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domenica 22 aprile 2018

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 21/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: Gv 10,11-18





Gesù è il Pastore quello Buono / Bello ( Egò Eimì O Poimèn O Kalòs), quello che dà per loro la sua vita, che conduce il gregge verso la libertà, fuori dalle strutture del peccato e dalle tenebre della morte. I responsabili religiosi (di Israele e non solo) invece sono come mercenari, pastori che pascono solo se stessi (cfr.Ez 34), lupi feroci e famelici che uccidono e sbranano le pecore loro affidate. L'aggettivo <<Bello /Buono>> significa vero, autentico, legittimo, il Pastore modello da seguire perché si espone per le sue pecore ad ogni pericolo, fino a dare la vita. L'alternativa a Gesù è scegliersi come pastore l'idolo che dà morte, che <<dopo averci sedotti e spremuti, ci  abbandona sempre nel momento del pericolo, non mantiene mai le sue promesse e delude le speranze riposte in lui>> (cit.). Come Chiesa, allora, siamo convocati a seguire il Pastore Bello che non conosce altro potere che quello del servizio, altra violenza che quella dell'amore, altra ricchezza che quella del dono totale di sé, altra vittoria che quella della misericordia verso tutti. 
Questa è la Bellezza che salverà il mondo.


sabato 21 aprile 2018

"I lupi sono più numerosi degli agnelli, ma non più forti" di p. Ermes Ronchi - IV Domenica di Pasqua Anno B

I lupi sono più numerosi degli agnelli, ma non più forti

Commento
IV Domenica di Pasqua – Anno B

Letture:  Atti 4,8-12; Salmo 117; 1 Giovanni 3,1-2; Giovanni 10,11-18

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. [...] 

Io sono il Pastore buono è il titolo più disarmato e disarmante che Gesù abbia dato a se stesso. Eppure questa immagine, così amata e rassicurante, non è solo consolatoria, non ha nulla di romantico: Gesù è il pastore autentico, il vero, forte e combattivo, che non fugge a differenza dei mercenari, che ha il coraggio per lottare e difendere dai lupi il suo gregge. 
Io sono il Pastore bello dice letteralmente il testo evangelico, e noi capiamo che la bellezza del pastore non sta nel suo aspetto esteriore, ma che il suo fascino e la sua forza di attrazione vengono dal suo coraggio e dalla sua generosità.
La bellezza sta in un gesto ribadito cinque volte oggi nel Vangelo: io offro! Io non domando, io dono. Io non pretendo, io regalo. Ma non per avere in cambio qualcosa, non per un mio vantaggio. Bello è ogni atto d'amore.
Io offro la vita è molto di più che il semplice prendersi cura del gregge.

Siamo davanti al filo d'oro che lega insieme tutta intera l'opera di Dio, il lavoro di Dio è da sempre e per sempre offrire vita. E non so immaginare per noi avventura migliore: Gesù non è venuto a portare un sistema di pensiero o di regole, ma a portare più vita (Gv 10,10); a offrire incremento, accrescimento, fioritura della vita in tutte le sue forme.
Cerchiamo di capire di più. Con le parole Io offro la vita Gesù non intende il suo morire, quel venerdì, per tutti. Lui continuamente, incessantemente dona vita; è l'attività propria e perenne di un Dio inteso al modo delle madri, inteso al modo della vite che dà linfa al tralci, della sorgente che dà acqua viva. 
Pietro definiva Gesù «l'autore della vita» (At 3,15): inventore, artigiano, costruttore, datore di vita. Lo ripete la Chiesa, nella terza preghiera eucaristica: tu che fai vivere e santifichi l'universo.
Linfa divina che ci fa vivere, che respira in ogni nostro respiro, nostro pane che ci fa quotidianamente dipendenti dal cielo. 
Io offro la vita significa: vi consegno il mio modo di amare e di lottare, perché solo così potrete battere coloro che amano la morte, i lupi di oggi.

Gesù contrappone la figura del pastore vero a quella del mercenario, che vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge perché non gli importa delle pecore. Invece al pastore buono ogni pecora importa e ogni agnello, a Dio le creature stanno a cuore. Tutte. Ed è come se a ciascuno di noi ripetesse: tu sei importante per me. E io mi prenderò cura della tua felicità.

Ci sono i lupi, sì, ma non vinceranno. Forse sono più numerosi degli agnelli, ma non sono più forti. Perché gli agnelli vengono, ma non da soli, portano un pezzetto di Dio in sé, sono forti della sua forza, vivi della sua vita.


NON È CELESTINO V di Raniero La Valle

NON È CELESTINO V 

di Raniero La Valle





L'ambiziosa assemblea antipapista che si è tenuta sabato 6 aprile a Roma ha mostrato tutta la debolezza della fazione che sta cercando di dividere la Chiesa: una sala della periferia romana, cento presenze, due cardinali, due vescovi, un diacono e Marcello Pera; l'atto di accusa contro il pontificato francescano consacrato nella "declaratio" finale (ma in realtà da tempo pronta per l'uso) riguardava unicamente la ben nota controversia sull'eucarestia ai divorziati risposati a cui l'Amoris Laetitia post-sinodale ha aperto la strada attraverso il discernimento e la cura pastorale. Tuttavia la sostanza teologica del pronunciamento romano è gravissima, perché attraverso la dissertazione del cardinale Burke è giunto fino alla proposta della destituzione del papa mediante il ricorso - singolare per un canonista - al "diritto naturale", ai Vangeli e alla tradizione.
Ora però, pur nella debolezza dell'iniziativa, che un piccolo gruppo di dissidenti frustrati possa giungere ad affiggere tali tesi non lontano dalla porta di San Pietro, dimostra anche la vulnerabilità del papato bergogliano. Vulnerabilità in forza del Vangelo: perché se il papa ancora si incoronasse col triregno, vestisse la mozzetta rossa imperiale e come controfigura di Dio fosse padrone di angeli, potrebbe muovere le sue schiere, mobilitare l'Azione Cattolica, i baschi verdi, i Comitati Civici e i Legionari di Cristo, per avere ragione dei suoi avversari; ma non ha schiere, e non vuole neanche difendersi perché sa che chi difende la propria vita la perde.E anche i cattolici "progressisti" continuano a rincorrere le riforme a cui hanno sempre pensato, certo importanti, ma non si accorgono che intanto è accaduto un fatto ben più importante, è cambiata la predicazione di Dio, è scomparso il Giano bifronte che salva e distrugge, "affascinante e terribile" e c'è solo il Dio che ama e perdona. Continuano a guardare il loro dito, e non si accorgono che è cambiata la faccia della luna, perché riflette un nuovo sole. Come hanno ricordato sia Francesco che il patriarca Bartolomeo, gli antichi padri dicevano che la Chiesa è il "mysterium lunae", perché non riluce di luce propria, ma rifrange la luce di Dio. C'è un'altra luce oggi nella Chiesa, e perciò preme per irrompere nel mondo che ancora avviluppato nel vecchio buio corre alla guerra. Tutta la Chiesa, clero e popolo, dovrebbe difendere e seguire da presso il pastore, perché questa volta è lui che ha avuto il fiuto della strada, che va avanti alle pecore, e invece gran parte di questa Chiesa, vescovi clero e popolo, non fa nemmeno l'unica cosa che lui sempre chiede, che è quella di pregare per lui.
In ogni caso il raduno sedizioso di sabato, ha avuto almeno il merito di far vedere perché i conservatori ce l'hanno con papa Francesco e quale Chiesa vorrebbero e rimpiangono.
Vorrebbero una Chiesa dove non fosse lecita la libertà del cristiano, dove fosse bandito il discernimento, esclusa l'autorità della coscienza, e ogni scelta etica fosse eteronoma rispetto alla persona, scritta in un prontuario e da adottare con un clic: questo è infatti l'anatema scagliato su "Amoris Laetitia" contro la libertà del cristiano e dell'uomo, ben al di là della questione dei divorziati.
Vorrebbero una Chiesa dove non fosse lecito ai vescovi chiedere l'opinione dei fedeli, come si è fatto prima dell'ultimo Sinodo, dovendo la fede del popolo esprimersi solo attraverso mobilitazioni mirate, come le marce per la vita, o le petizioni o le catene umane sui principi non negoziabili: l'ha detto il cardinale Brandmüller.
Vorrebbero una Chiesa dove i coniugi reduci da un primo matrimonio non riuscito o fallito, dovrebbero impostare la loro unione in forma asessuata e vivere nell'attesa impaziente della morte del primo coniuge, unico evento capace di sciogliere il vincolo; sarebbe così la morte la "buona notizia" del Vangelo per loro: è questa la sostanza della "declaratio" del cardinale Burke.
Vorrebbero una Chiesa il cui messaggio fosse la salvezza, che è una cosa spirituale, ma non la liberazione, che sarebbe una cosa mondana. E questa è la cosa più anticristiana di tutte, che con molta ingenuità e grossezza è stata proclamata dall'ex presidente del Senato Marcello Pera, come se non ci fosse stata l'incarnazione, come se Gesù non avesse annunciato la liberazione dei prigionieri e il riscatto dei poveri, come se la critica della modernità al cristianesimo non fosse stata, con Hegel, di "disperdere i tesori nei cieli" e, con Marx, di fare della religione l'oppio e l'alienazione dei popoli.
Questa è la proposta dei nuovi, vecchissimi campioni dell'ortodossia: una Chiesa che non è di tutti e tanto meno dei poveri. Ma sembra più una patetica riesumazione del passato che una proposta per l'oggi, perché né il cardinale Burke è un cardinale Caetani che può fare fuori un papa, né papa Francesco è un Celestino V sceso dal Morione con la sua immensa pietà ma povero di teologia e timoroso della Curia.
(Fonte: blog)



Enzo Bianchi: Gaudete et Exsultate aiuta il cammino ecumenico


Enzo Bianchi: Gaudete et Exsultate 
aiuta il cammino ecumenico

Intervista di Alessandro Gisotti  al fondatore della Comunità monastica di Bose sull'importanza, anche per l'ecumenismo, dell'Esortazione apostolica di Papa Francesco sulla chiamata universale alla santità
“ Francesco spiega la santità cristiana in un modo comprensibile a tutti ”


Un documento che può aiutare l’ecumenismo, perché pone al centro la domanda essenziale per tutti i cristiani, quella sulla santità. Enzo Bianchi, sottolinea così – in un’intervista a Vatican News – il significato profondo dell’Esortazione apostolica Gaudete et Exsultate. Per il fondatore della Comunità Monastica di Bose, grande merito del documento di Papa Francesco è quello di farsi comprendere da tutti su un tema così decisivo come la chiamata universale alla santità.

R. - Mi sembra importante che Papa Francesco abbia posto ai cristiani la domanda essenziale e cioè se loro hanno davanti a sé come obiettivo la santità, non come qualcosa da acquistare, ma come dono che il Signore vuole fare ai cristiani attraverso la vita battesimale e poi attraverso tutta la vita cristiana di sequela. E in questo, mi sembra che la novità di questa Esortazione è che il Papa parla della “santità della porta accanto”, usa questa formula, per parlare della santità di tanti sconosciuti, di tanti cristiani quotidiani che non sono molto visibili, non si impongono per grandi azioni eroiche ma che quotidianamente a caro prezzo della carità vivono il Vangelo e lo vivono concretamente.

Possiamo dire che anche su questo tema, la “santità della porta accanto”, Francesco si richiama fortemente al Concilio Vaticano II, alla Lumen Gentium in particolare?

R.- Certamente là è il fondamento laddove si dice la “universale chiamata alla santità”, perché la santità non è riservata a quelli che un tempo venivano canonizzati e soltanto loro che erano i religiosi, i monaci o il clero. No, la santità è veramente quotidiana, è qualcosa che tutti i cristiani possono ottenere da Dio come dono, certo collaborando con la loro disponibilità alla sequela di Cristo. E il Papa ricorda questo in una maniera che è comprensibile da tutti! Non è un trattato sulla Santità. Non sono delle parole difficili da comprendere. Le può comprendere un cristiano dell’Africa, come un cristiano dell’Europa come un campesinos. Tutti possono capire questa chiamata alla santità questo dono che Dio fa e lo fa attraverso la vita quotidiana nell’amore. Perché poi, quello che Francesco mette in evidenza è che se è una santità senza amore, senza questa partecipazione a quelle che sono le sofferenze, i dolori del mondo, allora questa è una santità astratta, che rischia di essere da manuale ma che non è la santità cristiana.

Le Beatitudini sono il cuore dell’Esortazione di Papa Francesco. Come farle diventare vita quotidiana?

R. – Basta ricordare che le Beatitudini non sono quel che si dice normalmente, un dire la beatitudine, la felicità di persone eroiche. E’ invece la felicità di quelle persone che ogni giorno fanno la loro battaglia, combattono per essere poveri anche nel cuore, per essere miti nei rapporti con gli altri, per essere uomini di pace all’interno delle loro famiglie e delle situazioni umane. Quelli che sono perseguitati e che non minacciano vendetta e che continuano a mantenere uno spirito che è quello davvero di Cristo povero. Le Beatitudini sono quelle che proclamano che Gesù Cristo è il Beato per eccellenza: Lui è il povero per eccellenza, Lui è il mite! Quindi, il cristiano attraverso le Beatitudini ha un cammino di conformazione a Cristo che non trova certamente così sintetizzato in altre pagine del Vangelo o della Scrittura.

Un documento come questo può aiutare il cammino ecumenico?

R.- Forzatamente, perché io sono convinto che l’ecumenismo si nutre certamente di relazioni tra le Chiese ma, come diceva un grande ecumenista all’inizio del secolo scorso, l’ecumenismo è quel cammino che si deve fare all’interno di una ruota: dal cerchio verso il centro! Se i cristiani, dalle varie Chiese vanno verso il centro che è Gesù Cristo, sempre più conformi a Lui, si sentiranno sempre più vicini come i raggi della ruota sono percorsi che portano ad avvicinare quelli che stanno sul cerchio sempre più al centro. E più vicini troveranno più unità, più comunione.



venerdì 20 aprile 2018

Visita Pastorale di Papa Francesco ad Alessano (Lecce) e a Molfetta (Bari) nel 25° anniversario della morte di S. E. Mons. Tonino Bello - seconda parte (cronaca, foto, testi e video)

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AD ALESSANO (LECCE), NELLA DIOCESI DI UGENTO-SANTA MARIA DI LEUCA, E A MOLFETTA (BARI) NELLA DIOCESI DI MOLFETTA-RUVO-GIOVINAZZO-TERLIZZI, NEL 25.mo ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI S.E. MONS. TONINO BELLO 
- seconda parte (cronaca, foto, testi e video)
20 APRILE 2018


Papa Francesco è atterrato alle 11.05 a Molfetta con l'elicottero proveniente da Alessano per la seconda tappa della visita in terra di Puglia sulle orme della figura di don Tonino Bello. Decine di migliaia di fedeli lo hanno atteso in un clima di entusiasmo e preghiera fin dalle prime ore della prima mattina.

Il Pontefice è atterrato nel piazzale adiacente l’antico Duomo di Molfetta, di fronte all’Adriatico. Al suo arrivo è stato accolto dal vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, monsignor Domenico Cornacchia, e dal sindaco Tommaso Minervini.

Quindi con un cambio di programma dettato dal ritardo accumulato rispetto alla tabella di marcia, ha subito raggiunto il palco predisposto per la celebrazione. Il previsto giro in papamobile per salutare i fedeli presenti nelle banchine del Porto è stato infatti rinviato alla fine della Messa. Con lui concelebrano una trentina di vescovi provenienti dalla Puglia e da fuori regione.

Papa Francesco impugna il pastorale in legno di ulivo che fu di don Tonino Bello.






CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA
OMELIA DEL SANTO PADRE
Porto di Molfetta
Venerdì, 20 aprile 2018

Le Letture che abbiamo ascoltato presentano due elementi centrali per la vita cristiana: il Pane e la Parola.

Il Pane. Il pane è il cibo essenziale per vivere e Gesù nel Vangelo si offre a noi come Pane di vita, come a dirci: “di me non potete fare a meno”. E usa espressioni forti: “mangiate la mia carne e bevete il mio sangue” (cfr Gv 6,53). Che cosa significa? Che per la nostra vita è essenziale entrare in una relazione vitale, personale con Lui. Carne e sangue. L’Eucaristia è questo: non un bel rito, ma la comunione più intima, più concreta, più sorprendente che si possa immaginare con Dio: una comunione d’amore tanto reale che prende la forma del mangiare. La vita cristiana riparte ogni volta da qui, da questa mensa, dove Dio ci sazia d’amore. Senza di Lui, Pane di vita, ogni sforzo nella Chiesa è vano, come ricordava don Tonino Bello: «Non bastano le opere di carità, se manca la carità delle opere. Se manca l’amore da cui partono le opere, se manca la sorgente, se manca il punto di partenza che è l’Eucaristia, ogni impegno pastorale risulta solo una girandola di cose»[1].

Gesù nel Vangelo aggiunge: «Colui che mangia me vivrà per me» (v. 57). Come a dire: chi si nutre dell’Eucaristia assimila la stessa mentalità del Signore. Egli è Pane spezzato per noi e chi lo riceve diventa a sua volta pane spezzato, che non lievita d’orgoglio, ma si dona agli altri: smette di vivere per sé, per il proprio successo, per avere qualcosa o per diventare qualcuno, ma vive per Gesù e come Gesù, cioè per gli altri. Vivere per è il contrassegno di chi mangia questo Pane, il “marchio di fabbrica” del cristiano. Vivere per. Si potrebbe esporre come avviso fuori da ogni chiesa: “Dopo la Messa non si vive più per se stessi, ma per gli altri”. Sarebbe bello che in questa diocesi di Don Tonino Bello ci fosse questo avviso, alla porta delle chiese, perché sia letto da tutti: “Dopo la Messa non si vive più per se stessi, ma per gli altri”. Don Tonino ha vissuto così: tra voi è stato un Vescovo-servo, un Pastore fattosi popolo, che davanti al Tabernacolo imparava a farsi mangiare dalla gente. Sognava una Chiesa affamata di Gesù e intollerante ad ogni mondanità, una Chiesa che «sa scorgere il corpo di Cristo nei tabernacoli scomodi della miseria, della sofferenza, della solitudine»[2]. Perché, diceva, «l’Eucarestia non sopporta la sedentarietà» e senza alzarsi da tavola resta «un sacramento incompiuto»[3]. Possiamo chiederci: in me, questo Sacramento si realizza? Più concretamente: mi piace solo essere servito a tavola dal Signore o mi alzo per servire come il Signore? Dono nella vita quello che ricevo a Messa? E come Chiesa potremmo domandarci: dopo tante Comunioni, siamo diventati gente di comunione?

Il Pane di vita, il Pane spezzato è infatti anche Pane di pace. Don Tonino sosteneva che «la pace non viene quando uno si prende solo il suo pane e va a mangiarselo per conto suo. […] La pace è qualche cosa di più: è convivialità». È «mangiare il pane insieme con gli altri, senza separarsi, mettersi a tavola tra persone diverse», dove «l’altro è un volto da scoprire, da contemplare, da accarezzare»[4]. Perché i conflitti e tutte le guerre «trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti»[5]. E noi, che condividiamo questo Pane di unità e di pace, siamo chiamati ad amare ogni volto, a ricucire ogni strappo; ad essere, sempre e dovunque, costruttori di pace.

Insieme col Pane, la Parola. Il Vangelo riporta aspre discussioni attorno alle parole di Gesù: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (v. 52). C’è un’aria di disfattismo in queste parole. Tante nostre parole assomigliano a queste: come può il Vangelo risolvere i problemi del mondo? A che serve fare del bene in mezzo a tanto male? E così cadiamo nell’errore di quella gente, paralizzata dal discutere sulle parole di Gesù, anziché pronta ad accogliere il cambiamento di vita chiesto da Lui. Non capivano che la Parola di Gesù è per camminare nella vita, non per sedersi a parlare di ciò che va o non va. Don Tonino, proprio nel tempo di Pasqua, augurava di accogliere questa novità di vita, passando finalmente dalle parole ai fatti. Perciò esortava accoratamente chi non aveva il coraggio di cambiare: «gli specialisti della perplessità. I contabili pedanti dei pro e dei contro. I calcolatori guardinghi fino allo spasimo prima di muoversi»[6]. A Gesù non si risponde secondo i calcoli e le convenienze del momento; gli si risponde col “sì” di tutta la vita. Egli non cerca le nostre riflessioni, ma la nostra conversione. Punta al cuore.

È la stessa Parola di Dio a suggerirlo. Nella prima Lettura, Gesù risorto si rivolge a Saulo e non gli propone sottili ragionamenti, ma gli chiede di mettere in gioco la vita. Gli dice: «Alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare» (At 9,6). Anzitutto: «Alzati». La prima cosa da evitare è rimanere a terra, subire la vita, restare attanagliati dalla paura. Quante volte don Tonino ripeteva: “In piedi!”, perché «davanti al Risorto non è lecito stare se non in piedi»[7]. Rialzarsi sempre, guardare in alto, perché l’apostolo di Gesù non può vivacchiare di piccole soddisfazioni.

Il Signore poi dice a Saulo: «Entra in città». Anche a ciascuno di noi dice: “Va’, non rimanere chiuso nei tuoi spazi rassicuranti, rischia!”. “Rischia!”. La vita cristiana va investita per Gesù e spesa per gli altri. Dopo aver incontrato il Risorto non si può attendere, non si può rimandare; bisogna andare, uscire, nonostante tutti i problemi e le incertezze. Vediamo ad esempio Saulo che, dopo aver parlato con Gesù, sebbene cieco, si alza e va in città. Vediamo Anania che, sebbene pauroso e titubante, dice: «Eccomi, Signore!» (v. 10) e subito va da Saulo. Siamo chiamati tutti, in qualsiasi situazione ci troviamo, a essere portatori di speranza pasquale, “cirenei della gioia”, come diceva don Tonino; servitori del mondo, ma da risorti, non da impiegati. Senza mai contristarci, senza mai rassegnarci. È bello essere “corrieri di speranza”, distributori semplici e gioiosi dell’alleluia pasquale.

Infine Gesù dice a Saulo: «Ti sarà detto ciò che devi fare». Saulo, uomo deciso e affermato, tace e va, docile alla Parola di Gesù. Accetta di obbedire, diventa paziente, capisce che la sua vita non dipende più da lui. Impara l’umiltà. Perché umile non vuol dire timido o dimesso, ma docile a Dio e vuoto di sé. Allora anche le umiliazioni, come quella provata da Saulo per terra sulla via di Damasco, diventano provvidenziali, perché spogliano della presunzione e permettono a Dio di rialzarci. E la Parola di Dio fa così: libera, rialza, fa andare avanti, umili e coraggiosi al tempo stesso. Non fa di noi dei protagonisti affermati e campioni della propria bravura, no, ma dei testimoni genuini di Gesù, morto e risorto, nel mondo.

Pane e Parola. Cari fratelli e sorelle, ad ogni Messa ci nutriamo del Pane di vita e della Parola che salva: viviamo ciò che celebriamo! Così, come don Tonino, saremo sorgenti di speranza, di gioia e di pace.

Guarda il video dell'omelia


“... Se oggi don Tonino fosse con noi, avrebbe appena un anno in più di Lei, Santo Padre, e come sarebbe felice di ascoltarla e di vedere tradotto, nei suoi gesti, il discorso sulla «Chiesa del grembiule»”. 

Lo ha esclamato alla fine della celebrazione mons. Domenico Cornacchia, vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, ringraziando il Papa per la sua presenza nella diocesi in cui don Tonino Bello è stato vescovo per poco più di un decennio, e dove è morto 25 anni fa.

Venticinque anni fa, proprio in questo giorno, calava sulla nostra città un velo di profonda mestizia per la prematura morte del pastore da tutti amato, stimato e ammirato. Per le strade c’era un grande silenzio. Tutti erano in preghiera per accompagnare il trapasso del Vescovo che profumava di popolo e che veniva acclamato già santo.
Oggi l’atmosfera è diversa. Si respira aria di esultanza perché sentiamo che don Tonino è vicino a noi e con noi glorifica il Cristo buon Pastore, che egli – ne siamo certi - ormai contempla direttamente.
Don Tonino non ci ha mai lasciati. Egli, che era per tutti il santo «della porta accanto» (GE 7), ora è più che mai vivo nel cuore della nostra gente”... 

Leggi il testo integrale del discorso di S.E. Mons. Domenico Cornacchia, Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, al Santo Padre


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Servizio TG2000



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Visita Pastorale di Papa Francesco ad Alessano (Lecce) e a Molfetta (Bari) nel 25° anniversario della morte di S. E. Mons. Tonino Bello - prima parte (cronaca, foto, testi e video)


VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AD ALESSANO (LECCE), NELLA DIOCESI DI UGENTO-SANTA MARIA DI LEUCA, E A MOLFETTA (BARI) NELLA DIOCESI DI MOLFETTA-RUVO-GIOVINAZZO-TERLIZZI, NEL 25.mo ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI S.E. MONS. TONINO BELLO
20 APRILE 2018


Il Papa è arrivato alle 8.47 ad Alessano, città natale di don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, morto esattamente 25 anni fa, il 20 aprile 1993. Il 21° viaggio italiano di Francesco si svolge infatti sui luoghi più significativi del presule pugliese, di cui è in corso la causa di beatificazione.

Il Pontefice, decollato da Roma alle 7.35 è atterrato all'areoporto militare di Galatina e ha raggiunto in elicottero Alessano. Qui è stato accolto dal vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, Vito Angiuli, nel cui territorio si trova la cittadina salentina, e dal sindaco Francesca Torsello.

Prima tappa del viaggio il cimitero comunale, dove riposa don Tonino Bello. Il Papa raggiunge la tomba direttamente dall'elicottero e si ferma per lunghi minuti di preghiera silenziosa in piedi davanti alla lastra che ricopre la tomba. Il silenzio è assoluto. Si sente solo il vento che agita gli alberi e la veste bianca del Pontefice, il quale deve tenere in mano lo zucchetto per evitare che il vento stesso glielo porti via. Francesco depone sull'aiuola un mazzo di fiori bianchi e gialli. Infine si segna e va a pregare anche davanti alla tomba della madre di don Tonino, distante qualche passo.

Ritornando verso l'ingresso del cimitero il Papa si ferma a salutare a uno a uno i familiari del vescovo di Molfetta, accarezza e bacia i bambini, pronipoti di don Tonino, stringe le mani ai due fratelli Trifone e Marcello e riceve in dono da loro una stola appartenuta a don Tonino, che gli fu regalata durante un viaggio a El Salvador nel decennale dell'assassinio di monsignor Romero, e un grembiule ricamato dalle donne del paese, segno della Chiesa col grembiule tanto cara a monsignor Bello.

Il Papa ora si reca su un caddy bianco verso la spianata dove è allestito il palco per un saluto ai fedeli, che in circa 20mila lo attendono fin dalle prime ore dell'alba.











INCONTRO CON I FEDELI
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Piazzale antistante il Cimitero di Alessano (Lecce)
Venerdì, 20 aprile 2018

Cari fratelli e sorelle,

sono giunto pellegrino in questa terra che ha dato i natali al Servo di Dio Tonino Bello. Ho appena pregato sulla sua tomba, che non si innalza monumentale verso l’alto, ma è tutta piantata nella terra: Don Tonino, seminato nella sua terra, – lui, come un seme seminato –, sembra volerci dire quanto ha amato questo territorio. Su questo vorrei riflettere, evocando anzitutto alcune sue parole di gratitudine: «Grazie, terra mia, piccola e povera, che mi hai fatto nascere povero come te ma che, proprio per questo, mi hai dato la ricchezza incomparabile di capire i poveri e di potermi oggi disporre a servirli».

Capire i poveri era per lui vera ricchezza, era anche capire la sua mamma, capire i poveri era la sua ricchezza. Aveva ragione, perché i poveri sono realmente ricchezza della Chiesa. Ricordacelo ancora, don Tonino, di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda. Il Vangelo – eri solito ricordarlo a Natale e a Pasqua – chiama a una vita spesso scomoda, perché chi segue Gesù ama i poveri e gli umili. Così ha fatto il Maestro, così ha proclamato sua Madre, lodando Dio perché «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52). Una Chiesa che ha a cuore i poveri rimane sempre sintonizzata sul canale di Dio, non perde mai la frequenza del Vangelo e sente di dover tornare all’essenziale per professare con coerenza che il Signore è l’unico vero bene.

Don Tonino ci richiama a non teorizzare la vicinanza ai poveri, ma a stare loro vicino, come ha fatto Gesù, che per noi, da ricco che era, si è fatto povero (cfr 2 Cor 8,9). Don Tonino sentiva il bisogno di imitarlo, coinvolgendosi in prima persona, fino a spossessarsi di sé. Non lo disturbavano le richieste, lo feriva l’indifferenza. Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro, problema oggi ancora tanto attuale. Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità. Non stava con le mani in mano: agiva localmente per seminare pace globalmente, nella convinzione che il miglior modo per prevenire la violenza e ogni genere di guerre è prendersi cura dei bisognosi e promuovere la giustizia. Infatti, se la guerra genera povertà, anche la povertà genera guerra. La pace, perciò, si costruisce a cominciare dalle case, dalle strade, dalle botteghe, là dove artigianalmente si plasma la comunione. Diceva, speranzoso, don Tonino: «Dall’officina, come un giorno dalla bottega di Nazareth, uscirà il verbo di pace che instraderà l’umanità, assetata di giustizia, per nuovi destini».

Cari fratelli e sorelle, questa vocazione di pace appartiene alla vostra terra, a questa meravigliosa terra di frontiera – finis-terrae – che Don Tonino chiamava “terra-finestra”, perché dal Sud dell’Italia si spalanca ai tanti Sud del mondo, dove «i più poveri sono sempre più numerosi mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e sempre di meno». Siete una «finestra aperta, da cui osservare tutte le povertà che incombono sulla storia», ma siete soprattutto una finestra di speranza perché il Mediterraneo, storico bacino di civiltà, non sia mai un arco di guerra teso, ma un’arca di pace accogliente.

Don Tonino è uomo della sua terra, perché in questa terra è maturato il suo sacerdozio. Qui è sbocciata la sua vocazione, che amava chiamare evocazione: evocazione di quanto follemente Dio predilige, ad una ad una, le nostre fragili vite; eco della sua voce d’amore che ci parla ogni giorno; chiamata ad andare sempre avanti, a sognare con audacia, a decentrare la propria esistenza per metterla al servizio; invito a fidarsi sempre di Dio, l’unico capace di trasformare la vita in una festa. Ecco, questa è la vocazione secondo don Tonino: una chiamata a diventare non solo fedeli devoti, ma veri e propri innamorati del Signore, con l’ardore del sogno, lo slancio del dono, l’audacia di non fermarsi alle mezze misure. Perché quando il Signore incendia il cuore, non si può spegnere la speranza. Quando il Signore chiede un “sì”, non si può rispondere con un “forse”. Farà bene, non solo ai giovani, ma a tutti noi, a tutti quelli che cercano il senso della vita, ascoltare e riascoltare le parole di Don Tonino.

In questa terra, Antonio nacque Tonino e divenne don Tonino. Questo nome, semplice e familiare, che leggiamo sulla sua tomba, ci parla ancora. Racconta il suo desiderio di farsi piccolo per essere vicino, di accorciare le distanze, di offrire una mano tesa. Invita all’apertura semplice e genuina del Vangelo. Don Tonino l’ha tanto raccomandata, lasciandola in eredità ai suoi sacerdoti. Diceva: «Amiamo il mondo. Vogliamogli bene. Prendiamolo sotto braccio. Usiamogli misericordia. Non opponiamogli sempre di fronte i rigori della legge se non li abbiamo temperati prima con dosi di tenerezza». Sono parole che rivelano il desiderio di una Chiesa per il mondo: non mondana, ma per il mondo. Che il Signore ci dia questa grazia: una Chiesa non mondana, al servizio del mondo. Una Chiesa monda di autoreferenzialità ed «estroversa, protesa, non avviluppata dentro di sé»; non in attesa di ricevere, ma di prestare pronto soccorso; mai assopita nelle nostalgie del passato, ma accesa d’amore per l’oggi, sull’esempio di Dio, che «ha tanto amato il mondo» (Gv 3,16).

Il nome di “don Tonino” ci dice anche la sua salutare allergia verso i titoli e gli onori, il suo desiderio di privarsi di qualcosa per Gesù che si è spogliato di tutto, il suo coraggio di liberarsi di quel che può ricordare i segni del potere per dare spazio al potere dei segni. Don Tonino non lo faceva certo per convenienza o per ricerca di consensi, ma mosso dall’esempio del Signore. Nell’amore per Lui troviamo la forza di dismettere le vesti che intralciano il passo per rivestirci di servizio, per essere «Chiesa del grembiule, unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo».

Da questa sua amata terra che cosa don Tonino ci potrebbe ancora dire? Questo credente con i piedi per terra e gli occhi al Cielo, e soprattutto con un cuore che collegava Cielo e terra, ha coniato, tra le tante, una parola originale, che tramanda a ciascuno di noi una grande missione. Gli piaceva dire che noi cristiani «dobbiamo essere dei contempl-attivi, con due t, cioè della gente che parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione», della gente che non separa mai preghiera e azione. Caro don Tonino, ci hai messo in guardia dall’immergerci nel vortice delle faccende senza piantarci davanti al tabernacolo, per non illuderci di lavorare invano per il Regno. E noi ci potremmo chiedere se partiamo dal tabernacolo o da noi stessi. Potresti domandarci anche se, una volta partiti, camminiamo; se, come Maria, Donna del cammino, ci alziamo per raggiungere e servire l’uomo, ogni uomo. Se ce lo chiedessi, dovremmo provare vergogna per i nostri immobilismi e per le nostre continue giustificazioni. Ridestaci allora alla nostra alta vocazione; aiutaci ad essere sempre più una Chiesa contemplattiva, innamorata di Dio e appassionata dell’uomo!

Cari fratelli e sorelle, in ogni epoca il Signore mette sul cammino della Chiesa dei testimoni che incarnano il buon annuncio di Pasqua, profeti di speranza per l’avvenire di tutti. Dalla vostra terra Dio ne ha fatto sorgere uno, come dono e profezia per i nostri tempi. E Dio desidera che il suo dono sia accolto, che la sua profezia sia attuata. Non accontentiamoci di annotare bei ricordi, non lasciamoci imbrigliare da nostalgie passate e neanche da chiacchiere oziose del presente o da paure per il futuro. Imitiamo don Tonino, lasciamoci trasportare dal suo giovane ardore cristiano, sentiamo il suo invito pressante a vivere il Vangelo senza sconti. È un invito forte rivolto a ciascuno di noi e a noi come Chiesa. Davvero ci aiuterà a spandere oggi la fragrante gioia del Vangelo.

Adesso, tutti insieme, preghiamo la Madonna e dopo vi darò la benedizione, d’accordo?

[Ave Maria e benedizione]

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Servizio TG2000


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Il discorso integrale di Papa Francesco 



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La visita ad Alessano integrale



«Cristiani si diventa nella misura in cui la croce si imprime in noi come un marchio “pasquale”, rendendo visibile, anche esteriormente, il modo cristiano di affrontare la vita. » Papa Francesco Udienza Generale 18/04/2018 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 18 aprile 2018

Il Papa è arrivato qualche minuto prima delle 9.30 in piazza San Pietro, dove lo hanno accolto 17mila fedeli, nonostante la leggera pioggia che caratterizza a tratti questa mattinata romana. Nel consueto giro tra i vari settori della piazza, Francesco si è concesso come sempre ai bambini, baciandoli e accarezzandoli amabilmente, e ha sorseggiato volentieri una tazza di mate che gli è stata porta da una delle transenne, ringraziando con un sorriso per il dono gradito. Tra gli striscioni e le bandiere colorate, anche quella di un gruppo di cresimandi che hanno salutato il Papa con una scritta rossa “artigianale” in campo bianco. A fare da “coreografia” all’udienza di oggi, un gruppo di sbandieratori e musici di Asti nei loro variopinti costumi di foggia medievale, che hanno atteso il Papa a lato del sagrato eseguendo alcuni numeri acrobatici. A metà giro nel perimetro racchiuso dal colonnato del Bernini, Francesco ha assistito compiaciuto e divertito ad un “concertino” improvvisato di piccoli violinisti in erba, che hanno suonato qualche nota imbracciando il loro strumento e regalando al Papa una maglietta gialla. Sceso dalla papamobile, il Papa ha percorso il suo abituale tragitto salutato da due file di sbandieratori che si sono inchinati al suo passaggio, abbassando la bandiera, mentre i musici facevano risuonare ritmicamente i tamburi.




















Guarda il video del saluto ai fedeli

Catechesi sul Battesimo. 2. Il segno della fede cristiana

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Proseguiamo, in questo Tempo di Pasqua, le catechesi sul Battesimo. Il significato del Battesimo risalta chiaramente dalla sua celebrazione, perciò rivolgiamo ad essa la nostra attenzione. Considerando i gesti e le parole della liturgia possiamo cogliere la grazia e l’impegno di questo Sacramento, che è sempre da riscoprire. Ne facciamo memoria nell’aspersione con l’acqua benedetta che si può fare la domenica all’inizio della Messa, come pure nella rinnovazione delle promesse battesimali durante la Veglia Pasquale. Infatti, quanto avviene nella celebrazione del Battesimo suscita una dinamica spirituale che attraversa tutta la vita dei battezzati; è l’avvio di un processo che permette di vivere uniti a Cristo nella Chiesa. Pertanto, ritornare alla sorgente della vita cristiana ci porta a comprendere meglio il dono ricevuto nel giorno del nostro Battesimo e a rinnovare l’impegno di corrispondervi nella condizione in cui oggi ci troviamo. Rinnovare l’impegno, comprendere meglio questo dono, che è il Battesimo, e ricordare il giorno del nostro Battesimo. Mercoledì scorso ho chiesto di fare i compiti a casa e ognuno di noi, ricordare il giorno del Battesimo, in quale giorno sono stato battezzato. Io so che alcuni di voi lo sanno, altri, no; quelli che non lo sanno, domandino ai parenti, a quelle persone, ai padrini, alle madrine… domandino: “Qual è la data del mio battesimo?” Perché è una rinascita il Battesimo ed è come se fosse il secondo compleanno. Capito? Fare questo compito a casa, domandare: “Qual è la data del mio Battesimo?”.

Anzitutto, nel rito di accoglienza, viene chiesto il nome del candidato, perché il nome indica l’identità di una persona. Quando ci presentiamo diciamo subito il nostro nome: “Io mi chiamo così”, così da uscire dall’anonimato, l’anonimo è quello che non ha nome. Per uscire dall’anonimato subito diciamo il nostro nome. Senza nome si resta degli sconosciuti, senza diritti e doveri. Dio chiama ciascuno per nome, amandoci singolarmente, nella concretezza della nostra storia. Il Battesimo accende la vocazione personale a vivere da cristiani, che si svilupperà in tutta la vita. E implica una risposta personale e non presa a prestito, con un “copia e incolla”. La vita cristiana infatti è intessuta di una serie di chiamate e di risposte: Dio continua a pronunciare il nostro nome nel corso degli anni, facendo risuonare in mille modi la sua chiamata a diventare conformi al suo Figlio Gesù. E’ importante dunque il nome! E’ molto importante! I genitori pensano al nome da dare al figlio già prima della nascita: anche questo fa parte dell’attesa di un figlio che, nel nome proprio, avrà la sua identità originale, anche per la vita cristiana legata a Dio.

Certo, diventare cristiani è un dono che viene dall’alto (cfr Gv 3,3-8). La fede non si può comprare, ma chiedere sì, e ricevere in dono sì. “Signore, regalami il dono della fede”, è una bella preghiera! “Che io abbia fede”, è una bella preghiera. Chiederla in dono, ma non si può comprare, si chiede. Infatti, «il Battesimo è il sacramento di quella fede, con la quale gli uomini, illuminati dalla grazia dello Spirito Santo, rispondono al Vangelo di Cristo» (Rito del Battesimo dei Bambini, Introd. gen., n. 3). A suscitare e a risvegliare una fede sincera in risposta al Vangelo tendono la formazione dei catecumeni e la preparazione dei genitori, come l’ascolto della Parola di Dio nella stessa celebrazione del Battesimo.

Se i catecumeni adulti manifestano in prima persona ciò che desiderano ricevere in dono dalla Chiesa, i bambini sono presentati dai genitori, con i padrini. Il dialogo con loro, permette ad essi di esprimere la volontà che i piccoli ricevano il Battesimo e alla Chiesa l’intenzione di celebrarlo. «Espressione di tutto questo è il segno di croce, che il celebrante e i genitori tracciano sulla fronte dei bambini» (Rito del Battesimo dei Bambini, Introd., n. 16). «Il segno della croce esprime il sigillo di Cristo su colui che sta per appartenergli e significa la grazia della redenzione che Cristo ci ha acquistata per mezzo della sua croce» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1235). Nella cerimonia facciamo sui bambini il segno della croce. Ma vorrei tornare su un argomento del quale vi ho parlato. I nostri bambini sanno farsi il segno della croce bene? Tante volte ho visto bambini che non sanno fare il segno della croce. E voi, papà, mamme, nonni, nonne, padrini, madrine, dovete insegnare a fare bene il segno della croce perché è ripetere quello che è stato fatto nel Battesimo. Avete capito bene? Insegnare ai bambini a fare bene il segno della croce. Se lo imparano da bambini lo faranno bene dopo, da grandi.

La croce è il distintivo che manifesta chi siamo: il nostro parlare, pensare, guardare, operare sta sotto il segno della croce, ossia sotto il segno dell’amore di Gesù fino alla fine. I bambini sono segnati in fronte. I catecumeni adulti sono segnati anche sui sensi, con queste parole: «Ricevete il segno della croce sugli orecchi per ascoltare la voce del Signore»; «sugli occhi per vedere lo splendore del volto di Dio»; «sulla bocca, per rispondere alla parola di Dio»; «sul petto, perché Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori»; «sulle spalle, per sostenere il giogo soave di Cristo» (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, n. 85). Cristiani si diventa nella misura in cui la croce si imprime in noi come un marchio “pasquale” (cfr Ap 14,1; 22,4), rendendo visibile, anche esteriormente, il modo cristiano di affrontare la vita. Fare il segno della croce quando ci svegliamo, prima dei pasti, davanti a un pericolo, a difesa contro il male, la sera prima di dormire, significa dire a noi stessi e agli altri a chi apparteniamo, chi vogliamo essere. Per questo è tanto importante insegnare ai bambini a fare bene il segno della croce. E, come facciamo entrando in chiesa, possiamo farlo anche a casa, conservando in un piccolo vaso adatto un po’ di acqua benedetta – alcune famiglie lo fanno: così, ogni volta che rientriamo o usciamo, facendo il segno della croce con quell’acqua ci ricordiamo che siamo battezzati. Non dimenticare, ripeto: insegnare ai bambini a fare il segno della croce.

Guarda il video della catechesi


Saluti:
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APPELLO PER LA RIUNIONE DELLA BANCA MONDIALE
(Washington, 21 aprile 2018)

Sabato prossimo avranno luogo a Washington le Riunioni primaverili della Banca Mondiale. Incoraggio gli sforzi che, mediante l’inclusione finanziaria, cercano di promuovere la vita dei più poveri, favorendo un autentico sviluppo integrale e rispettoso della dignità umana.

APPELLO PER VINCENT LAMBERT E ALFIE EVANS

Attiro l’attenzione di nuovo su Vincent Lambert e sul piccolo Alfie Evans, e vorrei ribadire e fortemente confermare che l’unico padrone della vita, dall’inizio alla fine naturale, è Dio! E il nostro dovere, il nostro dovere è fare di tutto per custodire la vita. Pensiamo in silenzio e preghiamo perché sia rispettata la vita di tutte le persone e specialmente di questi due fratelli nostri. Preghiamo in silenzio.

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana.
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Un pensiero speciale porgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli. Invito tutti a vedere in Gesù Risorto, vivo e presente in mezzo a noi, il vero maestro di vita; la sua intercessione vi ottenga la serenità e la pace e il suo insegnamento vi sia di incoraggiamento nel cammino quotidiano verso la santità.


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LA FORZA MITE E CREATIVA DELLA NONVIOLENZA - HOREB N. 1 del 2018

LA FORZA MITE E CREATIVA 
DELLA NONVIOLENZA 

HOREB N. 1 del 2018 (79)


TRACCE DI SPIRITUALITA'
A CURA DEI CARMELITANI










Nel Messaggio per la Giornata Mondiale della pace, il primo gennaio 2017, papa Francesco porgendo «auguri di pace ai popoli e alle nazioni del mondo, […] ad ogni uomo, donna, bambino e bambina» proponeva la «nonviolenza come stile di una politica di pace» e auspicava: «possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme».
L’augurio del papa è quanto mai opportuno considerato il clima di violenza in cui viviamo.
La violenza, infatti, esplode ogni giorno nelle situazioni di guerra presenti in varie zone del nostro mondo che provocano dolore, distruzione e morte. Violenta è anche la criminalità organizzata presente nelle nostre città. I mezzi di comunicazione sociale, poi, ci mettono quotidianamente di fronte a situazioni di violenza all’interno delle famiglie, ma anche nell’ambito scolastico e tra i ragazzi con il fenomeno del bullismo. Ovviamente questa aggressività distruttiva, presente nelle relazioni interpersonali, provoca gravi conseguenze sia per chi subisce violenza, sia per il violento.
Violente sono anche molte situazioni in cui si usa la forza politica, economica e di parola irridendo le leggi e manipolandole e negando dignità a chi dissente dal proprio modo di vedere.
Di fronte a questa situazione riteniamo che ci sia l’assoluta urgenza di imparare ad affrontare i conflitti presenti nella vita a, vari livelli, in modo nonviolento.
L’atteggiamento nonviolento, ovviamente non è buonismo che fugge il mondo e la responsabilità: è stile di vita, modo di essere e di agire responsabile. Per un cristiano lo stile di vita nonviolento trova in Dio il suo fondamento e il suo sostegno, e nella prassi di Gesù la capacità di appassionarsi alle sfide quotidiane con il suo stile pacifico e accogliente.
Chi intraprende un cammino di nonviolenza cerca di entrare in relazione con chiunque, anche con persone violente pericolose, confidando che nell'altro vi sia la capacità di scoprire il bene in lui presente, qualora lo si aiuti con pazienza e con bontà. Si tratta di far proprio l’invito di S. Giovanni della Croce: «Dove non c’è amore, poni amore e troverai amore».
È dentro questo orizzonte che si colloca e si articola la monografia del presente quaderno.
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CONVENTO DEL CARMINE
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Don Tonino Bello nel ricordo del segretario: “Tutte le sue scelte coraggiose nascevano dalla preghiera”

Don Tonino Bello nel ricordo del segretario: 
“Tutte le sue scelte coraggiose nascevano dalla preghiera”

di Gianni Fiorentino
segretario di don Tonino Bello

Penso alla straordinaria esperienza degli incontri di Quaresima e di Avvento che viveva con i giovani. La Cattedrale si riempiva per ascoltare le sue parole vibranti. Era in quelle occasioni che toccavamo tutti con mano il suo cuore contemplativo e la sorgente della sua carica profetica, della sua passione per la giustizia, del suo impegno per la pace. Perché la preghiera quando è autentica ci umanizza di più, ma soprattutto non ti avvicina soltanto a Dio, ma anche agli uomini e ai suoi drammi


In tanti mi hanno chiesto in questi giorni una testimonianza su don Tonino. Solo ora mi sto rendendo conto che pur avendo toccato tanti aspetti importanti della sua vita di credente e di pastore, non ho dato il giusto risalto alla sua vita interiore, alla sua preghiera.
Spero di poter recuperare una così grave omissione con questo piccolo contributo. Anche perché – alla luce della stessa esperienza di Gesù riportata nei vangeli – tutte le sue scelte coraggiose partono, secondo me, proprio da questo suo rapporto speciale con Dio nella preghiera.

La lusinga del potere non risparmia nessuno e la si può vincere solo se si lascia entrare Dio nella vita.
Anche Gesù, subito dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, quando la folla si mette sulle sue tracce per farlo re, si ritira sul monte a pregare (cfr. Gv 6, 15).
La forte e determinata distanza critica da ogni forma di potere, da dove proverrebbe in don Tonino se non da una sua frequentazione diuturna e sincera con Dio nella preghiera?! E così pure il suo impegno coraggioso per la pace, l’accoglienza per gli immigrati, la carità “sine modo” per gli ultimi, da dove lo avrebbe attinto?! Non ho dubbi: da quella sorgente di amore e di vita che è la preghiera.

Ebbene, quando ricordo don Tonino che prega non posso fare a meno di immaginarlo nella cappella dell’episcopio, una specie di piccolo cenacolo dove trascorreva i momenti più importanti della sua giornata di Vescovo in compagnia del Signore.

Era lì al mattino presto, prima di entrare nel vortice delle tante incombenze pastorali; nel pomeriggio, prima di uscire per raggiungere le varie comunità e gruppi della Diocesi; la sera, dopo cena, prima di ritirarsi nella sua cameretta.

Il tabernacolo al centro, incastonato nel meraviglioso altare dell’ottocento pieno di intarsi preziosi posto sulla parete di fronte, un inginocchiatoio davanti, sulle pareti laterali i quadretti di una modesta via crucis color argento e subito, appena si entra a sinistra, una piccola scrivania con sopra la Bibbia, il breviario, una penna e qualche foglio bianco; e accanto una libreria essenziale.

Spesso nel cuore della notte si raccoglieva in preghiera e nel clima dell’adorazione notturna, seduto a quella scrivania, scriveva le lettere, le omelie e i discorsi, i messaggi augurali di Natale e Pasqua, i programmi pastorali annuali; quei testi bellissimi, insomma, che avevamo poi la possibilità di leggere sul nostro settimanale diocesano.

E mi pare di vederlo ancora là. Sì, perché almeno un paio di volte, svegliato da qualche rumore – quello della porta della sua stanza che si apre e quello dei suoi passi – e attratto da quell’unica luce accesa nel grande appartamento dell’episcopio ancora immerso nel buio della notte, furtivamente, a sua insaputa, mi sono avvicinato per “spiare” la sua sagoma e, quindi, la sua postura e il suo sguardo rapito in quell’atmosfera di intimità e di raccoglimento.

Mi pare di vederlo – dicevo – mentre scrive e poi si ferma a riflettere e poi ancora ripete ad alta voce gli appunti raccolti sul foglio, rivolgendo lo sguardo verso il tabernacolo come a voler strappare al suo importante Interlocutore divino una sorta di consenso: “Che ne dici? Va bene così o correggo? È un po’ anche il tuo pensiero?”.
Sembrava insomma che quello scritto fosse il frutto di una preziosa collaborazione. O che stesse lì a comporre quelle riflessioni per trattenere in quelle righe non solo le sue intuizioni geniali, ma anche il palpito del cuore di Cristo, “suo indistruttibile amore”, come lo definisce in una sua bellissima relazione.
E dire che quando gli chiedevano di parlare della sua preghiera rispondeva che era rammaricato del fatto che non riuscisse a dedicare a Dio più tempo, e che quando invece gli riusciva si accorgeva che le difficoltà pastorali si dissolvevano come “un cubetto di ghiaccio che si scioglie al sole”.

E comunque una idea originalissima di preghiera lui ce l’ha lasciata nella parola “contemplattività”.

Il vero cristiano – ripeteva – è un contemplattivo perché il suo rapporto col Signore non va vissuto come fuga dal mondo e dai problemi quotidiani. E soprattutto non fa diventare la preghiera una realtà di contorno, una cosa marginale, una sorta – diceva – di “merletto che si aggiunge al panno della propria giornata che, per questo, rischia facilmente di lacerarsi dall’abito dell’esistenza alla prima difficoltà e alla prima sofferenza”.

Tutto questo vissuto interiore, don Tonino è riuscito a trasmettercelo in maniera efficace soprattutto quando celebrava l’Eucaristia o, ancora, quando semplicemente si univa alla preghiera del suo popolo.
E penso ora alla straordinaria esperienza degli incontri di Quaresima e di Avvento che viveva con i giovani. La Cattedrale si riempiva per ascoltare le sue parole vibranti. Era in quelle occasioni che toccavamo tutti con mano il suo cuore contemplativo e la sorgente della sua carica profetica, della sua passione per la giustizia, del suo impegno per la pace. Perché la preghiera quando è autentica ci umanizza di più, ma soprattutto non ti avvicina soltanto a Dio, ma anche agli uomini e ai loro drammi.
(fonte: Sir 19/04/2018)