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venerdì 19 gennaio 2018

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – 18-25 gennaio 2018 - Secondo giorno

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 
– 18-25 gennaio 2018 - 

Si celebra dal 18 al 25 gennaio la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “Potente è la tua mano, Signore (Es 15,6)” è il tema di quest’anno. Per redigere il sussidio che accompagna il cammino, a cura della Società Biblica, sono state scelte le chiese dei Caraibi.

La Presentazione del fascicolo italiano porta le firme di monsignor Ambrogio Spreafico, Presidente della Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo della CEI, del Pastore Luca Maria Negro, Presidente Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e del Metropolita Gennadios, Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta ed Esarca per l’Europa Meridionale.

“Siamo in un mondo difficile – vi si legge – , dove la violenza delle guerre, del terrorismo, della criminalità, la violenza e l’ingiustizia nei confronti dei poveri segnano la vita di tanti. Non si può rimanere indifferenti, come se l’abisso del male non toccasse le nostre comunità. Soprattutto nelle nostre chiese dell’Europa occorre risvegliare la coscienza della forza del male e mettersi in ascolto del grido dei poveri e anche del grido di dolore della nostra madre terra, violentata e inquinata dagli interessi di pochi”.

Il testo del sussidio è disponibile sul sito dell’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.

LETTURE BIBLICHE E COMMENTO
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA

Secondo giorno


Non più uno schiavo, ma un caro fratello

Genesi 1, 26-28 Facciamo l’uomo: […] sia la nostra immagine
Salmo 10 [9], 1-10 Perché, Signore, te ne resti lontano?
Filemone 1-23 Ora non accoglierlo più come uno schiavo. Egli è molto più che uno schiavo: è per te un caro fratello
Luca 10, 25-37 La parabola del buon samaritano


Il traffico di esseri umani è una delle moderne forme di schiavitù in cui le vittime sono forzate o indotte con l’inganno nello sfruttamento sessuale, nel lavoro minorile e nel traffico di organi per il profitto degli sfruttatori. È un’industria globale, multimilionaria e costituisce un dramma crescente anche nella regione caraibica. Le Chiese riformate dei Caraibi si sono unite al Council for World Mission e al Caribbean and North American Council for Mission, allo scopo di educare le comunità cristiane a porre fine alla piaga del traffico di esseri umani. 

Commento

Una delle prime verità che impariamo su Dio dalla Bibbia ebraica e cristiana è che Egli ha creato l’umanità a sua immagine. Questa profonda e splendida verità, tuttavia, nel corso della storia, è stata spesso offuscata o negata. Nell’impero romano, ad esempio, la dignità degli schiavi era negata. Il messaggio del vangelo in proposito è completamente diverso. Gesù ha sfidato le norme sociali che sminuivano la dignità umana dei Samaritani, presentando il samaritano quale “prossimo” dell’uomo che percorreva la strada verso Gerico – un prossimo da amare secondo la legge. E Paolo, con determinazione e schiettezza, in Cristo, si riferisce ad Onesimo quale “una volta schiavo” e ora “caro fratello”, trasgredendo le norme della sua società e affermando l’umanità di Onesimo.

L’amore cristiano deve sempre essere un amore coraggioso che osa superare le barriere, riconoscendo negli altri una dignità uguale alla propria. Come l’apostolo Paolo, i cristiani “con la forza che viene da Cristo” devono elevare un’unica voce nel riconoscere chiaramente che le persone vittime del traffico di esseri umani sono loro prossimo e loro amati fratelli e sorelle, e pertanto devono lavorare insieme per porre fine alle moderne forme di schiavitù. 

Preghiera

O Dio ricco di grazia,
renditi vicino a coloro che sono vittime del traffico di esseri umani
assicurando loro che Tu vedi la loro triste condizione e ascolti il loro grido.
Possa la tua Chiesa essere unita nella compassione e nel coraggio di operare
per il giorno in cui nessuno sarà più sfruttato
e tutti potranno essere liberi di vivere una vita di dignità e di pace.
Ti preghiamo nel nome del Dio Trino
Che può fare immensamente di più di quanto possiamo chiedere o immaginare.
Amen.

Inno The Right Hand of God (La mano di Dio)

La mano di Dio
sostiene la terra;
essa solleva chi cade, uno per uno.
Ciascuno è conosciuto per nome
e salvato dalla vergogna
perché la mano di Dio si è alzata.


VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN CILE E PERÙ 15-22 GENNAIO 2018 / 6 - Santa Messa nell’Aeroporto di Maquehue "La violenza finisce per rendere falsa la causa più giusta. Per questo diciamo 'no alla violenza che distrugge'. Cerchiamo, invece, e non stanchiamoci di cercare il dialogo per l’unità. Per questo diciamo con forza: Signore, rendici artigiani della tua unità."

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN CILE E PERÙ

15-22 GENNAIO 2018


Mercoledì 17 gennaio 2018
SANTIAGO-TEMUCO
8.00Partenza in aereo dall’Aeroporto di Santiago per Temuco
10.30Santa Messa nell’Aeroporto di Maquehue


L'aereo con a bordo papa Francesco è atterrato a Temuco, capitale della regione dell'Araucanìa, 700 chilometri a sud di Santiago del Cile. Terra di indios, l'Araucanìa ospita da sempre una folta comunità di mapuche, abitanti originari in rotta con il governo per l'esproprio delle terre sulle quali vivono. Qui ai primi del Novecento hanno vissuto due premi Nobel: Gabriela Mistral e Pablo Neruda. La città fu fondata dall'esercito cileno nel 1881 come forte contro gli indios.

Il Papa si è poi trasferito dall'aeroporto di Maquehue per celebrare la Messa con circa 400mila fedeli e incontrare alcune rappresentanze delle popolazioni originarie dell'Araucanìa.

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SANTA MESSA PER IL PROGRESSO DEI POPOLI

Aeroporto di Maquehue (Temuco)







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OMELIA DEL SANTO PADRE


«Mari, Mari» (buongiorno)

«Küme tünngün ta niemün» «La pace sia con voi» (Lc 24,36).

Ringrazio Dio per avermi permesso di visitare questa bella parte del nostro continente, l’Araucanía: terra benedetta dal Creatore con la fertilità dei immensi campi verdi, foreste colme di imponenti araucarie – il quinto elogio fatto da Gabriela Mistral a questa terra cilena –, i suoi maestosi vulcani innevati, i suoi laghi e fiumi pieni di vita. Questo paesaggio ci eleva a Dio ed è facile vedere la sua mano in ogni creatura. Molte generazioni di uomini e donne hanno amato e amano questo suolo con gelosa gratitudine. E voglio soffermarmi e salutare in modo speciale i membri del popolo Mapuche, così come gli altri popoli indigeni che vivono in queste terre australi: Rapanui (Isola di Pasqua), Aymara, Quechua e Atacama, e molti altri.

Questa terra, se la guardiamo con gli occhi dei turisti, ci lascerà estasiati, però dopo continueremo la nostra strada come prima, ricordandoci dei bei paesaggi che abbiamo visto; se invece ci avviciniamo al suolo lo sentiremo cantare: «Arauco ha un dolore che non posso tacere, sono ingiustizie di secoli che tutti vedono commettere».

In questo contesto di ringraziamento per questa terra e per la sua gente, ma anche di sofferenza e di dolore, celebriamo l’Eucaristia. E lo facciamo in questo aerodromo di Maqueue, nel quale si sono verificate gravi violazioni di diritti umani. Offriamo questa celebrazione per tutti coloro che hanno sofferto e sono morti e per quelli che, ogni giorno, portano sulle spalle il peso di tante ingiustizie. E ricordando queste cose, rimaniamo un istante in silenzio, pensando a tanto dolore e a tanta ingiustizia. Il sacrificio di Gesù sulla croce è carico di tutto il peccato e il dolore dei nostri popoli, un dolore da riscattare.

Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, Gesù prega il Padre che «tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). In un’ora cruciale della sua vita si ferma a chiedere l’unità. Il suo cuore sa che una delle peggiori minacce che colpisce e colpirà il suo popolo e tutta l’umanità sarà la divisione e lo scontro, la sopraffazione degli uni sugli altri. Quante lacrime versate! Oggi vogliamo fare nostra questa preghiera di Gesù, vogliamo entrare con Lui in questo orto di dolore, anche con i nostri dolori, per chiedere al Padre con Gesù: che anche noi siamo una cosa sola. Non permettere che ci vinca lo scontro o la divisione.

Questa unità, implorata da Gesù, è un dono che va chiesto con insistenza per il bene della nostra terra e dei suoi figli. E bisogna stare attenti a possibili tentazioni che possono apparire e “inquinare dalla radice” questo dono che Dio ci vuole fare e con cui ci invita ad essere autentici protagonisti della storia. Quali sono queste tentazioni? Una è quella dei falsi sinonimi.

1. I falsi sinonimi

Una delle principali tentazioni da affrontare è quella di confondere unità con uniformità. Gesù non chiede a suo Padre che tutti siano uguali, identici; perché l’unità non nasce né nascerà dal neutralizzare o mettere a tacere le differenze. L’unità non è un simulacro né di integrazione forzata né di emarginazione armonizzatrice. La ricchezza di una terra nasce proprio dal fatto che ogni componente sappia condividere la propria sapienza con le altre. Non è e non sarà un’uniformità asfissiante che nasce normalmente dal predominio e dalla forza del più forte, e nemmeno una separazione che non riconosca la bontà degli altri. L’unità domandata e offerta da Gesù riconosce ciò che ogni popolo, ogni cultura è invitata ad apportare a questa terra benedetta. L’unità è una diversità riconciliata perché non tollera che in suo nome si legittimino le ingiustizie personali o comunitarie. Abbiamo bisogno della ricchezza che ogni popolo può offrire, e dobbiamo lasciare da parte la logica di credere che ci siano culture superiori e culture inferiori. Un bel chamal (manto) richiede tessitori che conoscano l’arte di armonizzare i diversi materiali e colori; che sappiano dare tempo ad ogni cosa e ad ogni fase. Potrà essere imitato in modo industriale, ma tutti riconosceremo che è un indumento confezionato sinteticamente. L’arte dell’unità esige e richiede autentici artigiani che sappiano armonizzare le differenze nei “laboratori” dei villaggi, delle strade, delle piazze e dei vari paesaggi. Non è un’arte da scrivania l'unità, né fatta solo di documenti, è un’arte dell’ascolto e del riconoscimento. In questo è radicata la sua bellezza e anche la sua resistenza al passare del tempo e delle intemperie che dovrà affrontare.

L’unità di cui i nostri popoli hanno bisogno richiede che ci ascoltiamo, ma soprattutto che ci riconosciamo, il che non significa solo «ricevere informazioni sugli altri [...] ma raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi». Questo ci introduce sulla via della solidarietà come modo di tessere l’unità, come modo di costruire la storia; quella solidarietà che ci porta a dire: abbiamo bisogno gli uni degli altri nelle nostre differenze affinché questa terra continui a essere bella. È l’unica arma che abbiamo contro la “deforestazione” della speranza. Ecco perché chiediamo: Signore, rendici artigiani di unità.

Un'altra tentazione può venire dalla considerazione di quali sono le armi dell'unità.

2. Le armi dell’unità

L’unità, se vuole essere costruita a partire dal riconoscimento e dalla solidarietà, non può accettare qualsiasi mezzo per questo scopo. Ci sono due forme di violenza che più che far avanzare i processi di unità e riconciliazione finiscono per minacciarli. In primo luogo, dobbiamo essere attenti all’elaborazione di accordi “belli” che non giungono mai a concretizzarsi. Belle parole, progetti conclusi sì – e necessari – ma che non diventando concreti finiscono per “cancellare con il gomito quello che si è scritto con la mano”. Anche questa è violenza. Perché? Perché frustra la speranza.

In secondo luogo, è imprescindibile sostenere che una cultura del mutuo riconoscimento non si può costruire sulla base della violenza e della distruzione che alla fine chiedono il prezzo di vite umane. Non si può chiedere il riconoscimento annientando l’altro, perché questo produce come unico risultato maggiore violenza e divisione. La violenza chiama violenza, la distruzione aumenta la frattura e la separazione. La violenza finisce per rendere falsa la causa più giusta. Per questo diciamo “no alla violenza che distrugge”, in nessuna delle sue due forme.

Questi atteggiamenti sono come lava di vulcano che tutto distrugge, tutto brucia, lasciando dietro di sé solo sterilità e desolazione. Cerchiamo, invece, e non stanchiamoci di cercare il dialogo per l’unità. Per questo diciamo con forza: Signore, rendici artigiani della tua unità.

Tutti noi che, in una certa misura, siamo gente tratta dalla terra (Gen 2,7), siamo chiamati al buon vivere (Küme Mongen), come ci ricorda la saggezza ancestrale del popolo Mapuche. Quanta strada da percorrere, quanta strada per imparare! Küme Monge, un anelito profondo che scaturisce non solo dai nostri cuori, ma risuona come un grido, come un canto in tutto il creato. Perciò, fratelli, per i figli di questa terra, per i figli dei loro figli, diciamo con Gesù al Padre: che anche noi siamo una cosa sola: Signore, rendici artigiani di unità.

Guarda il video integrale

Vedi anche i post precedenti:

SICILIA - I Vescovi denunciano la mancata attenzione ai poveri e i privilegi economici dei pochi burocrati.Non possiamo accettare che i nostri giovani siano costretti ad andare altrove! - Ma Miccichè (Forza Italia) risponde attaccando la Chiesa

SICILIA 
I Vescovi denunciano la mancata attenzione ai poveri 
e i privilegi economici dei pochi burocrati. ... 
Non possiamo accettare che i nostri giovani siano costretti ad andare altrove! - 
Ma Miccichè (Forza Italia) risponde attaccando la Chiesa



La Conferenza Episcopale 
si è riunita per la Sessione invernale

a Palermo dal 15 a 17 gennaio 2018.
 I lavori sono stati presieduti 
da Mons. Salvatore Gristina, 
Arcivescovo di Catania.


Comunicato Finale
...
Appello per la partecipazione politica 
A seguito delle recenti elezioni regionali e in vista di quelle nazionali del 4 marzo, i Vescovi lanciano un appello alla comunità cristiana e agli uomini e alle donne di Sicilia. Tutti dobbiamo avere a cuore il presente e l’avvenire della nostra comunità, di ogni comunità di cui facciamo parte. Avere a cuore significa innanzitutto informarsi, cercare di capire, chiedersi cosa ciascuno di noi possa concretamente fare. Ovviamente c’è chi ha responsabilità più grandi, c’è chi ha possibilità di intervento maggiore, ma tutti possiamo fare qualcosa. È necessario superare la tendenza a scaricare sempre sugli altri i doveri allo scopo di coinvolgersi in prima persona. Questo vale per tutti, per ogni gruppo e anche per noi come vescovi della Conferenza Episcopale. Vogliamo incoraggiare ogni possibilità esistente, vogliamo attirare l’attenzione sulle tante difficoltà e sulle emergenze, vogliamo tutti impegnarci maggiormente nei riguardi delle nuove generazioni. I ragazzi, i giovani sono la ricchezza di un Paese, di una comunità. Non possiamo accettare che siano costretti ad andare altrove! È questa una priorità che dal punto di vista educativo e formativo, dal punto di vista sociale e da quello ecclesiale deve stare a cuore a tutti, ciascuno per le proprie competenze, ma tutti uniti in un impegno corale, che speriamo fecondo di bene. 

3. XXV anniversario dell’Appello di S. Giovanni Paolo II ad Agrigento 
È stata esaminata una traccia di messaggio da redigere in occasione del venticinquesimo anniversario dell’Appello di S. Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi del 9 maggio 1993. In questa occasione i Vescovi di Sicilia intendono proseguire e rilanciare l’eco di quel grido accorato del Santo Padre contro ogni forma di prevaricazione e violenza mafiosa per ribadire il messaggio evangelico di Gesù che è conversione, amore e perdono. Per tale ricorrenza i Vescovi si sono dati appuntamento ad Agrigento per ribadire la scelta irreversibile delle Chiese di Sicilia contro la mentalità mafiosa. 


4. Solidarietà a Biagio Conte e alle persone in difficoltà 
È di questi giorni la scelta del missionario laico Biagio Conte di dormire, digiunare e vegliare nelle intemperie di questo freddo periodo sotto i portici delle Poste centrali di Palermo per “schiaffeggiare – come da lui affermato - l’indifferenza verso chi muore per strada da solo, chi non ha una casa, chi non ha un lavoro”. Una testimonianza che interpella tutti e non soltanto le istituzioni. I Vescovi manifestano la loro solidarietà e auspicano l’agire solerte di uomini e donne di buona volontà impegnati in politica unicamente per il bene comune. Come segno concreto i Vescovi di Sicilia sostengono la raccolta di firme organizzata sul sito change.org per unirsi all’appello di Biagio e impegnare tutte le istituzioni a dare corso ad azioni concrete in favore di famiglie e persone senza alloggio. 

5. Stipendi d’oro 
Vescovi, attenti ascoltatori del grido dei poveri, manifestano convinta condivisione alla denuncia di quanti, anche presbiteri, hanno evidenziato la distanza tra il sentire della nostra gente e le prospettive di chi è interessato a salvaguardare i privilegi economici di pochi burocrati, a discapito di chi non ha un livello di vita dignitoso. Per parte loro le Chiese di Sicilia assicurano che continueranno a venire incontro alle diverse povertà, nelle forme suggerite localmente dalla fantasia della carità, utilizzando anche le risorse derivanti dai fondi dell’otto per mille che i contribuenti destinano alla Chiesa Cattolica. 

6. Beatificazione don Luigi Sturzo
...



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Servizio TGR RAI SICILIA



Don Cosimo Scordato: 
"Caro Miccichè, la Sicilia è a pezzi: perché aumentare stipendi già d’oro?"
... Ci chiediamo: è proprio vero che nei posti di responsabilità le persone siano state scelte per competenza e professionalità, e non per appartenenza clientelare, mentre tanti giovani plurilaureati, per farsi apprezzare devono andare fuori dalla Sicilia?
Inoltre, se proprio vogliamo parlare di merito, c’è la difficoltà di scegliere a chi dare la precedenza; pensiamo allo stuolo di insegnanti che giorno dopo giorno (soprattutto nei quartieri popolari) si trovano a portare avanti i ragazzi in mezzo a tante difficoltà e qualche volta con rischio personale; pensiamo a tutte le persone impegnate in lavori umili e anonimi, dalla pulizia delle strade alla guida degli autobus, a tante persone che fanno i turni di notte; pensiamo al personale ospedaliero che, spesso in condizioni veramente precarie, porta avanti la responsabilità di salvaguardare la vita dei malati; pensiamo agli stessi impiegati del servizio pubblico che dietro gli sportelli debbono far fronte alle esigenze della gente; e come non ricordare i piccoli e medi imprenditori che, spesso schiacciati dalle tasse e da una concorrenza spietata, sono costretti ad abbassare la saracinesca vivendo tristemente in solitudine personale e familiare la propria sconfitta.
Cosa possiamo rispondere a tanti anziani che vivono con una pensione tra 600/800 euro; a tanti giovani dei call center che si debbono accontentare di 1000 euro (o spesso anche di meno!): ai lavoratori comuni che debbono sbarcare il lunario con 1.200 euro mensili quando a certi impiegati pubblici e alla stessa classe politica vengono garantiti dai 100.000 ai 400.000 euro l’anno? Non sarebbe giusto che ci fosse una certa eguaglianza/perequazione (o almeno una distanza minima) tra gli stipendi? Quel passaggio del suo discorso fa insinuare in noi il sospetto che tante volte la classe politica e l’alta burocrazia (nonostante la buona volontà di alcuni singoli) non sembra promuovere il bene comune e in comune tra tutti i cittadini; piuttosto, sembra promuovere prevalentemente se stessa."
...
Leggi tutto:
L'INTERVENTO. "Caro Miccichè, la Sicilia è a pezzi: perché aumentare stipendi già d’oro?"

Scordato a Miccichè: “Chi è sazio non può capire chi sta a digiuno…”

Leggi anche:
- Sicilia: Micciché a vescovi, basta strali contro politici


- Aumentano gli italiani in "fuga" all'estero: la Sicilia tra le regioni con più emigrati

CONTRO LA SENTINELLA di Raniero La Valle

CONTRO LA SENTINELLA 

di Raniero La Valle








Come la sentinella di Isaia, la sentinella del profeta, il papa ripete il suo grido di allarme: badate, "siamo al limite", se non raddrizzate le vostre vie una guerra nucleare può scoppiare anche per caso, per un incidente. Lo ha ripetuto nell'aereo che lo portava a un difficile viaggio in Cile e in Perù, e per l'occasione ha anche distribuito ai giornalisti una fotografia scattata a Nagasaki nel 1945, di un bambino che reca sulle spalle, per portarlo al crematorio, il fratellino morto grazie alla seconda bomba atomica americana sul Giappone, e accanto alla foto ha scritto: questi sono i frutti della guerra. Poi, sbarcato a Santiago, per prima cosa alla presidente Michelle Bachelet ha recato "il dono della pace" fondata sulla sinfonia delle differenze e sulla resistenza al "paradigma tecnocratico".
Francesco è l'unico ormai che fa un discorso che si prenda cura del futuro. 
E lo fa con gesti che ne svelano il motivo: è l'amore per i bambini, per l'universo umano, l'amore per l'uomo che rischia di morire suicida sulla sua Terra. Per questo il mondo che non vuole essere distolto dai propri interessi, quale che ne sia il costo, ce l'ha con il papa; e l'avversa e lo perseguita in tutti i modi, anche nei momenti più difficili.
Difficile è questo viaggio in America Latina, non solo per i Mapuche, che hanno tutte le ragioni, da secoli, per avercela con la Chiesa, ma per i violenti e gli integralisti che hanno messo piccole bombe e appiccato piccoli incendi nelle chiese per protestare contro di lui. Ma è proprio vero che queste sono piccole bombe, bombe private, al paragone di quelle grandi, pubbliche, i cui frutti ci narrano le foto? Non è forse vero che, dietro, gli scenari, i moventi sono gli stessi?
Il viaggio del papa è difficile, anche perché va lì, ma passa sopra il suo Paese, non va in Argentina, dove un presidente eletto, Mauricio Macri, usa violenza contro il suo popolo, anche se una violenza diversa da quella degli ammiragli e dei colonnelli. E naturalmente c'è chi ne approfitta per sobillare anche una protesta di argentini contro il papa. E questi trovano una sponda a Roma, un'eco, o magari il contrario: l'eco sta lì e la gola sta qua. Fatto sta che il blog antipapista dell'Espresso, gestito da Sandro Magister, ha pubblicato un pamphlet anonimo, in spagnolo, di "un argentino credente cattolico romano" che accusa il papa di avere in questi cinque anni avviato un processo "de dilapidación, de deconstrucción" della Chiesa e dice che quello che per gli argentini poteva essere un privilegio e un'opportunità, che il papa cioè fosse un argentino, sarebbe diventato un peso e "una vergogna".
Mai si era scesi fin qui nella lotta antipapista. E ciò sia detto perché si capisca la posta in gioco, e come debba essere vigilante la fede.

(16 gennaio 2018)


Leggi anche il post già pubblicato:
VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN CILE E PERÙ 15-22 GENNAIO 2018 / 1 - Partenza e incontro con i giornalisti

giovedì 18 gennaio 2018

Papa Francesco unisce in matrimonio Carlos e Paula hostess e steward durante il volo da Santiago a Iquique

Per la prima volta, un Pontefice celebra delle nozze in aereo. 
Papa Francesco ha unito in matrimonio una hostess e uno steward cileni della compagnia Latam


 


"E' una gioia immensa. Essere sposati dal Papa su un aereo: non c'è niente di più bello per una coppia che si ama", ha dichiarato Carlos Cuffando Elorriaga. "E' avvenuto tutto in modo spontaneo, non c'era niente di preparato. Il Papa ha ascoltato la nostra storia e ha deciso di celebrare le nozze", ha aggiunto. 
Sul certificato matrimoniale si legge: "Il 18 gennaio 2018, durante il volo papale da Santiago a Iquique, il Sig. Carlos Ciuffardi Elorriaga e la Sig.ra Paula Podest Ruiz hanno contratto matrimonio, alla presenza del testimone Ignacio Cueto. Il Santo Padre Papa Francesco ha raccolto il consenso". 

Francesco in aereo celebra il matrimonio tra hostess e steward

Il Papa ha unito in matrimonio religioso una hostess e uno steward cileni, sposati civilmente e genitori di due figli. Un fuoriprogramma nel volo interno da Santiago a Iquique nel Nord

Il Papa celebra il matrimonio in volo (foto Osservatore Romano)

Un matrimonio al volo. Cercavano una benedizione dal Papa ma il Papa li ha sposati seduta stante. Paula Podest e Carlos Ciuffati hostess e steward della compagnia Latam si sono ritrovati sposi ad alta quota sul volo papale da Santiago del Cile a Iquique. A raccontarlo ai giornalisti sono stati gli stessi novelli sposi che raggianti hanno poi comunicato a tutti quello che era accaduto più avanti, vicino alla cabina di comando dell’aereo.


Ci siamo avvicinati al Papa – racconta Carlos - per chiedere una benedizione per il nostro matrimonio che avevamo intenzione di fare anche in chiesa. Gli abbiamo detto che eravamo sposati civilmente e che avevamo pianificato tutto per sposarci anche in parrocchia ma la chiesa era crollata per il terremoto nel 2010». «Siete già sposati civilmente?» ha chiesto il Papa. «E tu – ha detto a Carlos – sei sicuro? Siete sicuri di volerlo?».

«Bueno - ha detto il Papa - allora vi sposo io!». Così è scattata la proposta del matrimonio al momento.
Il bacio tra gli sposi (foto Ansa)

Carlos ha raccontato che a fare da testimone è stato il presidente della compagnia aerea Latam, Ignacio Queto, che ha posto la sua firma su un pezzo di carta per la ratifica del matrimonio valido.

La coppia di 39 anni che vive a Santiago del Cile ha già due bambine Rafale e Isabela. Ora sono marito e moglie anche per la Chiesa cattolica perché per la prima volta un Papa ha celebrato un matrimonio in volo.

LA GIOIA DEGLI SPOSI IN UN VIDEO
(fonte: Avvenire)

Il racconto dello sposo



VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN CILE E PERÙ 15-22 GENNAIO 2018 / 5 - Incontro con i Religiosi: "Il Popolo di Dio non aspetta né ha bisogno di noi come supereroi, aspetta pastori, uomini e donne consacrati, che conoscano la compassione, che sappiano tendere una mano, che sappiano fermarsi davanti a chi è caduto e, come Gesù, aiutino ad uscire da quel giro vizioso di “masticare” la desolazione che avvelena l’anima." - Incontro con i Vescovi: "La missione è di tutta la Chiesa e non del prete o del vescovo... Diciamolo chiaramente, i laici non sono i nostri servi, né i nostri impiegati. Non devono ripetere come “pappagalli” quello che diciamo."


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN CILE E PERÙ
15-22 GENNAIO 2018


Martedì 16 gennaio 2018
SANTIAGO

17.15Incontro con i Sacerdoti, Religiosi/e, Consacrati e Seminaristi nella Cattedrale di Santiago
18.15Incontro con i Vescovi nella Sagrestia della Cattedrale
19.15Visita privata al Santuario di San Alberto Hurtado, SJ
Incontro privato con i Sacerdoti della Compagnia di Gesù

INCONTRO CON SACERDOTI, RELIGIOSI E RELIGIOSE, CONSACRATI E SEMINARISTI
Cattedrale di Santiago del Cile


Immensa la gioia con cui Papa Francesco è stato accolto nella Cattedrale di Santiago per l’incontro con i sacerdoti, i consacrati e i seminaristi. Un’“alegria”, come si dice in spagnolo, espressa da quel “L’abbiamo aspettata tanto” del card. arcivescovo di Santiago, Ricardo Ezzati, nel Saluto d’inizio.





  
 Pietro - Comunità
E’ con il binomio “Pietro - Comunità” declinato secondo tre esperienze fondamentali, che Papa Francesco inizia il suo discorso ai sacerdoti, consacrati e seminaristi: Gioco con questo binomio Pietro-comunità poiché l’esperienza degli apostoli ha sempre questo duplice aspetto, quello personale e quello comunitario. Vanno insieme e non li possiamo separare. Siamo, sì, chiamati individualmente, ma sempre ad esser parte di un gruppo più grande. Non esiste il “selfie vocazionale”. La vocazione esige che la foto te la scatti un altro: che possiamo farci?

Pietro abbattuto - la Comunità abbattuta
Il Papa ricompone la scena, presentata dai Vangeli, in cui i discepoli ancora non sono consapevoli della Resurrezione di Gesù: I discepoli ritornano alla loro terra. Vanno a fare quello che sapevano fare: pescare. Non c’erano tutti, solo alcuni. Divisi? Frammentati? Non lo sappiamo. Quello che ci dice la Scrittura è che quelli che c’erano non hanno pescato niente. Hanno le reti vuote.

Il turbamento per la morte di Gesù
Parallelamente, spiega il Papa, c’è il grande turbamento interiore dei discepoli per “la morte del loro Maestro”: Pietro lo aveva rinnegato, Giuda lo aveva tradito, gli altri erano fuggiti o si erano nascosti. Solo un pugno di donne e il discepolo amato erano rimasti. Sono le ore dello smarrimento e del turbamento nella vita del discepolo.

La zizzania del male
Da qui e citando le parole dell’Arcivescovo di Santiago del Cile, Francesco fa riferimento agli scandali di cui si sono macchiati alcuni presbiteri e si cala nella sofferenza delle vittime, delle loro famiglie e nel dolore di quella parte di comunità ecclesiale sempre fedele: Conosco il dolore che hanno significato i casi di abusi contro minori e seguo con attenzione quanto fate per superare questo grave e doloroso male. Dolore per il danno e la sofferenza delle vittime e delle loro famiglie, che hanno visto tradita la fiducia che avevano posto nei ministri della Chiesa. Dolore per la sofferenza delle comunità ecclesiali; e dolore anche per voi, fratelli, che oltre alla fatica della dedizione, avete vissuto il danno provocato dal sospetto e dalla messa in discussione, che in alcuni o in molti può aver insinuato il dubbio, la paura e la sfiducia.

Il cambiamento delle società
Lo sguardo del Papa si apre a questo punto anche alla realtà del Cile, ai cambiamenti del Paese e alle sfide di fronte alle quali a volte ci si chiude, incapaci di affrontarle e dimenticando che il Vangelo è un cammino di conversione per tutti: Ci dimentichiamo che la terra promessa sta davanti. Che la promessa è di ieri, ma per domani. E possiamo cadere nella tentazione di chiuderci e isolarci per difendere le nostre posizioni che finiscono per essere nient’altro che bei monologhi. E’ a questo punto che Francesco chiude la prima riflessione con una domanda: Cosa è rimasto di quei discepoli forti, coraggiosi, vivaci, che si sentivano scelti e avevano lasciato tutto per seguire Gesù?

Pietro perdonato - La Comunità perdonata
Il Papa, ripercorrendo la vicenda di Pietro, "il leader" "tanto peccatore quanto gli altri" e che “deluse Colui al quale aveva giurato protezione”, spiega come e perché viene interrogato da Cristo “con una domanda di amore”: Mi ami? Gesù non usa né il rimprovero né la condanna. L’unica cosa che vuole fare è salvare Pietro. Lo vuole salvare dal pericolo di restare rinchiuso nel suo peccato, di restare a ‘masticare’ la desolazione frutto del suo limite.

Fare memoria della misericordia di Dio
Gesù, prosegue Papa Francesco, con quella domanda vuole aiutare l’apostolo a discernere e a trovare quella “risposta realistica” che “lo fa diventare definitivamente suo apostolo”. Citando le Scritture: “Un cosa sola: ci è stata usata misericordia”, l’invito è dunque quello di fare memoria: Siamo inviati con la consapevolezza di essere uomini e donne perdonati. E questa è la fonte della nostra gioia. Siamo consacrati, pastori nello stile di Gesù ferito, morto e risorto. Il consacrato è colui e colei che incontra nelle proprie ferite i segni della Risurrezione; che riesce a vedere nelle ferite del mondo la forza della Risurrezione; che, come Gesù, non va incontro ai fratelli con il rimprovero e la condanna. 

Non nascondere le piaghe
Ed è proprio nella consapevolezza di essere piagati che, sottolinea Papa Francesco, “ci si libera dal diventare autoreferenziali, di credersi superiori”: Ci libera da quella tendenza 'prometeica di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato'. “In Gesù - aggiunge - le nostre piaghe sono risorte. Ci rendono solidali; ci aiutano a distruggere i muri che ci imprigionano”. Proseguendo con una frase di San Alberto Hurtado, chiosa concludendo la seconda riflessione: Il Popolo di Dio non aspetta né ha bisogno di supereroi, aspetta pastori, consacrati, che conoscano la compassione, che sappiano tendere una mano, che sappiano fermarsi davanti a chi è caduto e, come Gesù, aiutino ad uscire da quel giro vizioso di “masticare” la desolazione che avvelena l’anima.

Pietro trasfigurato - La Comunità trasfigurata
Conoscere Pietro abbattuto per conoscere Pietro trasfigurato è l’invito a passare dall’essere una Chiesa di abbattuti desolati a una Chiesa servitrice di tanti abbattuti che vivono accanto a noi. Ma perché il Regno di Dio sia presente, prosegue il Papa, è necessario “che il povero, il denudato, il malato, il carcerato, il senzatetto” abbiano “la dignità di sedersi alle nostre tavole, di sentirsi ‘a casa’ tra noi, di sentirsi in famiglia. “Rinnovare la profezia”, dunque, “è rinnovare il nostro impegno a non aspettare un mondo ideale” perché “non si amano le situazioni, né le comunità ideali, si amano le persone”.

Il riconoscimento dei propri errori
Prima di salutare i presenti, Francesco ribadisce come nel riconoscimento dei propri errori e limiti, il Signore rinnovi i cuori e le comunità ecclesiastiche anche quando attraversano tempi oscuri. Tornare alla fonte del Vangelo, aggiunge, è quindi la via maestra per rinascere. Sul modello del Cardinal Raúl Silva Henríquez, e con le parole di una preghiera molto amata, il Papa conclude invitando l’intera assemblea a preparare nel cuore “una specie di testamento spirituale” e a rinnovare il proprio sì a Dio: Vogliamo rinnovare il nostro “sì”, ma in modo realistico, perché basato sullo sguardo di Gesù. Vi invito quando tornate a casa a preparare nel vostro cuore una specie di testamento spirituale, sul modello di quello del Cardinal Raúl Silva Henríquez. Quella bella preghiera che inizia dicendo: ‘La Chiesa che io amo è la Santa Chiesa di tutti i giorni… la tua, la mia, la Santa Chiesa di tutti i giorni…’
(fonte: Radio Vaticana)


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INCONTRO CON I VESCOVI
Sagrestia della Cattedrale di Santiago del Cile

È cominciato con un saluto a mons. Bernardino Piñera Carvallo, che quest’anno compirà 60 anni di episcopato, il discorso ai vescovi, una cinquantina, incontrati nella sagrestia della cattedrale di Santiago subito dopo il clero locale.



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 Il testo integrale del discorso

Cari fratelli,

ringrazio per le parole che il Presidente della Conferenza Episcopale mi ha rivolto a nome di tutti voi.

Prima di tutto desidero salutare Mons. Bernardino Piñera Carvallo, che quest’anno compirà 60 anni di episcopato (è il Vescovo più anziano del mondo, tanto in età come in anni di episcopato) e che ha vissuto quattro sessioni del Concilio Vaticano II. Bella memoria vivente!

Tra poco si compirà un anno dalla vostra visita ad limina; adesso tocca a me venirvi a visitare e sono contento che questo incontro avvenga dopo quello che ho avuto con il “mondo consacrato”. Poiché uno dei nostri compiti principali consiste proprio nello stare vicini ai nostri consacrati, ai nostri presbiteri. Se il pastore si disperde, anche le pecore si disperderanno e saranno alla portata di qualsiasi lupo. Fratelli, la paternità del vescovo con i suoi sacerdoti, col suo presbiterio! Una paternità che non è né paternalismo né abuso di autorità. E’ un dono da chiedere. State vicini ai vostri sacerdoti nello stile di San Giuseppe. Una paternità che aiuta a crescere e a sviluppare i carismi che lo Spirito ha voluto effondere sui vostri rispettivi presbitèri.

So che eravamo rimasti d’accordo per usare poco tempo perché già nei colloqui delle due lunghe sessioni della visita ad limina abbiamo toccato molti temi. Perciò in questo “saluto” mi piacerebbe riprendere qualche punto dell’incontro che abbiamo avuto a Roma, e lo potrei riassumere nella seguente frase: la coscienza di essere popolo, di essere Popolo di Dio.

Uno dei problemi che affrontano oggigiorno le nostre società è il sentimento di essere orfani, cioè di non appartenere a nessuno. Questo sentire “postmoderno” può penetrare in noi e nel nostro clero; allora incominciamo a pensare che non apparteniamo a nessuno, dimentichiamo che siamo parte del santo Popolo fedele di Dio e che la Chiesa non è e non sarà mai un’élite di consacrati, sacerdoti o vescovi. Non possiamo sostenere la nostra vita, la nostra vocazione o ministero senza questa coscienza di essere Popolo. Dimenticarci di questo – come mi esprimevo rivolgendomi alla Commissione per l’America Latina – «comporta vari rischi e deformazioni nella nostra stessa esperienza, sia personale sia comunitaria, del ministero che la Chiesa ci ha affidato». La mancanza di consapevolezza di appartenere al Popolo fedele di Dio come servitori, e non come padroni, ci può portare a una delle tentazioni che arrecano maggior danno al dinamismo missionario che siamo chiamati a promuovere: il clericalismo, che risulta una caricatura della vocazione ricevuta.

La mancanza di consapevolezza del fatto che la missione è di tutta la Chiesa e non del prete o del vescovo limita l’orizzonte e, quello che è peggio, limita tutte le iniziative che lo Spirito può suscitare in mezzo a noi. Diciamolo chiaramente, i laici non sono i nostri servi, né i nostri impiegati. Non devono ripetere come “pappagalli” quello che diciamo. «Il clericalismo lungi dal dare impulso ai diversi contributi e proposte, va spegnendo a poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli. Il clericalismo dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il Popolo fedele di Dio (cfr Lumen gentium, 9-14) e non solo a pochi eletti e illuminati».

Vigiliamo, per favore, contro questa tentazione, specialmente nei seminari e in tutto il processo formativo. Vi confesso, mi preoccupa la formazione dei seminaristi: che siano pastori al servizio del Popolo di Dio; come dev’essere un pastore, con la dottrina, con la disciplina, con i Sacramenti, con la vicinanza, con le opere di carità, ma che abbiano questa coscienza di Popolo. I seminari devono porre l’accento sul fatto che i futuri sacerdoti siano capaci di servire il santo Popolo fedele di Dio, riconoscendo la diversità di culture e rinunciando alla tentazione di qualsiasi forma di clericalismo. Il sacerdote è ministro di Cristo, il quale è il protagonista che si rende presente in tutto il Popolo di Dio. I sacerdoti di domani devono formarsi guardando al domani: il loro ministero si svilupperà in un mondo secolarizzato e, pertanto, chiede a noi pastori di discernere come prepararli a svolgere la loro missione in questo scenario concreto e non nei nostri “mondi o stati ideali”. Una missione che avviene in unione fraterna con tutto il Popolo di Dio. Gomito a gomito, dando impulso e stimolando il laicato in un clima di discernimento e sinodalità, due caratteristiche essenziali del sacerdote di domani. No al clericalismo e a mondi ideali che entrano solo nei nostri schemi ma che non toccano la vita di nessuno.

E qui chiedere allo Spirito Santo il dono di sognare; per favore, non smettete di sognare, sognare e lavorare per una opzione missionaria e profetica che sia capace di trasformare tutto, affinché le abitudini, gli stili, gli orari, il linguaggio ed ogni struttura ecclesiale diventino strumenti adatti per l’evangelizzazione del Cile più che per un’autoconservazione ecclesiastica. Non abbiamo paura di spogliarci di ciò che ci allontana dal mandato missionario. Fratelli, era questo che volevo dirvi come riassunto delle cose principali di cui abbiamo parlato nel corso delle visite ad limina. Affidiamoci alla protezione di Maria, Madre del Cile. Preghiamo insieme per i nostri presbiteri, per i nostri consacrati; preghiamo per il santo Popolo fedele di Dio, del quale facciamo parte. Grazie!

Guarda il video integrale dell'incontro


INCONTRO PRIVATO CON SACERDOTI DELLA COMPAGNIA DI GESÙ
E VISITA PRIVATA AL SANTUARIO SAN ALBERTO HURTADO

Accolto da 90 gesuiti del Cile, Papa Francesco ha visitato privatamente nel tardo pomeriggio il santuario di San Alberto Hurtado a Santiago, ultimo appuntamento di questa sua prima giornata nella capitale cilena. Bergoglio si è intrattenuto per un colloquio privato con i confratelli, poi ha visitato il memoriale dedicato al religioso della Compagnia di Gesù vissuto nella prima metà del Novecento, fondatore degli “Hogar di Cristo”, le case di accoglienza per gli emarginati. 

Proprio 40 assistiti degli Hogar - tra cui alcuni disabili e immigrati - hanno atteso il Pontefice fuori dal santuario per un breve saluto ed uno scambio di doni. Il cappellano, padre Pablo Walker, S.I., ha presentato al Papa i volontari dicendo: «Lei ci ha detto che c'è una solidarietà speciale tra coloro che hanno sofferto, e qui abbiamo alcuni fratelli che per diversi motivi hanno esercitato quella solidarietà perché hanno sofferto in qualche modo la povertà o l’esclusione». 

Quindi una volontaria, Liliana López, ha riportato davanti al Papa la sua personale testimonianza raccontando che da dieci anni, a Puente Alto, offrono un piatto caldo ad oltre 100 persone che non sanno altrimenti dove mangiare: «Per noi la solidarietà - ha spiegato - non significa solo dare qualcosa di materiale a chi lo necessita, ma anche ascoltare e accompagnare. Perché, molte volte, un abbraccio è più utile di dare qualcosa». 

A Francesco sono stati offerti alcuni dolci locali e il mate (tipica bevanda argentina, ndr) che ha benedetto con una preghiera spontanea: «Il Signore benedica questo cibo che condividiamo e che è stato preparato da voi stesso. Benedica le mani che l’hanno preparato, le mani che lo condividono e le mani che lo ricevono. Benedica il Signore il cuore di tutti noi. E che questa condivisione ci insegni a condividere il cammino, a condividere la vita e a condividere il Cielo, quando sarà il momento. Grazie». Il Papa ha poi scherzato: «Occhio, che nella benedizione non ho chiesto che non faccia male al fegato, perchè ha un ottimo profumo!», concludendo l’incontro con la recita del Padre Nostro. 

Subito dopo il Pontefice ha visitato il complesso dedicato al Santo cileno, morto a soli 51 anni a causa di una grave malattia, beatificato da Giovanni Paolo II il 14 ottobre 1994 e canonizzato da Benedetto XVI il 23 ottobre 2005. Il santuario custodisce numerosi oggetti di uso quotidiano del religioso, tra cui la famosa «camioneta verde», il furgoncino Ford con cui portava aiuto ai poveri della città. Un modellino della vettura è stato regalato al Papa da una giornalista di Cnn Chile durante il volo di andata da Roma. 

Al santuario, Francesco ha infine lasciato in dono un quadro di Gesù Misericordioso dipinto da Terezia Sedlakova, chiaramente ispirato alla nota immagine di Suor Maria Faustina Kowalska.



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Vedi anche i post precedenti:

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – 18-25 gennaio 2018 - Primo giorno

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 
– 18-25 gennaio 2018 - 

Si celebra dal 18 al 25 gennaio la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “Potente è la tua mano, Signore (Es 15,6)” è il tema di quest’anno. Per redigere il sussidio che accompagna il cammino, a cura della Società Biblica, sono state scelte le chiese dei Caraibi.

La Presentazione del fascicolo italiano porta le firme di monsignor Ambrogio Spreafico, Presidente della Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo della CEI, del Pastore Luca Maria Negro, Presidente Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e del Metropolita Gennadios, Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta ed Esarca per l’Europa Meridionale.

“Siamo in un mondo difficile – vi si legge – , dove la violenza delle guerre, del terrorismo, della criminalità, la violenza e l’ingiustizia nei confronti dei poveri segnano la vita di tanti. Non si può rimanere indifferenti, come se l’abisso del male non toccasse le nostre comunità. Soprattutto nelle nostre chiese dell’Europa occorre risvegliare la coscienza della forza del male e mettersi in ascolto del grido dei poveri e anche del grido di dolore della nostra madre terra, violentata e inquinata dagli interessi di pochi”.

Il testo del sussidio è disponibile sul sito dell’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.

LETTURE BIBLICHE E COMMENTO
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA

Primo giorno

Amate lo straniero come voi stessi. Ricordatevi che anche voi siete stati stranieri in Egitto

Levitico 19, 33-34 Dovete amare lo straniero come voi stessi
Salmo 146 [145], 1-10 Il Signore protegge lo straniero
Ebrei 13, 1-3 Ci furono alcuni che, facendo così, senza saperlo ospitarono degli angeli
Matteo 25, 31-46 Ero forestiero e mi avete ospitato nella vostra casa


Dopo essere diventata la prima “Indipendent Black Republic” Haiti estese ospitalità ad altri popoli schiavi alla ricerca della libertà. I tempi recenti hanno portato severe difficoltà economiche agli haitiani, molti dei quali hanno dovuto lasciare le loro case affrontando viaggi pericolosi nella speranza di una vita migliore. In molti casi hanno trovato inospitalità e barriere legali. Il Consiglio delle chiese dei Caraibi si è impegnato nella difesa contro queste nazioni che stanno restringendo o privando gli haitiani del diritto di cittadinanza.

Commento

Dietro alle istruzioni della Legge che il popolo di Dio deve essere ospitale con lo straniero che vive con loro, si trova il ricordo degli Israeliti di essere stati stranieri nella terra d’Egitto.

La memoria del proprio esilio aveva il compito di suscitare empatia e solidarietà verso gli esiliati del loro tempo e gli stranieri. Come Israele, la nostra comune esperienza cristiana dell’azione salvifica di Dio procede di pari passo con il ricordo dell’alienazione e dell’estraneamento – nel senso di estraneamento da Dio e dal suo regno. Il ricordare cristiano ha implicazioni etiche. Dio ha ricostituito la nostra dignità in Cristo, e ci ha resi cittadini del suo regno, non perché avessimo fatto qualcosa per meritarlo, ma per un suo libero dono di amore. Anche noi siamo chiamati a fare altrettanto, liberamente e motivati dall’amore. L’amore cristiano significa amare come il Padre, quindi riconoscere e dare dignità, e aiutare a portare guarigione nella famiglia umana ferita.

Preghiera

O Dio eterno,
Tu non appartieni ad alcuna cultura né ad alcuna terra, ma sei Signore di tutte,
tu ci chiami ad accogliere tra noi lo straniero.
Aiutaci con il tuo Spirito
a vivere come fratelli e sorelle,
accogliendo tutti nel tuo nome,
e vivendo nella giustizia del tuo regno.
Te lo chiediamo nel nome di Gesù. 
Amen.

Inno The Right Hand of God (La mano di Dio)

La mano di Dio
semina la terra;
essa pianta semi di libertà, speranza e amore.
In ogni terra e in ogni popolo
lasciamo che i bimbi si prendano per mano
e siano una cosa sola nella mano di Dio.