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lunedì 21 agosto 2017

“Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati” - Il messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018 (14 gennaio)

Il Papa: proteggere i migranti, nazionalità alla nascita

Il messaggio per la prossima Giornata dei migranti. Visti umanitari, ricongiungimenti familiari, prima sistemazione decorosa, libertà di movimento: raccomandate quattro «azioni».


Quattro azioni per cercare di affrontare il tema dei migranti e dei rifugiati salvaguardando - sempre e in primo luogo - la dignità della persona. Papa Francesco ha scelto la giornata odierna per diffondere il testo del suo Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che la Chiesa cattolica celebrerà il prossimo 14 gennaio 2018. Un testo ricco di proposte e azioni concrete, che Francesco offre all'analisi e allo studio della comunità cristiana e di quella internazionale. Del resto, ricorda lo stesso Pontefice "nei primi anni di pontificato ho ripetutamente espresso speciale preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati". Una preoccupazione che lo ha portato a tenere sotto la propria guida quella sezione dedicata ai migranti istituita con la creazione del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano e integrale.

Papa Francesco durante la sua visita a Lampedusa, primo viaggio del suo pontificato

Quattro azioni: accogliere

Ecco allora i quattro verbi-azione che il Papa propone: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Per ognuno di loro il Messaggio offre anche indicazioni pratiche su come attuare questo invito. L'accogliere diventa "innanzitutto offrire a migranti e rifugiati ingresso sicuro e legale nei Paesi di destinazione" in modo che si sfugga al traffico di esseri umani. Sì, dunque, a visti umanitari, ai ricongiungimenti familiari, alla creazione di corridoi umanitari, alla formazione del personale di frontiera perché sappia operare nel rispetto della dignità umana. Forte chiaro il no a "esplusioni collettive e arbitrarie".

Papa Francesco celebra Messa per la comunità di Lampedusa

Proteggere il loro cammino

Anche il proteggere viene declinato dal Papa con alcune proposte operative concrete. In primo luogo l'informazione, sia in Patria sia nei luoghi in cui si recheranno, per evitare "pratiche di reclutamento illegale". Ma anche con il riconoscimento e la valorizzazione delle "capacità e delle competenze dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati", che rappresentano "una vera risorsa per le comunità che li accolgono". Dunque integrazione passando dal mondo del lavoro, perché in esso vi è anche la dignità dell'uomo. Un pensiero il Papa lo rivolge anche ai minori, specialmente quelli non accompagnati, affinché, in assenza di documenti reali, diventino apolidi. Il Papa chiede che nel rispetto del diritto universale a una nazionalità «questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita».

Promuovere la dignità della persona

Promuovere è il terzo verbo-azione indicato dal Messaggio. In questo punto il Papa invita la comunità che accoglie di "mettere queste persone in condizione di realizzarsi come persone in tutte le loro dimensioni", compresa quella religiosa, garantendo "a tutti gli stranieri presenti sul territorio la libertà di professioni e pratica religiosa". E ancora una volta l'integrazione lavorativa è una azione da promuovere con sempre maggior efficacia.

Integrare, cioè incontrarsi

Non meno importante la quarta pista di lavoro: integrare. Questo non vuole dire affatto assimilare, precisa papa Francesco nel suo messaggio, ma "aprirsi a una maggior conoscenza reciproca per accogliere gli aspetti validi" di cui ogni cultura è portatrice. Ecco allora l'invito ad accellerare questo processo anche "attraverso l'offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel Paese".

Forze di polizia schierate al confine tra Serbia e Macedonia contro i migranti

La responsabilità degli Stati

Non manca infine un chiaro e diretto richiamo alla responsabilità degli Stati di tutto il mondo che, ricorda il Papa, "durante il vertice all'Onu nel settembre 2016 hanno espresso chiaramente la loro volontà di prodigarsi a favore di migranti e dei rifugiati". Forte anche l'invito alla comunità cristiana "ad approfittare di ogni occasione per condividere questo messaggio con tutti gli attori politici e sociali che sono coinvolti al processo che porterà all'approvazione dei patti globali, così come si sono impegnati a fare entro la fine del 2018".





L’urlo dei musulmani: "Sono assassini, non musulmani" "L'Islam vero non è questo, la violenza nasce dall'ignoranza"

"Sono assassini, non musulmani"

E' il grido lanciato sulla Rambla, teatro dell'attentato terroristico di matrice islamica, da alcuni cittadini musulmani residenti a Barcellona.

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Diverse decine di musulmani hanno preso parte anche a Madrid ad una manifestazione organizzata dal Centro culturale islamico di Fuenlabrada per dire "no al terrorismo" dopo gli attentati a Barcellona e a Cambrils. Diverse persone, fra cui alcune donne, si sono sono radunate alla piazza Puerta del Sol imbracciando cartelli e striscioni con su scritto: "Not in my name" (Non nel mio nome).


L’urlo dei musulmani
“Questo non è Islam” 

Trafitta da raggi di luce colorata, in una basilica psichedelica dove si prega per le vittime della Rambla, c’è anche una fedele musulmana, Fatma Coskun, una donna di 47 anni che dice: «Prego anche io con tutti voi, per una pace comune ». Messa solenne e cantata, nella Sagrada Familia dove sono arrivati anche Filippo e Letizia, mesti come tutti, travolti dal caldo e dalla fatica di questi giorni, pur essendo i re di Spagna. I morti di giovedì sono ancora freschi, la botta è stata enorme e la stravagante meravigliosa chiesa di Gaudì è presidiata dentro e fuori per chilometri, soltanto polizia e ambulanze, metal detector, c’è paura. Ma Fatma è tranquilla, convinta che «Allah non vuole il terrorismo, non vuole che si uccidano i bambini e le famiglie. Questa violenza è inutile, l’odio non serve a niente»
« No en mi nombre », non nel mio nome, gridano i musulmani che manifestano sulla Rambla, che vogliono dissociarsi dai terroristi e che credono in quello che dice il cardinale Joan Josep Omella dal pulpito: «Bisogna stare tutti uniti, questo è un bel mosaico su cui si costruisce la società. Bisogna lavorare per la pace, il rispetto e la convivenza fraterna». Lo dice anche papa Francesco, che ha mandato la benedizione apostolica e un messaggio: l’attentato è «un’offesa gravissima al Creatore », comunque esso si chiami
Ma ora molti, nel popolo musulmano catalano, hanno la paura addosso. Sono due milioni, in Spagna, il 57 per cento qui, nella fascia che va da Girona a Màlaga, e vedono spuntare le prime scritte sui muri, « Vais a morir, putos moros ». « Morireis », come ai tempi di Isabella la Cattolica. «Stop Islam!», « Asesinos, la vais a pagar », e via dicendo. Chi è stato? I cristiani, certo. E quindi, anche se il cardinale Omella ricorda di aver «visitato in questi giorni alcune famiglie musulmane, colpite dall’attentato, gente in lacrime, disperata», eppure si temono rappresaglie, che dalle scritte si passi ai fatti. 
A pochi chilometri dalla Sagrada Familia c’è il quartiere El Clot, popolare, molti i musulmani, «non un ghetto, qui tutti lavorano, qui siamo tutti barcellonesi », racconta Walaa, 43 anni, ingegnere egiziano/spagnolo in città dal 1987, per 12 anni insegnante di materie tecniche nella scuola dei Gesuiti. Walaa dice che «i cristiani ci odiano dall’11 settembre. I terroristi della Rambla? Giovani pazzi, indottrinati da uno sciagurato imam. I ragazzini sono pericolosi, anche se cresciuti in famiglie normali come le nostre. Io li vedo, gli studenti. Non fanno niente, non giocano neanche a calcio o a basket. Hanno un cervello piccolo, vivono una vita parallela su Facebook, dove gira di tutto», e da un giorno all’altro «diventano ultrareligiosi, fanatici. Spesso usano droghe, e anche quello li aiuta a diventare aggressivi, feroci». 
Al numero 1 del carrer Rafael Capdevila c’è il Centro Cultural Islamico Catalan. Davanti al portone di legno intarsiato sta Sheik Mahmud, l’imam. «Nella preghiera di venerdì ho detto a tutti che i terroristi sono il peggio del mondo. Loro distruggono, uccidono. Ma la prima parola dell’Islam è pace, e le armi sono proibite, l’ha detto il profeta Maometto: niente pugnali. E anche un van può essere un’arma». 
Al Centro si lavora per la manifestazione di stasera: oltre 40 comunità musulmane della Catalogna si troveranno per ripetere a tutti che loro non c’entrano, anzi condannano, « como humanos, españoles y musulmanes » e questo costa loro caro, perché «cominciano ad arrivare le minacce su Facebook», dice Walaa, e insomma non si sta tranquilli, neanche in un quartiere dove il mix funziona, da anni, si vive bene, «perché succedono queste cose?». 
«Io volevo scusarmi per quello che era appena successo, per i morti, i feriti. Allora sono andata a donare il sangue in ospedale, nella notte», dice Azra. Bosniaca/ barcellonese, fuggita da Sarajevo 22 anni fa, dove ha visto di tutto, «ora mi ritrovo in un’altra guerra, più grande. Una nuova tragedia che non finisce più». 
E Carolina, mamma di 38 anni che porta il bambino a spasso per El Clot, senza hijab, «me lo metto solo per pregare », dice che lei si vergogna, «per questi che credono nella violenza, che per noi non è un valore, sia ben chiaro». 
Poco lontano passa Jeva, casalinga di 40 anni nata nel Sahara, in Marocco. Giovedì sera era a casa, «ho sentito tutto, i miei figli Mohamed e Raduan erano fuori, stavo impazzendo dalla paura». Poi sono tornati. «Piangevano, e io con loro», e al pensiero si rimette a piangere, la gente si gira a guardarla, è una povera donna che ha paura di morire.

Una quarantina di persone della comunità musulmana di Ripoll si sono ritrovate sabato davanti al comune della cittadina catalana, per condannare fermamente gli attacchi terroristici di Barcellona e Cambrils. ‘‘No en el meu nom’‘ (non nel mio nome) il messaggio lanciato dai partecipanti, tra i quali c’era anche Hannou Ghanimi, madre del ricercato numero 1, Younes Abouyaaqoub. “Deve recarsi al commissariato. Preferisco che vada in prigione piuttosto che sia morto. Non voglio che uccida, l’Islam non significa uccidere persone. L’Islam è pace e amore’‘, queste le parole della madre, accompagnata da una cugina di Younes. E’ sconvolta anche Halima, madre di Mohamed e Omar Hychami, entrambi uccisi giovedì notte dalla polizia a Cambrils: “Mohammed mi ha detto che era in vacanza fino al 27 agosto. Gli ho chiesto dove era e mi ha risposto che era al mare, con gli amici. Mi chiamava spesso’‘. E’ una comunità distrutta e che non si spiega come dei giovani come i propri figli, cugini o amici abbiano potuto compiere un atto così atroce da soli.

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"L'Islam vero non è questo, la violenza nasce dall'ignoranza"

A nemmeno un chilometro dalla grande Rambla di Barcellona c'è un'altra Rambla, quella del Raval. Ma è una Rambla molto diversa: questo è il quartiere più "multietnico" di Barcellona e quello con la più alta concentrazione di musulmani del centro storico, con ben cinque piccole moschee. L'attacco sulla Rambla rivendicato dallo Stato islamico suscita sgomento, rabbia e preoccupazione fra i molti commercianti della zona, che sono uniti nel rivendicare che il vero Islam non è quello dei terroristi.
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Le parole di Papa Francesco all'Angelus di domenica 20/08/2017
Cari fratelli e sorelle,
nei nostri cuori portiamo il dolore per gli atti terroristici che, in questi ultimi giorni, hanno causato numerose vittime, in Burkina Faso, in Spagna e in Finlandia. Preghiamo per tutti i defunti, per i feriti e per i loro familiari; e supplichiamo il Signore, Dio di misericordia e di pace, di liberare il mondo da questa disumana violenza. Preghiamo insieme in silenzio e, dopo, la Madonna.

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«E' l’amore che muove la fede e la fede diventa il premio dell’amore » Papa Francesco, Angelus del 20 agosto 2017 (Testo e video)

ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 20 agosto 2017


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di oggi (Mt 15,21-28) ci presenta un singolare esempio di fede nell’incontro di Gesù con una donna cananea, una straniera rispetto ai giudei. La scena si svolge mentre Egli è in cammino verso le città di Tiro e Sidone, a nord-ovest della Galilea: è qui che la donna implora Gesù di guarire sua figlia la quale - dice il Vangelo - «è molto tormentata da un demonio» (v. 22). Il Signore, in un primo momento, sembra non ascoltare questo grido di dolore, tanto da suscitare l’intervento dei discepoli che intercedono per lei. L’apparente distacco di Gesù non scoraggia questa madre, che insiste nella sua invocazione.

La forza interiore di questa donna, che permette di superare ogni ostacolo, va ricercata nel suo amore materno e nella fiducia che Gesù può esaudire la sua richiesta. E questo mi fa pensare alla forza delle donne. Con la loro fortezza sono capaci di ottenere cose grandi. Ne abbiamo conosciute tante! Possiamo dire che è l’amore che muove la fede e la fede, da parte sua, diventa il premio dell’amore. L’amore struggente verso la propria figlia la induce «a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide!”» (v. 22). E la fede perseverante in Gesù le consente di non scoraggiarsi neanche di fronte al suo iniziale rifiuto; così la donna «si prostrò davanti a lui dicendo: “Signore, aiutami!”» (v. 25).

Alla fine, davanti a tanta perseveranza, Gesù rimane ammirato, quasi stupito, dalla fede di una donna pagana. Pertanto, acconsente dicendo: «“Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita» (v. 28). Questa umile donna viene indicata da Gesù come esempio di fede incrollabile. La sua insistenza nell’invocare l’intervento di Cristo è per noi stimolo a non scoraggiarci, a non disperare quando siamo oppressi dalle dure prove della vita. Il Signore non si volta dall’altra parte davanti alle nostre necessità e, se a volte sembra insensibile alle richieste di aiuto, è per mettere alla prova e irrobustire la nostra fede. Noi dobbiamo continuare a gridare come questa donna: “Signore, aiutami! Signore, aiutami!”. Così, con perseveranza e coraggio. E questo è il coraggio che ci vuole nella preghiera.

Questo episodio evangelico ci aiuta a capire che tutti abbiamo bisogno di crescere nella fede e fortificare la nostra fiducia in Gesù. Egli può aiutarci a ritrovare la via, quando abbiamo smarrito la bussola del nostro cammino; quando la strada non appare più pianeggiante ma aspra e ardua; quando è faticoso essere fedeli ai nostri impegni. È importante alimentare ogni giorno la nostra fede, con l’ascolto attento della Parola di Dio, con la celebrazione dei Sacramenti, con la preghiera personale come “grido” verso di Lui - “Signore, aiutami!” -, e con atteggiamenti concreti di carità verso il prossimo.

Affidiamoci allo Spirito Santo affinché Lui ci aiuti a perseverare nella fede. Lo Spirito infonde audacia nel cuore dei credenti; dà alla nostra vita e alla nostra testimonianza cristiana la forza del convincimento e della persuasione; ci incoraggia a vincere l’incredulità verso Dio e l’indifferenza verso i fratelli.

La Vergine Maria ci renda sempre più consapevoli del nostro bisogno del Signore e del suo Spirito; ci ottenga una fede forte, piena d’amore, e un amore che sa farsi supplica, supplica coraggiosa a Dio.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

nei nostri cuori portiamo il dolore per gli atti terroristici che, in questi ultimi giorni, hanno causato numerose vittime, in Burkina Faso, in Spagna e in Finlandia. Preghiamo per tutti i defunti, per i feriti e per i loro familiari; e supplichiamo il Signore, Dio di misericordia e di pace, di liberare il mondo da questa disumana violenza. Preghiamo insieme in silenzio e, dopo, la Madonna.

[Ave Maria…]

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Rivolgo un cordiale saluto a voi, cari pellegrini italiani e di diversi Paesi. In particolare, saluto i membri dell’associazione francese “Roulons pour l’Espoir”, venuti in bicicletta da Besançon; i nuovi Seminaristi con i Superiori del North American College di Roma; i chierichetti di Rivoltella (Brescia), e i ragazzi e le ragazze di Zevio (Verona).

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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domenica 20 agosto 2017

LA CHIESA E LA NONVIOLENZA: TRA FEDELTÀ E TRADIMENTI di Giovanni Mazzillo (VIDEO INTEGRALE)

LA CHIESA E LA NONVIOLENZA: 
TRA FEDELTÀ E TRADIMENTI 
di Giovanni Mazzillo 
(VIDEO INTEGRALE)

Relazione tenuta l'8 agosto 2017 
nell'ambito della settimana di spiritualità 2017
“LA FORZA MITE E CREATIVA
 DELLA NONVIOLENZA”
promossa dalla Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)



Papa Francesco nel messaggio per la giornata della pace del 1 gennaio 2017 afferma: 
"La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato. Rispondere alla violenza con la violenza conduce, nella migliore delle ipotesi, a migrazioni forzate e a immani sofferenze, poiché grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo. Nel peggiore dei casi, può portare alla morte, fisica e spirituale, di molti, se non addirittura di tutti."



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Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XX domenica Tempo Ordinario / A




Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.40/2016-2017 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Mt 15,21-28



All'incredulità dei Nazaretani (13,58), alla poca fede di Pietro e dei discepoli (8,26 ; 14,31) ed alle mormorazioni di scribi e farisei (15,1), Gesù risponde con la guarigione della figlia della donna cananea. Non è l'appartenenza o meno al popolo ebraico, ma è la fede che permette a Dio di intervenire nella vita di chi grida a Lui, al di là di ogni barriera religiosa e culturale. "Il dialogo tra Gesù e la donna riguarda "il pane dei figli", e a chi spetta" (cit.). Il Signore ci spiazza ancora una volta affermando che il dono della vita è per coloro che lo richiedono con fede e non per chi pensa di impadronirsene per meriti personali o per diritto di sangue. Tenere per se stessi il dono di Dio sottraendolo alle attese di chi ne ha bisogno è la tentazione sia di Israele come della Chiesa, dimenticando che "escludere il fratello dall'eredità significa rinnegare il proprio essere figlio" (cit.) Soltanto coloro che hanno fede possono ricevere "il pane dei figli", fossero anche "cani", come gli ebrei chiamavano i pagani. Proprio a costoro (a noi, che proveniamo dal paganesimo!) sarà dato il pane dei figli, e non certamente per i nostri meriti - poiché tutto è grazia e dono - ma per la nostra fede, anche se fragile e povera, piccola quanto un granellino di senape.


sabato 19 agosto 2017

"E Dio si arrese alla fede indomita di una madre" di p. Ermes Ronchi - XX domenica Tempo Ordinario – Anno A

E Dio si arrese alla fede indomita di una madre


Commento
XX domenica Tempo Ordinario – Anno A

Letture:  Isaia 56,1.6-7; Salmo 66; Romani 11,13-15.29-32; Matteo 15,21-28

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.

La donna delle briciole, una madre straniera, intelligente e indomita, che non si arrende ai silenzi e alle risposte brusche di Gesù, è uno dei personaggi più simpatici del Vangelo. E Gesù, uomo di incontri, esce trasformato dall'incontro con lei.
Una donna di un altro paese e di un'altra religione, in un certo senso “converte” Gesù, gli fa cambiare mentalità, lo fa sconfinare oltre Israele, gli apre il cuore alla fame e al dolore di tutti i bambini, che siano d'Israele, di Tiro e Sidone, figli di Raqqa o dei barconi, poco importa: la fame è uguale, il dolore è lo stesso, identico l'amore delle madri. No, dice la donna a Gesù, tu non sei venuto solo per quelli di Israele, ma anche per me, tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo.
Anche i discepoli sono coinvolti nell'assedio tenace della donna: Rispondile, così ci lascia in pace. Ma la posizione di Gesù è molto netta e brusca: io sono stato mandato solo per quelli della mia nazione, quelli della mia religione e della mia cultura.
La donna però non si arrende: aiuta me e mia figlia! Gesù replica con una parola ancora più ruvida: Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani. I pagani, dai giudei, erano chiamati “cani” e disprezzati come tali.
E qui arriva la risposta geniale della donna: è vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. È la svolta del racconto. Questa immagine illumina Gesù. Nel regno di Dio, non ci sono figli e no, uomini e cani. Ma solo fame e figli da saziare, e figli sono anche quelli che pregano un altro Dio.
Donna, grande è la tua fede! Lei che non va al tempio, che non conosce la Bibbia, che prega altri dei, per Gesù è donna di grande fede.
La sua grande fede sta nel credere che nel cuore di Dio non ci sono figli e cani, che Lui prova dolore per il dolore di ogni bambino, che la sofferenza di un uomo conta più della sua religione. Lei non conosce la fede dei catechismi, ma possiede quella delle madri che soffrono. Conosce Dio dal di dentro, lo sente all'unisono con il suo cuore di madre, lo sente pulsare nel profondo delle sue piaghe: «è con il cuore che si crede», scrive Paolo (Rm 10,10). Lei sa che Dio è felice quando una madre, qualsiasi madre, abbraccia felice la carne della sua carne, finalmente guarita.
Avvenga per te come desideri. Gesù ribalta la domanda della madre, gliela restituisce: Sei tu e il tuo desiderio che comandate. La tua fede e il tuo desiderio sono come un grembo che partorisce il miracolo.
Matura, in questo racconto, un sogno di mondo da abbracciare: la terra come un'unica grande casa, con una tavola ricca di pane e ricca di figli. E tutti, tutti sono dei nostri.

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - Solennità Assunzione della Beata Vergine Maria - 15/08/2017

Omelia p. Gregorio Battaglia

XIII Domenica Tempo Oordinario / A - 

15/08/2017

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



“… perché ha guardato l’umiltà della sua serva”

La mia anima, la mia vita, il mio respiro fa grande il Signore... 
Maria dice una cosa che per noi è fondamentale, il mio essere piccolo, umile, questa mia condizione, che non è altro che accettarsi in quello che noi siamo, creature fragilissime, e senza la pretesa di dover diventare chissà che cosa; Maria attraverso questo canto dice io sono una piccola creatura e ... piccola sono e piccola voglio restare, ma è proprio nella mia piccolezza faccio grande Dio, lo magnifico perché Lui solo è la mia forza, Lui è tutta la mia speranza, non posso sperare in me. Perciò lo faccio grande, perché mi fido di Lui, mi affido a Lui, la mia esistenza è tutta centrata su di Lui. 
E ciò che caratterizza la grandezza di Dio è che Dio non si mostra come i potenti di questa terra … Dio si mostra grande perché sa chinarsi … 

Noi siamo sempre preoccupati di poter contare un po' di più, di avere un po' di potere,  per Maria questa non è la cosa fondamentale, per Maria vale molto di più accogliersi nella propria piccolezza, nella propria nullità per poter scoprire che invece ciò che vale è questo affidarsi a Lui e nel momento in cui noi ci affidiamo a Lui il Signore è così grande da poter abitare la nostra piccolezza … 
Gesù ricorderà ai suoi discepoli che chi vuol essere il più grande diventi il più piccolo perché questa è la vera sapienza ...


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Papa Francesco è fuori dalla tradizione? di Santino Coppolino


Papa Francesco è fuori dalla tradizione? 
di Santino Coppolino


Le innovazioni nella prassi e nei discorsi di Papa Francesco hanno provocato una risposta veemente nei gruppi più conservatori e tradizionalisti della Chiesa Cattolica. Sono "scandalizzati" dalla franchezza del suo linguaggio, dalla sua sincerità che riconosce errori e orrori nella Chiesa, denunciando il rampantismo e l'arrivismo di tanti, troppi prelati, qualificando come "lebbra" il loro modo di fare e di intendere il servizio nella Chiesa. Ciò che invece veramente "scandalizza" è la scelta fatta di mettere al primo posto la 'Charitas', la misericordia, la tenerezza, il dialogo, di porre l'uomo sul gradino più alto dei valori, e solo dopo la dottrina e le discipline ecclesiastiche. Più e più volte, e fin dal principio del suo pontificato, Papa Francesco è stato attaccato con veemenza dai gruppi ecclesiali più retrivi e reazionari Alcuni fra questi più tradizionalisti in America Latina, si rivolgono a Dio "per il bene della Chiesa" (la loro) con preghiere di questo tipo: 
"Signore, ti preghiamo per Papa Francesco: illuminalo o eliminalo!". 
Chi conosce un po' di Storia della Chiesa  ricorderà come non pochi sono stati i Pontefici cosiddetti "scomodi" rimossi in modo violento e spesse volte uccisi. Una fra le tante critiche mosse a Francesco da questi gruppi è quella dell'apertura al dialogo nei confronti degli omosessuali, delle coppie di fatto e dei divorziati risposati, appellandosi al catechismo di San Pio X. Questi "paladini della purezza della fede", che attaccano e minacciano chiunque si apra al dialogo con queste persone, dimenticano che, nello stesso catechismo, tanto spesso da loro evocato, tra i peccati mortali vi sono anche e soprattutto: l'omicidio volontario, l'oppressione dei poveri, il defraudare la giusta paga a chi lavora. Questi "super cattolici" mai hanno bandito crociate contro quanti si macchiano di questi delitti, né quando sono compiuti dalle losche trame delle varie mafie, tanto meno contro le più subdole stragi di stato. E' evidente che questo apparente rigore è solo una menzogna, un pretesto di potere. Altra critica mossa a Papa Francesco è la dissacrazione e la secolarizzazione della figura del Papa. Questi fedelissimi "guardiani dell'ortodossia" ignorano però - a mio avviso volontariamente - che la tradizione cui loro fanno riferimento, ha poco a che fare con Gesù e con lo stile di vita degli Apostoli, ma molto col paganesimo, con lo stile degli imperatori romani o dei principi rinascimentali, un processo di paganizzazione e mondanizzazione della Chiesa come istituzione gerarchica. Quanti si richiamano alla tradizione rituale che circonda la figura del Papa, insistono su qualcosa che nulla ha a che vedere con i valori evangelici (questi sì, non negoziabili) e la prassi di Gesù. Papa Francesco sta tentando di ricondurre la Chiesa dentro l'alveo della vera Tradizione, della Tradizione più antica, quella di Gesù e delle prime comunità. I tradizionalisti invece - intenzionalmente - la ignorano, situandosi più vicini allo stile di palazzo di un imperatore che alla stalla di Betlemme o alla bottega dell'artigiano di Nazareth. Essi sono smascherati proprio dalla prassi di Gesù, dai suoi insegnamenti, dalla sua Parola, dalla sua povertà, dalla sua semplicità, dalla sua umiltà, dal suo farsi "duolos", servo/schiavo dei fratelli (cfr.Lc 22,25-26).  Papa Francesco parla e vive a partire da questa originaria e più antica Tradizione, quella di Gesù e degli Apostoli, ed è questo il motivo per cui la sua persona ed il suo papato destabilizzano.

Vedi anche il post già pubblicato:
Papa Francesco, che “delusione”! di Alberto Maggi

Gesù invita a una fede volontaria e guidata dall’amore che è per eccellenza un atto di libertà. - Le prediche di Spoleto 2017 LA PREGHIERA DI GESÚ: IL PADRE NOSTRO - "Sia fatta la tua volontà" Card. Gianfranco Ravasi

LA PREGHIERA DI GESÚ:
IL PADRE NOSTRO
a cura dell’Archidiocesi Spoleto-Norcia in collaborazione con Festival di Spoleto 60

È ormai tradizione che il Festival di Spoleto proponga nel suo programma un ciclo di "Prediche" che, grazie ad interventi qualificati, offra a quanti le vogliano ascoltare qualche spunto di riflessione e approfondimento.
Dopo le felici esperienze degli anni passati, il 2017 affronta il tema della preghiera partendo dal testo che Gesù di Nazareth ha consegnato ai suoi discepoli: il Padre nostro. Con Tertulliano, scrittore del secondo secolo d.C., la tradizione delle Chiese cristiane vede in quelle parole un compendio di tutto il Vangelo. In esse sono contenute le dimensioni essenziali della predicazione di Gesù e si ritrova come l’introduzione al suo insegnamento e al mistero stesso della sua esistenza.
Anche oggi, ripercorrere questo testo e addentrarsi nelle domande che formula - dal pane quotidiano al perdono reciproco - conduce a scoprire che cosa significhi pregare, se sia possibile parlare a Dio, se non si tratti di una illusione, se possiamo domandargli effettivamente qualcosa. Perché per pregare è indispensabile trovare il cammino del cuore; il cuore inteso non come luogo della vita affettiva e delle emozioni, ma come il centro della persona, punto preciso in cui l’uomo si conosce in verità. È per questa ragione che la preghiera non si può definire come un discorso rivolto a Dio o una riflessione intellettuale sull’essere di Dio. La preghiera cristiana si colloca su un altro piano. È un dialogo tra due esseri.
+ Renato Boccardo


Sia fatta la tua volontà
Card. Gianfranco Ravasi *
Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura
sabato 8 luglio

Tertulliano, che è stato il primo commentatore cristiano del “Padre nostro” con la sua De oratione Domini scritta alla fine del II secolo, affermava che questa preghiera insegnata da Gesù è il «breviarium totius evangelii» (1,6): non per nulla è incastonata dall’evangelista Matteo in quel Discorso della montagna considerato da molti come la Magna Charta del cristianesimo. Meditare il testo dell’oratio perfectissima – così la definiva san Tommaso d’Aquino nella sua Summa Theologiae (II,II, q.83, a.9) – è perciò una via per ritrovare la sostanza del messaggio cristiano. Anzi, un teologo, Aimé Solignac, riteneva che «il Padre nostro può essere anche la preghiera di tutti i figli di Abramo, espressione della loro fede in un Dio personale che è Padre e Creatore e di amore fraterno verso tutti gli uomini ». Ora, la terza invocazione «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra» è in un certo senso lo sviluppo logico della precedente «Venga il tuo Regno». Infatti la volontà divina ha per oggetto proprio l’attuazione del Regno di Dio che si compie nella pace, nella salvezza, nella giustizia: «Dio nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Timoteo 2,3- 4). Anzi, «Questa è la volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda» (Matteo 18,14). «Fare la volontà del Padre » è anche l’impegno fondamentale di Cristo: «Io sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato» (Giovanni 6,38-39). Nel momento supremo della sua morte Gesù si rivolge al Padre così: « Abbà, Padre, tutto a te è possibile, allontana da me questo calice! Tuttavia non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu!» (Marco 14,36).

«Fare la volontà del Padre» è anche l’impegno primario del discepolo, come si ripete nel Vangelo: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli... Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Matteo 7,21; 12,50). Certo, talora agli occhi degli uomini la volontà divina risulta misteriosa, fin oscura: «Tutti gli abitanti della terra sono, davanti a lui, come un nulla; egli tratta come vuole le schiere del cielo e gli abitanti della terra. Nessuno può fermargli la mano e dirgli: “Che cosa fai?”» (Daniele 4,32). E la protesta di Giobbe ne è una testimonianza lacerante. Proprio partendo da tale contrappunto tra volontà-libertà divina e volontà-libertà umana vorremmo riflettere su questa invocazione del “Padre nostro” approfondendo un tema che da sempre ha coinvolto la teologia e la spiritualità, quello dell’incrocio, talvolta problematico, tra grazia divina e libertà umana. Iniziamo dalla libertà-volontà umana esaltata in due passi biblici. Da un lato, la scena d’esordio delle Scritture: l’uomo e la donna sono collocati nei cc. 2-3 della Genesi all’ombra «dell’albero della conoscenza del bene e del male», un evidente simbolo della morale nei cui confronti la creatura si trova libera se accettarne il valore oppure, strappandone il frutto, decidere in proprio ciò che è bene e male. D’altro lato, citiamo un passo emblematico della sapienza d’Israele: «Da principio Dio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti, l’essere fedele dipende dalla tua buona volontà. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà» (Siracide 15,14-17).

Ora, il tema dell’incontro tra volontà umana e volontà divina è complesso perché suppone un intreccio tra antropologia e teologia, cioè tra l’immanenza e la trascendenza, tra la creaturalità e la divinità, tra l’uomo/donna e Dio. Un incontro nel quale nessuno dei due protagonisti deve prevaricare sull’altro. Infatti, la creatura umana, dotata di libertà, non può ignorare il Creatore e la sua parola e, quindi, deve compiere una scelta libera ascoltando o rifiutando quella parola. Dio, d’altronde, ha scelto di avere di fronte a sé un interlocutore libero e non una stella regolata da meccaniche celesti obbligatorie e, quindi, rispetta la decisione umana, anche quando essa è negativa, pur non restando indifferente, e qui entra in scena il tema del giudizio morale sul bene e sul male.

La grazia divina, pur nella sua efficacia, scende quindi non all’interno di un oggetto inerte ma in un essere libero: egli può accogliere o rifiutare quel dono, può aprire o lasciare chiusa la porta della sua anima a cui bussa il Signore che passa, per usare la celebre metafora dell’Apocalisse (3,20). Esprimeva bene questo aspetto delicato e fondamentale – sul quale si sono accaniti per secoli i teologi cercando di definirne l’equilibrio – p. David M. Turoldo quando scriveva: «Sono certo che Dio ha scoperto me, ma non sono certo se io ho scoperto Dio. La fede è un dono, ma è allo stesso tempo una conquista».

[...] Essere liberi non è una pura e semplice reazione istintiva, né soltanto un sottrarsi a un’oppressione o a un’imposizione, ma è una scelta volontaria, coerente e cosciente tra opzioni differenti per una meta da raggiungere. Per questo il drammaturgo tedesco Georg Büchner nella Morte di Danton (1834) affermava che «la statua della libertà è sempre in fusione ed è facile scottarsi le dita». Vivere nella libertà autentica, come ricorda spesso anche san Paolo, è un atto impegnativo perché comporta una scelta rigorosamente volontaria e cosciente. Dal grande romanziere russo Fëdor Dostoevskij desumiamo una suggestiva riflessione su questo nesso tra fede e libertà, proprio partendo dalla figura di Cristo. Scriveva: «Tu non discendesti dalla croce quando ti si gridava: Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu! Perché una volta di più non volesti asservire l’uomo… Avevi bisogno di un amore libero e non di servili entusiasmi, avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio ». Lo scrittore rievoca la scena del Golgota col Cristo morente sbeffeggiato dai passanti: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se sei Figlio di Dio, scendi dalla croce! Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo!» (Matteo27,39- 42). Come durante la sua esistenza terrena aveva evitato gesti taumaturgici spettacolari, preoccupandosi solo di sanare le sofferenze umane, spesso in disparte dalla folla e imponendo il silenzio ai miracolati, così in quel momento estremo Gesù affida la sua rivelazione non al prodigio ma allo scandalo della croce. Egli non cerca adesioni interessate e coatte, ma invita a una fede volontaria e guidata dall’amore che è per eccellenza un atto di libertà.

Senza questa dimensione la fede diventa parodia, come si intuisce dalla ricostruzione che la scrittrice francese Simone de Beauvoir faceva della sua crisi giovanile che le fece abbandonare la fede. Nelle sue Memorie di una ragazza perbene (1958) rievoca, infatti, il momento in cui in collegio, ascoltando una predica del cappellano p. Martin sull’obbedienza, si era fatta in strada in lei la necessità di liberarsi dall’incubo della religione, proprio perché essa – secondo quella visione che in realtà era una deformazione dell’autentica fede – comportava la cancellazione della libertà. Raccontava: «Mentre l’abate parlava, una mano sciocca si era abbattuta sulla mia nuca, mi faceva chinare la testa, mi incollava la faccia al suolo, per tutta la vita mi avrebbe obbligata a trascinarmi carponi, accecata dal fango e dalla tenebra; bisognava dire addio per sempre alla verità, alla libertà, a qualsiasi gioia». Per questo è importante un annuncio corretto della fede che, senza concedere nulla a un accomodamento troppo facile o a un compromesso generico e comodo, non deformi però la vera anima della fede, introducendo un volto sfigurato di un Dio imperiale e tirannico, quella che Lutero chiamava la simia Dei, cioè la “scimmiottatura di Dio”. Il credere genuino non è schiavitù ma libertà, non è imposizione ma ricerca, non è obbligo ma adesione, non è cecità ma luce, non è tristezza ma serenità, non è negazione ma scelta positiva, non è incubo minaccioso ma pace. Come affermava in un suo saggio, Vivere come se Dio esistesse, il teologo tedesco Heinz Zahrnt, «Dio abita soltanto là dove lo si lascia entrare».


*CARD. GIANFRANCO RAVASI | Nato nel 1942 a Merate (Lecco), esperto biblista ed ebraista, è stato Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano e docente di Esegesi dell’Antico Testamento alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. Arcivescovo dal 2007, è stato creato cardinale da Benedetto XVI nel 2010. È Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. La sua vasta bibliografia ammonta a circa centocinquanta volumi, riguardanti soprattutto argomenti biblici, letterari e di dialogo con le scienze: edizioni curate e commentate dei Salmi (3 volumi), del Libro di Giobbe, del Cantico dei Cantici, del Libro della Sapienza e di Qohelet. Molto noti al grande pubblico titoli come: Breve storia dell’anima (2003), Breviario Laico (2006), Questioni di fede(2010), Le parole del mattino (2011), Guida ai naviganti (2012), L’incontro, Esercizi Spirituali in Vaticano (2013), Il cardinale e il filosofo e Le meraviglie dei Musei Vaticani (2014), Le pietre di inciampo del Vangelo (2015), Le Beatitudini (2016). Il Cardinal Ravasi collabora a giornali, tra i quali L’Osservatore Romano, Avvenire, sul quale ha tenuto per oltre quindici anni la rubrica "Mattutino", e Il Sole 24 Ore. Conduce da più di venticinque anni la rubrica domenicale Le frontiere dello Spirito sull’emittente televisiva "Canale 5". Il Cardinal Ravasi è membro di una ventina di Accademie italiane e internazionali (tra le quali l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’Accademia letteraria Parnassos di Atene), così come è stato insignito di vari Premi sia letterari sia civili, di diverse onorificenze di Stati e di una quindicina di lauree honoris causa conferitegli da università in varie parti del mondo.

venerdì 18 agosto 2017

Bruno e Luca. L'atroce stupidità del terrorismo di Maurizio Patriciello

Le due vittime italiane dell'attentato a Barcellona,
Luca Russo (a sinistra) Bruno Gulotta
Bruno e Luca. 
L'atroce stupidità del terrorismo 
di Maurizio Patriciello

Giovanissime vite stroncate, giovani donne cui sono stati strappati i loro compagni, bambini rimasti orfani all’improvviso. Un dolore, una rabbia immensi e bisogna ricominciare. Senza cedere alla disperazione, allo scoraggiamento, all’odio; senza permettere alla paura, alla sete di vendetta di paralizzarti. Bisogna, con le lacrime agli occhi e il cuore a lutto, rimboccarsi le maniche e continuare a vivere per i grandi ideali in cui hanno creduto Bruno e Luca, i due italiani morti a Barcellona; insistere sui valori che, pur tra vicende avverse e contraddittorie, hanno fatto grande l’ Europa e l’ Occidente. Dar loro voce, amplificarli. Incarnarli.

A Barcellona, ancora una volta, è andato in scena l’odio assassino. Stupido. Becero. Capace solo di impaurire, distruggere, insanguinare. Uccidere.

A Barcellona giovedì c’eravamo tutti. Tutti gli uomini e le donne di buona volontà che credono nel progresso rispettoso dell’ ambiente, della natura, della cultura, degli altri. Che non vogliono mai fare al prossimo quello che non desiderano venga fatto a loro.

A Barcellona, giovedì, c’erano la civiltà, la ragione, la voglia di vivere, la fede. C’erano persone create a immagine di Dio. C’ erano i nostri figli, i nostri genitori, le nostre spose, i nostri amici. Barcellona, che vede milioni di persone affollare le strade, i locali, le spiagge, gli alberghi, ci ha affratellati. Sulla Rambla ci siamo sorpresi, ancora una volta, piccoli, indifesi, sperduti come un gattino sfuggito dalle mani della padroncina e immensi come il cielo che incanta le Baleari.

A Barcellona ci siamo convinti – se ancora ce ne fosse bisogno – che solo l’ amicizia tra i popoli e le diverse culture, la solidarietà tra i paesi ricchi e quelli poveri, il dialogo, la comprensione, l’amore, può tenere insieme questa umanità bella e tormentata.

Barcellona ci ha fatto conoscere Bruno, un giovane italiano in vacanza con sua moglie e i figlioletti di 5 anni e 7 mesi. Mai avrebbe potuto immaginare che la passeggiata su una delle strade più famose del mondo si sarebbe trasformata nella tragedia più terribile della sua breve vita.

La morte è arrivata improvvisa. Atroce, sciocca, stupida. Violentissima. Non ha avuto il tempo di guardarla in volto, Bruno, anche perché non aveva un volto, ma un ghigno orribile, spaventoso. Una maschera agghiacciante. Bruno ha capito subito di dover mettere in salvo i suoi bambini. È riuscito a farlo poco prima che il ghigno se lo trascinasse via. Luca, il ragazzo che vediamo nella foto con la fascia fra i capelli, era un giovane di ingegnere di Bassano del Grappa. Era arrivato con la fidanzata a Barcellona inseguendo la scia del bello. Arte, storia, architettura, sole, mare. La sua sorte, il suo nome, la sua vita si sono intrecciati con quelle di altri fratelli e sorelle mai conosciuti prima. Persone amanti della bellezza, della libertà. Persone libere della libertà che accomuna i sogni del meglio dell’ umanità. Liberi per rendere più libero il mondo, i figli, i propri paesi. Perché senza libertà le piante dell’amicizia, della convivenza, dell’amore, della fede non potranno mai attecchire. Senza libertà si spegne la voglia di lottare, di progettare, di sognare. Di essere uomini. Vogliamo chiamarli per nome questi due fratelli italiani – ma volendo ricordare tutte le vittime dell’ attentato - per far sapere ai loro cari che li sentiamo nostri, che piangiamo la loro scomparsa. Per chiedere ai credenti di unirsi alla preghiera del Papa per loro, per le altre vittime, per le loro famiglie, per i feriti, per Barcellona. Per la pace nel mondo.

Vogliamo alzare la voce e gridare il nostro no fermo, deciso, convinto a ogni terrorismo. Per chiedere ai grandi della terra di avere a cuore i paesi poveri. Di essere con essi solidali, giusti, comprensivi. Vogliamo ricordare che una società veramente civile e democratica si fa carico dei più deboli, degli esclusi, di chi è rimasto indietro. E lo aiuta a rimettersi al passo con la storia. L’Occidente, impregnato di cristianesimo anche quando non se ne accorge, non può dimenticare che “Liberté, Egalité, Fraternité” sono gemelli siamesi: stanno insieme o cadono insieme. E potranno rimanere uniti solo se a tutti viene concesso di accedere alla sala del banchetto. Se tutti possono prendere la parola nella sala del Capitolo.
(fonte: Avvenire)



Condanna ad ogni forma di terrorismo e vicinanza e preghiere per le vittime e i feriti e solidarietà alla Spagna barbaramente colpita.


“Il Santo Padre ha appreso con grande preoccupazione quanto sta accadendo a Barcellona. Il Papa prega per le vittime di questo attentato e desidera esprimere la sua vicinanza a tutto il popolo spagnolo, in particolare ai feriti e alle famiglie delle vittime”. È quanto dichiarato ieri sera dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke.

Barcellona: vescovi spagnoli condannano attentato ed esprimono solidarietà alle vittime 

Vicinanza e preghiera per le vittime e le loro famiglie, sostegno alla società e alle forze di polizia, ferma condanna per l’attentato. È quanto esprimono i vescovi spagnoli in una nota della segreteria generale diffusa ieri sera a seguito del grave attacco terroristico che nel tardo pomeriggio ha colpito Barcellona. Secondo fonti ufficiali, al momento sono 13 i morti e oltre 80 i feriti falciati dal furgone che sulla Rambla de Canaletes ha percorso diverse centinaia di metri lungo il tratto pedonale e si è schiantato contro un chiosco vicino al mercato della Boqueria. “Di fronte a questo fatto tragico ed esecrabile – si legge nella nota -, la Conferenza episcopale spagnola vuole anzitutto mostrare la propria vicinanza e preghiera a tutte le vittime e alle loro famiglie. Vogliamo inoltre esprimere anche il nostro sostegno a tutta la società che viene attaccata con queste azioni, questa volta i cittadini di Barcellona, e alle forze di sicurezza”. Allo stesso tempo, proseguono i vescovi, “condanniamo ogni dimostrazione di terrorismo, pratica intrinsecamente perversa, del tutto incompatibile con una visione morale della vita, giusta e ragionevole. Non solo lede seriamente il diritto alla vita e alla libertà, ma è dimostrazione della più dura intolleranza e totalitarismo”. “Chiediamo a tutti i credenti – conclude la nota – di elevare preghiere a Dio affinché conceda il riposo eterno ai defunti, ristabilisca la salute delle altre vittime, dia consolazione alle famiglie e colmi di pace il cuore delle persone di buona volontà” e affinché “mai più si ripetano queste spregevoli azioni”.
 (fonte: Sir)

LA SPAGNA È SOTTO SHOCK PER L'OFFENSIVA DEL TERRORISMO

Questa mattina la Policia Nacional spagnola ha postato su Twitter l’immagine di un sole che sorge sul mare augurando il buon giorno alla Spagna e a Barcellona, con l’invito a restare forti e uniti di fronte al terrorismo.

Si tratta di un messaggio ottimista che fa seguito a uno dei giorni più tragici vissuti dalla Spagna negli ultimi anni. Era dall’11 marzo del 2004, giorno delle strage alla stazione Atocha di Madrid, che la Spagna non veniva colpita in modo così sanguinoso dal terrorismo. Allora morirono 191 persone e i feriti furono quasi 2.000.

Oggi la Spagna si è risvegliata intontita, consapevole che quello accaduto ieri a Barcellona non è il gesto di un cosiddetto “lupo solitario”. Ieri è entrata in azione una cellula terrorista agguerrita e organizzata, ramificata nel territorio. Se ne è avuta una ulteriore conferma nella tarda serata di ieri, quando un gruppo di terroristi è entrato in azione nella cittadina di Cambrils, una località turistica vicina a Tarragona, a sud di Barcelona. Il commando voleva colpire come a Barcellona travolgendo con un veicolo la folla che passeggiava sul lungomare nella calda sera estiva. Sei persone sono state travolte e ferite (una in modo grave, pare accoltellata da un terrorista in fuga), ma questa volta c’è stato il rapido intervento della polizia. Dopo una violenta sparatoria sono rimasti uccisi 5 terroristi. Secondo alcune fonti, gli uomini indossavano cinture esplosive.

Le notizie arrivate nella notte da Cambrils sono state un ulteriore shock per la Spagna, già tramortita dalla strage del pomeriggio sulla Rambla di Barcellona. Qui, poco dopo le 17 di ieri, un furgone ha travolto la folla che passeggiava nella zona pedonale più frequentata della città catalana. L’attacco ha provocato 13 morti e 90 feriti. Le vittime sono di 18 nazionalità, come era facile aspettarsi in una città che ogni anno è visitata da oltre 30 milioni di turisti (in maggioranza francesi, inglesi e tedeschi). Per ora è confermata la morte di tre tedeschi, di un belga e di un cittadino italiano. Si chiamava Bruno Gulotta, 35 anni. Veniva da Legnano ed era in vacanza con la moglie e i figli. Altri 3 italiani sono feriti. Si contano anche 26 feriti francesi (11 in gravi condizioni). L’attentato è stato rivendicato dall’ISIS, che in passato ha invitato più volte i suoi seguaci a colpire le città europee con questi attacchi “a basso costo”, in cui si fa il massimo del danno utilizzando semplicemente un veicolo con il quale scagliarsi sulla folla. prima di ieri i terroristi hanno già colpito in questo modo a Nizza, Berlino, Stoccolma, Parigi e Londra (3 volte).

La regione catalana è chiaramente sotto l’attacco di una rete terroristica molto bene organizzata. Gli investigatori spagnoli hanno messo in relazione la strage di Barcellona e l’attacco di Cambrils con l’esplosione avvenuta mercoledì scorso in un appartamento di Alcanar, una cittadina catalana nella provincia di Tarragona. L’esplosione ha ucciso una persona e ne ha ferite 7. In un primo tempo si pensava a una fuga di gas, ma poi è emerso che l’appartamento era un deposito di esplosivi, verosimilmente da utilizzare in qualche attentato.
...

Oggi la stampa spagnola fa notare che la comunità catalana ha assorbito la maggior parte di immigrati di fede musulmana arrivati in Spagna in seguito alle ondate migratorie degli ultimi anni. Non è corretto vedere un rapporto di causa ed effetto fra immigrazione e terrorismo, tuttavia questa concentrazione di musulmani è stata vista dai gruppi jihadisti come un possibile bacino in cui pescare potenziali terroristi. Si calcola che in Catalogna siano presenti un centinaio di luoghi di culto in cui si pratica l’islam salafita, considerato il più radicale.

Non sembra invece significativo il numero di “foreign fighters” spagnoli che si sono uniti alle milizie dell’ISIS in Iraq e in Siria, i quali potrebbero essere tornati in Spagna per continuare la guerra all’Occidente. Non sarebbero più di un centinaio, decisamente pochi rispetto a francesi, belgi, tedeschi, olandesi, danesi e britannici.




“Rapiti” da Lourdes. Dove l’ordine comune della società è capovolto di mons. Bruno Forte

“Rapiti” da Lourdes. 
Dove l’ordine comune della società è capovolto
 di mons. Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto

Che l’esperienza di Lourdes affascini e parli alla vita lo dimostra tra tante la testimonianza di Franz Werfel, scrittore conosciuto per i suoi molti lavori, tra cui I quaranta giorni del Mussa Dagh, dove narra in modo realistico e struggente uno degli episodi più significativi del genocidio armeno.

Nato a Praga nel 1890, figlio di un commerciante ebreo, Werfel fu amico tra gli altri di Franz Kafka e Max Brod, divenendo a Vienna, dove si era trasferito, uno dei protagonisti più affermati della vita letteraria mitteleuropea, voce di un mondo di raffinata cultura, annientato dall’avvento della barbarie nazista. Come molti esponenti di origine ebraica, anche Werfel fu costretto alla fuga: profugo nel sud della Francia, cercò asilo a Lourdes, in una situazione drammatica in cui molti, specialmente ebrei di varie nazioni europee, lottavano per sopravvivere. Nel libro scritto nel 1941, intitolato Il canto di Bernadette, volle raccontare la storia di Bernadette Soubirous e delle apparizioni di Lourdes (riedito da Gallucci nel 2011, nell’unica traduzione autorizzata, quella di Remo Costanzi: la prima edizione italiana è del 1946), motivando così la sua scelta: “La Provvidenza mi condusse a Lourdes, della cui storia prodigiosa non avevo fino allora nemmeno la più superficiale nozione. Rimanemmo nascosti parecchie settimane nella città dei Pirenei. Fu un periodo di angosce, ma fu anche un periodo altamente significativo per me, poiché mi fu dato conoscere la meravigliosa storia della giovinetta Bernardette Soubirous e i fatti delle guarigioni di Lourdes. Un giorno, tribolato com’ero, feci un voto. Se fossi uscito da quella situazione disperata ed avessi raggiunto la costa americana avrei prima di ogni altro lavoro cantato la canzone di Bernardette come meglio avessi potuto. Questo libro è l’adempimento di un voto. Un canto epico nel tempo nostro non può che prendere la forma di un romanzo. “Bernardette” è un romanzo, ma non è un’opera di fantasia… Tutti gli avvenimenti notevoli che formano il contenuto del libro sono in realtà accaduti... La loro verità è attestata da amici, nemici e osservatori spassionati… Ho osato cantare la canzone di Bernardette, io che non sono cattolico, ma ebreo… perché, sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi versi, giurai a me stesso che avrei reso onore sempre e dovunque, attraverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana: nonostante che l’epoca nostra, con scherno, ferocia e indifferenza, rinneghi questi valori supremi della nostra vita”.

La testimonianza di Franz Werfel è continuamente confermata dai milioni di pellegrini che si recano alla Grotta di Massabielle: ancora una volta ho potuto verificarlo, guidandovi un pellegrinaggio di un centinaio di giovani della diocesi a me affidata. Come Werfel essi sono stati “rapiti” da Lourdes: perché? Vorrei rispondere a questa domanda accennando a tre aspetti che hanno particolarmente colpito i giovani. 
Il primo è la straordinaria esperienza di preghiera, personale e comunitaria, che a Lourdes si può fare: la cura e la bellezza della liturgia e dei canti, la suggestione della processione eucaristica del pomeriggio e di quella “aux flambeaux” della sera, il numero di persone che provenienti da tutto il mondo si trovano unite in quella preghiera e nel silenzio orante davanti alla Grotta, parlano al cuore dei giovani con un’intensità toccante. Anche ragazzi che non provengono da particolari cammini di fede si sentono attratti dalla gioia e dalla bellezza di lasciarsi amare da Dio, come la Vergine Maria, che parla in ogni aspetto dell’esperienza di Lourdes portando i cuori a Cristo e all’adorazione del Dio tre volte Santo. 
Insieme con la preghiera, è l’incontro con gli ammalati che colpisce i giovani e letteralmente li trasforma: a Lourdes l’ordine comune delle nostre società è capovolto. Al primo posto ci sono i deboli, gli infermi, e tutto ruota intorno al servizio d’amore che viene reso loro: impressiona vedere come i giovani colgano questo messaggio e si sentano attratti da questa sovversione della logica che il consumismo e l’edonismo dominanti tendono a imporre. 
Infine, a Lourdes i giovani si riconoscono fratelli con l’umanità intera, di tutte le culture ed esperienze: i colori della pelle dei tanti pellegrini rappresentano veramente la famiglia umana nella varietà dei suoi volti e nella comune dignità di essere tutti persone umane, figli dell’unico Dio. A Lourdes la follia delle ideologie razziste e xenofobe appare in tutta la sua povertà culturale e spirituale, mentre si avverte l’urgenza di essere e volersi uniti nell’unica, comune avventura della vita al cospetto dell’Eterno e nella responsabilità verso gli altri. 
A Lourdes ci si scopre umani nel senso più profondo di questa parola, nella bellezza di ciò che significa, nella sfida e nella responsabilità di quanto comporta, affinché a nessuno sia negato il diritto a realizzare la propria esistenza nella verità, nella giustizia, nella libertà e nella pace, che spetta a ciascuno di poter vivere. Scuola di fede e di servizio agli altri, Lourdes è anche una grande scuola di umanità realizzata secondo il sogno di Dio, Padre di tutti.
(fonte: Il Sole 24 Ore)


giovedì 17 agosto 2017

«Entri chi ha il cuore in tempesta seppur in pantaloncini». Il decalogo di don Ciro Miele


«Entri chi ha il cuore in tempesta seppur in pantaloncini».

Il decalogo di don Ciro Miele


Sono i dieci motivi per cui non farsi frenare dall’entrare in Chiesa secondo don Ciro, parroco di San Maria delle Grazie a Lucera in provincia di Foggia, e lui li ha esposti fuori dalla sua chiesa. Sovvertendo in qualche misura le regole classiche o, come lui afferma, ribadendole ma senza escludere nessuno. «Perché il vero Tempio siamo noi»


«Entri chi ha il cuore in tempesta seppur in pantaloncini», «entri chi ne sente il bisogno seppure ha le spalle scoperte». E ancora, «è vero che il suono del cellulare disturba e distrae, ma è peggio se resti fuori per non spegnerlo o renderlo silenzioso». Sono questi alcuni dei punti del decalogo che don Ciro Miele, 49 anni, parroco dal 2009 di San maria delle Grazie a Lucera in provincia di Foggia ha esposto fuori dalla sua Chiesa attirandosi, per altro, anche non poche critiche.

«C’è chi ha invocato persino la sospensione» ci ha detto l’istrionico religioso raggiunto al cellulare nel piccolo paese pugliese. Lui che, in realtà, con una sottile ironia, ribadisce le regole del buon senso e della buona educazione ma le provoca a favore di chi per mille motivi, anche ben più importanti, si sente escluso dalla comunità. Se arriva a scrivere: «non temete se siete stanchi di sdraiarvi un attimo e trovare ristoro “nella Casa del Signore”».Ma don Ciro, discepolo di don Tonino Bello, a queste cose è ormai avvezzo. «Il decalogo l’ho trovato e adattato al mio stile perché mi piaceva. Credo che vada proposta una religione diversa da quella dei “divieti” che mostra un Dio che non è quello di Gesù. Il Signore ama te, non come ti vesti. Ovviamente con il dovuto rispetto». Per esempio, infatti, in Chiesa c’è un cane fedelissimo fedele che non salta una celebrazione. «Che fastidio dà? Perché dovrei cacciarlo? Questo non vuol dire che la Chiesa sia un luogo di bivacco». Linea sostenuta dal suo Vescovo di riferimento «e da questo Papa» aggiunge don Ciro. «Respiro a pieni polmoni l’aria della Chiesa di Francesco».

don Ciro Miele
Atteggiamento non propriamente condiviso dall’intera comunità di 8.000 anime circa che guida. Ma dalla maggioranza che gli vuole bene. «Io mi chiedo sempre: è bello entrare in una Chiesa Ma è bello entrare in una chiesa piena di divieti? Uno si sente escluso. E allora i segni sono importanti. Qual è il criterio per cui se uno ha i pantaloncini e non può entrare. Il vero tempio siamo noi. E poi domando alla mia gente: ma perché allora non ci indigniamo allo stesso modo per gli uomini, donne bambini che muoiono nel Mediterraneo? Eppure loro sono il tempio di Dio fatto carne».

È un fiume in piena don Ciro che preso dalla passione torna al suo maestro: «Don Tonino diceva sempre: “c’è tanto sacro e poca santità”. Io dico alla mia comunità. Ma se stiamo pregando e uno passa e ci saluta, che facciamo, non rispondiamo? E perché? Dov’è il Dio umano che insegna a essere umani? Quanto più siamo umani quanto più scopriremo il divino che è in noi». 

Lui che ogni anno organizza il pranzo coi poveri dopo Natale e invita anche i musulmani. «Ho amici non credenti che mandano i soldi per sostenere il pranzo perché non vogliono diventare cristiani ma vogliono aiutare e io sono felice anche perché alla fine della vita saremo misurati su cose umane: “avevo fame e voi mi avete sfamato”. Questo è il Regno di Dio».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Chiara Pelizzoni)