ricevuto «affinché i fedeli siano sensibili a tutto ciò che riguarda il Battesimo e la memoria della loro nascita come figli di Dio». Da qui l’invito a compiere la benedizione con l’acqua benedetta in tutte le Messe e a fare dell’omelia una catechesi battesimale.

Il Battesimo di un bambino (L'Osservatore Romano)

(fonte: AVVENIRE articolo di Giacomo Gambassi 29/11/2017)

mercoledì 29 novembre 2017

Istat: In Italia in otto anni 100mila neonati in meno.


Nel 2016 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 473.438 bambini, oltre 12 mila in meno rispetto al 2015. Nell'arco di 8 anni (dal 2008 al 2016) le nascite sono diminuite di oltre 100 mila unità.
Il calo è attribuibile principalmente alle nascite da coppie di genitori entrambi italiani. I nati da questa tipologia di coppia scendono a 373.075 nel 2016 (oltre 107 mila in meno in questo arco temporale). Ciò avviene fondamentalmente per due fattori: le donne italiane in età riproduttiva sono sempre meno numerose e mostrano una propensione decrescente ad avere figli.
Leggi tutto dal sito dell'ISTAT: Natalità e fecondità della popolazione residente

Per approfondire scarica Testo integrale e nota metodologica (pdf 652 KB)


Meno figli per la crisi e per l'età:
la tempesta perfetta sulle culle italiane
di Chiara Saraceno

Il Paese non riesce a contrastare il calo delle nascite. Sono 100 mila i bimbi in meno negli ultimi otto anni

I primi passi di uscita dalla crisi riaccendono la voglia di sposarsi, spesso ufficializzando una convivenza già in essere. Ma non riescono a contrastare il calo delle nascite, ormai diventato strutturale e in qualche misura irreversibile nel breve - medio periodo. 
La riduzione della fecondità, in atto ormai da decenni con poche interruzioni, ha infatti progressivamente ridotto la numerosità delle generazioni più giovani, ovvero quelle in grado di procreare. Secondo i dati Istat, quasi tre quarti della differenza nel numero di nascite tra il 2008 e il 2016 (circa 100.000 nati in meno) è dovuta alla modificazione della struttura per età della popolazione femminile. Allo stesso tempo, i giovani, specie se donne, scoraggiate dalle incertezze economiche e da persistenti asimmetrie di genere sia nel mercato del lavoro sia nel lavoro domestico e di cura, rimandano e riducono al minimo le scelte di fecondità. 

Una sorta di tempesta perfetta: chi è in grado di procreare diminuisce numericamente e per giunta è ostacolato a farlo anche quando lo desidererebbe. 

Il tasso di fecondità aveva raggiunto il suo punto più basso (ed uno dei più bassi al mondo) già a metà degli anni Novanta, quindi ben prima della crisi, senza che ciò destasse particolare riflessione a livello delle policies, salvo rituali rimproveri ai giovani «che non vogliono impegnarsi» e in particolare alle donne «egoiste» che anteporrebbero la carriera e l’autonomia economica al lavoro. Rimproveri che glissano (glissavano) — si pensi agli stucchevoli dibattiti sui “mammoni”, i choosy e simili — sulle difficoltà a trovare un lavoro stabile e ad accedere ad una abitazione senza doversi affidare ai risparmi di famiglia o a mutui ventennali e sulla necessità, per le donne, ad avere un reddito proprio per proteggere sé e i propri figli dal rischio di povertà. 

La crisi, che ha colpito in modo particolare le opportunità dei giovani nel mercato del lavoro, reso ancora più vulnerabili a licenziamenti più o meno legali le donne che vanno in maternità e ridotto le risorse per i servizi, ha interrotto la piccola ripresa che aveva caratterizzato i primi anni duemila, invertendo di nuovo la tendenza. 
Ma che altro ci si può aspettare in un paese in cui una donna lavoratrice su 5 è costretta a lasciare il lavoro quando ha un figlio e dove, secondo gli ultimi dati dell’Ispettorato del lavoro, il 78% delle dimissioni “ volontarie” ha riguardato lavoratrici madri, con un aumento, nel 2016, del 45% rispetto all’anno prima di coloro che hanno dichiarato di non farcela a tenere insieme tutto? 

Il calo delle nascite riguarda innanzitutto gli italiani. Sta avendo esiti, non solo demografici, drammatici soprattutto al Sud, dove i tassi di fecondità sono ormai stabilmente più bassi che nel Centro-Nord e dove, come ha documentato l’ultimo Rapporto Svimez, i giovani più istruiti hanno ripreso numerosi ad emigrare non solo fuori Italia, ma al Nord. Il veloce invecchiamento della popolazione che sta caratterizzando le regioni meridionali si somma quindi anche ad un depauperamento del capitale umano, ad una perdita di risorse che può rendere ancora più difficile la ripresa in quelle regioni. 

Il calo delle nascite riguarda anche, sia pure in minor misura, anche gli stranieri, che tradizionalmente hanno un tasso di fecondità più alto. In parte è l’esito di un processo di integrazione culturale, nella misura in cui i migranti tendono ad avere un comportamento più simile a quello del paese di arrivo che a quello di partenza, per quanto riguarda la fecondità. Ma l’entità del calo segnala che la crisi e i suoi effetti di lungo periodo ha colpito anche i migranti, modificandone le aspettative rispetto alle opportunità che vedono per sé e per i figli. A maggior ragione i loro figli, come i nostri, dovrebbero essere considerati un bene prezioso su cui investire, cui dare riconoscimento e un futuro come membri a tutti gli effetti della nostra società. Senza di loro saremmo ancora più vecchi e poveri di risorse umane, con un orizzonte ancora più ristretto.
(fonte: La Repubblica del 29/11/2017)


I dati pubblicati dall’Istat mettono l’Italia in fondo alla classifica dei Paesi del mondo per numero di figli con appena 473.438 nuovi nati lo scorso anno. Ma quanto siamo davvero in fondo? 
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Il tasso di natalità è in calo ovunque, dappertutto nascono sempre meno bambini ma la popolazione del pianeta continua ad aumentare, almeno per ora. 
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Anche in Italia non tutte le regioni si muovo nello stesso modo. Ovunque si resta sotto la fatidica soglia dei due figli, ma lo stereotipo della famiglia meridionale più numerosa si è decisamente ribaltato: nascono più bambini in Trentino-Alto Adige (1,64 per ogni donna, il record nazionale) che in Basilicata (dove sono 1,17). Il primato negativo spetta però alla Sardegna, dove i bambini per ogni donna sono appena 1,07. In pratica, quasi una donna su due non ha figli.